Colter Wall – Colter Wall (2017)

di Fabio Cerbone

Scorgi in lontananza la polvere alzata dagli zoccoli del cavallo, l'ombra solitaria che entra nel villaggio, gli stivali che toccano terra, il volto scavato e stanco per l'interminabile viaggio, la ricerca del primo saloon nei paraggi. Intuisci che sta per succedere qualcosa e che la vita di quel posto non sarà più la stessa. Sceneggiatura classica, tutti i cliché compresi, America immaginata, e la voce di Colter Wall a fare da colonna sonora, magari di un western crepuscolare girato da Sam Peckinpah. Anche il nome sembra avere un destino segnato: non ve lo immaginate già stampato su qualche manifesto, vivo o morto? I conti tornano fino a un cetto punto, perché Colter Wall arriva dalle grandi pianure del Saskatchewan, Canada e non bazzica la Death Valley, ha soltanto 21 anni e non ha mai conosciuto l'epopea d'oro né del cinema western, né della country music.

Possiede però una voce profonda che pare arrivare da un altro tempo, invecchiata nelle botti di whiskey, un baritono alla Johny Cash che incontra la desolazione di Townes Van Zandt e gli orizzonti da outlaw di Waylon Jennings. Il fascino dell'omonimo esordio - dopo un ep nel 2015 intitolato Imaginary Appalachian e una canzone in particolare, Sleeping On The Blacktop, finita direttamente nella sountrack del fortunato 'Hell or High Water' con Jeff Bridges - è tutto racchiuso in questa essenza scarna da dura frontiera, un suono asciutto ed epico al tempo stesso che dall'apertura di Thirteen Silver Dollars affronta un sentiero buio e tempestoso, dove murder ballad e spietate canzoni d'amore, romanticismo da fuorilegge e racconti da provetto folksinger si alternano mantenendo al centro la figura di Colter Wall e la sua narrazione. Il fantasma di Townes Van Zandt aleggia dappertutto, quanto meno a livello stilistico: tra una Codeine Dream che rimanda indirettamente al classico Waiting Around to Die e la cover di Snake Mountain Blues, per non dire di Fraulein, dolce walzer country che Townes incise sul capolavoro The Late Great Townes Van Zandt.

L'enigmatica poesia dei testi di Van Zandt, la loro dura eppure sensibile cronaca non è tuttavia la stessa e qui di Pancho & Lefty non ne scorgiamo ancora, ma il bianco e nero di Kate McCannon e la tenera seranata da hobo di Transcendent Ramblin' Railroad Blues sono ballate che non passano indiferrenti, lasciando stupiti per la maturità di un ragazzo di poco più di vent'anni. Dave Cobb, produttore ormai in prima linea nel nuovo tradizionalismo a Nashville, ha intuito la seduzione di Colter Wall e la potenza del suo canto, costruendo un disco di silenzi e soffi acustici: un piano (come nel dondolio agrodolce di You Look To Yours), una steel guitar (Me and Big Dave), qualche timidissimo accenno ritmico (dal vivo spesso è il solo Colter Wall ad accompagnarsi con grancassa e chitarra) è tutto ciò che occorre per costruire l'ossatura del disco.

E di ossa dovremmo ben parlare per descrivere questi brani, che ricordano le intuizioni di Willie Nelson quando a metà anni settanta sconvolse Nashville portando il suo 'Red Headed Stranger' all'attenzione di un nuovo pubblico. Quarant'anni dopo Colter Wall prova a inserirsi in quel solco, al momento con qualche luogo comune nel songwriting, dovuto anche all'inesperienza, ma prendendo dignitosamente posto al fianco di Chris Stapleton, Brent Cobb, Sturgill Simpson e tutti gli altri giovani cavalieri dalle lunghe ombre che stanno entrando in città. Buona fortuna.

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