La terra promessa (prima parte di due)

Un urlo sovversivo, un potente psicodramma del ciclo generazionale, o la più clamorosa truffa perpetuata ai danni del consumo giovanile? Il rock è tutto questo e forse molte altre cose ancora, sempre gloriosamente in bilico tra sovversività e normalizzazione, tra futilità e ambizioni travolgenti, tra massimalismi trionfanti e raffinati minimalismi. Mai un'arte è stata così sfacciatamente consolatoria e allo stesso tempo così rivelatrice. Da qualsiasi parte lo si maneggi, rimane comunque il fenomeno culturale più sfuggente e irriducibile dei nostri tempi, malgrado i falsi idoli che dilagano, malgrado la potentissima omologazione che ha reso il rock, almeno in parte, complice del sistema che ambiva a distruggere.
Per fortuna trattandosi di musica, c'è sempre qualcosa che elude i tentativi di normalizzazione. Forse perché il rock, sebbene giovane, viene da lontano, raccoglie eredità antichissime e risponde antichissime e risponde, in larga parte inconsapevolmente, a un bisogno preciso, riassumibile nell'idea del canto tribale, di quella unione tra corpo e mente che la nostra società ha tentato in ogni modo di estirpare, ma che rientra dalle porte più imprevedibili.
Il rock è stato ed è tuttora il sintomo vitale di un conflitto. Ma vive anche al centro dell'industria del divertimento, il che lo rende necessariamente ambiguo, talvolta perfino pericoloso come strumento di regressione e di persuasione. Questione che oggi è diventata di primaria importanza. Cosa sta succedendo al nostro strano pianeta? Quel poco che sappiamo è che in nessun momento della storia umana ha avuto così peso la comunicazione, e quindi anche il suo temibile rovescio, ovvero la propaganda. E' più che mai lecito dubitare che le cose del mondo vadano in cui ce le raccontano i media.
La quasi totale scomparsa del polo comunista ha creato una situazione del tutto straordinaria, che nessuno avrebbe potuto prevedere solo pochi anni fa. Mancando un nemico "ideologico" oggi si tende a considerare come non ideologico il sistema di vita occidentale, dimenticando che invece è frutto bene o male di un'ideologia, quasi considerando come "naturale", "inevitabile", il modello del liberismo occidentale. Ma in realtà siamo nel più pieno trionfo della logica, e dell'"ideologia" del profitto, con una capacità di occultazione, di mascheramento, fino a poco tempo fa davvero imprevedibile.
Aldous Huxley l'aveva acutamente intuito con qualche decennio di anticipo. Tra i pericoli del futuro vedeva proprio la tecnologia, cioè il dominio dell'industria e della superorganizzazione sociale. Ma vedeva anche forze impersonali, legate all'acefala logica del capitale, esattamente all'opposto del rischio stalinista della profezia orwelliana. Forse abbiamo troppo a lungo spiato nell'evoluzione del reale i segni minacciosi dell'avvento del Grande Fratello, senza capire che a metterci davvero in guardia ara stato Huxley, che aveva intuito già negli anni trenta la sottile perfida del piacere indotto come strumento di controllo e di limitazione della libertà. Potremmo essere dominati da qualcosa che si limita a simulare libertà, destinati a soffocare negli artifici del piacere.
Secondo Erich Fromm, citato da Huxley, "la nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d'amore nell'individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosi detto piacere". Parole antiche, ma nuovamente di peso oggi. Curioso casomai notare come il rock abbia a che fare simultaneamente con ambedue le polarità di questo dilemma. 

Gino Castaldo

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