Led Zeppelin - Led Zeppelin IV (1971)

Quando uscì l’8 Novembre del 1971 sul disco non c’era scritto né il nome della band e nemmeno il titolo (che sarà il filo rosso che legherà le scelte degli album di Gennaio), tanto che l’Atlantic, la casa discografica che lo editò, era sicura che fosse un fiasco colossale, anche perchè la gestazione di questo lavoro fu travagliata e molto più lunga del previsto. La Storia poi dirà che il quarto disco dei Led Zeppelin, che propriamente non ha nessun titolo ma nei cataloghi, considerata la titolazione precedente, è segnato come IV o Four Symbols (ci arriveremo tra poco) diventerà uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, anche grazie ad una qualità musicale che ne fa, unanimemente, uno dei più grandi dischi della storia rock. La decisione che i quattro inglesi, Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones, John Bonham, all’apice del successo dopo tre dischi già leggendari (Led Zeppelin I e II, del 1969, e il III del 1970), cioè non firmare i loro ultimo lavoro, fu una presa di posizione contro il mondo della critica musicale, secondo loro tutta impegnata a dipingerli come rockstar viziate e a cercare di inquadrarli nel panorama musicale in uno stile predefinito. Come per il precedente III, che segnò una virata nel loro suono hard rock verso sonorità più acustiche, la band si ritirò a Headley Grange, nella villa rurale dell’Hampshire, con lo studio di registrazione mobile dei Rolling Stones. Tra il dicembre del 1970 e i primi mesi del 1971 fu scritto e provato moltissimo materiale, tanto che la band era orientata a spiazzare il mercato (e la critica) proponendo il disco come 3 Extended Play o addirittura un doppio disco. La Atlantic convinse il gruppo a ripiegare sul più classico 33 giri, ma Peter Grant, il tirannico manager del gruppo, impose alla Atlantic la scelta del gruppo di non avere né il nome sulla copertina né il titolo al disco. Tra l’altro l’uscita prevista per la primavera del ‘71 ritardò a causa del giudizio negativo sul mixaggio fatto a Los Angeles da parte di Page, che riorganizzò tutto il materiale agli Olympic e Island Studios di Londra. Musicalmente, il disco è, come già accennato, uno dei pilastri del rock, un apice di coesione, potenza, anche ammaliante poesia musicale con pochi paragoni. I Led Zeppelin trovano un equilibrio perfetto tra l’anima hard rock, l’elettrificazione del blues, i nuovi accenni folk acustici e scrivono 8 brani, nessuno escluso, leggendari. Black Dog è lo strepitoso inizio, dedicata ad un golden retriver nero che gironzolava a Headley Grange durante le sessioni: è un brano portentoso, che ispirerà un’intera generazione di chitarristi, anche per l’uso delle sovraincisioni per l’assolo centrale; Rock’N’Roll è selvaggia come suggerisce il titolo, Misty Moutain Hop parla scherzosamente di un incontro con la polizia dopo aver fumato marijuana, Four Sticks è un omaggio a “Bonzo” Bonham e alla sua fragorosa classe di batterista (le 4 bacchette del titolo sono proprio un omaggio alla sua tecnica meravigliosa). E poi ci sono 4 canzoni ancora più grandiose: Going To California è una delle ballate più belle di sempre, probabilmente scritta e dedicata a Joni Mitchell, mito per Page&Plant, con il suo ritmo ondeggiante e sognante ha influenzato per decenni i musicisti; When The Levee Breaks è la ripresa di un vecchio blues di Kansas Joe McCoy e sua moglie Memphis Minnie nel 1929 e incluso nell'album Blues Classic By Memphis Minnie, uscito solo nel 1965: 7 minuti e mezzo di puro blues elettrico, dove la fanno da padrona il riff marziale di Page, l’armonica a bocca di Plant e la batteria di Bonzo, che fu posizionata nell’androne delle scalinate di Headley Grange per dare un effetto più fragoroso; nel disco c’è un’ospite, l’unica voce ospite in assoluto ad accompagnare Plant in qualsiasi disco dei Led Zeppelin, ed è quella meravigliosa di Sandy Denny, che all’epoca era la voce dei Fairport Convention; insieme cantano le gesta della suggestiva The Battle Of Evermore, forse ispirata ai racconti di Tolkien e a Il Signore Degli Anelli, dove Page suona un toccante mandolino. C’è poi un altro brano, che dura 8 minuti, che definisce forse come pochi altri il suono di una band, l’idea che avevano in mente questi 4 ragazzi inglesi: dall’intro suggestivo e quasi spiazzante, con un crescendo di strofa in strofa, raccontando una storia oscura e simbolica, probabilmente ispirata ad uno dei libri preferiti di Plant, Magic Arts In Celtic Britain di Lewis Spence, di una donna alla ricerca di qualcosa, in un mondo di regine di Maggio e pifferai magici, che ha poi uno degli assoli più fantastici di ogni tempo, e che probabilmente è la canzone più famosa di tutti i tempi: Stairway To Heaven. Il successo strepitoso, l’aura magica e misteriosa che già circondava il gruppo e la decisione di pubblicare un album senza nome scatenò le controversie più disparate: esistono ancora oggi gruppi di ascolto che sono sicuri che suonando il disco all’inverso sia zeppo di evocazioni sataniche, che i quattro simboli che ogni membro del gruppo usò per definirsi nelle pagine interne siano messaggi occulti (scelti da un libro molto famoso tra gli occultismi del ‘900, Il Libro Dei Segni di Rudolf Koch, da cui poi nasce Four Symbols altro identificativo del disco, anche se in realtà i simboli sono 5, perchè anche alla Denny ne fu assegnato uno) e dei messaggi subliminali che ha la copertina. Quest’ultima, tra le più belle e famose del rock, ritrae in fronte la foto di un muro scrostato con la carta da parati in disfacimento e un quadro di un anziano contadino intento a trasportare a schiena del legname: aprendo l’album il risultato (che si può vedere qui) mostra il muro semi caduto dalle cui rovine si intravede un grattacielo, l’allora appena inaugurata Salisbury Tower vicino Birmingham; all’interno c’era anche un bellissimo disegno di Barrington Coleby (accreditato come Barrington Colby MOM nelle note di copertina) raffigurante L’eremita, da allora simbolo della band. Il disco, con buona pace della Atlantic, andrà in classifica dovunque e per anni ha detenuto numerosi record di vendita, tipo 267 settimane consecutive nella classifica di Billboard, con 35 milioni di copie vendute nel mondo, il punto più alto di una musica spettacolare che come poche altre ha segnato intere generazioni di ragazzi, tanto che c’è un’ultima storia da raccontare: sebbene mai uscita come singolo, anche per la durata, molti dj radiofonici iniziarono a far passare in tutta la sua durata Stairway To Heaven, scatenando così tanto entusiasmo che lo spartito della canzone è di gran lunga il più venduto della musica pop occidentale. Era così tanta la smania di impararla a suonare tra gli appassionati che nei grandi negozi di dischi americani, dove è pratica comune poter provare gli strumenti, ci fu per un periodo un cartello: No Stairway, l’avevano sentita così tante volte storpiata e suonata male che era meglio non provarci subito.

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