The Weather Station – The Weather Station (2017)

di Gianfranco Marmoro

Per Tamara Lindeman l'affinità stilistica e vocale con Joni Mitchell è stato spesso un fardello ingombrante, al punto da confondere chi, indugiando sull'impatto generale della sua musica, non è stato messo nelle condizioni di coglierne il talento.
Ai più attenti non è invece sfuggita quell'attitudine lirica essenziale e più tipicamente rock'n'roll che ha contrassegnato la costante crescita della musicista e autrice canadese. Siglando il quarto album semplicemente con il nome della sua band, The Weather Station, la Lindeman crea uno spartiacque ben preciso con il passato, accentuando il tono spigoloso e minimale delle canzoni, incrociandolo con arrangiamenti raffinati che non rinunciano a un sapiente uso dell'orchestra.

Mentre per il precedente "Loyalty" l'autrice aveva scelto gli studi francesi di La Frette, per il nuovo disco è ritornata a registrare in patria negli studi Hotel2Tango di Montreal, chiamando a sé musicisti del calibro di Ben Whiteley (Basia Bulat, New Country Rehab), Don Kerr (Rheostatics, Communism) e Will Kidman (Constantines).
La scrittura è sempre più limpida, quasi cristallina, il tono introspettivo e psicologico è sempre ricco di pregevoli sfumature, i testi sono dei brevi racconti, spesso assimilabili alla miglior narrativa americana. D'altro canto, gli arrangiamenti semplificano l'architettura delle canzoni, che affidano il loro fascino alla voce della Lindeman e a un complesso patrimonio lirico.

Alle delicate ballate folk inebriate da eccellenti sonorità orchestrali "Free" e "You And I (On The Other Side Of The World)" spetta il compito di consolidare il legame con il precedente album, accantonando così le similitudini con Joni Mitchell e aprendo le porte a sonorità più robuste e graffianti. Il carattere delle restanti canzoni è infatti più avventuroso, la voce spesso dialoga con gli strumenti creando suggestioni inconsuete e originali.
Accade così che Tamara duetti con il wurlitzer nel pregevole uptempo di "Impossible", evocando Mary Margaret O'Hara e Ane Brun, oppure si confronti con il flauto di Ryan Driver nell'ipnotico talking-blues di "Power", anche se le compagne ideali del canto restano le grintose sonorità della chitarra elettrica, che spesso tagliano in due la forza emotiva delle canzoni, rendendole introspettive anche quando suonano sgarbate ("Thirty") o scostanti ("Complicit").

Che a essere protagoniste delle canzoni siano le chitarre e le percussioni ("Kept It All To Myself"), o il piano e gli archi ("I Don't Know What To Say", "The Most Dangerous Thing About You") non ha importanza: la profondità spirituale è sempre forte, intensa. Grazie poi al tessuto lirico quasi letterario, che rifugge lo schema tipico del folk-pop, l'asse di riferimento creativo si sposta ulteriormente dalla succitata Joni al Bill Callahan degli esordi. Ed è per questa ragione che nonostante le raffinate trame sonore (il valzer di "Black Flies"), a emergere è sempre la forza della voce e quindi della parola, in particolare nei due brani che rasentano la perfetta sinergia tra musica, arrangiamento e interpretazione (la già citata "Kept It All To Myself" e "In An Hour"), dove l'autrice raggiunge stati emotivi più profondi, scavando sottopelle e lasciando fluire l'immaginazione.

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