Bonnie Prince Billy - We Are Together Again (2026)

di Stefano Solventi

Sono più di trent’anni che Will Oldham distilla la sua personale idea folk declinata al presente. Sulle prime – agendo come Palace Brothers e Palace – rivestendolo con una buccia scabra di ascendenza post-, una specie di esoscheletro spettrale col quale sembrava voler dare corpo al bisogno di recidere quelle stesse radici a cui ostinatamente si rifaceva, scavandosi la terra sotto i piedi, quasi a ribadire la spettrificazione del passato nel momento stesso in cui il passato iniziava a rovesciarsi sul mondo in maniera vasta e sistematica, di nostalgia in nostalgia, revival dopo revival, ristampa dopo ristampa.

Nelle canzoni di Oldham a cavallo tra i due secoli, a quel punto già ribattezzatosi Bonnie “Prince” Billy, potevi avvertire il rimbombo cupo di un’epoca morente, ovvero la forma sonora del vuoto che albergava al centro stesso della cosiddetta retromania: come se quel suonare e quel cantare accadessero a pochi passi dalla propria dissolvenza, così vicino a una qualche forma di estinzione da sentirne l’odore. 

Quindi, un album via l’altro, lo abbiamo ascoltato recuperare sostanza e densità della tradizione, riesumandola ma senza farne un vessillo, anzi collocandosi in posizione defilata, adottando lo sguardo di chi annusa le impronte e ricostruisce i percorsi più tortuosi del malanimo. Si sono succeduti dischi che sgranavano rosari di canzoni ora briose e ora funeree, ossute e a tratti grottesche, attraversate a vario titolo da una strana grammatica di desolazione che col tempo è sembrata rientrare del tutto o quasi nella zona di comfort del cantautorato folk, seppure filtrato attraverso una sensibilità che per farla breve potremmo definire “alternativa”. Eppure, non è mai sembrata una normalizzazione: della provenienza e del percorso non si è mai smesso di avvertire una traccia sensibile, la vibrazione cupa, il rumore grigio di fondo. 

Oggi le canzoni di Oldham sono manifestazioni di fragilità indomita, barchette di carta che attraversano la burrasca immobile del presente col loro carico di poesia sghemba eppure lancinante, portatrici sane di tradizione frusta e indolenzita, di un monito strisciante. La sua è una calligrafia intensa e al tempo stesso schiva, gettata nel cuore arido di un mondo che non può fare a meno di abitare così come di spargere spore di umanità residua, mentre intorno le prospettive virano al cupo, sul punto di farsi inghiottire da un destino spietato.

Insomma, dopo una trentina di album il rischio di cadere nella soffice trappola del canone è assai alto, non potrebbe essere diversamente. Oldham lo sa, e non fa nulla per evitarlo: anzi, in questo We Are Together Again si affida alle consuete strutture e al solito passo da cantastorie crepuscolare, col contorno di arrangiamenti orchestrali suadenti ma sobri, volatili e calorosi. Un quartetto d’archi, sassofono, flauto, clarinetto, tuba, fisarmonica, quanto basta per spargere polverina magica e far levitare queste dieci ballate più o meno tese, variamente fragranti, attraversate da uno stesso senso di abbandono eppure sostenute dalla determinazione calda di chi sa aggrapparsi a quel po’ di splendore che pur sempre rimane nel setaccio dei giorni.

La scaletta si apre con la ninna nanna per adulti di Why Is The Lion? – sax e archi e incorniciare un valzer lento solenne – e si chiude con una Bride Of The Lion (qui ci sarebbe da riflettere sul portato simbolico del leone, ma soprassediamo) il cui passo crudo e spiovente ricorda la cupezza senza scampo di Jason Molina, mentre i cori fiammeggiano gotici e la chitarra acustica lascia gradualmente il proscenio a un’elettricità granulosa. In mezzo, la manopola viene regolata su vari livelli di impollinazione tra folk e chamber pop (la fragranza languida di Hey Little, cantata a due voci con l’ottima Catherine Irwin, il sortilegio dalle vaghe ascendenze Canterbury di Life Is A Scary Horse), su rarefazioni da Laurel Canyon in fregola jazzy  (la vaporosa e inquietante Davey Dead), sulla linea di confine tra country e umori latini (l’estro mariachi nello sfarfallare bandistico di Vietnam Sunshine).

In questa trama che ipnotizza con una strategia di fascinazione discreta capace di svelare con gli ascolti dettagli e densità, spicca il folk accorato di They Keep Trying to Find You col suo groviglio d’inquietudine che si snoda tra ghirigori di flauto e clarinetto, fermentando senso di assedio emotivo sul punto di rovesciarsi in paranoia (“They keep trying to find you and you run away/With your hands over your eyes and your mouth open wide”), tanto che una bella fragranza di fisarmonica non produce alcun conforto ma semmai ne ribadisce per contrasto la china angosciosa.

È quindi il Principe Billy che potevamo aspettarci, certo, ma al tempo stesso è altro, come un’immagine impressa nella retina che nel frattempo si è leggermente spostata, mutando postura ed espressione di quel poco da sbilanciare la trottola delle aspettative. Questo suo nuovo disco è canonico, sì, nulla negli elementi che lo compongono e nel modo in cui vengono combinati esce dal perimetro di ciò che potremmo definire tradizione: eppure suona come se fosse annidato nel presente, illuminando zone profonde con l’unico linguaggio adatto a raggiungerle e rappresentarle.

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