La Mahavishnu | “The Inner Mounting Flame”, il frenetico album fusion che ha occupato tutti gli spazi/tempo

Per comprendere l’impatto che ha avuto ’The Inner Mounting Flame” alla sua uscita dovete, ancora una volta, immaginare il contesto nel quale arriva sulla scena. È un album alchemico, come in quegli anni avviene in tanta musica prodotta da menti aperte alle contaminazioni, pronte a sfidare convenzioni, vogliose di tentare strade nuove. Fusioni fra generi diversi, per esempio (anche se fusion diventerà un parola-tormentone che ben presto perderà di significato). Una di queste è fra jazz e rock, matrimonio non facile che naturalmente può prendere molti significati diversi, a seconda se si parta dal rock oppure dal jazz, e con quali dosi si miscelino gli ingredienti.

Da una parte il jazz, una lunghissima storia alle spalle, tendenzialmente purista, che guarda ai musicisti e fan del rock come degli incompetenti che «non sanno». Dall’altra il rock: duro, elettrico, psichedelico, il purismo qui non esiste perché la storia alle spalle è troppo recente. C’è meno competenza armonica e strumentale, certamente, nessuno sa leggere una nota, ma il messaggio arriva quando si infila quel jack nell’amplificatore, e tutto prende forma. Nei tardi anni 60, l’interesse di colonne storiche e giovani turchi del mondo del jazz per l’elettricità, il volume, l’intensità del suono del rock (oltreché per il suo pubblico giovanile vastissimo) è crescente. Il centro di tutto questo sono i gruppi di Miles Davis, e le nascenti star dei suoi mutevoli ensemble. 

John McLaughlin è un chitarrista inglese dello Yorkshire che è arrivato a NYC per suonare nel gruppo di Tony Williams, i Lifetime. Nel suo passato c’è una band di jazz/r’n’b – il periodo è quello del blue-eyed soul – il cui cantante è il grande Georgie Fame (’and the Blue Flames’, alla James Brown…), e ha continuato nella storica Graham Bond Organization (la scuola alt del blues/r’n’b rispetto a quella di John Mayall) suonando con Jack Bruce e Ginger Baker. Un attimo prima che Eric Clapton formasse con loro due i Cream (chissà se invece… eccetera eccetera). 

Anthony ’Tony’ Williams è il batterista prodigio del quintetto di Davis dal 1964 in poi, si è trovato a 17 anni non solo a tenere il ritmo, ma con la sua tecnica prodigiosa e innovativa, oltreché bella potente, a spingere avanti il grande Miles, sempre in cerca di partner con cui inventare nuovi scenari. Oltre al lavoro con i Lifetime, che con “Emergency!” nel 1969 hanno probabilmente una primogenitura sulla idea di fusione jazz-rock, McLaughlin partecipa parallelamente alle session in studio con Davis su tre album essenziali per capire la curva, sorprendente e pirotecnica, che lo sciamano con la tromba indica a tutto il mondo del jazz (e del rock): prima “In A Silent Way”, dove il quintetto degli anni 60 aggiunge Joe Zawinul e lo stesso McLaughlin, andando verso la forma all-electric. Arrivano poi le sessions di “Bitches Brew”, 1970, e un capolavoro di tensione e durezza ad alta energia in cui il chitarrista ha ampio spazio, “Jack Johnson”, 1971. 

Nel frattempo, McLaughlin pubblica a suo nome nel 1970 due album solisti molto diversi fra loro: “My Goal’s Beyond” (due facciate acustiche di cui una con profonde influenze indiane – il disco è dedicato al suo Guru Sri Chimnoy) e “Devotion”, le cui sessions includono anche Hendrix (mai pubblicate), Buddy Miles alla batteria, Larry Young all’organo, e il cui suono è duro, pieno di effetti di phasers e fuzzbox, acid-rock più che jazz.

