John Barleycorn Must Die

Il grandioso, gioioso e perfetto album dei Traffic, inseparabile sigla personale da 50 anni

Nel 1970, sgombrato per sempre dalle dinamiche del gruppo l’equivoco Dave Mason, ottimo cantautore poco incline alla direzione di una band senza confini, il trio magicamente si ricompone. Ne è passato un bel po’, di traffico, sotto i ponti e dentro i tunnel.

In tre anni Steve Winwood ha fatto quello che un musicista fa in una carriera: è passato dal blues bianco dello Spencer Davis Group, dove ha esordito da teenager, alla creazione del veicolo ideale fin dal nome, Traffic, un ensemble-flusso che mischiasse tutto: jazzfolksoulr’n’bpsichedelìabluesrock&tuttoilrestoall’occorrenza, flessibile, capace di andare in luoghi ancora inesplorati. Cercando e trovando una unicità che rimarrà esclusiva, incopiabile.

Dopo varie vicissitudini, e già un paio di scioglimenti, ha fatto società con Eric Clapton nel grande sogno con brutto risveglio dei Blind Faith e infine… è tornato a casa. Fa il musicista vero, suona un po’ come superturnista un po’ dal vivo con gli Airforce di Ginger Baker – si esce dal portone dei Blind Faith e si rientra dalla finestra del batterista.

Dà un’idea di quanto la musica fosse esplosiva, i tempi serrati e la creatività fosse stata sparsa a piene mani, in quegli anni. E di come quel ragazzo, ormai a ben 22 anni (!) fosse un talentuosissimo predestinato, uno di quella nidiata di blue-eyed soul e blues-rock inglese che negli anni 60, partendo dalla musica black d’oltreoceano, avevano reinventato, ognuno a modo suo, la radice originaria afro-americana. Di loro Winwood era quello con la mente più aperta, capace di passare dal blues bombastico di ‘Dear Mister Fantasy’ a quella splendida gemma di ‘No Face No Name No Number’, clavicembalo e archi e flauto, come 300 anni fa. Winwood era un esploratore. Verso l’infinito, e oltre. Andando così veloce, a volte ci si brucia.

Steve si ritrova da solo, dopo tanti gruppi ci sta anche starsene un po’ per i fatti propri. Il suo produttore e discografico Chris Blackwell lo spinge a pensare a un album solista (ma per quello dovrà aspettare il 1977). C’è anche un titolo di lavorazione, Mad Shadows. Invece, proprio come il grano che spunta in primavera, c’è qualcosa che lentamente rinasce. Il traffico, fermo a un rosso doloroso per quelli che (come me) i Traffic li anteponevano a chiunque altro, si sblocca. È scattato il verde. Quell’unione maturata nei club di Birmingham, evoluta in avventure da mille e una notte (più o meno proprio mille, meno di tre anni), ha resistito a tutto. Anche alle traiettorie assassine del giovane irrequieto portento che, se voleva girare, non metteva neanche la freccia.

La reunion (a tre, che Mason stia dov’è) nasce per caso, un po’ alla volta. Ma si sa che il Destino va solo assecondato. Prima Jim Capaldi nel tardo 1969, a mettere qualche strofa di testo e il suo drumming – quello va al suo posto di default, come prima più di prima. In un secondo momento, e nessuno pensa ancora in termini di Traffic, rientra a dare una mano anche Chris Wood. Il numero perfetto si ricompone, e consente, al genio che all’inizio pensava di fare tutto da solo (lì bisognerà aspettare “Arc of a Diver”, 1980, quando le nuove macchine digitali renderanno tutto più facile), di condividere la creazione, le responsabilità e gli strumenti, finalmente! (sia lui che Chris suonano un po’ di tutto).

Immagino anche il piacere di avere di nuovo al fianco i vecchi amici (era passato in fondo solo un anno…). Quello che porta Chris va oltre un sax suonato con furia, o un flauto con estrema dolcezza, come Jim non porta solo il suo infallibile senso del ritmo. C’è molto di più. Capaldi è davvero l’altra metà di fratello Steve. Alla sua musica così eclettica Jim sa donare visione e parole di pura fantasia, ma anche di sottile e ironica analisi (facciamo da ‘Dear Mr F’ a ‘Low Spark’). Non è un paroliere tradizionale, è un visionario.

