Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads (2018)

di Gianfranco Callieri

Si è scelta un compito non facile Mary Gauthier, e cioè quello di comporre le undici canzoni di questo nuovo Rifles & Rosary Beads - il nono album di studio del suo percorso artistico - avvalendosi della collaborazione di anonimi veterani di guerra, per l'occasione convinti dalla cantautrice di New Orleans a mettere in musica e parole, senza mai averlo fatto prima, le piaghe della vita e i ricordi dei conflitti, l'esperienza sul campo di battaglia e le dolorose appendici umane riportate a casa, l'indifferenza della politica, la paura di fronte alla morte e altre "bazzecole" purtroppo comuni a ogni confronto bellico.

Benché l'atto creativo di esplorare la propria coscienza e di ricostruire le macerie umane della vita di tutti i giorni con la forza di una canzone d'autore onesta e diretta appartenga, da sempre, agli esiti migliori della discografia della titolare, la volontà di allargare la prospettiva dalla dimensione individuale a un'ottica collettiva e comunitaria deve aver comportato qualche problema in più (etico, certo, ma non solo) e questo, forse, spiega in parte perché, di tanto in tanto, nella scaletta dell'opera le melodie s'incartino, il fraseggio si faccia legnoso, lo sviluppo dei brani paia soffrire un qualche affaticamento e i testi stessi possano sembrare, rispetto al passato anche recente, meno immediati e taglienti. Se infatti già il precedente Trouble And Love, uscito ormai quattro anni fa, suonava come una specie di cristallizzazione del linguaggio sin lì adottato da Gauthier, ossia un lento, dolente e trasognato composto di country al rallentatore, cupe atmosfere folk-rock, spettrali risonanze blues e speziature provenienti dai territori cajun della Louisiana, Rifles & Rosary Beads può risultare, in prima battuta, ancor più monocorde e risaputo nella sua ricorrente contrapposizione tra liriche estremamente drammatiche e sonorità in cui il primato tradizionalista, affidato ai rintocchi di pochi e affilati strumenti, viene ribadito senza tradire nemmeno per un istante la consueta espressività elettroacustica dell'autrice.

Eppure, essendo il lavoro, prima di tutto, una questione domestica; essendolo per il profondo coinvolgimento emotivo di Gauthier e per la decisione di esplorare cosa significhi fare ritorno alla vita civile dopo aver sperimentato la realtà della guerra (come dice l'iniziale Soldiering On, "Quello che ti salva in battaglia / Può ucciderti a casa"), occorre dare ai suoi elementi più segreti e riposti il tempo di sedimentare ascolto dopo ascolto. Solo così i ritmi marziali della prima parte e quelli più distesi della seconda, il country-blues elettrico di I Got You Six e il gospel celestiale di The War After The War, le cicatrici dell'armonica nel folk-rock stupendo della magistrale Still On The Ride e le tastiere discrete della raccolta Bullet Holes In The Sky, il countreggiare malinconico dell'intensa title-track e l'incedere quasi soul della devastante Iraq sapranno spogliarsi del loro carattere episodico per assumere, ancora una volta, la ricchezza della testimonianza e della condivisione.

La franchezza con cui Mary Gauthier continua a raccontare di traumi e fantasmi, stavolta di una nazione intera anziché individuali, trascende le regole di genere per imporsi alla stregua di una riflessione sentita, e universale, sui dubbi, le debolezze e le fatiche di un'umanità perdente e angosciata. La quale non mancherà di riconoscersi in queste nuove canzoni, sempre a un passo dalla maniera, eppure sempre in grado di schivarla proprio in virtù della loro limpida semplicità.

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