Parker Millsap – Other Arrangements (2018)

di Fabio Cerbone

Giovane promessa della scena roots dell'Oklahoma, cresciuto nel clima religioso familiare della Chiesa Pentecostale, diviso fra eterno conflitto di peccato e redenzione, come ogni buon figlio del profondo sud ha sperimentato, Parker Millsap era e resta una delle voci più trascinanti dell'attuale scena Americana. La sua stirpe è la stessa dei Jason Isbell e Sturgill Simpson, insomma, di quella generazione che sta riscrivendo le regole della tradizione tra fedeltà e sguardo sul futuro, che nel caso di Millsap significa evidenziare le sue radici country gospel, l'accento rurale del blues e quella commistione che uscì da Memphis sulle ali del rock'n'roll, il tutto immerso nelle visioni gotiche e tormentate di un ragazzo che come il buon vecchio Jerry Lee Lewis e altri prima di loro ha dovuto combattere le tentazioni del diavolo.

Così quanto meno facevano intuire i due precedenti lavori, l'omonimo esordio su scala nazionale e il più che accattivante The Very Last Day, accoppiata che non lasciava dubbi sul suo talento e soprattutto su quella voce fuori del comune, faccia d'angelo che nascondeva una impetuosità da predicatore. Other Arrangements sarà immediatamente etichettato come il disco della presunta rottura, e a voi scegliere da che parte accoglierlo, ma giunti al termine della sua svelta e a tratti furibonda corsa, resta l'impressione di una riuscitissima svolta rock in alcuni suoi scorci, elettrica e brillante, che mette insieme roots rock stradaiolo e ghiottonerie power pop, senza rinnegare affatto le fondamenta della terra dell'Oklahoma. Meno scuro e serioso dei suoi predecessori, dall'attacco killer del riff chitarristico di Fire Line si intuisce la direzione più disinvolta e "pop" che intendeva far emergere Millsap, senza svendere nulla delle sue qualità di scrittura, mantenendo in squadra il carattristico violino di Daniel Foulks e serrando le fila della sezione ritmica composta dai vecchi compagni Michael Rose e Paddy Ryan.

L'effetto è accogliente e fa da ponte con il passato nell'atmosfera southern gospel della ballata Your Water, dove cominciano ad affacciarsi le voci dei Settles Connection, presenza che ritornerà più volte nel corso dell'album. Singing to Me torna all'acustico con una dolce melodia che serpeggia fra violino e chitarre bluesy, ma sono le esplosioni e gli stacchi della stessa Other Arrangements, roots rock da grandi spazi e con un afllato soul fra le righe e l'esuberanza pop rock di Let a Little Light In e Gotta Get To You a dettare la nuova linea all'orizzonte, con un Parker Millsap in spolvero vocale (e chitarristico), la giusta rabbia in corpo e una specie di trasfigurazione in un Elvis Costello delle grandi praterie americane (sentite per credere il nervoso pub rock di Some People). Con la stessa fantasia sgiuscia fra gli arrangiamenti (come da titolo, senza tema di smetite), stili e azzeccate melodie, passando in rassegna tensione soul blues in una suadente Tell Me, luminose albe gospel rock in Coming On, sofisticate melodie jazzate in She e una pura brezza pop pianistica nel finale di Come Back When You Can't Stay, scritta e cantata in coppia con la collega Jilette Johnson.

Un disco che mantiene un equilibrio fra spontaneità e voglia di rompere qualche barriera, a tratti fisico e magnetico nell'intepretazione, oltre ad offrire una ventata rock al movimento Americana che di questi tempi non guasta affatto.

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