Abitano lo stesso territorio. Chris, amato da tutti per la sua sensibilità, un po’ fragile di salute, musicalmente onnivoro (dal jazz di Roland Kirk alle ballate folk medievali), porta nel melting pot del trio ulteriori conoscenze musicali ed esoteriche che sono ulteriore polvere di creatività. Poi, c’è il fattore umano che conta: «Siamo tre introversi che possono stare insieme senza bisogno di parlare, o spiegare, o fare nulla – dice Jim – siamo come fusi uno nell’altro, come tre nella tempesta attaccati alla zattera».

Basta vedere le foto del tempo: quella di interno copertina in infrared nella campagna, o quelle con occhi traslucidi da fattoni, per capire che quando trovi gli amici giusti, il tesoro vada solo lucidato. I tre sono complementari, e l’alchimia -come sempre, quando le stelle sono allineate – produce capolavori.

Come chiamare, sennò, un album che si apre con ‘Glad?’. Quel riff di piano saltellante, quel titolo perfetto, pura gioia, così solare, così eccitante, quel sax che alla 32esima battuta entra e porta via, il drumming di Jim leggero e poi bello deciso quando cambia il ritmo: jazz e r’n’b, senso della jam in cui si improvvisa e si rilancia, musica che nessuno suonava così, nel 1970. Forse chissà una qualche band afro-americana, sicuramente nessuna inglese, e comunque nessuna al mondo con quel finale idilliaco, la quiete dopo la tempesta, il doppio Hammond a ricamare e quei tocchi sul piano alla Keith Jarrett a incantare, mentre tutto si fa onirico, si passa dal giorno alla notte e dalla contentezza all’estasi.

Quel riff che Steve aveva in mente da un po’, ritmo jazzato che ricorda vagamente ‘The In Crowd’ del jazzista americano Ramsey Lewis, è diventato molto di più. Un tour de force di cui Chris Wood è assoluto padrone: un sax che prima accompagna la melodia ma poi prende strade tutte sue, wah wah Gibson Maestro incorporato che lo fa diventare un altro suono, quasi una chitarra, che al riff gira intorno sinuoso mentre lo stravolge.

Sarà da subito la mia sigla personale, inseparabile da quel transito nel tunnel di Mister Fantasy, e me la porto indietro ancora oggi, quando serve la cosa giusta per aprire giusti. Ma tutto questo lo so adesso, quel pomeriggio dell’estate 1970 quando scendo da Consorti la storia è ancora tutta da scoprire e da scrivere, Mister Fantasy è solo un disco lontanissimo, di tre anni prima: «Carlo, è arrivato!», e quando non si diceva cosa fosse arrivato il messaggio era chiarissimo: il nuovo dei Traffic, finalmente!, con quella copertina color carta riciclata, una stampa antica con un covone di grano e il nome in caratteri arborei.

Quelle erano emozioni, altro che ascoltare l’anteprima dell’ultima track di Ciccio su Spotify. Queste attese donavano una gioia psico-fisica, il so-cosa-fare per le prossime serate, da solo o con amici. Non era come oggi, che sai già tutto prima di cominciare. Non sapevi nulla, te lo trovavi in mano, e correvi a casa, già sapendo che ti avrebbe riempito la vita. Non puoi levare un Lp di quel periodo dal contesto emotivo, non puoi spogliarlo del tuo vissuto e semplicemente ascoltarlo come fosse la prima volta. Un disco allora era molto di più, e se non c’eri, beh, non c’eri, adesso è dura ricreare il momentum.

