Lynyrd Skynyrd - (Pronounced ‘Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd) (1973)

Per contrastare l’aria novembrina dei primi freddi, della pioggia, delle giornate corte, il viaggio musicale per quattro domenica si trasferisce nel Sud degli Stati Uniti d’America: per raccontare di una musica calda, potente, verace, che dalle paludi remote della Florida, della Carolina del Sud o della Georgia ha finito per ammaliare una intera generazione. Southern Rock definisce il mix selvaggio e riuscito di blues, rhythm and blues, country, gospel in parziale risposta ma anche in parziale continuamento del power blues che arrivava dall’Europa nei tardi anni sessanta, a cui a volte si aggiungevano stili prettamente di quelle zone, come l'honky tonk o il bluegrass e spesso anche improvvisazioni tipiche del jazz, creando di fatto una musica profondamente americana ma innovativa nelle strutture musicali, dal sapore concreto, potente e dalle tematiche distintive che si contrapponeva alle forme free del rock della costa occidentale, molto più cerebrale e mistico. A ciò si aggiungeva l'orgoglio delle radici, soprattutto dell’essere del Sud e l'armonia razziale. La storia di oggi ci porta alla Robert E. Lee High School di Jacksonville, in Florida, dove insegnava un professore di educazione fisica, Leonard Skinner, famoso per le campagne contro i capelli lunghi dei ragazzi maschi. Un gruppo di ragazzi capelloni, Ronnie Van Zant, Allen Collins, Bob Burns e Gary Rossington fondò un gruppo, che nel 1969, chiamato prima Leonard Skinnerd, si trasformò agli inizi del 1970 in Lynyrd Skynyrd. Nasce in quella scuola della Florida uno dei più incredibili gruppi rock americani, lo scrivo senza paura di alcuna smentita, paladino del southern rock, famoso per i tour infiniti, per la potenza della musica, le bevute colossali, le scazzottate sul palco e una tragica sorte per molti membri della band (incidenti aerei compresi). Nel 1973 debuttano con questo album, uno dei più grandi dischi di debutto di ogni tempo, (Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd), in una formazione che è già diversa da quella sulla copertina del disco, scattata a Jonesboro in Georgia (nella stessa strada di una delle scene clou del film Smokey And The Bandit, di qualche anno più tardi) dato che Leon Wilkenson, bassista, uscì dalla band durante le registrazioni, e fu sostituito da Ed King: ma King era un bassista così modesto che poi fu passato a terza chitarra per un muro del suono leggendario, il three guitars army, che farà scuola nel cuore di ogni appassionato dello strumento. La band era così composta: Van Zant voce, Rossington chitarra solista, Allen Collins seconda chitarra, Ed King basso e chitarra, Billy Powers, che in realtà era stato ingaggiato come tecnico del suono, alle tastiere, Bob Burns alla batteria. Produce e aiuta la band di scalmanati l’onnipresente Al Kooper, che li aveva sentiti suonare in un locale con il nome di Funocchio’s e si innamora della loro musica. Infatti i ragazzi provavano per ore i loro brani in una specie di magazzino nelle campagne di Jacksonville, chiamato Hell House per il caldo infernale nelle giornate estive, e quando si presentarono in studio i brani erano perfettamente memorizzati ed eseguiti, senza sbavature né improvvisazioni. Il disco è semplicemente sensazionale: la sincopata I Ain’t No One apre la scaletta, seguita dalla stupenda Tuesday’s Gone, la prima di una serie di canzoni-mito che li faranno passare alla storia, questa in particolare riflette sul successo che la band sta vivendo in quelle settimane. Gimme Three Steps si riferisce all’avventura che Van Zant ebbe in un biker bar, quando mentre ballava con una donna si presenta armato di pistola il marito (da cui il famoso ritornello “..won’t you\Gimme three steps, gimme three steps, mister\Gimme three steps toward the door?\Gimme three steps, gimme three steps, mister\And you’ll never see me no more“), brano che diviene uno dei loro cavalli di battaglia dei live. Simple Man, magica, dalla chitarra infinita, è un altro dei pilastri della loro mitologia. Things Goin’ On è quasi una canzone politica tutta dominata dall’intro pianistico di Powell. Mississippi Kid è la più blues ed è l’unica acustica, Poision Whiskey è puro rock “sudista”. Ma c’è un’ultima, leggendaria canzone: un giorno la ragazza di Collins, poi futura moglie, gli chiese “If I leave here tomorrow, would you still remember me?”: quella domanda diventerà il primo verso di una delle più grandiose, adrenaliniche e selvagge cavalcate rock, Free Bird: spesso dal vivo nei loro pirotecnici concerti navigherà oltre i 15 minuti, e verrà dedicata al grande Duane Allman, che morì in un incidente motociclistico qualche mese prima dell’uscita del disco. Free Bird è una delle più grandi canzoni del rock, e di solito chiudeva i loro show: con il tempo divenne così popolare che ai concerti di altre band o artisti veniva chiesta come bis finale, richiesta tragicamente aumentata dopo l’incidente aereo del 1977 che decimò la band, al massimo della popolarità: moriranno Ronnie Van Zant, Steve Gaines che nel 1975 aveva preso il posto di Ed King, sua sorella che faceva la corista, tutto l’equipaggio dell’aereo dove volavano, manager e altre persone; Allen Collins subì la rottura di una vertebra cervicale, sia Collins che Leon Wilkeson (rientrato dopo l’uscita del primo disco) rischiarono l'amputazione di un arto, Leon ebbe numerose lesioni interne e un polmone perforato. Gary Rossington si ruppe un piede ed un braccio, e rischiò di vedersi amputato quest'ultimo a causa di una paralisi, poi fortunatamente recuperata del tutto. Leslie Hawkins, che prese il posto di Burns alla batteria qualche mese prima, si ruppe il collo in tre punti ed ebbe il viso sfigurato da gravi lacerazioni. La tragedia li allontanerà dalle scene per dieci anni, quando nel 1987 Rossington, Powell, King e Wilkeson con il fratello minore di Van Zant, Johnny, rimettono in pista la band, con Collins impossibilitato a suonare relegato come direttore artistico. E una sera in un concerto della nativa Jacksonville, ad annunciarli sul palco ci fu una grande sorpresa: fu proprio il loro Professore Leonard Skinner a chiamarli all’ovazione del pubblico. 

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