Villagers - Fever Dreams (2021)

 di GiMe

Non poteva che uscire verso fine estate un disco così, quando si schiudono anche le più recondite porte sensoriali e contemporanemante si viene lambiti dalla vena malinconica della fine di un periodo di dolce abbandono, questa eterna situazione di mezzo, così delicata ed intensa, così cara e tenera da abbracciare.

Così come sono delicate ed intense queste nuove dieci canzoni di Conor O’Brien che, al quinto disco dei Villagers, ci propone 10 sogni febbrili, nati da jam col gruppo prima della pandemia, ma come se comunque da questa fossero influenzate o potessero certamente essere ritenute figlie di uno stato patologico, dove però la fibrillazione è portentosa, non dà dolore, crea le premesse per dare forma all’ispirazione, l’idea semplice e allo stesso tempo antica che si possa in qualche  modo  tradurre e lasciarsi travolgere dall’inconscio, cosa che in questo “Fever Dreams” riesce molto bene.

Tra le diverse pieghe ed interpretazioni che lo scorrere dei brani suggeriscono, c’è sempre la netta sensazione della consapevolezza della direzone complessiva data all’album: ci sono cose molto diverse dentro, si spazia dal pop cinematico italiano fine anni 70 (tipo “Song in seven”, la perfetta colonna sonora di un pranzo di fine agosto in collina, con quei bassi intriganti e le sfumature d’archi suggestive, così a noi vicine per anni e anni di frequentazioni cinematografiche), alle influenze jazz di “Deep in my heart”, la più intensa del gruppo, profonda e densa come il titolo,  all’orchestrale di “The first day”, per passare a reminiscenze dei Wilco in “Circle in the firing line”, ma vi è uno sguardo coerente ed una sapienza nell’uso di un collante sorprendente su tutto “Fever Dreams”, una rara capacità di tessere le fila in un mood unico che si potrebbe definire di alto e sofisticato soul bianco.

Non fosse altro, nello specifico, per come sono strutturati molti brani, che partono da una idea iniziale, O’Brien con una linea di piano o basso, poi fiati che accompagnano in raddoppio la voce, e poi l’apertura del brano, che a volte è una splendida ed infinita ripetizione (ancora “The first day”, la canzone che non dovrebbe mai finire, l’apertura epica dell’album),  altre volte si devia in territori diversi, anche coraggiosamante lontani dalla prima parte del pezzo, ma appunto coerenti, con ammirevoli code come quella romantica in “So simpatico” con un sax dal languore difficilmente imitabile.

Dentro, la voce fragile e vibrante di O’Brien che come il miglior Brian Ferry accompagna le canzoni con la forza di un timbro che fa forza su quello che non  c’è (ascoltare ad esempio il fine e talentuoso lavoro che fa in “Momentarily”, complessa ed ardua da cantare, una specie di sfida riuscita per un’ugula così), inducendo l’ascoltatore più attento a percepire la numerose modalità dei sui continui tentativi (“Restless endeavour”, quasi in falsetto, liquida in progressiva rigogliosità, con la band nella sua forma più espansiva e corale) di colmare la differenza fra una canzone pop normale e quella perfetta.

Che è poi la necessità, l’urgenza comune di chi si cimenta con questo tipo di sensibilità, con il desiderio di scrivere canzoni come quelle qui in “Fever Dreams” che vadano oltre il puro ascolto, che con la loro soave leggerezza ci accompagnino nei nostri momenti migliori, che non corrispondono poi a quello che vorremmo sentire in ogni momento di calo della guardia, del bisogno di qualcosa di stimolante.

Non canzoni da finestrino abbassato, nè da piedino che batte, nè da sigarettte e caffè, ma canzoni come ci si dovrebbe sentire quando si galleggia sopra un sogno (“feels like floating on a fever dream”), che si insinuano sottopelle, piene di quelle eccitazioni quasi da piccole linee di febbre che ci trascinano dentro l’estate, che si canticcchiano, mentre si fanno le valigie ma soprattutto che si dovrebbero cantare mentre si disfano le valigie, come se questi suoni riconcilianti potessero e riuscissero in definitiva ad allungare  l’emozione del ricordo.

Più le si conoscono, più ne abbiamo cura (“the more I know, the more I care”)

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