The Band - Music From The Big Pink (1968)

 L'ultimo della panoramica ottobrina di dischi legati ad un luogo stavolta è un elegia ad un posto creativo, precisamente ad una casa. Perchè è in una casa famosa della storia del rock che sono nate cose davvero notevoli. Tutto inizia quando a metà degli anni '60, dopo la svolta elettrica, Bob Dylan ha in programma un tour mondiale, siamo nel 1966. Tramite John Hammond Jr, bluesman che suonerà nei suoi dischi di svolta, contatta una band metà canadese e metà statunitense che si era fatta le ossa come backing band di Ronnie Hawkins, chiamandosi The Hawks, e poi suonando con lo stesso Hammond. Ne fanno parte Robbie Robertson, Garth Hudson, Richard Manuel e Levon Helm. Con Dylan è subito sintonia: Robertson suona in Blonde On Blonde, poi partono come gruppo di Dylan per il leggendario tour del 1966 che toccherà tutti gli Stati Uniti, Il Canada, l'Europa e l'Australia. Nel luglio di quell'anno Dylan ha il misterioso e "fondamentale" incidente motociclistico:  Dylan si ritira nella sua villa di campagna di Woodstock (si, proprio la zona dove pochi anni dopo ci sarà l'immenso concerto), Danko prende in affitto una casa vicina, al 56 Parnassus Lane di West Saugerties, New York, dove Dylan e i musicisti si ritrovano nel grande scantinato, trasformato in sala di registrazione, provando e suonando tutto quello che vogliono. Da quelle sessioni leggendarie, tra il 1966 e il 1967, nasceranno i Basement Tapes, usciti però solo nel 1975 ma per anni miniera di canzoni che Dylan regalerà ai suoi amici musicisti, e soprattutto le registrazioni pirata di quelle sessioni furono il primo "bootleg" della storia del rock, dal nome magnifico di The Great White Wonder. Ed è durante quell'immersione di suoni della tradizioni tra cover, spuntatine di jazz, folk, blues e idee dylaniane che si forma il suono, unico e distintivo, del gruppo, che a questo punto voleva cambiare nome: si proposero nomi come The Crackers, che nello slang statunitense è un epiteto razzista ai bianchi, vietato dalla casa editrice Columbia che Albert Grossman, il manager di Dylan, aveva spinto a prendere questi ragazzi. Tuttavia Roberston pensò una cosa: durante i concerti nessuno conosceva il nome degli Hawks insieme a Dylan, tanto che spesso venivano chiamati solo come "the band", e quindi decisero di chiamarsi semplicemente The Band.

Tra gli anni in cui sono stati attivi, dal 1968 e il 1975, sono stati una delle meraviglie della musica, studiati e amati come i Beatles, i Rolling Stones o i Led Zeppelin. Sin dal primo disco, che uscirà nel 1968, mostreranno la loro maestosa, ricca, a tratti caotica amalgama di stili e influenze quasi a raccogliere una rassegna sulle radici della musica americana. Il disco è per questo una dedica a quello scantinato e a quell'atmosfera. La casa che Danko affittò infatti aveva una caratteristica: era dipinta di rosa, tanto che per tutti loro era Big Pink. E da qui il titolo del disco: Music From The Big Pink.

Registrato insieme a John Simon negli studi A&R di New York e ai Capitol di Los Angeles con il preciso obiettivo di suonare "come suonavamo nello scantinato", Music from Big Pink prende da quelle atmosfere e parla di  famiglia, di fede e di vita rurale permeandone i valori di incertezza. Alcune canzoni affrontavano il tema del declino delle istituzioni. La voce che diventerà un marchio di fabbrica di Richard Manuel conferisce all'album gran parte del suo aspetto inquietante, mentre lo stile grezzo di Rick Danko e Levon Helm rafforza il fervore rustico dei brani. Lo strumento dominante è l'organo di Garth Hudson, mentre l'insolito lavoro di chitarra di Robbie Robertson, con una quasi totale assenza di assoli, destabilizza ulteriormente il suono. In scaletta gioielli meravigliosi ed imperituri: Tears Of Rage, scritta anche da Dylan, con echi shakespiriani (per i riferimenti di Dylan al Re Lear) è una canzone sulla conseguenze della guerra in Vietnam; We Can Talk per la prima volta le tre voce di Manuel, Helm e Danko insieme, cosa che diventerà un marchio di fabbrica della ditta; Chest Fever di Robertson ha un intro meraviglioso all'organo di Hudson, divenuto proverbiale; ci sono altre due brani con Dylan, leggendari, This Wheel's On Fire e la storica I Shall Be Released, che diventerà uno degli inni per le battaglie dei diritti civili, umanitari e politici in tutto il mondo. Ma la canzone simbolo del disco, e dei nostri quattro grandi musicisti, è The Weight: scritta in prima persona, racconta l'arrivo, la visita e la partenza di un viaggiatore da una città chiamata Nazareth, in cui l'amica del viaggiatore, Fanny, gli chiede di andare a trovare alcuni dei suoi amici e di porgere loro i suoi saluti. A ogni incontro, però, il viaggiatore torna con più favori da fare, e quei favori diventano ancora più favori, finché il peso di così tanti impegni inaspettati lo spinge a prendere la sua borsa e lasciare definitivamente la città per tornare da Fanny. I cantanti, guidati da Helm, raccontano gli incontri del viaggiatore con la gente del posto dal punto di vista di un sudista americano della Bible Belt, come lo stesso Helm, originario dell'Arkansas rurale. Dal primo verso "I pulled into Nazareth, was feeling 'bout half past dead" un gruppo di ragazzi scozzesi fonderà nel nello stesso anno un gruppo rock, i Nazareth appunto.

Il disco, trainato dall'interesse per il "redivivo" Dylan (che regalerà ai ragazzi il dipinto in copertina, la pittura è un'altra delle sue passioni), all'inizio era considerato per quello, ma con il passare del tempo vivrà di vita propria grazie alle qualità che caratterizzano il gruppo: un disco di roots music in anticipo di venti anni, con armonie vocali che faranno scuola (per quanto tutt'altro che "cristalline", ma talmente potenti ed affascinanti che compensano), con una divisione equa e meravigliosa dei compiti dei musicisti, che dimostreranno nel corso delle loro carriere la loro superba levatura. Messe insieme tutte queste cose, forse nome più azzeccato non c'era di The Band.

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