Bruce Springsteen - The River (1980)

Quando uscì questo doppio album, qualcuno ipotizzò fosse zeppo di riempitivi. Invece quello che stava passando era un periodo di profonda ed intensa creatività. Bruce Springsteen è un mito della musica anche per questo. Dopo quel capolavoro che fu Darkness On the Edge Of Town (1978, uscito tre anni dopo il mitico Born To Run anche per problemi legali con il suo vecchio management) Springsteen insieme alla sua banda di amici musicali, la E-Street Band (in quel periodo così composta: Roy Bittan alle tastiere, Clarence Clemons al sax, Danny Federici all’organo, Garry Tallent al basso, Steve Van Zandt alla chitarra, Max Weinberg alla batteria) scrive canzoni su canzoni, che suona dal vivo durante le date del tour che segui la pubblicazione di Darkness On the Edge Of Town. Per dire The Ties That Bind, quella che suonerà più spesso, avrebbe dovuto essere anche il titolo del suo nuovo disco. Ma Bruce e i suoi compari capirono che il momento era delicato, le persone vivevano uno scontento e una paura notevoli, l’economia era in recessione. Pensa quindi di raccontare le storie a lui tanto care di coloro che hanno problemi al lavoro, che vivono con angoscia il futuro e sono “dimenticati” dal sogno americano. Per loro c’è un solo teatro possibile, la strada, poco importa che sia una highway o una strada di periferia, basta che li porti in un posto altro, un altrove dove le promesse e la speranza hanno ancora un senso nuovo. Quello che importa è di parlare a loro, delle loro paure e tuffarsi nell’amore, nella comunità, nel senso di appartenenza, che qualche volta non bastano nemmeno. The River proprio per questo è un viaggio in quell’America, fatta di piccole cose e di sogni sbilenchi. The Ties That Bind è proprio quel richiamo all'amicizia e alla comunità, una comunità che si finge ricca per una macchina e che cerca di far sentire ognuno unico (la stupenda Out In The Street, famosa per il leggendario verso I walk the way I wanna walk). Il disco è pienamente rock, dal rockabilly alle ballate, e molte canzoni rispecchiano quest’atmosfera di provincia, tra Sherry Darling e gli amori di Two Hearts (che però battono come uno solo). Springsteen è ironico, come nella stupenda Ramrod, che diventerà un comedy clou dei concerti, racconta di incidenti (Wreck On The Highway), in alcune canzoni, come le tenebrose Stolen Car, Point Black o nella languida e dolente Indipendence Day anticipa quel viaggio nella solitudine e nella riflessione che sarà Nebraska (che uscirà nel 1982). Nel disco ci sono delle perle leggendarie: Hungry Hearts, che richiama lo stile e la musica del rock primordiale, fu scritta da Springsteen per i Ramones, ma alla fine Jon Landau lo convinse a inserirla in scaletta; Cadillac Ranch, in omaggio alle auto sculture nel deserto texano, ad Amarillo, sono una metafora che spiega bene il destino delle cose, anche le più appariscenti e costose. Ma una canzone svetta su tutte le altre, quella che dà il titolo a questo storico disco. The River fu suonata per la prima volta al Madison Square Garden di New York per il concerto contro la proliferazione nucleare, concerto che verrà filmato e proposto come film dal titolo No Nuke, che esce addirittura tre mesi prima di The River inteso come disco. La storia della canzone, confermata da Springsteen in interviste e nella sua autobiografia, è la storia di sua sorella Ginny e del marito Mickey. Due giovani di provincia che si incontrano alle scuole superiori. e lui racconta che poi “Mary rimase incinta” e per il 19° compleanno ebbi “la tessera del sindacato e un abito da sposo”. Eppure la vita è grama, si perde il lavoro “per la crisi economica” , “E ora tutte quelle cose che sembravano così importanti\beh, signore, adesso sono svanite nell’aria.\Io mi comporto come se non ricordassi,\Mary come se non gliene importasse”. Nemmeno i ricordi bastano a frenare la delusione e il disagio “Un sogno che non si realizza è solo una menzogna? O forse è qualcosa di peggio”. E non resta che andare al fiume per purificarsi sia fisicamente che spiritualmente, e in questo Springsteen tesse un filo rosso che parte dai grandi del romanticismo americano, Whitman, Thoreau, Emerson, e nel loro rapporto simbiotico e sciamanico con la natura. In un saggio stupendo, Note Americane, un grande americanista (e fan di Springsteen), Alessandro Portelli, si chiede:”Quando mai nel rock si è parlato di una cosa del genere, di uffici di collocamento, di una normale quotidianità di gente che lavora invece di pensare solo a ballare e ai rapporti sentimentali, quando mai nei rapporti sentimentali c’entrano i rapporti di lavoro?”. Lo si è parlato con la lingua e la voce, straordinaria, di questo ometto del New Jersey, che quando fu scovato da Tom Wilson della Columbia fu presentato come il nuovo Dylan (Wilson fu davvero colui che scoprì Bob Dylan, e che produsse il primo disco dei Velvet Underground) e che invece è diventato un “working class hero” per la dedizione e la forza con cui ha sempre cantato delle crepe del mito americano e di coloro che, per parafrasare una sua celeberrima canzone, hanno “un paradiso che li attende sulla strada”.

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