Lo spaziale “My Life in the Bush of Ghosts”

L’album con cui Brian Eno e David Byrne spinsero avanti la musica

Uno dei dischi più avventurosi, sperimentali, ma anche influenti, della storia. È un viaggio sonoro, per i tempi, da fantascienza. Ai comandi, David Byrne e Brian Eno, che dei Talking Heads è in quel momento il produttore: dopo aver abbellito i Roxy Music di soluzioni stravaganti e fascinose, Eno ha intrapreso un percorso di purezza sonora in quell’area che verrà denominata “ambient”, e ha collaborato con Jon Hassel in un album, “4th world/Possible Musics”, altro lavoro pionieristico nella fusione fra etnico e jazz/musica d’avanguardia.

Con Byrne sta lavorando già da due anni sugli Heads spostando la direzione da una new wave intelligente e obliqua verso obiettivi molto più visionari. “Fear Of Music”, “I Zimbra” in particolare, è il primo, geniale, passo verso la fusione di Occidente e Africa. Il prodotto definitivo verrà alla luce un anno dopo, nel 1980, con Remain In Light. Questo album nasce lì in mezzo.

Alcune delle idee che daranno forma al progetto sono già nell’aria da anni: la Musique Concrete, un’invenzione di Pierre Shaeffer a Parigi nel primo dopoguerra (registrare e risuonare rumori d’ambiente, industriali, in loop), i pattern ritmici ripetitivi, atti a creare uno stato di trance (James Brown, Sly Stone, il Miles Davis di On The Corner). Ci sono i lavori fatti di frammenti sonori mischiati al silenzio di John Cage, e l’idea di Stockhausen di creare una musica con parti provenienti da tutto il mondo, un’anticipazione di un sound globale, meticcio.

Poi, c’è un crescente interesse, quasi un’ossessione, per l’Africa: due libri, uno di musica (“African Rythm” and “African Sensibility”, di John Chernoff) e l’altro di arte africana sono fra le loro letture del momento, insieme ai dischi di Fela Kuti (praticamente l’unica musica africana disponibile negli anni 70), ma in verità ascoltano dischi da tutto il mondo, dal Brasile di Milton Nascimento ai dischi di canti popolari, tribali e primordiali del terzo mondo. In pratica, una versione ammodernata e globalizzata dei field recordings che avevano dato voce discografica al primo blues.

Non a caso, il titolo viene dal romanzo omonimo di uno scrittore nigeriano, Amos Tutuola, che nel 1952 pubblica questa storia stregata di un ragazzo che si trova a vivere in una sorta di mondo parallelo, un po’ alla Alice, se non fosse che gli abitanti sono bizzarri e spaventosi ghosts (fantasmi, spiriti). Il titolo non viene appiccicato all’album successivamente, ma arriva durante la lavorazione e diventa il significato, e anche la bussola, di questo strano mix di ingredienti che i due stanno cucinando nel pentolone sciamanico. È il primo disco basato sui campionamenti, solo che siamo ancora nell’era dell’analogico, e quindi – per fare un esempio – la sovraincisione di un canto tribale con le basi ritmiche create in studio può esser fatto solo mandando due nastri in parallelo e sperando che l’entrata sia a tempo. A culo, insomma, anche se Byrne dice che evidentemente la fortuna era abbastanza dalla loro parte.

I campionamenti sono di tutti i tipi: il ruolo fondamentale è la voce umana, che entrambi sanno bene come -frammentata e trasportata in altro contesto e accoppiata a una musica con valenze diverse – può assumere valori differenti e molto più drammatici (nel 1975, una produzione di Eno che affiancava il canto di un clochard con musica classica, “Jesus Blood Never Failed Me Yet”, era diventato, a sorpresa, un hit).

Ci sono voci registrate dalla radio che vanno dai predicatori religiosi ai conduttori di talk show, voci di un esorcismo e di un sermone gospel, muezzin islamici e pop egiziano, comizi politici e frammenti dell’album “Yemenite Songs” di Ofra Haza (su “A Secret Life”), e soprattutto la voce di Dunya Yunis, una ragazza di un villaggio di montagna in Libano (tratta dal cofanetto di 6 Lp Music in the World of Islam) che è centrale al brano più funky e accessibile, “Regiment”. Molto spesso, «sembrano trasmissioni da un pianeta disperato» (ma se ci guardiamo intorno non c’è bisogno, 40 anni dopo, di cercarlo per le Galassie…). Passeranno mesi a farsi dare le liberatorie per i diritti (perché anche qui è una prima volta) dalle decine di persone e musiche diverse usate.

La fermentazione dell’album è lenta (insomma, lenta fino a un certo punto, un anno): passa attraverso l’idea di un disco che racconti di un popolo e una lingua ancora non scoperti (ed è questo probabilmente il motivo per cui Byrne ama così tanto “Creuza De Ma”), poi la colonna sonora delle performance di danza della coreografa Toni Basil, «funky e robotiche allo stesso tempo». Si ispirano all’evoluzione della dance music, si inventano strumenti come casse di cartone e di latta, e per la prima volta non ragionano in termini di un album di due cantanti, o musicisti, ma di un grande affresco corale di voci e di musiche provenienti un po’ da tutto il pianeta.

A risentirlo adesso, non ha perso nulla della sua incredibile modernità, che ha dato forma a qualcosa di inedito, e sarà al centro di infinite produzioni dance, post-rock, elettroniche, rap, d’avanguardia nei decenni a venire. È un album denso, per lunghi tratti buio, claustrofobico (“Mea Culpa”, qualcosa a metà fra un sabba e un canto gregoriano), incessantemente percussivo (“America Is Waiting”, “Help Me Somebody”, che sembra il papà di “Crosseyed and Painless”). Non è l’unico brano che anticipa “Remain In Light”: “The Jezebel Spirit”, se levi la voce campionata e aggiungi quella di Byrne, ci potrebbe stare benissimo, come anche la atmosferica “The Carrier”.

Come dicevo all’inizio, album pionieristico e decisamente non-pop, quindi non per tutti.

Sono quegli album che tirano giù muri e convenzioni, e aprono lo sguardo su sconosciute stanze successive. A volte, questo succede per l’urlo di un r’n’roller istintivo e viscerale, vedi Little Richard, a volte, attraverso sperimentazioni e deduzioni intellettuali. È così che la musica si spinge avanti. Uno di quegli album senza i quali possiamo chiederci se la musica sarebbe andata nella stessa direzione.

Carlo Massarini - fonte | Linkiesta

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