The War on Drugs - I Don’t Live Here Anymore (2021)

 di Stefano Solventi

Che i War On Drugs siano rimasti incastrati in qualche solco degli 80s è evidente, così come il loro galleggiare sulla superficie di una retromania ambigua, attraversata da un impeto glorioso che però lascia trasparire le pieghe e le crepe di un’anima costantemente indolenzita. Sta in questo contrasto il segreto della formula che consentì al terzo album Lost In The Dream – nell’ormai lontano 2014 – di guadagnare alla band di Adam Granduciel i favori di pubblico e critica, del resto già abbastanza colpiti da un esordio interessante (Wagonwheel Blues, uscito nel 2008, quando ancora Kurt Vile faceva parte della compagine) e da un secondo lavoro che poteva vantare un menù piuttosto gustoso (Slave Ambient, 2011). 

Il quarto lavoro A Deeper Understanding (2017) era chiamato quindi a confermare questa ascesa nel non troppo affollato pantheon delle grandi rock band degli anni Dieci, ma appunto sembrava preoccuparsi un po’ troppo di confermare, fallendo in parte l’appuntamento con la scrittura e specchiandosi in una formula fin troppo riconoscibile. Il che non gli impediva di essere comunque un disco abbastanza buono, ma che sembrava avere già esaurito la riserva di sorprese, il ventaglio di soluzioni e direzioni.

Forse non è un caso quindi che per questo nuovo I Don’t Live Here Anymore i canonici tre anni di attesa tra un album e l’altro siano diventati quattro (pur contando gli intoppi dovuti a pandemia e lockdown), né che la traccia iniziale si apra con una strofa – “Banging on a drum/You turn me loose/Maybe I’m the living proof/What have I been running from?” – che sembra al tempo stesso rievocare e prendere le distanze dai Waterboys (autori tra le altre meraviglie dell’epica Don’t Bang The Drum), band-stella polare evidente e dichiarata di Granduciel. Living Proof, utilizzata anche come singolo di lancio, detta la vibrazione di fondo di un disco che magari non inaugura un nuovo corso ma cambia sensibilmente il gradiente atmosferico: è una ballad come ti aspetteresti dai Wilco più mesti, pochi ingredienti ma intensi, col cuore pronto a sversare un cocktail di malinconia e inquietudine.

Questo non significa che siano sparite le cavalcate anni Ottanta un po’ Waterboys (appunto) e un po’ Springsteen, quella mischia rock iniettata di tastiere acriliche e dal battito macchinizzato: anzi, ci pensa subito la successiva Harmonia’s Dream a recuperare sia quel binario che le movenze, come fa anche più avanti in scaletta Wasted, peraltro introducendo in entrambe evidenti particelle Tom Petty. Si avvertono tuttavia e con chiarezza gli effetti di una pausa di riflessione e ripensamento, di un guardarsi dentro pescando nel torbido, scozzando i fantasmi dell’abbandono e del tempo che tutto divora, prima di ripartire e farsi abbagliare dalla luce della direzione.

“I’ve been running from the white light/To try and get to you”, canta infatti Granduciel nell’ispirato mid tempo di Change, come potrebbe un Bryan Adams colpito da improvvisa gravità John Mellencamp e dal senso per gli spazi sonori dei Roxy Music (altezza, ovviamente, Avalon). In queste nuove canzoni insomma sembra contare sensibilmente più il cosa del come, più il cuore della forma, perciò risultano più varie, meno obbligate: vedi il soft-funk androide di Victims o quella I Don’t Wanna Wait che districa atmosfere da primo Phil Collins solista, senza perdere la presa sul nocciolo amaro della questione.

Oppure prendi la title track, non a caso il perno poetico dell’album – “Time surrounds me like an ocean/My memories like waves/Is life just dying in slow motion/Or getting stronger everyday” – nonché ballata costruita su riff di tastiera ostinato e chitarre radenti che sembrano piovere dai singoloni (sempre degli Eighties) delle Kim Carnes, dei Don Henley e dei Tears For Fears, il suono un guscio croccante a protezione della polpa asprigna, resa densa anche dai riferimenti più o meno espliciti a Dylan (viene citata Desolation Row e un verso – “A creature void of form” – da Shelter From The Storm). 

Dylan a cui viene da pensare anche durante il ritornello di Old Skin, che peraltro deve più di qualcosa al solito Springsteen, per quella brama di portare sempre l’arrangiamento e la melodia al punto di ebollizione. Cliché che non viene ripetuto – opportunamente – nelle conclusive Rings Around My Father’s Eyes e Occasional Rain, la prima una malinconia in sella a un piano dimesso e sotto un cielo smerigliato di tastiere, la seconda una ballata agrodolce che sprimaccia quel che resta della positività: una exit strategy decisamente azzeccata per un disco che mette l’accento sul Granduciel autore come i lavori precedenti – più impegnati a confezionare la “dimensione” The War On Drugs – non facevano.

Nel complesso si tratta di un buon ritorno per una band piuttosto divisiva (da una parte chi quelle sonorità non le sopporta da più di trent’anni, dall’altra chi coglie proprio in esse il senso di un recupero struggente e liberatorio) e che forse qualcuno aveva dato troppo presto per spacciata. Invece, la maturità sembra renderla più consistente, se non migliore. 

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