Pink Houses - John Cougar Mellencamp (1983)

 Non aveva le idee chiare. Un giorno voleva diventare un centromediano di football, un altro giorno un pugile come Sonny Liston e solo il terzo valutava l'ipotesi di essere il nuovo Elvis Presley. «Ero strano già a sei anni. Mi strappavo la maglietta e correvo da mia madre, urlando che le ragazze mi adoravano e avevano cercato di spogliarmi. La sera, invece infilavo i guantoni da boxe e andavo alla ricerca di avversari».
La carriera di centromediano fu bruciata anzitempo da un pacchetto di sigarette che sbucava gaglioffamen-te dalla tasca posteriore dei pantaloni e che provocò la rabbia dell'allenatore; quella di pugile scoraggiata dalle cicatrici che John temeva di accumulare. Rimaneva solo Elvis. In questo procedere per tentativi, «Cougar», terribile nome d'arte da cui poi si vorrà liberare una volta ottenuto il successo, ha sempre portato sulla schiena la sua brava gobba di contraddizioni. Da un lato cercava la canzone rock 'n' roll perfetta, quella che tutti volevano cantare perché la melodia era orecchiabile, come i vecchi successi dei Creedence; dall'altro ambiva a immettersi sul raccordo autostradale che ti conduceva al vecchio folk, al passato inteso come radici, alla canzone popolare che da Woody Guthrie in poi procurava lunghi brividi lungo la schiena del rock.
Pink Houses è il perfetto compromesso tra questa due visioni. Ritornello immediato, ma testi che spaccano e fanno pensare.
Non è mai stato Springsteen, ma anche al piano di sotto, ogni tanto, si ascolta buona musica.

(M. Cotto - da Rock Therapy)

 

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