Calexico – The Thread That Keeps Us (2018)

di Giuliano Delli Paoli

Registrato in una casa gigantesca nel nord della California costruita in legno con materiali recuperati da un cantiere navale, “The Thread That Keeps Us” è il nono album in studio degli storici Calexico, formazione guidata dal duo Convertino/Burns, e segue l’apprezzato “Edge Of The Sun” di tre anni fa. La casa, denominata Panoramic House, è stata ribattezzata dalla band come “nave fantasma”. Un luogo particolare, che esplica la politica dei Calexico, l’approccio artistico, umano e sociale che da sempre contraddistingue la loro musica. Nel corso degli anni, Convertino e Burns non sono stati fermi un attimo, e hanno sempre viaggiato, suonato, conosciuto persone nuove e collaborato con i musicisti più svariati. Il loro modo di intendere la vita è complementare e intrinsecamente legato alla musica, alla voglia di suonare ed esibirsi sempre, comunque e ovunque.

A differenza dei lavori precedenti, stavolta i risvolti politici dei loro testi si nascondono dietro la narrazione di vicende umane diversissime tra loro. Sono indignati, i Calexico. Indignati per come si sono messe le cose negli States dopo le ultime elezioni presidenziali. Ma non solo. Sono tremendamente spaventati dagli eventi climatici, dalla reiterazione secolare di drammi come il razzismo. Insomma, per quanto concerne l’interpretazione squisitamente politica in questo loro nono disco, ce n’è davvero per tutti i gusti, e spunta perenne l’eterno contrasto tra la luce e il buio, la speranza e la paura.
L’album presenta soluzioni talvolta non proprio in linea con le armoniche morriconiane e mariachi del passato. Si prenda ad esempio l’introduttiva “End Of The World With You”, con tanto di refrain alla Built To Spill, mentre la pulsazione elettronica in modalità giocattolo di “Under The Wheels” associata alla solita cadenza gipsy tende a non esaltare particolarmente, risultando scontata e prevedibile nonostante la volontà di partenza di provare a mescolare le carte. Molto meglio la strada intrapresa nel passo funky più cupo e “noir” di “Another Space”, o nel rock graffiante e bluesy di “Dead In The Water”.

Certo, non sono queste le “novità” da decantare. E se raffrontiamo il tutto con l'efficacia delle sonorità del passato, la sterzata appare debole, non del tutto convincente. Le cose cambiano al meglio quando i due tornano nelle loro polverose corsie preferenziali, tra la California e il Messico, il deserto e i saloon, come accade nella tradizionale “Flores Y Tamales”. Nel finale c’è tempo anche per una ballad melanconica come “Thrown To The Wild” e un’incantevole perlina acustica quale “Musical Box”, che innalzano la bontà di un album a tratti anche apprezzabile, equilibrato. Un lavoro degno per metà della storia luminosa di una band che continua a spostarsi in lungo e in largo, e che sembra non avvertire fatica, perennemente spinta da un insaziabile desiderio di umana interazione.

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