21 luglio 2017

Rage Against The Machine - Omonimo (1992)

Ha detto Tom Morello: «Le belle canzoni ti fanno battere il piede e ti mettono voglia di vedere le tua ragazza. Le grandi canzoni distruggono le auto dei poliziotti e mettono a ferro e fuoco le periferie. Sono solo interessato a scrivere grandi canzoni». Paradossale ed esagerata, l'affermazione dice qualcosa di vero e di giusto. Le grandi canzoni hanno sempre un significato politico (come tutto il resto, d'altra parte): ce l'ha, cerca disperatamente di averlo, tutto quanto fanno i Rage Against The Machine. Soprattutto, ce l'ha il suono che il gruppo ha inventato - non da solo, è ovvio — all'inizio degli anni Novanta, quando è ormai evidente che l'hip hop ha cambiato molte carte sulla tavola della musica. Quando nel 1991 il virtuoso della chitarra incontra il poeta-rapper-attivista Zack De La Rocha a Los Angeles, per esempio, è possibile immaginare un gruppo che suoni come una band hardcore e che abbia per vocalist un dicitore energico e ritmico (certo non un cantante) come un rapper. E possibile pensare di registrare un album di grande forza e di ancora pili grande impatto sonoro «senza campionamenti, tastiere o sintetizzatori», come verrà scritto sul primo album dei Rage Against The Machine, in parte per ideologia, in parte per reazione alla musica che si fa oggi e che verrà spazzata via dal grunge. Del quale in qualche modo i RATM sono parenti, anche se non strettissimi, diciamo lontani cugini. Chi gli è vicino, chi li ha generati è invece l'ala pif politicizzata e moralista del movimento hardcore, attestata su posizioni di sinistra estrema e su una disciplina di vita quasi monastica che non ammette concessioni. Per se stessi, loro ammettono peraltro la concessione pili grave, cioè la firma con una multinazionale (nel caso, la Epic del gruppo Sony Music): De La Rocha e compagni si giustificano dicendo di aver avuto garanzie di libertà creativa assoluta. Il che deve essere vero, almeno per quanto riguarda l'album di esordio: nulla sembra condizionarli né fermarli, né per quanto riguarda i testi — secchi come slogan, ma quasi sempre di notevole qualità — di De La Rocha, né per quanto concerne la miscela musicale. A differenza di molti loro ispiratori, i RATM suonano alla grande e l'album sembra rappresentare bene una carica di suono che dal vivo spesso è devastante. Non che si incendino le auto della polizia e vadano a fuoco le periferie, però insomma...

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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