Bill Frisell – Four (2022)

 di Alberto Campo

Sei mesi fa il “New Yorker” gli dedicò un esteso servizio sotto l’intestazione: “Nessuno suona la chitarra come Bill Frisell”. Prendeva spunto dalla recente biografia firmata da Philip Watson, Beautiful Dreamer, sottotitolata “il chitarrista che ha cambiato il suono della Musica Americana”.

Così stanno le cose, in effetti: ancorché poco appariscente, l’artista statunitense – innovativo negli anni Ottanta, manipolando lo strumento per mezzo di distorsori, delay, compressori e via dicendo, dai Novanta alle prese con i canoni della tradizione e nel XXI secolo dedito alla creazione di paesaggi sonori in apparenza rassicuranti – ha compiuto nell’arco di quattro decenni un percorso di straordinaria ampiezza panoramica, alle estremità del quale potremmo collocare da un lato il sodalizio con il sovversivo John Zorn e dall’altro la frequentazione dell’aristocrazia pop, da Elvis Costello a Marianne Faithfull.

Ora settantunenne, al terzo album su Blue Note, affronta una prova impegnativa, tanto sul piano artistico quanto in termini emotivi. Four allude nella denominazione all’organico schierato, insolito nell’assetto (rilevante l’assenza del basso), ma può valere pure per il numero di figure evocate qui esplicitamente: amici e colleghi scomparsi nell’ultimo biennio.

L’intero disco è consacrato alla memoria del trombettista Ron Miles, a lungo suo collaboratore, deceduto nel marzo scorso, e il brano d’apertura, “Dear Old Friend”, composizione sviluppata con grazia dal fedelissimo Greg Tardy al clarinetto, onora invece il compagno d’infanzia Alan Woodard, mentre il successivo – lirico e complesso – è destinato espressamente a Claude Utley, pittore di Seattle che nel 2000 realizzò per lui la copertina di Ghost Town.

Infine ecco “Waltz for Hal Willner”: elegiaco tributo all’eminente produttore ucciso dal Covid nel 2020, al banco di regia ai tempi di Unspeakable (2004), unico lavoro di Frisell insignito da un Grammy Award.

Nonostante il tema conduttore sia doloroso, l’atmosfera musicale emana serenità: ad esempio nella limpida melodia cantabile di “Good Dog, Happy Man”, rielaborazione della traccia che intitolava un album del 1999, da cui provengono inoltre “The Pioneers” (con il sax tenore dal gusto gospel in evidenza) e lo swingante blues “Monroe”.

Completa la rosa dei ripescaggi, guarda caso quattro in tutto, “Lookout for Hope”, dove svetta il clarinetto basso: un episodio datato 1987, quando l’autore stava ancora in ECM. Fra i nove inediti meritano di essere menzionati “Dog on a Roof”, epilogo dall’armonia sublime che sgorga da un magma iniziale a tinte fosche, e l’impertinente marcetta avant-garde chiamata “Holiday”.

Affiancato con efficacia e garbo dai musicisti coinvolti nell’impresa (detto di Tardy alle ance, al pianoforte troviamo Gerald Clayton – apprezzabile da solista in “Always” – e alla batteria il virtuoso Johnathan Blake), da parte sua Frisell maneggia la chitarra con estremo senso della misura, come sempre fa, senza  suonare una nota più del necessario. Il fascino di Four è dunque sobrio, ma non per questo meno ammaliante.

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