Bombino - Deran (2018)

di Gianmarco Giannelli

Se l’attaccamento alle proprie origini si misurasse con la maestria con cui si suona uno strumento, basterebbero un paio di riff per comprendere come Goumar Alcomtar, in arte Bombino, sia in maniera esistenziale, e non solo anagrafica, figlio del Niger e della cultura Tuareg. Bombino, oltre a essere un chitarrista sopraffino (forse uno dei migliori sulla piazza), è uno di quegli artisti ontologicamente portato a ricoprire un ruolo sociale e politico grazie alla sua arte per la sola ragione che la fa. Quando all’interno di un sistema musicale centrato su determinati Paesi dell’Europa e sugli States, un artista africano riesce non solo a farsi conoscere, non solo a fare sold out in tour mondiali, ma a imporsi come punto di riferimento nel mondo della musica dettando le sue regole a un genere, come quello del rock, vuol dire che si ha per le mani qualcosa di veramente rivoluzionario. Nonostante un’indubbia qualità musicale, per gli artisti africani è dura conquistare i palchi più ambiti; tra coloro che ci sono riusciti spiccano Tony Allen, Orlando Julius e proprio Bombino. Lentamente, ma inesorabilmente, il tuareg con la Stratocaster si è fatto largo nel mondo della musica con la sua musica che conteneva sin da subito il fulcro della sua esistenza artistica.

Musicista richiestissimo dagli artisti (ha collaborato con Kanye West, Paul McCartney e con Jovanotti in Italia), richiestissimo come headliner ai festival più famosi, richiestissimo dai producer più in voga, ha cercato sempre di non giungere a compromessi e di trovare la chiave di volta capace di fondere passione musicale e radici.

Forte dei suoi testi dalla importante caratura sociale e politica, con il quinto album Bombino ha fatto il gesto più politicamente rilevante della sua carriera decidendo, conscio di aver dimostrato a tutti le sue capacità da musicista, di registrare un album tematico sulla sua terra completamente immerso nella sua terra. Bombino prende le distanze dagli Stati Uniti, non contatta Dan Auerbach per farsi produrre e torna nel suo Paese per mettere su disco in 10 giorni i suoi brani (non lo faceva da Agadez). Deran è infatti stato registrato a Casablanca in uno studio di registrazione di proprietà del re Mohamed IV. Nella sua Africa, decide di incidere un disco totalmente in lingua Tamasheq, la lingua dei tuareg (Tamasheq è anche il titolo di un brano dell’album). Tutte queste scelte non devono essere viste come dettate dalla semplice comodità o dall’amore verso il proprio Paese ma rappresentano in tutto e per tutto una scelta politica che invita tutti a far caso a ciò che viene prodotto in Africa e a non voltare lo sguardo dinanzi ai problemi sociali del suo Paese. La scelta del luogo in cui incidere ha rivestito una funzione simbolica che è sempre stata associata allo stile musicale dell’album dall’inizio della carriera del chitarrista del deserto. Nomad fu registrato a Nashville e nella patria del country è stato influenzato da quel modo di far musica legato al cantautorato e alla chitarra assoluta protagonista; la svolta verso un suono più classic rock, à la Hendrix o à la Santana, è coincisa con la registrazione di Azel, non a caso, a Woodstock.

In una magnifica inversione dei ruoli, come un esploratore, Bombino ha deciso di uscire dalla sua terra per portare il suo messaggio all’estero, farne riconoscere la fattura e ritornare a casa con un baule pieno di credibilità. Ora il chitarrista sembra dire: “Se ne volete ancora, dovete essere voi a fare il passo verso qui”. Se i mezzi convenzionali risultano facili da eludere, magari le note possono davvero attirare l’attenzione.

L’album di Bombino più intimamente legato al deserto trasuda dell’amore per la sabbia delle dune e per la cultura della sua gente in un afflato di speranza verso la pace tra i popoli e di condivisione tra culture da cui può nascere solo il meglio possibile.
Il deserto come casa, l’amore, l’identità da far crescere nell’accettazione della diversità e l’amore sono i temi che compongono i testi di Deran. Come in Azel, le tematiche sono importanti e la storia di Bombino ci impedisce di etichettarli come una scelta da neo figlio dei fiori; la terra di Bombino è una terra massacrata da conflitti, contrasti e povertà, e per questo non c’è alcuna traccia di ruffianeria nelle sue parole. Questo è ciò che costituisce l’essenza di Bombino, gli appartiene come l’abito di seta tradizionale e la sciarpa che indossa durante i live. Bombino è un tuareg e la novità della sua musica in un territorio come quello del rock, in cui l’innovazione sembra essere impossibile, sta in questo: riuscire a declinare il genere ai dettami della sua cultura poco conosciuta. Un risultato reso possibile dal virtuosismo e dai polpastrelli di Bombino (che non suona mai la sua chitarra con il plettro).

