Haley Heynderickx – I Need To Start A Garden (2018)

di Gianfranco Marmoro

Grezzo, vivace, arcaico, l’Ep autoprodotto del 2016 “Fish Eyes” metteva già in luce un talento naturale e liricamente ricco. Ora che il primo album di Haley Heynderickx è una realtà, tutto quello che era in embrione è finalmente divenuto un corpo libero, autonomo, pronto a radicarsi nella storia del cantautorato moderno con la stessa virulenza di Vashti Bunyan e l’incorruttibile austerità spirituale di Mary Margaret O’Hara, anche se le menti più giovani evocheranno, a ragione, le gesta di Angel Olsen.

La cantautrice di Portland ha sperimentato soluzioni creative diverse, prima di trovare il giusto equilibrio tra autenticità poetica e perfezione artigianale. Tre luoghi di registrazione sono stati utilizzati prima di concentrare un’identità sonora capace di mettere insieme la vulnerabilità e la forza della musicalità della Heynderickx.
Una fattoria immersa nella gelida natura e uno studio di registrazione tecnicamente ineccepibile non sono riusciti a garantire all’autrice quella spontaneità espressiva che è alla base di “I Need To Start A Garden”, solo l’effimera e temporanea esistenza di uno studio di registrazione, offerto da un amico, ha reso possibile questo pregevole esordio.

Le affinità con Mary Margaret O’Hara sono profonde, non attingono tanto alle lievi, eppur interessanti, assonanze musicali che sono percepibili nello scarno blues elettrificato di “Jo” - dedicato a un amico scomparso – o nella lunga cavalcata di “Worth It”, un’intensa ballata folk-rock che alterna delicatezze blues con grintose trame quasi grunge, mentre l’autrice discorre di egoismo e positivismo come potenziale argine alla disfatta dell’umanità. E’ invece nell’attenzione alla religione e al difficile rapporto con la civiltà contemporanea che va ricercato il comun denominatore tra le due artiste, entrambe tese alla ricerca di quella comprensione universale del proprio essere attraverso l’osservazione della natura e dell’essenza religiosa della vita.

Vespe, uccellini, alberi di fico e insetti sono protagonisti delle ballate più accorate e gentili (“The Bug Collector”), dove Haley esibisce anche un pregevole fingerpicking e radici bluegrass, mentre alle accordature stile bottleneck, ai toni solenni delle trombe e al gracile vibrato dell'autrice viene affidato il surreale incontro con il Divino nell’immaginifica “Untitled God Song”.
L’educazione religiosa e la curiosità intellettuale alimentano il tono allegorico di “I Need To Start A Garden”, dando forma a un'altra digressione stilistica nell'autoironico doo-wop di “Oom Sha La La,” dove le insicurezze emotive diventano pretesto per un'originale contaminazione sonora.

Strano a dirsi, finora ho dimenticato di sottolineare le particolarità vocali della Heynderickx, elemento rilevante nell’economia creativa dell’album, il tono è tagliente, energico, quasi un incrocio tra il timbro malinconicamente sferzante di Jeff Buckley e la cristallina asperità di Dolores O’Riordan, ma, diversamente dai due esempi succitati, qui la voce non domina mai il suono, anzi dialoga con gli strumenti (“No Face”), si agita per poi ritirarsi in un dolce deliquio (“Drinking Song”), per infine adagiarsi su lande solitarie e oscure (la malinconica ballata pianistica “Show You a Body”).

“I Need To Start A Garden” è un esordio importante e ricco di interesse, più che un racconto è un flusso di coscienza, che fa della propria vulnerabilità elemento di forza e autenticità, difficilmente ascolteremo durante quest’anno un disco così sincero come questa breve ma intensa opera prima di Haley Heynderickx.

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