Indigo Girls – Look Long (2020)

di Marco Frosi

Un nuovo disco delle Indigo Girls si accoglie sempre con piacere, perché il duo di Atlanta ci ha sempre regalato canzoni intense e piacevoli a partire dal primo EP autoprodotto del 1985, fino alla più recente uscita, One Lost Day, che risale a cinque anni fa. A dire il vero, nel 2018 hanno anche pubblicato un CD dal vivo, Live With The University Of Colorado Symphony Orchestra che, a causa di arrangiamenti orchestrali spesso un po’ troppo magniloquenti, non può essere considerato un episodio imprescindibile nella loro discografia. Decisamente meglio ciò che scaturisce da questo ultimo lavoro in studio, Look Long, registrato in gran parte in Inghilterra, nei Real World Studios di Bath con la produzione del loro fedele collaboratore John Reynolds. Amy Ray ed Emily Saliers hanno sempre manifestato personalità ed attitudini molto diverse: voce robusta e propensione per il rock delle radici la prima, timbro limpido e punti di contatto con le grandi protagoniste del folk la seconda.

Il modo in cui riescono a combinare queste differenze, non solo nelle pregevoli armonie vocali ma anche nella struttura stessa delle canzoni che sono solite comporre separatamente ed arrangiare insieme, è senza dubbio uno dei loro punti di forza. Anche nel nuovo album assistiamo alla consueta alternanza tra brani scritti dall’una e dall’altra, a vantaggio di una varietà di atmosfere e suoni. Il pezzo di apertura, scelto come primo singolo, presenta uno di quei titoli ad effetto che a volte Amy usa per le sue composizioni, Shit Kickin’(a voi il piacere della traduzione), un’orgogliosa rivendicazione di chi difende il proprio valore partendo da umili origini. Ad un primo ascolto non mi aveva entusiasmato, con quelle campionature ritmiche e un inciso centrale che richiama i Red Hot Chili Peppers, poi, riascoltandola più volte mi ha catturato grazie all’efficace arrangiamento vocale e al pregevole lavoro di Emily alla slide acustica. La title track è pura farina del sacco della Saliers, un quadro familiare dipinto con le nostalgiche tinte dei ricordi, impreziosito dal violoncello di Caroline Dale e dalle harmonies di Lucy Wainwright Roche.

Howl At The Moon, al contrario, si presenta allegra e solare, una vera esplosione di suoni con banjo, mandolino, flauto irlandese e strumenti ad arco che si rincorrono su una base ritmica afro, forse una suggestione ricavata dalla permanenza negli studi della label di Peter Gabriel. Molto gradevole anche When We Were Writers, che si distende sull’intreccio delle chitarre delle due protagoniste sostenute dall’elettrica suonata da Graham Kearns, (esperto turnista britannico già apprezzato nei lavori di Sinead O’ Connor e Judie Tzuke) e dal violino di Lyris Hung. Con Change My Heart, Emily sembra voler rendere omaggio alle bands californiane degli anni sessanta, penso ai Jefferson Airplane di Grace Slick, tanto per citarne una, facendo uso di sei corde dal suono decisamente acido mentre il violino della Hung aggiunge un tocco beatlesiano. Più pop ed orecchiabile K.C. Girl, che si avvale di un ritornello immediato e di note azzeccate nell’accompagnamento del bravo chitarrista inglese Justin Adams, a lungo collaboratore di Robert Plant e autore di alcuni pregevoli lavori per l’etichetta Real World, in cui spazia tra blues e musica africana.

Il ritmo cala nella romantica ballad Country Radio, interpretata con notevole trasporto dalla Saliers supportata nelle parti corali dalla sua partner e dalla già citata Lucy Wainwright Roche. Nel rimarcare la cristallina bellezza della successiva Muster, caratterizzata dal brillante utilizzo del mandolino da parte della sua autrice, vi suggerisco di dare un ascolto al recente album da solista di Amy Ray, Holler, uno stimolante e riuscito compendio di roots rock americano. Gli ultimi tre episodi confermano il giudizio positivo sull’intera raccolta: Feel This Way Again conquista immediatamente per il delizioso sovrapporsi delle voci delle Ragazze Indaco, vero marchio di fabbrica delle loro produzioni. Favorite Flavor è un altro tuffo indietro alle atmosfere sixties, con l’incisivo hammond della tastierista Carol Isaacs in primo piano a scandire la linea melodica. La Isaacs ha modo di mettersi in mostra, questa volta al piano, anche nella conclusiva Sorrow And Joy, che con il suo emozionante crescendo e le consuete preziose armonie vocali suggella il valore di questo ritorno delle Indigo Girls su ottimi livelli qualitativi.

Speriamo di avere l’opportunità di vederle dal vivo anche dalle nostre parti in tempi migliori di quelli che stiamo vivendo.


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