Ascoltato per la millesima volta cinquanta anni dopo, però, rimane puro Traffic: eclettico, ispirato, e molto più ricco di come lo ricordavo. ‘Glad’ in cuffia sono meraviglie che si rincorrono mentre piano e sax ti vengono a cercare e l’Hammond rilascia tessiture liquide. La cavalcata da supereroi di ‘Freedom Rider’ che segue in una mini-suite è potente, il flauto di Chris che vola alto e libero come un uccello, si raddoppia e triplica, come se si ricongiungesse allo stormo. Il psyc-soul di ‘Empty Pages’, con quella delizia di assolo di piano elettrico. ‘Stranger To Himself’, sorta di bluesaccio elettro-acustico, i prati inglesi invece delle pianure di cotone. ‘Every Mothers’ Son’, ballatona psichedelica che – come nello stile dei Traffic – cambia di ritmo e intensità varie volte nei suoi 8’, con assoli di chitarra e ondate di organo Hammond, lo strumento principe di tutto il disco.

Quando i tre riconnettono, le canzoni evolvono – dai demo di Steve – nella forma definitiva. Ma manca ancora il sigillo, il tocco del prestigiatore, la mano che spazza via tutte le altre. La porta Chris, in una delle borse che la sorella Stephanie disegnava, da cui estraeva di tutto. È un disco dei Watersons, una famiglia che interpreta canzoni tradizionali scozzesi e inglesi, quelle riscoperte e raccolte dal musicologo Cecil Sharp all’inizio del secolo. Si chiama “Frost And Fire – A Calendar of Ritual and Magical Songs”, e la canzone si chiama John Barleycorn, o a volte The Passion of the Corn.

Per la verità Chris, che conosce quell’album da anni e intuisce la profonda magia insita in quella folk song che risale al Medioevo, agli altri l’ha già fatta sentire, ma è scivolata via. Ah, il timing! (è tutto). Arriva però un giorno in cui la ripropone, e tutto improvvisamente clicca. Lo stile folk è da sempre nelle corde e nella palette dei tre, legati alla campagna fin dagli inizi nel Cottage nel Berkshire dove si erano plasmati nel ’67, nei campi di grano circostanti hanno anche fatto la loro prima esperienza con l’LSD liquido.

E tutta la musica inglese vive un periodo di folk revival, con tutte le sue ibridazioni. Ma non solo. È anche la canzone perfetta per rappresentare la metafora di morte e rinascita. È mitologia contadina antica, quella del Corn-King, il Re-Grano che viene ucciso, falciato e sbattuto, brutalmente legato, le cui spighe vengono separate e infine macinate con crudeltà. Come in una crocifissione laica, il sacrificio rituale della morte di John Barleycorn serve a ridare la vita, a dare cibo (e alcool) e far sì che il ciclo della natura si perpetri. È evidente: la morte e la rinascita (beh, però pure un po’ la crudeltà, considerando come Steve li aveva mollati senza neanche dirglielo in faccia, cosa di cui si era occupato Blackwell…) è la metafora dei Traffic stessi. E poi, la prima strofa: «There were three men came out of the west, their fortunes for to try…», non è quello il segno della predestinazione?

La versione dei Watersons, già ripresa da altri nel circuito folk inglese, è a cappella, una sola voce in una tonalità spoglia, severa, rurale. C’è più ammonimento che redenzione. I Traffic la trasformano in qualcosa di mistico, la voce di Steve magistralmente intonata e immersa emotivamente nella canzone, le percussioni di Jim ad accompagnare con dolcezza, il flauto di Chris a donare emotività e poesia.

È il capolavoro che completa l’album, in modo sorprendentemente diverso da tutto il resto, e quella canzone, scritta da qualche sconosciuto lontano antenato, diventa il pezzo centrale dell’album della rinascita. Una grandiosa concept song, la cui magia non ha perso nulla negli anni. Steve, durante il lockdown, l’ha suonata nei campi intorno alla sua casa di campagna (e dov’altro, se no?), scoppola in testa e capelli imbiancati, la voce ancora immacolata cinquanta anni dopo. La mia stella polare.

Era la rinascita definitiva dei Traffic? Potevamo stare tranquilli? No, ovviamente (anche se altri 4 anni sarebbe durata). «Certezze sul futuro – disse Jim a proposito di quella ripartenza così felice – da quel momento in poi non mi son più sentito sicuro di niente». Ma questo era il prezzo per salire a bordo: la prossima fermata poteva arrivare da un momento all’altro, senza preavvisi. Ma tu non saresti sceso, o cambiato veicolo, per tutto l’oro del mondo.

Carlo Massarini - Fonte | linkiesta

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