Jonathan Wilson – Rare Birds (2018)

di Carmine Vitale

Continua inesorabile il processo evolutivo di Jonathan Wilson dopo le prime due ottime prove Gentle Spirit (2011) e Fanfare (2013), entrambe segnate dalla giusta mescola di tradizione e sperimentazione. Il musicista originario di Forest City è riuscito infatti a condensare nella sua proposta sonora il country e il folk, il rock desertico ed echi vagamente progressive con risultati sorprendenti. A cinque anni di distanza da quest’ultimo, Wilson mostra di non aver smarrito quella voglia di sperimentalismo e sana retromania, scoprendo ancora una volta una gamma variegata di suoni che parte da una produzione britannica 80s ma che finisce per esplodere in una pasta sonora che, traccia dopo traccia, diventa sempre più stratificata.

Bypassando l’artwork tra The Sims, Second Life ed estetica vaporwave fuori tempo massimo (tra i peggiori di questo 2018), Rare Birds è straripante di magniloquenza. Un disco che sembra aver interiorizzato le esperienze in veste di producer del Nostro, impegnato appena un anno fa nella produzione di quella piccola gemma a firma Father John Misty (Pure Comedy), ospite d’onore dell’album: medesima tensione e percezione di decadenza seppur sviscerata attraverso repentini cambi di registro e differenti canovacci stilistici. Metteteci anche una collaborazione a strettissimo contatto con Roger Waters per il suo ultimo Is This the Life We Really Want? e non sarà difficile tracciare i confini entro su cui si muove questo disco, descritto da Wilson come «un bilanciamento tra i tumulti dell’anima e una musica volutamente calma e balsamica». Sì, perché se è vero che il senso di scoramento è palpabile durante l’ascolto dell’intero album, è altrettanto interessante percepire come abbia provato a domarli, questi demoni interiori: non affidandosi – come in passato – a tumultuose cavalcate elettriche à la Neil Young quanto una smaniosa ricerca di equilibrio calibrata su orme che riconducono alla leggiadria di George Harrison (There’s a Light) e all’emotività liquida dei Talk Talk (Trafalgar Square), passando per sentieri impreziositi da fragili riflessioni sull’amore e la sua natura effimera (il gioco di luci ed ombre scisso tra testualità traboccante e un pianoforte appena accennato in Sunset Boulevard).

Rare Birds è panteismo tradotto in musica, dove l’unico deus ex machina è Wilson, multi-strumentista visionario ed allucinato. Ogni singolo brano è un piccolo racconto dove a marcare la differenza sono i complessi giochi di macchina: lo sguardo volge ai Beatles (Miriam Montague), ma ama rincorrere una certa idea di pop strizzando anche l’occhio ai più recenti War on Drugs (in Living with Myself con il feat. di Lana Del Rey), e concedendosi incursioni ambient nell’eterea Loving You, questa volta accompagnato da Laraaji. Ancora una volta, dunque, l’interiorità di Wilson è dirompente e distrugge gli argini, per regalarci un inaspettato masterpiece. Dopo due album più che convincenti, il musicista americano pare aver trovato la propria dimensione, confermando la sua natura non più di promessa quanto di astro lucente nel panorama musicale contemporaneo.

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