Across The Borderline - Ry Cooder (1987)

 Tra gli artisti più geniali ed eclettici che gli Stati Uniti abbiano espresso negli ultimi decenni, Ryland Peter Cooder da Santa Monica ha saputo fondere le innumerevoli tradizioni musicali della sua terra in uno stile originale e delizioso, in grado di farsi continuatore dei suoni dei padri e al contempo pietra di paragone per nuovi percorsi. Quando aveva soltanto 13 anni, avvicinava timidamente i cantanti blues o i maestri della chitarra fingerpicking per carpirne i segreti. «Ogni volta che arrivava in città un buon musicista, compravo un biglietto di prima fila e non staccavo gli occhi dallo strumento. L'indomani andavo a bussare alla sua camera d'albergo, gli mettevo in mano un biglietto da cinque dollari e lo pregavo di suonare davanti a me. Un mese dopo ero in grado di applicare il suo metodo, anche se, naturalmente, con molta meno maestria». A 16 anni, alcuni amici che si trovavano in un covo di musica folk lo costrinsero a salire sul palco a suonare. Il giovane Cooder, che proprio non ne voleva sapere di esibirsi in pubblico, non riusciva a capacitarsi degli applausi convinti del pubblico. Infiniti altri ne sono piovuti su di lui nella sua lunga parabola artistica, da parte di colleghi, registi e appassionati, che idolatrano quel timido e geniale chitarrista.
Across the Borderline è un ritratto di frontiera, il Rio Grande a un passo, la Terra Promessa a due. Struggente e dolente. Non il tipo di canzone che può piacere a Donald Trump, il tipo di canzone che piace a tutti quelli che sono cresciuti con il mito dell'America nel cuore e gli spazi aperti nella mente.

(M. Cotto - da Rock Therapy)

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