Nala Sinephro - Space 1.8 (2021)

di Damiano Pandolfini

Otto spazi per raccontare uno spaccato di vita.
Otto spazi per riprendersi dalle conseguenze di una grave malattia.
Otto spazi per osservare con umiltà l'universo in tutta la sua grandezza, in una sorta di intima estasi celeste.

Districandosi tra l'uso di arpa, tastiere, pedali, oscillatori e tecniche di studio in digitale, la polistrumentista belga-caraibica (ma di stanza a Londra) Nala Sinephro offre un debutto di jazz inusitatamente dilatato, spesso quasi beatless e più prossimo a una sorta di ambient spirituale che non verso le moderne derive nu della fiorente scena anglosassone. Si fa in un attimo a perdere il bandolo della matassa e trovarsi avvolti da una nube di striature elettro-acustiche, meglio quindi arrendersi al flusso e lasciare che il tutto scorra sotto pelle come linfa per l'anima. "Space 1.8" è quindi sintomatico di certe correnti e pare muoversi con agilità negli stessi circuiti del recente lavoro di Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra. Impossibile non pensare, in alcuni passaggi almeno, anche ai richiami cosmici dell'altra celebre arpista Alice Coltrane - qui però rilegati con parsimonia in confetture di moderno minimalismo.

La prima parte del lavoro è sicuramente la più interessante; se "Space 1" dà libero spazio ad arpa e tastiere di tessere sonorità direttamente dalla Via Lattea, "Space 2" recluta un quintetto di strumentisti per un tocco più tradizionale: filamenti di sassofono e chitarra, lievi rintocchi di batteria, basso appena percosso e un pulito assolo di pianoforte inscenano il più diafano dei cabaret, mentre i synth modulari di Nala vi aleggiano sopra con grazia. La breve "Space 3" agita le acque con una serie di blip squisitamente vintage, mentre spiritualità e calda comunione d'intenti vivono su "Space 4", che ospita una delicata meditazione al sassofono dell'acclamata collega Nubya Garcia.

Il fulcro del lavoro lo si tocca con le tracce 5 e 6: sulla prima, ruminanti gorgheggi di ottone giocano in contropiede a uno stridulo ostinato digitale, creando una vaga tensione con pochi ma ficcanti elementi. La seconda lascia libero spazio alla batteria per sgomitare tra stridori industriali, minacciosi accenti digitali e un'ottima prova al sassofono di James Mollison dell'Ezra Collective.

Semmai è con "Space 8" che l'autrice mette definitivamente a nudo pregi e difetti della proposta; a quasi diciotto minuti di durata, il pezzo copre l'intero lato B e ne diventa giocoforza il fulcro tematico, ma Nala sfalda la composizione verso lunghissimi droni sospesi a mezz'aria e una strumentazione appena accennata, creando un'odissea di impalpabile minimalismo come dei Sigur Ros implosi su se stessi. Quella che sarebbe potuta essere l'apoteosi dell'intero lavoro mostra quindi un'atmosfera sempre ricca di sfumature, ma dove risaltano anche tutti i limiti compositivi di una scrittura sfuggente e anticlimatica, quasi a volersi smarcare sul più bello della possibilità di raggiungere le tanto agognate stelle del firmamento.

Rimane comunque al lavoro un fascino caldo e avvolgente, il suono è incantevole e Nala Sinephro ha indubbiamente buon gusto. Faccia fede l'uscita su Warp, semmai, celebre portale dell'elettronica sempre pronto a trasfigurare il proprio linguaggio-madre verso nuovi lidi - in questo caso, il verbo del jazz spirituale e meditativo.

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