21 febbraio 2016

Traffic - John Barleycorn Must Die (1970)

Steve Winwood ha 22 anni, ma già tre gruppi alle spalle. Al primo, lo Spencer Davis Group, a cui contribuisce quindicenne regala l'unico momento memorabile (Gimme Some Lovin', 1967) di un'esistenza breve e intensa; il secondo, Blind Faith, pubblica un album bello e importante (Blind Faith, 1969) prima che il chitarrista solista, e cioè Eric Clapton, scelga di impiegare altrove la sua venerata «manolenta». Il terzo si chiama Traffic: quando si chiudono gli anni Sessanta, è proprio Winwood che ne decreta la fine. Come tutti, in Gran Bretagna, anche lui sa che è giunto il momento del suo primo, attesissimo, album solista, per dimostrare che il ragazzo prodigio è diventato grande. Lui, infatti, pensa a un album da solista assoluto, in ogni senso. Nel febbraio del 1970 entra in studio con il produttore Guy Stevens per registrare un disco in cui lui è autore dei brani, suona tutti gli strumenti, canta (poco, è un rock molto disteso, il suo, quasi jazzato nello sviluppo degli assoli, quasi progressive nelle sonorità di tastiere e organi), fa tutto da sé, insomma. Ma quasi subito — su nastro ci sono solo due tracce — si vede costretto a tornare sui suoi passi, a chiedere aiuto al boss dell'etichetta Chris Blackwell, che figurerà come produttore, e a convocare in studio i vecchi compari Jim Capaldi, alla batteria, e Chris Wood, che suona il sax e che da sempre caratterizza profondamente il suono dei Traffic. Poco alla volta, forse anche al di là delle intenzioni di Winwood, la band cosí rinasce: l'album che uscirà in estate sarà insieme profondamente suo, eppure inestricabilmente espressione del gruppo che si è cucito addosso. In una scena musicale come quella britannica, che sta imparando a fare a meno dei Beatles, i Traffic sono un piccolo enigma non facile da decifrare. Dalla fusion tra jazz e rock che proprio ora sta nascendo hanno imparato a dare libero sfogo alle improvvisazioni e agli stacchi strumentali; dal folk rock hanno preso il gusto per i suoni acustici; dal progressive il desiderio di superare i limiti (di durata, di sviluppo, di struttura) della forma-canzone. Se a questo si aggiunge l'amore per il rhythm and blues di cui Winwood ha sempre dato prova, ecco che ci si avvicina a ciò che sono i Traffic: un esperimento di contaminazione in anticipo sui tempi, una promessa che il rock'n'roll tenterà di mantenere nel decennio che inizia. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

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