19 luglio 2014

Foals - Holy Fire (2013)

di Francesco Giordani

I Foals sono senza dubbio, tra tutti i giovani gruppi inglesi emersi nell'ultimo decennio, una delle realtà più caratteristiche e naturalmente dotate di estro. Il quintetto capeggiato dal visionario Yannis Philippakis ha tradito sin dai singolarissimi esordi una spiccata personalità e un gusto tutto suo, quasi sempre encomiabile, per una sperimentazione aperta e completamente libera nelle intenzioni, “a tutto campo”, per così dire. Dopo il fulminante minimalismo di “Antidotes”, tutto sincopi math e ipnotiche dissimetrie avant-pop, la band oxfordiana è approdata alla definizione “classica” dell'opus magnum “Total Life Forever”, un lavoro di notevole impegno realizzativo, volutamente monumentale e atteggiato nelle sue movenze, spesso all'insegna di un sofisticatissimo “tropical-prog” (auto-definizione coniata dalla stessa band), innervato di complesse trame architettoniche e vertiginosi slanci neo-romantici.

L'ombra lunga del vecchio (e comunque bellissimo) disco si distende fino a lambire il nuovo “Holy Fire”, terzo capitolo costato agli inglesi una gestazione lunga e molto composita, maturata tra Australia (dove il gruppo ha lavorato per un certo periodo al fianco degli amici The Lost Valentinos), passando poi per la natia Oxford e infine Londra, al fianco di produttori di gran risma come Flood e Alan Moulder. Malgrado le peripezie geografiche, “Holy Fire” si presenta all'ascolto come un album compatto e coeso, dominato soprattutto dalla volontà della band di imprimere alla propria vena magmatica una misura, una nitidezza e una lievità ancora più sottili, a tratti assolute.

Dopo la sontuosa apertura strumentale del “Prelude”, le sventagliate math-funk rifluiscono gradualmente e si dispongono nella perfetta sintassi di “Inhaler”, singolo di razza, da grande band, con artigliata quasi Jane's Addiction nel ritornello, che mette bene in evidenza la sottilissima perizia tecnica (apprezzabile soprattutto dal vivo) del gruppo, spesso ai limiti del preziosismo strumentale, così come la sua grande maestria nell'intessere arazzi ritmici di labirintica complessità (da seguire la coda del pezzo, quasi mutant-disco). Per le contigue “My Number”, “Out Of The Woods”, la suprema “Providence” (piccolo arabesco crimsoniano) ed “Everytime” (tra le cose migliori) valgono le medesime osservazioni: dinamiche fluide, cromature scintillanti, melodie sinuose, ben tornite, al servizio di organismi ritmici che respirano nella loro ordinatissima circolarità, a cavallo tra paradossi wyattiani, intellettualismo a-là Talk Talk e fisime prog-funk obliquamente danzerecce.

A scalfire in parte la compiutezza e la perfezione stilistica del lavoro, ad ogni modo riuscito nel suo complesso, sono probabilmente le troppe ballate d'atmosfera, i pezzi mid-tempo, che cercano di riproporre (senza tuttavia mai replicare qualitativamente) i fasti delle vecchie “Spanish Sahara” o “This Orient”. Lo strenuo acquerellismo di “Bad Habit”, “Late Night” e “Stepson” finisce così con il diluire oltre il dovuto la tensione esecutiva, smorzando gli equilibri dell'insieme. Curioso comunque l'esperimento simil-ambient dell'impalpabile “Moon”, vera e propria camera di decompressione finale.

Al netto delle ultime considerazioni, “Holy Fire” rimane comunque un disco rotondo e pieno, al tempo stesso aereo e vigoroso, impreziosito da una lussuosa produzione che sa esaltarsi in un gesto elegante e deciso e che riconferma, se ce n'era il bisogno, tutta la bontà dei Foals, rilanciandone le ambizioni per i giorni ancora a venire. (4/5 voto mio)

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