Phoebe Bridgers - Punisher (2020)

di Luigi Ippoliti

Phoebe Bridgers aveva già impressionato tre anni fa con l’esordio Stranger in the Alps. Non passava inosservata la sua scrittura minimalista, quegli squarci di disperazione: qualcosa che somigliasse a un ibrido tra il primo Bon Iver e Joni Mitchell. Una cosa del genere ti fa esplodere il cervello, detta così. Era possibile? Certo, in alcuni aspetti il suo primo lavoro era limitato, ma di sostanza ce n’era eccome. E quei due riferimenti altissimi non erano inverosimili se accostati a lei. Ci ha pensato oggi a perfezionarsi: Punisher, il suo secondo album, è un netto passo in avanti.

Parallelamente alla sua carriera solista, però, pensiamo sempre alle sue collaborazioni, dove ha potuto spaziare e crescere: il roots rock con Better Oblivion Community Center, il grunge con Boygenius (Julien Baker e Lucy Dacus), l’alt rock insieme ai The National.

Insomma, Phoebe Bridgers è un’artista che è all’inizio, classe ’94, ma ha già molta esperienza. Punisher, dicevamo, è un passo in avanti rispetto a Stranger in the Alps: nonostante possano somigliarsi esteticamente di primo acchito, è evidente come, un po’ alla volta, le somiglianze tra i due si fanno sempre meno chiare. Prendono due direzioni diverse: con Punisher il dolore pare raccontato come si potrebbe raccontare il dolore provato in un sogno, e lo fa in maniera più decisa rispetto al suo predecessore. È un album quasi immateriale, asimmetrico, con le sue undici tracce-ballate, una solo up-tempo (“Kyoto“), atmosfere sommesse come la luca bassa e aliena di un sole che sta tramontando su un pianeta disabitato.

Nel 2020 la cantante di Los Angeles sembra ancora più a suo agio con la sostanza che sta maneggiando: l’intimità di tre anni fa, un’intimità profonda e viscerale, oggi viene presa e rivista, rigirata, ristudiata. C’è molto amore, molta pazienza nella ricerca di un sound più preparato, una scrittura più consapevole dei propri mezzi. Nonostante il fatto, poi, che ci troviamo in un terreno che è quello di tre anni fa. Che qui si è evoluto o meglio, ha dato frutti migliori, diventando universo onirico dove riuscire a interpretare il disagio e le paure dell’esistenza materiale.

A spiccare, chiaramente per diversità, c’è “Kyoto“: ma sono notevoli “Halloween” e “Chinese Satellite“, davvero due perle. In generale, l’impressione è quella di un’artista che aveva un’idea ben precisa di cosa fare ed è riuscita a inserire un pezzo dopo l’altro in un disegno a incastri che segue una logicità che si basa sulle sensazioni.

Phoebe Bridgers, con Punisher, vuole dirci che se bisogna scommettere su qualcuno per i prossimi anni, quel qualcuno dovrebbe essere lei.

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