Mount Eerie – Now Only (2018)

di Valerio Di Marco

Se A Crow Looked At Me era una cruda e devastante testimonianza sulla perdita, Now Only è l’elaborazione del lutto. La morte della moglie Geneviève, avvenuta nel 2016, è stato un passaggio segnante nella vita artistica di Phil Elverum, in arte Mount Eerie, il quale è già al secondo album dedicato al trauma. Molto probabilmente, però, non solo ce ne dovremo aspettare altri che – in modo diretto o indiretto – avranno a che vedere col tema, ma si può già immaginare che a non essere più lo stesso negli anni a venire sarà l’approccio alla scrittura tout court del cantautore di Anacortes, Washington. Era tanta era l’urgenza di aggiornare il racconto, di continuare a esplorare il rapporto con il dolore e i ricordi, di proseguire l’immersione in quella strana realtà della vita senza la persona che aveva sempre avuto a fianco, che a pochi mesi di distanza il quasi quarantenne cantautore tira fuori un’altra opera disarmante per genuinità e profondità, un lavoro che rimesta nella carne viva e rivela, al di là della volontà di reazione e di non cedere all’umana tentazione di lasciarsi andare, il senso di sconforto, solitudine e vulnerabilità del protagonista.

E lo fa in modo anche inaspettato, se vogliamo. Nella title-track, per dire, la didascalica considerazione «people get cancer and die» è cantata su una melodia pop quasi sbarazzina. Perchè non c’è solo la morte. Now Only non è né vuole essere una semplice elegia funebre, bensì un album dei ricordi a tutto tondo in cui la memoria è riletta alla luce dell’evento luttuoso, ed è l’insieme di questi ricordi a definire il quadro. C’è dentro l’infanzia, le conversazioni con la madre, le emozioni provate davanti a un quadro, la poesia di Kerouac. E poi, ovviamente, i momenti vissuti con la moglie, spacchi – anche insignificanti – di vita vissuta il cui intreccio rivela contenuti profondi. Ma più di tutti c’è il presente, perché restano comunque una casa da mandare avanti e soprattutto una figlia («che non è più una bambina, ma una ragazza», canta il Nostro in Crow pt.2) da continuare a crescere da solo. Quello che non è cambiato è l’approccio del folksinger USA verso il mondo della musica: rifuggiti quasi in toto i canonici passaggi dell’industria discografica, l’ex The Microphones ha iniziato ad autoprodursi e autodistribuirsi i dischi, oltre a organizzarsi da solo i tour.

Anche qui ha fatto tutto in casa. Messo ormai da parte l’art-folk sghembo di Sauna, Elverum si è di nuovo seduto su uno sgabello, ha imbracciato l’acustica e quasi improvvisato al microfono sei brani perlopiù minimali, intimi, dagli arrangiamenti ridotti all’osso, in cui le parole – sembra scontato dirlo – hanno un peso tremendamente e drammaticamente centrale. Parole che a volte formano un racconto, altre un dialogo («I talk about you all the time, including the last days that you were alive», canta in Earth), altre un’amara constatazione. Ma non è un piangersi addosso, quanto piuttosto un’autoanalisi necessaria – seppur non sufficiente – per razionalizzare il lutto. Il buon Phil non scade mai nell’autocommiserazione e in più ha dalla sua la capacità di rendere la narrazione del dolore allo stesso tempo profonda e leggera, tragica e seducente, oltre che obliqua, inusuale, a tratti perfino ironica. E, non da ultimo, sa scrivere canzoni affascinanti ed eterne. Come la morte.


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