Museo Rosenbach - Zarathustra (1973)

L’età del progressive italiano ha regalato una generazione, foltissima, di gruppi che ispirati dall’evoluzione stilistica di alcune tra le più formidabili compagini musicali del periodo fine anni ‘60-inizio anni ‘70 hanno pensato e suonato una musica dall’ampio respiro internazionale, che ha avuto successo anche all’estero. C’è da dire che è dibattuta l’idea che la via italiana al progressive esista o meno: è innegabile che in Italia prese forma in maniera predominante l’idea dell’album concept, che raccontasse una storia legata nei brani, che il livello medio dei musicisti fosse molto alto e che si inserissero nello schema originale del progressive (una musica slegata dalla costruzione classica della canzone pop, che si estende in variazioni sui temi presi dalla musica colta, che si contamina con il jazz e l’improvvisazione, che usa i nuovi e primi strumenti elettronici) strutture, strumenti e idee della musica tradizionale italiana o mediterranea. Il mese di Maggio lo dedicherò a Storie di dischi progressive memorabili per vari motivi dimenticati, ma che ancora fanno vibrare l’animo degli appassionati non solo della penisola, ma in varie parti del mondo. Iniziamo con una delle storie più controverse di quegli anni, quella del Museo Rosenbach. Nati nel 1971 dalla fusione di due gruppi rock liguri, i Quinta Strada i Sistema, sono in cinque: Giancarlo Golzi (voce, batteria e percussioni), Alberto Moreno (basso e pianoforte), Enzo Merogno (chitarre e voce), Pit Corradi (mellotron, organo hammond, vibrafono, piano elettrico e Farfisa) Stefano “Lupo” Galiffi (voce); si presentano come Inaugurazione Museo Rosenbach, che significava letteralmente "ruscello di rose" e pare fosse ispirato a quello di un non meglio precisato editore tedesco. Nel 1972, cambiano il nome in Museo Rosenbach e ottengono un contratto per la Ricordi, che aveva preso gusto al progressive dopo il successo del Banco Del Mutuo Soccorso. Nel 1973 pubblicano Zarathustra: composto su musiche di Moreno, testi del collaboratore esterno Mauro La Luce (già paroliere per i Delirium), registrato agli Studi Ricordi di Milano. Il disco ha una doppia storia: quella musicale di un capolavoro, di cui scriverò tra poco, e quella estetica, che in pratica ne decretò il ritiro coatto. Pietra dello scandalo fu l’unione tra il titolo e la copertina: il richiamo al testo di Nietzsche e la copertina, opera di due famosi designer, Caesar Monti e Wanda Spinello, che nel collage della testa di Zoroastro tra un bottone d’oro, foto di modelle ignote, capelli rossi ha un busto di Mussolini, fece scandalo. Messi insieme, il disco e la band passarono per essere di destra estrema, in un periodo dove la militanza politica era vissuta con estremismi che, oggi, appaiono piuttosto buffi collegati ad un disco di musica rock. Tuttavia, sebben seguita da smentite e da una spiegazione sul retro che descriveva in modo apolitico e anticonvenzionale quella scelta del nome e della grafica, l’opera non riuscì a salvarsi dalla censura della RAI, allora unico canale di promozione, e il disco vendette pochissimo e la band in pratica sparì dalla circolazione. Ben diverso è il discorso musicale, con 4 tracce, divise in una lunga suite, Zarathustra, da oltre 20 minuti divisa in 5 movimenti [a) L’Ultimo Uomo ;b) Il Re Di Ieri; c) Al Di Là Del Bene E Del Male; d) Superuomo; e) Il Tempio Delle Clessidre] e un lato b con tre brani, Degli Uomini, Della Natura, Dell’Eterno Ritorno. Zarathustra nasce da suoni che echeggiano lontani, un tamburo, brevi note che danno la sensazione di arrivare da un punto lontano nello spazio, per poi prorompere in un crescendo solenne quando gli strumenti entrano in scena, con la voce quasi soul di Stefano “Lupo” Galiffi, che emerge dalla lontananza aiutata dal timido tappeto di Mellotron e dal più energico Hammond di Pit Corradi e dagli inserti di chitarra arpeggiata di Enzo Merogno. Un pianoforte fa da intro a Il Re Di Ieri che, nella sua atmosfera iniziale quasi sognante, si rifà alla musica dei Pink Floyd, poi sono le percussioni di Giancarlo Golzi che primeggiano in Al Di Là Del Bene E Del Male, canzone cadenzata ed aggressiva, dove chitarre distorte ed arpeggiate si contendono con Hammond, Mellotron e Vibrafono di Pit Corradi la parte principale della scena. Superuomo, il brano più lungo del mini concept con i suoi sei minuti di musica camaleontica, è forse il capolavoro della suite: hard rock, organo Hammond, riff, cantato forte e prorompente. Il Tempio Delle Clessidre, uno dei miei strumentali del cuore, riprende il tema principale e lo rilegge in chiave accelerata, per un pezzo mitico, che darà il nome a numerose band tributo del Museo in giro per il mondo. Degli Uomini, Della Natura e Dell’Eterno Ritorno sono tre brani monumentali per la forza espressiva, la solennità e per la dimostrazione di che musicisti fossero, nonostante la registrazione dell’epoca in più punti quasi faccia fatica a stare dietro alla loro musica, soprattutto alla sezione ritmica (in certi punti si sentono fruscii dopo i colpi di batteria). Se i riferimenti sono chiari (i King Crimson, i Pink Floyd, Emerson Lake & Palmer e anche il Banco compagno di etichetta discografica) e una musica che strizza più volte l’occhio ad una matrice blues e hard rock, il disco è uno degli apici del movimento italiano, anche grazie ai testi di La Luce, che abbandona un certo vizio dell’epoca all’ermetismo e all’eccentricità, per aderire perfettamente ad una musica dai toni epici e suggestivi. La band si scioglierà appena dopo la pubblicazione. Dei componenti, Giancarlo Golzi fonderà, con immenso successo, i Matia Bazar. Il disco rimane un culto tra gli appassionati, e come spesso accade per le storie del progressive, c’è una riscoperta. All'inizio degli anni novanta la Mellow Records, etichetta specializzata nel revival del genere progressive, ha ripubblicato Zarathustra e ha realizzato altri due CD, con registrazioni dal vivo dei primi anni e brani inediti. Nello stesso periodo il bassista e fondatore del Museo, Alberto Moreno, propone a Giancarlo Golzi un nuovo lavoro, costituito da materiale completamente inedito. Merogno, Corradi e Galifi non aderiscono a questa iniziativa. Nel 1999, con Marco Balbo alla chitarra, Marioluca Bariona alle tastiere e Andrea Biancheri al canto, il Museo produce Exit, un concept album particolare in cui si raccontano episodi apparentemente isolati, momenti personali di un'esistenza non epica come quella di Zarathustra ma quotidiana, vissuta da un uomo qualunque. Negli anni ‘10 del 2000, Golzi e Moreno decidono di riunire il Museo, che con nuovi musicisti pubblica un nuovo disco, Barbarica, ed inizia una tournée internazionale, con tappe in Giappone (patria di un immenso seguito per il genere), Sud America ed Europa. Ma tutto finisce nel 2015, quando Golzi è stroncato da un infarto. Termina così una delle storie più particolari del rock italiano, caratterizzato da un unico, immenso capolavoro, e da una tormentata storia di simboli.

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