Radiohead - Ok Computer (1997)

Il primo nucleo di una delle più particolari band britanniche si forma a metà degli anni ‘80 alla Abingdon School di Oxford, istituto privato maschile dove Thom Yorke e Colin Greenwood frequentavano la stessa classe. A loro poco dopo si aggiunsero Ed O'Brien e Philip Selway, e come On A Friday, dal nome del giorno dove si riunivano per suonare si esibiscono per i locali della città oxoriana. Ai quattro si aggiunge Jonny Greenwood, fratello di Colin, entrato come tastierista ma poi spostato alla chitarra. Il piccolo Greenwood abbandona il gruppo per studiare all'università, gli altri quattro continuano nel loro percorso e nel 1991 autoproducono Manic Hedgehog a nome Shinding, iniziando ad avere una certa fama nei locali di Oxford. In uno di questi, il Jericho, il proprietario di uno studio di registrazione, Chris Hufford, li vide suonare e si innamorò della strada alchimia tra i 4. Con il suo socio, Bryce Edge, chiede ai Shinding di registrare nuovamente un demo. Ha inizio qui la loro storica collaborazione, siccome ancora adesso a distanza di 30 anni sono i loro manager. Il demo piacque a molte case discografiche, alla fine la spuntò la EMI che fece firmare alla band un contratto per sei album. La casa discografica impose un cambio nome alla band, che in omaggio alla canzone Radio Head dei Talking Heads (dall’album True Stories del 1986) scelsero Radiohead. Il primo ep Drill del 1992 li presenta come una sorta di incrocio inglese tra R.E.M. (per cui suonanoro in apertura ad un loro lungo tour) e Nirvana, e il primo disco Pablo Honey (1993) è un indie pop dai toni epici che grazie ad un singolo, bellissimo, Creep (che diviene un anti-inno degli “outsider”) li fa conoscere sia in Europa che negli Stati Uniti. Dopo il lungo tour con i REM, nel 1995 il primo passo avanti: The Bends è più omogeneo e già fa intravedere che strada i quattro vogliono prendere: rimane un tono epico alla U2 in molti passaggi soprattutto vocali di Yorke, ma c’è l’elettronica in High And Dry, canzoni inquiete come Bones, Planet Telex, Street Spirit lasciano intravedere un lato inquieto che il produttore Jon Locke stava solo abbozzando. A far esplodere la creatività servirà lo zampino di Brian Eno, che li chiama per partecipare ad un disco per raccogliere fondi per War Child, per aiutare i bambini delle zone di guerra. La band cambia metodo di lavoro, cambia studio di registrazione e con Lucky inizia a pensare al nuovo disco insieme all’ingegnere del suono Nigel Godrich. Yorke è affascinato da Bitches Brew di Miles Davis, da Stg. Pepper’s dei Beatles e dalla musica cosmica dei Pink Floyd. In una lavoro sfiancante e ossessivo, nasce Ok Computer, da un passaggio della storica Guida Galattica Per Autostoppisti di Douglas Adams, che esce nei negozi nel maggio del 1997. Il disco è di impatto sonoro eccezionale: dalla forza quasi gioiosa di Airbag si passa al primo grande capolavoro, Paranoid Android, dedicata a Marvin l’androide di Adams della stessa saga, che è una A Day In A Life degli anni ‘90: tre canzoni in una in un crescendo emotivo e stilistico struggente. Ma c’è la splendida, e all’epoca poco considerata Let Down, la ripresa di Lucky (la canzone d’amore del disco, l’unico attacco con i lavori precedenti). Yorke canta in maniera del tutto inedita, cambiando registro e stile, e spesso trasmette la sensazione di disagio e struggimento. Come quando canta di Romeo e Giuletta in Exit Music (For a Film) brano che Baz Luhrmann commissionò alla band per il film Romeo+Giuliette ma che Yorke alla fine non volle inserire nella colonna sonora, ma solo come musica sui titoli di coda. La band suona anni ‘60 nella stupenda Electioneering, fa suonare i violini nel finale a un quarto di tono l’uno dall’altro in Climbing Up Walls, omaggia Dylan in senso cosmic rock nella bella Subterrean Homesick Alien e ha pure il tempo di scrivere due singoli divenuti iconici come Karma Police, dal video musicale noir, e No Surprises. L’album è apertamente amato dai fan e i critici soprattutto inglesi, alcuni dei quali si sono sprecati negli aggettivi (James Dillingpole del Daily Telegraph definirà il disco il migliore del XXI secolo). Ascoltandolo dopo un ventennio, e sapendo che strada prenderanno i quattro dallo storico Kid A (del 2000) in poi, rimane un ritratto profondo di una serpeggiante depressione sociale, manifestata anche nel rapporto con la tecnologia. Ma più che altro rimane un disco musicalmente pieno zeppo di idee e di creazioni originali, e di una emotività immensa, caratteristiche che ancora adesso lo segnano come uno dei più belli e significativi di sempre.

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