Neil Young & Crazy Horse - Rust Never Sleeps (1979)

Questo album, uno dei più belli del catalogo di Neil Young, ha una caratteristica pressoché unica: sebbene fatto solo di inediti, è tutto suonato dal vivo, tranne un solo brano. Neil Young nel pieno della tempesta punk va in tour nel 1978 con i fidi Crazy Horse, la sua band ombra che sin dal 1969 e fino ai giorni nostri lo accompagna sia in studio ma soprattutto in tour. Nel 1978, il nostro canadese era già una leggenda: da fine anni ‘60, quando arriva in California, in poco più di 10 anni ha fondato e sciolto i Buffalo Springfield Again, partecipato a quella breve ma fondamentale esperienza musicale che fu il quartetto con David Crosby, Stephen Stills e John Nash per due dischi leggenda (Four Way Street e Deja Vù) e ha già pubblicato un pugno di classici meravigliosi, da After The Gold Rush (1970), al leggendario Harvest (1972), a On The Beach (1974) dove esprime appieno la sua dicotomica natura di cantautore, divisa tra un folk colto, caldo e acustico e una parte di selvaggio rock elettrico, fatto di cavalcate sonore epiche e memorabili. Rust Never Sleeps fu suggerito come titolo dal cantante dei Devo, Mark Mothersbaugh, che prese spunto da uno slogan di un antiruggine per auto. Registrato in gran parte durante una serie di concerti al The Boarding House di San Francisco, locale famoso anche per gli stand comedians e che vide i debutti di Steve Martin e di Robin Williams, il disco è composto da una prima parte acustica e una seconda elettrica e ha una struttura circolare, cioè inizia a finisce con la stessa canzone, ripresa nelle due modalità, e di cui parleremo tra poco. Come sempre in Neil Young le canzoni, poetiche e potenti, affrontano problematiche sia personali che politiche: Thrasher è una metafora sulla morte e sull’essere una rockstar, metaforicamente incarnata in una mietitrebbia, Pocahontas e Ride My Llama sono odi dedicate ai nativi americani, tematica presente da sempre nella sua discografica (come non ricordare la drammatica ed intensa Cortez The Killer ,dall’album Zuma, 1975) e si conclude nella country Sail Away, pezzo registrato in studio senza i Crazy Horse con la voce in duetto di Nicolette Larson, cantante che diventerà famosa per una cover di una canzone di Neil Young, Lotta Love del 1978. Con Powderfinger, canzone di nuovo ispirato ad un pellerossa e che fu scritta, ma rifiutata, per i Lynyrd Skynyrd, Young apre la sezione elettrica. Canzoni durissime contro la società e la sua ipocrisia sui temi politici e sociali come Welfare Mothers e Sedan Delivery (quest’ultima sul divorzio) che termina con la ripresa elettrica di quella prima canzone che prima avevo lasciato in attesa: My My, Hey Hey è uno dei più magici incantesimi di Young. Scritta per Elvis Presley, morto da poco, nella versione di Rust Never Sleeps Young la dedica anche ai primi furori del punk (in un passaggio dice The king is gone
but he’s not forgotten\ This is the story of a Johnny Rotten con omaggio al cantante dei Sex Pistols) ma la canzone diverrà tristemente famosa perchè Kurt Cobain scriverà sul suo bigliettino di commiato prima di suicidarsi uno dei versi clou del brano: It’s Better to Burn Out Than to Fade Away, è meglio bruciare che spegnersi lentamente: Young fu molto scosso e da allora dedica i succesivi versi Once you’re gone you can’t come back (“una volta che te ne sei andato non puoi più tornare”) a Cobain nelle esibizioni del brano più recenti. Le due versioni, quella acustica denominata Out Of Blue e l’elettrica, Into The Black, che nel suono sporco e cattivo delle chitarre è la madre di quello che sarà il grunge, sono il marchio di uno dei dischi più belli di tutti i tempi. In post-produzione vennero eliminati quasi tutti gli applausi e riprodotte alcune linee ritmiche. Hey hey, my my\ Rock and roll can never die\ There’s more to the picture\ than meets the eye canta il nostro prima di qualche minuto di intenso e potentissimo rock’n’roll, accompagnato da Frank “Poncho” Sampedro (chitarra, voce), Billy Talbot (basso, voce), Ralph Molina (batteria, voce), in quello che è uno dei più schietti, intensi e vividi ritratti musicali di un’artista che non l’ha mai mandata a dire, lontano dalle mode, dal glamour, ma dalla forza comunicativa ed espressiva ineguagliabile, accompagnata da una delle voci più riconoscibili della storia della musica. Che ancora oggi, e basta sentirlo, non è affatto arrugginita.

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