10 novembre 2014

Femi Kuti - No Place For My Dream (2013)


La vita dei figli d’arte ha due facce, quella comoda del giovane ricco e privo di problemi, e quella resa difficile dal continuo confronto con i famosi, magari geniali, genitori. Femi è in effetti il primo figlio di Fela Anikulapo Kuti, inventore e re incontrastato dell’afrobeat, ma molto di più: rivoluzionario, agitatore, oppositore del regime militare che all’epoca reggeva la Nigeria, dove nacque e visse una troppo breve vita, stroncata dalle complicazioni dell’AIDS che aveva combattuto in prima linea. Insomma, l’idolo di una nazione intera, un vero monumento, che Femi, dopo essere stato cresciuto dalla madre, appena quindicenne decise di seguire, diventando membro della sua band e della comune da lui fondata, la Kalakuta Republic. Gli anni ’70 erano al tramonto, ma simili esperimenti libertari ed egualitari erano ancora all’ordine del giorno. Bei tempi, ma non siamo qui per parlare di questo: si tratta invece di esaminare il sesto “full length” - diciamolo pure fin d’ora, un ottimo lavoro - della ventennale carriera di Femi Kuti, polistrumentista (suona il sax, la tromba e le tastiere) e bandleader, che merita un giudizio per ciò che sa fare e non per la sua parentela.

Indiscutibilmente si tratta di un disco di afrobeat, un caldissimo influsso anticiclonico proveniente dal continente nero, sospinto dai ruggenti fiati della big band, con il caratteristico doppio sax baritono in evidenza, sorretto dall’incessante poliritmia delle percussioni tribali, dal fingerpicking circolare delle chitarre, dal pulsare del basso e dal “call & response” tra la voce solista di Femi ed il nutrito plotone di coristi. Non è, tuttavia, un lavoro “integralista”: l’autore innesta nel canovaccio afrobeat influenze caraibiche e latinoamericane, creando un vero bignami di world music. Le tematiche trattate sono abbastanza immaginabili già dalla copertina, raffigurante una donna africana con un catino in testa, mentre attraversa una gigantesca discarica. La sensibilità sociale di Kuti è senz’altro evidente nei testi, semplici quanto espliciti nel denunciare le disuguaglianze che funestano il nostro mondo, nel solidarizzare con i popoli oppressi o colpiti da catastrofi naturali. D’altronde, Femi conosce bene la situazione, visto che è stato costretto a registrare questo disco tra Parigi e la Nigeria, dove si è trovato coinvolto in bombardamenti e black-out energetici. Il lavoro non ha davvero cadute di tono, ognuno degli undici pezzi ha davvero qualcosa da comunicare, e se, al termine dell’ascolto, non rimane impressa una traccia in particolare, beh, il fatto è che il livello è alto, senza alcuna caduta di tono, tanto che diventa difficile segnalare un brano o un altro. È giusto così: il disco va ascoltato tutto, e tutto d’un fiato, al volume adatto (alto, quindi). Non ne sarete delusi. (Mia valutazione: Ottimo)

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