Visions of Johanna - Bob Dylan

 di Lorenzo Mei

Siamo nel 2020, l’anno più del cazzo della nostra vita. Per ora. È la mattina di Pasqua. Siamo confinati nel recinto dei nostri condomìni o, per chi ha culo, nel parco delle nostre ville con piscina e campo da tennis. Io ho culo, ma non così tanto. Settantatré metri quadri già finiti di pagare, un giardino troppo piccolo per prenderlo sul serio, due terrazzi. È una bella giornata, è il 12 aprile, e su uno dei terrazzi batte il sole. Io e Gloria apparecchiamo fuori, su un minuscolo tavolinetto di legno. Pollo arrosto, vino rosso di Montalcino, e patate, sempre troppo poche.

Ma prima di mangiare lo stereo è acceso. Normalmente non sarebbe una notizia, ma in questo tempo di pandemia sì. A marzo, mentre il numero dei morti cresceva in ogni bollettino serale, a un certo punto ho perso le due passioni che più amo nella vita: la musica e i libri. Non sono riuscito per settimane a leggere niente, né ad ascoltare i miei dischi. Per leggere mi mancava la concentrazione, la capacità di seguire una trama. Per la musica c’era un motivo diverso: mi riporta sempre velocemente a un momento vissuto. Mi ricordo benissimo cosa ascoltavamo in macchina con mio padre da bambini. Se sento una vecchia canzone di Gaber torno all’istante su una Mercedes usata gialla, ne sento l’odore, ho dieci anni. Se parte Echoes dei Pink Floyd sono in mezzo all’anfiteatro di Pompei, in pellegrinaggio, con il walkman in mano e le cuffiette di gommapiuma arancione alle orecchie, a sedici anni.

Prima del lockdown ho comprato il nuovo disco di Jonathan Wilson, ma non l’ho ancora ascoltato. Non voglio che in futuro alle prime note mi riporti a questi giorni, a questa pesantezza, a queste morti. Riesco solo a lasciarmi stordire dalle serie tv. E a camminare sull’argine del torrente, qui dietro, un paio di centinaia di metri da casa. Queste passeggiate cominciano a darmi un po’ di respiro, un pomeriggio dopo l’altro, e lentamente ce la faccio a riaprire un romanzo e a lasciarmi conquistare da una storia. Forse sono pronto anche per tornare alla musica, ma non voglio ascoltare niente di nuovo, niente che poi diventi la colonna sonora della quarantena collettiva. E allora scelgo quello che ho ascoltato così tante volte nella mia vita che i ricordi si sovrappongono uno all’altro, ce l’ho talmente sotto la pelle che ormai ha il mio stesso odore. Scelgo Bob Dylan, naturalmente. E poi, un po’ alla volta, faccio pace con la musica, torno padrone di una delle passioni della mia vita, o lei torna padrona di me. Capisco che questi giorni non posso passarli in apnea, che mi tocca provare a viverli, e che i dischi mi servono.

La mattina di Pasqua prendo Blonde on Blonde dallo scaffale dei vinili, e lo metto sul giradischi. Decido di fare un piccolo video e di mandarlo a un paio di amici, come augurio. Scelgo la prima canzone che ho sentito da questo album, più di trent’anni fa. Becco il solco giusto al primo colpo, parte Visions of Johanna, e come sempre non c’è niente da decifrare. Sette minuti e mezzo di bellezza assoluta, la perfezione, l’incontro di parole che raccontano la vita attraverso uno stato dell’anima con quel suono che Bob chiamerà sottile, selvaggio e mercuriale, metallico e lucente, scegliendo una definizione che non significa niente di preciso, ma che si capisce benissimo. Un po’ come questa canzone.

Proprio il giorno di Pasqua vengo a sapere che una persona che conoscevo da una vita, e che potrei definire amico prendendomi un pizzico di libertà, non ce l’ha fatta. Sembrava quasi guarito, invece è morto. Non lo so ancora mentre Dylan gira sul piatto, mentre la coscienza esplode, mentre dalla radio esce tranquilla la musica country, mentre il camion carica il pesce, mentre le luci dell’appartamento davanti vanno e vengono, mentre i termosifoni hanno la tosse.

Mai come in questi minuti Dylan si è destreggiato così bene con le parole, con questo precipizio di libertà, cantando versi che valgono una canzone intera, una carriera. Louise tenta di sfidare la pioggia che le riempie la mano. All’interno dei musei l’infinito viene sottoposto a giudizio. E quell’inizio pazzesco, che introduce e avverte su quello che ci aspetta: Non è una cosa degna della notte tirare fuori i suoi trucchetti quando hai solo voglia di startene tranquillo?

Ho riascoltato molte volte questa canzone, dopo quella strana giornata di Pasqua. Nonostante tutto ho abbracciato mia moglie, nonostante tutto abbiamo mangiato il pollo sul terrazzo, abbiamo finito le patate, abbiamo bevuto. È insopportabile questo egoismo per cui ci aggrappiamo alle nostre misere cose anche nei momenti dolorosi. È un modo per difenderci, ma è anche la misura dell’ingiustizia. È tutto complicato in questa vita, è come una canzone in cui a un certo punto smetti di cercare un senso compiuto in ogni passaggio. Forse il segreto è nella musica, qualcosa che non riesci a pesare e a contare, che è dappertutto, che si confonde con le parole, che, come diceva Leonard Cohen, è fatta con l’aria. Appena credi di aver capito qualcosa, la strofa successiva rincasina tutto.

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