Tutto questo, anzi TUTTO questo, è successo in due soli anni. McLaughlin si prende una pausa, e l’anno dopo rivela al mondo una band che influenzerà il jazz-rock-fusion-chiamatelo-come-volete in maniera assoluta. Si chiama Mahavishnu Orchestra. Mahavishnu, uno degli aspetti del dio indù Visnu, «l’Assoluto che è oltre l’umana comprensione e ogni attributo», è il nome da discepolo di Sri Chimnoy, nome che lo accompagnerà da allora in poi per ricordare a tutti che per lui la musica è ricerca del divino. Orchestra, suppongo, per la varietà strumentale/etnica/individuale dei cinque membri, ognuno proveniente da un Paese diverso. E fors’anche per sottolineare la varietà di fonti a cui si intende attingere: le sperimentazioni sonore acide e distorte di Hendrix, i tempi dispari e armonie complesse del jazz, come anche altre forme musicali: il folk, la classica indiana o europea. 

Partiamo dalle fondamenta, la ritmica: alla batteria c’è una vera macchina da guerra, sarà gioiosa ma fa paura comunque, Billy Cobham, tutto muscoli dentro e fuor di metafora, che di colpo alza la sbarra che tutti i wannabees del drumsound del futuro. La sua potenza, il fraseggio continuo, la maniera di costruire tensione e di lasciarla crescere fino a livelli insostenibili ai comuni (batteristi) mortali rimarrà nella storia. Viene da Panama, anche se ha già fatto il suo nel jazz americano. 

Dall’Irlanda – vecchia conoscenza di John – viene il bassista, Rick Laird, preciso, essenziale, melodico. Non serve di più. Jan Hammer viene dalla Cecoslovacchia, anche lui un nome un programma, perché usa i tasti del moog (siamo ancora all’elettronica analogica, ricordate) come fossero una seconda chitarra, creando fondale e solismo. Scelta apparentemente strana, il secondo strumento frontepalco è il violino di Jerry Goodman, l’unico americano: nato a Chicago in una famiglia di musicisti classici, dopo il Conservatorio è entrato in una band locale, i Flock, che a loro volta portavano avanti la loro visione di un jazz-rock simile ai Chicago, anche più estremo. McLaughlin lo trova che si è appena ritirato in una fattoria nel Wisconsin, lo invita per le session di “My Goal’s Beyond” e poi nella nuova band.  Sembra che fra l’altro la prima scelta fosse francese, quel Jean-Luc Ponty che aveva suonato con Frank Zappa e che in tema di fusione era avanti (ma problemi di visti rendono la scelta impraticabile). Jean-Luc, non a caso, farà parte della seconda Mahavishnu, dal 1974 in poi.

Il titolare, capello corto e vesti bianche da devoto, imbraccia una chitarra a doppio collo che sembra un’arma da combattimento. E l’irruzione sulla scena, come dicevo, di una band senza precedenti, destinata ad aprire un genere. Assomiglia a una irruzione armata. È la potenza viscerale, stordente del rock, suonata con la padronanza e la complessità, le improvvisazioni e i fuochi d’artificio del jazz. A un volume superiore. A una velocità inimmaginabile. 

Velocità, complessità, tecnica. Queste sono la cifra. Fin dall’apertura, ’Meeting Of The Spirits’: una jam quasi di riscaldamento, un arpeggio, una rullata che entra da lontano, e finalmente il violino che pigia sull’acceleratore e chiama l’entrata di chitarra acuta, un po’ distorta del Mahavishnu in persona. Da lì in poi è corsa, al centro una pausa e una ripartenza, prima swingante, poi con assoli di piano elettrico e chitarra che si intrecciano, pausa, una terza ripartenza e finale (sfumato) frenetico. Questo è il biglietto da visita. 

Oppure, prendiamo ’The Noonward Race’ (la mamma di ’Race With The Devil On A Spanigh Highway’ di Al di Meola qualche anno più tardi): McLaughlin suona a una velocità supersonica, infiniti corti strappi sulla seicorde, suoni duri e lancinanti a 300 all’ora, riff anfetaminici con Cobham sotto che distrugge rullante, tom, piatti, bacchette. Hammer che lo segue con piano elettrico o synth, Goodman che entra e esce con frasi secche del violino. 

