Mavis Staples e Levon Helm - Carry Me Home (2022)

di Gianni Del Savio 

2011, Woodstock, NY. Là dove abitava e aveva i suoi studios (The Barn) Levon Helm, con tanto di locale e palco per prove, concerti e reunions. Forti della loro amicizia, scattata durante la collaborazione per The Last Waltz, l'addio della Band (al gioiello filmico, a cui contribuirono anche i leggendari Staple Singers, ci pensò Martin Scorsese nel '78), Levon e Mavis, poco più che settantenni, s'incontrano per celebrare anche la momentanea, ritrovata salute del grande batterista e cantante – da tempo operato per un tumore diagnosticato una dozzina d'anni prima -, purtroppo scomparso l'anno dopo di queste registrazioni. Con loro, uno stuolo di strumentisti e coristi delle rispettive band: undici componenti per quella di Helm, tra cui la figlia Amy ai cori; sette quelli della Staples, che tra le voci di supporto annovera la sorella Yvonne, di due anni più anziana (nata nel '37).

Il tutto porta alla realizzazione di questo brillante album, rievocativo-descrittivo e pieno di pathos: dodici brani legati a temi tradizionali anche religiosi, comunque “sacri” per ispirazione e riferimenti storici. Apre This Is My Country – risale ai '40 -, song affermativa dei diritti civili, strutturata come mid-tempo rock-r&b; di buona fattura, così come lo sono I Wish I Knew How it Feels to Be Free (scritta nel '67 da Billy Taylor e “destinata” a Nina Simone), Move Along Train (Pops Staples, '66) e When I Go Away (Helm), che ha caratteristiche più marcatamente rock-spiritual. In alcuni dettagli tutti regalano momenti non trascurabili, ma altri brani sono più incisivi e entusiasmanti. A partire da Trouble in Mind, folk-blues degli anni Venti, aggiornata con tanto di ingredienti rock - la batteria di Helm e non solo -, e la voce solista in bel risalto. Di simile peso qualitativo sono il gospel-rock Hand Writing On the Wall e la cover di You Got to Serve Somebody (Slow Train Coming, '79), già testimonianza della “svolta religiosa” dylaniana: versione dal finale irresistibile.

Ed eccoci ai brani dove tutto risulta eccellente o poco meno, diversificato e pressoché imperdibile. Farther Along, spiritual che risale agli anni '10 del secolo scorso: inizio acappella e “respiro deep” della splendida, inconfondibile cantante chicagoana - una delle più grandi di sempre -, impeccabilmente supportata. This Maybe the Last Time, già warhorse degli Staples nei '50, è strutturata come slow-blues, con tanto di coralità gospel e tastiere in evidenza (Brian Mitchell). Miscela di blues, country e spiritual per Wide River to Cross (scritto da Buddy Miller), valzer lento, cadenzato: ancora una volta terreno fertile per magnificare duttilità e profondità della voce solista, nonché per l'ottima intesa coi musicisti e coristi. Imperdibile la cover del popolare You Got to Move, spiritual-blues che risale ai '40 e di cui, tra le tante, ricordiamo la versione di Fred McDowell, ma anche quella dei Rolling Stones... Qui siamo in accelerazione r&r, con Mavis che offre il meglio, portandoci verso un finale strepitoso, che le guadagna applausi a scena aperta negli studios.

A chiudere l'entusiasmante incontro non poteva che essere il gioiello The Weight: per quasi sei minuti, tutto il gruppo festeggia passato e presente; voci - anche quella sofferta, roca dello stesso Helm -, ritmica percussiva e tastiere. Tutti insieme, per qualcosa che vale ancora, diversi anni dopo.

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