Blur - The Magic Whip (2015)
E nasce una certa armonia, tanto che viene organizzato un tour in Oriente. Tra le tappe principali, il Tokyo Rocks Music del maggio 2013, manifestazione che senza nessun motivo comunicato (misterioso anche a distanza di anni) venne cancellata, costringendo la band a 5 giorni di pausa a Hong Kong. Dove si ritrovano in studio di registrazione, chiamato The Matrix, dove suonano per ore intere sia brani meno noti del loro repertorio sia jam improvvisate. Da lì però nascono nuove idee, nuove canzoni. La band dopo l'ultima tappa del Tour, a Jakarta, si lascia con l'intenzione di riprovarci. Albarn si occupa dei testi, Coxon chiama il loro storico produttore, Stephen Street, e inizia a lavorare sul materiale di quelle sedute. E quasi nello stupore generale, dopo uno scoop del The Sun che anticipa la copertina del loro nuovo disco dopo 12 anni, i Blur pubblicano un nuovo lavoro.
The Magic Whip viene pubblicato nell'Aprile del 2015 e ha un gelato in copertina e il nome della band e il titolo in cinese, il tutto nello stile delle insegne al neon, opera di Tony Hunt. The Magic Whip ha la capacità rara di sembrare un disco una continuazione, non un ritorno. Sebbene Albarn riparta da quello che ha fatto con Everyday Robots del 2014 e con il suo progetto noir del 2007 The Good, The Bad & The Queen, la musica che esperime non appartiene a Damon, bensì ai Blur. Spesso, la sezione ritmica del bassista Alex James e del batterista Dave Rowntree si annuncia attraverso una risacca ribollente – le interiezioni saltellanti di James in Go Out, il primo singolo, richiamano l'attenzione su di sé in un modo non dissimile da Girls & Boys – ma Coxon rivendica questo disco, introducendo la band (e gli ascoltatori) in un territorio familiare attraverso la brillante Lonesome Street, un'evocazione del Brit-pop che presto si condensa nella burrasca ruggente di Blur del 1997 per poi stabilizzarsi in un rombo costante che ricorda 13 ma privo di disperazione. Pur conservando tracce di malinconia, The Magic Whip abbandona il tumulto interiore che ha alimentato gli album dei Blur di inizio millennio – 13, il disco che Albarn scrisse dopo la rottura con Justine Frischmann, e Think Tank, l'album che registrarono mentre la band si scioglieva – e guarda anche al mondo al di fuori del sud di Londra, con Albarn che distorce tutte le sue osservazioni attraverso il prisma di Hong Kong, citato molte volte, e guardando al fermento sociale di tutto l'Oriente. Gli archi militari di There Are Too Many Of Us riflettono la minaccia incombente dell'esplosione demografica che colpì Damon in Cina, e le immagini post-apocalittiche di un deserto che inghiotte Hyde Park, nel brano doom Thought I Was A Spaceman, parlano di un'umanità indebolita dall'anima che cammina sonnambulando verso l'oblio. Da ricordare la splendida Pyongyang e la brillante This Is A Low, Ghost Ship e quella dichiarazione di amicizia di Albarn verso Coxon che è My Terracotta Heart, dal ritmo sinuoso e giocoso.
Un ritorno che mise d'accordo la critica, che definì l'album tra i migliori del 2015, e il pubblico, tanto che arrivò primo in classifica. Un gruppo di amici ritornò a scrivere e suonare insieme, andando oltre quella sensazione che ogni fan sperava: se per sciogliersi ci stavano mettendo così tanto tempo, c'è speranza che possano suonare insieme ancora. E non è servito neanche litigare per anni e dirsi le migliori porcherie tra fratelli!

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