Il gioco dinamico di corsa/rallentamento, peraltro, sembra l’unica costante in una musica che non ha la struttura tipica del rock, strofe/ponte/ritornello, e quindi fluisce abbastanza liberamente. Per cui anche brani che cominciano dolcemente, come ’Dawn’, prendono poi quota e si elettrificano. 

Ci sono due momenti introspettivi, acustico il primo, con la sua aria folk-celticheggiante, un violino che scivola come ’A Lotus On Irish Streams’, elettrico il secondo, un piano e una chitarra che diventa sempre più funky, finché non entra Cobham a rimettere tutto a posto con una super-rullatona: ’You Know, You Know’, uno dei campionamenti più usati di sempre nel rap. 

’The Dance Of Maya’ è un tour de force di 7  minuti che omaggia la pirotecnia di Hendrix, ma anche il funk di Sly e Miles e finisce in nient’altro che una gigantesca jam in cui tutto si mischia e si meticcia. Altri momenti, come ’Vital Transformation’ o ’Awakening’ sono titoli che rimandano alla ricerca spirituale di John, ma se di risvegli si tratta non saranno dolci, ma frenetici come una doccia gelata la mattina. 

È un album esplosivo per energia e compattezza. Se c’è un limite, soprattutto riascoltandolo adesso, è questa frenesia, questa continua spinta verso l’occupazione di tutti gli spazi/tempo. Poco spazio per respirare, come in quei passaggi in cui all’unisono, con stacchi e ripartenze brevi, in sincrono come cronometri digitali, i cinque giocano a stupire. Del resto, questa sarà negli anni a venire la caratteristica base del jazz-rock. 

Verrà anche presa in giro, per esempio da Darryl Rhoades, un comico americano che farà parodie dello stile con la ’Hahavishnu Orchestra’, ma la cifra tecnica e di velocità verrà condivisa da tutte le massime band del periodo, fra cui i Return To Forever di Chick Corea, nella loro seconda versione con Al Di Meola alla chitarra: «Quello che ha fatto McLaughlin con la chitarra si è fatto notare da tutto il mondo», dirà Chick,«nessuno aveva mai suonato una chitarra così, e certamente mi ha ispirato. La band di John, più che il mio lavoro con Davis, mi ha portato a voler aumentare il volume e a scrivere musica più drammatica, da far rizzare i capelli».

Dopo un secondo Lp bello quanto il primo e forse meno teso, “Birds of Fire”, la Mahavishnu produrrà un live, “Between Nothingness and Infinity”. Poi le tensioni nella band, elettriche come la musica suonata, porteranno allo scioglimento. Nascerà una seconda Mahavisnu, più allargata e con Ponty al violino e Gayle Moran alle parti vocali, il cui primo album sarà “Apocalypse”, collaborazione piuttosto interessante con un Orchestra sinfonica, arrangiata da Michael Gibbs, condotta da Michael Tilson Thomas e prodotta da George Martin. 

I battenti si chiuderanno dopo altri due Lp, e salvo una reunion (con tutt’altre caratteristiche) negli anni 80, l’era-Mahavishnu sarà chiusa per sempre. Lasciando legioni di imitatori che, come accade per musiche che vivono su un filo, faranno anche gran danni. 

John, va notato, dopo una prestigiosa carriera con collaborazioni (magica quella con Di Meola e Paco De Lucia) e varie incarnazioni di band (fra cui il suo ensemble indiano’, Shakti), nel 2018 ha vinto il Grammy per “miglior assolo di chitarra” sul brano ’Miles Beyond’ con la sua ultima band, The 4th Dimension, sul loro “Live at Ronnie Scott’s”. La velocità non è diminuita affatto, anzi. A 76 anni, con la sua aria da signore inglese, i lunghi capelli bianchi, il sorriso di sempre, la fiamma sta ancora montando.

Carlo Massarini - Fonte | linkiesta

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