Il quinto disco di Bombino è un disco frutto di una scelta perché dinanzi alla possibilità di continuare su una falsa riga che l’avrebbe portato a percorrere una strada facile, fatta di studi di registrazione di prestigio e di producer-star, ha scelto la strada lunga e difficile del ritorno. Ma questa decisione non sorprende se inserita all’interno dei principi che Bombino con la sua musica e con il suo modo di essere ha sempre professato.

Ma allora come suona la scelta di Bombino incisa in Deran (il cui bellissimo artwork in copertina dà l’idea di un Bombino la cui forma è costituita da linee continue e tortuose simili ad antiche radici nel terreno)? Deran è un disco in pieno stile Bombino e che, in qualche modo, costituisce la summa del suo lavoro. Alla luce di questo disco, i due precedenti sembrano essere quasi delle tappe che Bombino doveva affrontare per poter giungere a uno stile compiutamente suo. Sembra aver preso il meglio delle atmosfere di Nomad e di essere riuscito perfettamente nel tentativo di coniugarle con il suo stile chitarristico impregnato di rock. I ricami, i difficilissimi passaggi armonici, gli esercizi di stile di Bombino sono piegati alla world music e sembrano quasi essere nati per questo. Le dita di Bombino creano un arabesco perfetto per decorare una trama popolare (nel senso più alto del termine). Complice la lingua, ogni sfumatura blues sembra essere figlia diretta della musica africana. Bombino riesce nella difficile arte di rendere palese il fatto che tutti i generi siano il frutto di una musica primordiale che trova la sua origine nella cultura popolare.

Le dieci tracce che compongono il disco (dai titoli scritti in tamasheq e tradotti in inglese) si aprono con Imajghane, forse la traccia più rock dell’album e la più simile a quelle che compongono Azel di cui costituisce un richiamo. Una traccia jammabile il cui riff ha aperto gli ultimi live del chitarrista. La voce “tribale” di Bombino costituisce un supporto essenziale perché possano sprigionarsi le qualità della 6 corde. Come sempre, i pezzi sembrano cuciti attorno all’armonia della chitarra e alla possibilità che Bombino ha di fare delle scorribande sul manico alternando ai temi standard delle invenzioni davvero degne di nota. In questa traccia, come in molte altre e in particolare in Tenesse, il richiamo a ritmi propri della cultura africana è dato dalle percussioni e il melange tra chitarra rock e percussioni tribali crea un mash up meraviglioso e intrigante che incuriosisce e stimola all’ascolto. Lo stile del chitarrista si articola in diversi generi: dal rock al reggae, dalla ballata al danzereccio. Le tracce scorrono tra ritmi africani e ritornelli tribali che creano un labirintico sistema musicale che appare sin da subito costruito con l’obiettivo di farci entrare in un mondo a noi lontano. Bombino, a cavallo tra nord e sud del mondo, vuole creare un ponte culturale sorretto da scale armoniche e soli potenti come quello che chiude Tehigren. Il marchio di fabbrica dello stile di Bombino, quello che con una felicissima invenzione linguistica lui stesso ha definito Tuareggae, è esplicitamente richiamato in Tenesse.

Il disco di Bombino è l’ennesima prova del suo talento e, forse, ne costituisce la sua espressione più compiuta (sebbene le già enormi innovazioni musicali portate dal chitarrista sembrano non prevedere molte altre aperture). Deran riesce bene nella sua intenzione di lanciare il messaggio che a lui sta più in assoluto a cuore attraverso una musica nuova, fresca, di facile ascolto ma, allo stesso tempo, di difficilissima esecuzione. In un periodo di grandi eroi africani, Bombino è il Mohamed Salah della musica e noi non possiamo non amare il suo spirito e la sua arte.

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