Alela Diane – Cusp (2018)

di Fabio Cerbone

Nobile nel ritratto di copertina Alela Diane mostra senza indugi la sua nuova condizione di donna e soprattutto di madre, un riflesso dei contenuti che Cusp andrà a svelare nel suo svolgimento. È il disco più maturo e forse più affascinante della cantautrice rivelatasi una decina di anni fa grazie a The Pirate's Gospel. Cusp è un lavoro composto e suonato per buona parte al piano (dopo un incidente alla mano che l'ha sostretta a rinunciare per qualche mese alla chitarra), che pare avere giovato all'austera eleganza di queste ballate, rendendole classiche al primo istante. Cusp, ovvero la cuspide a cui tutto ricollega Alela Diane è quella particolare condizione tra vita e morte, fra passato e presente della propria vita nella quale si è trovata suo malgrado dopo avere dato alla luce con gravi complicazioni la secondogenita.

È dunque un album sulla maternità e più in generale sul ruolo di madre e di attaccamento agli affetti che ne derivano: se About Farewell (2013) testimoniava la fine del rapporto con l'ex marito e musicista Tom Bevitori, membro degli stessi Wild Divine con cui Alela incise l'omonimo disco del 2011, oggi Cusp è un affare ancora più personale, un resoconto familiare che pone l'accento sulle mancanze, i desideri, i legami che si creano fra madre e figlia all'interno di un percorso artistico che spesso trascina Alela Diane lontana da casa, per un tour o la stessa incisione di un album. Concepito nella solitudine dei boshi dell'Oregon, dove la Diane risiede da anni, e registrato a Portland con la partecipazione di numerosi musicisti di area indie folk come Ryan Francesconi (Joanna Newsom), Rob Burger (Iron & Wine) Luke Ydstie (Blind Pilot) e Daniel Hunt (Neko Case), il disco procede placido nelle sue melodie, dalla raffinata grazia di Albatross in apertura, fra lembi leggeri di piano e archi, al folk bucolico con tanto di flauto della dolcissima Threshold, che insieme alla successiva Moves Us Blind, dal suono avvolgente e full band, forma un sorta di trittico sull'idea del movimento e del passaggio del tempo.

Più intrinsecamente legate al tema centrale del disco sono la toccante disamina di Emigré, racconto della tragica condizione delle madri dei riugiati e di ogni bambino migrante, mentre Never Easy pone sotto la lente di ingrandimento del songwriting di Alela Diane il rapporto con la sua stessa madre e infine la profonda Song for Sandy evoca la figura di Sandy Denny (Fairport Convention) e la sua drammatica scomparsa (a soli trent'anni), manifestando affetto per la figlia rimasta orfana. Argomenti densi, una maturità nei testi che può lasciare quasi spiazzati e intimoriti, ma Alela Diane li affronta con una classe sopraffina, mantenendo la bussola di un suono coerente: è una forma adulta e delicata di folk pop quella intrapresa in Cusp, che chiede tempo e disposizione d'animo all'ascoltatore e soltanto allora svelerà tutta la bellezza delle melodie di Ether & Wood e So Tired, così come del canto stesso di Alela Diane e delle semplici, limpide figure ricavate al pianoforte.

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