Tutte le volte in cui Miles Davis ha rivoluzionato la storia del Jazz

È sempre difficile parlare dei miti. Soprattutto di quelli che i mass media hanno insensibilmente modificato, come fanno le onde del mare con gli scogli. Chi è davvero Miles Davis, il trombettista più celebre dopo Louis Armstrong?

Per il mondo è stato un ineffabile jazzista che sposava una musica molto raffinata con le sirene pop di brani celebri. Per la comunità afroamericana è stato il nero che ha saputo cantarla chiara ai bianchi con i suoi atteggiamenti spregiudicati, spesso arroganti, e una musica sempre un po’ più in là del confine conosciuto. Per chi ama la musica (di ogni genere) è stato l’inventore di una voce strumentale inedita, non più associata alle fanfare di stampo militaresco ma a un mondo notturno, intimo, nel quale trova spazio anche una componente femminile che equilibra l’aggressività maschile ancora ben presente nel suo modo di suonare: yin e yang, insomma.

E per il jazz? Qui il discorso si amplia, perché Davis, nato nel 1926 e scomparso nel 1991, si è imposto giovanissimo e ha segnato con la sua personalità cinque diverse decadi, dagli anni Quaranta agli Ottanta. Nel 1945 il suo stile reticente e introspettivo ha già attirato l’attenzione del maggior solista dell’epoca, il sassofonista Charlie Parker. In questo periodo Davis non ha ancora sviluppato una personalità artisticamente matura, ma già mostra quel che vuole. Capisce che tecnicamente non può competere con grandi innovatori come Dizzy Gillespie e Fats Navarro; così esplora un territorio espressivo tutto suo.

Si dice spesso che Miles Davis non abbia una gran tecnica, addirittura che più volte sui suoi dischi ci sono passaggi fallosi. È vero. Ma non si dice abbastanza che nel jazz (e non solo) conta più l’espressività della tecnica. «Ho fatto un errore sbagliato», recriminava un giorno Thelonious Monk. Davis è un maestro degli «errori giusti», momenti che all’improvviso cambiano la direzione di ciò che sta inventando e che egli asseconda dando una nuova dimensione alla musica.

Nel 1948 Davis guida brevemente una formazione visionaria con sei fiati, che darà indicazioni a tutto il successivo jazz più sofisticato: i brani che registra verranno raccolti sul disco Birth of the Cool. Lo affianca l’arrangiatore e amico fraterno Gil Evans, che una decina d’anni dopo realizzerà con lui altri classici orchestrali. Nel frattempo il trombettista, nel 1955, crea finalmente un proprio quintetto fisso (poi ampliato a sestetto) con cui si conferma tra le più originali forze vitali del nuovo jazz: anche se rielabora creativamente l’eredità di Parker è impossibile definirlo stilisticamente, come dimostra il capolavoro del periodo, Kind Of Blue del 1959, forse il disco più applaudito nella storia del jazz.

Negli anni Sessanta sarà la volta di un nuovo quintetto ancor più indefinibile, violento e allo stesso tempo rarefatto (un titolo: Miles Smiles del 1966), con cui a fine decennio esplorerà il mondo degli strumenti elettronici. Simbolo della nuova svolta è un album doppio elettrico ma anche pieno di ritmi africani, Bitches Brew del 1969.

Gli anni successivi sono segnati da una ricerca sempre più estrema che si conclude nel 1975 con il ritiro di un Davis estenuato e malato. Ma il vecchio leone tornerà sulle scene, dal 1982, con una musica in qualche modo pacificata e imbevuta di pop (Tutu, 1986): quella che è rimasto nell’immaginario più consueto.

In un quindicennio, fra 1955 e 1969, Davis ha rivelato i sassofonisti John Coltrane, Cannonball Adderley, Wayne Shorter; i pianisti Red Garland, Bill Evans, Wynton Kelly, Herbie Hancock, Chick Corea; i bassisti Paul Chambers, Ron Carter, Dave Holland; i batteristi Philly Joe Jones, Jimmy Cobb, Tony Williams, Jack DeJohnette: l’aristocrazia della scena jazzistica contemporanea. Se anche Miles Davis fosse stato un musicista mediocre, basterebbe questa sua capacità di talent scout per inserirlo nella rosa dei jazzisti che contano.

Fonte originale dell'articolo: Youmanist

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