John Prine – The Tree Of Forgiveness (2018)

di Leonardo G. Stenta

Quella tenerezza, quell’arguzia e quell’ironia domestica rendono la sua figura quanto di più simile a Mark Twain. (Bonnie Raitt, 1974)

“Pura razza Kentucky” rispose un giorno il giovane John all’insegnante che lo interrogava sulle sue origini. Invece la famiglia Prine proveniva da tutt’altra parte, da Maywood, una città dell’Illinois. Era stato il padre, Bill Prine, a inculcare nella testa dei figli di avere origini nell’East-South Central. Se quella risposta sia stata più o meno ragionata non abbiamo la sicurezza. Ma qualcuno potrebbe aver già iniziato a sorridere.

Il nome di John Prine è iniziato a circolare nella scena folk di Chicago sul finire degli anni Sessanta. Nelle sue prime canzoni ha cantato le gesta degli pseudo-eroi incontrati durante i suoi viaggi nel Midwest: eroinomani, reduci dal Vietnam, casalinghe vedove o abbandonate, bizzarri anziani e tanti altri ancora. Dopo aver ricevuto incoraggianti apprezzamenti da Bob Dylan (il quale, pare, si presentò durante una festa a casa di Carly Simon canticchiando strofe di canzoni non ancora incise dal nostro) Prine registra il suo primo, omonimo, album nel 1971.
Negli anni Settanta si trasferisce a Nashville per seguire colui che chiamerà sempre con il nomignolo di “Cowboy”: Johnny Cash. Insieme trascorrono molto tempo e arrivano a un passo dal comporre un album congiunto. Forse perché viziati dall’alcol e dall’uso di altre sostanze, i due all’epoca non furono convinti della qualità delle registrazioni e la cosa naufragò. La carriera di Prine dunque continua e il catalogo dell’artista si infoltisce di album di ottima fattura (“Common Sense”, “Bruised Orange”, “Aimless Love”).

Nel 1988 sposa in terze nozze Fiona, la donna che ha avuto il merito di ristabilire, a detta del cantautore, la Normalità nella sua vita, scritta con la maiuscola iniziale. Ma nel 1996 una terribile notizia squassa la vita di John e dell’intera famiglia: il rigonfiamento sul collo dell’artista è in realtà un carcinoma squamoso della pelle. L’intervento riesce, ma la testa di Prine rimarrà irrimediabilmente inclinata verso il basso. Anche le corde vocali, logorate dalla stessa malattia, hanno subito un deterioramento, ispessendosi e rendendo la voce più cavernosa e gutturale. Il destino non sembra essere clemente e rincara la dose: nel 2013 John viene operato per la rimozione di una massa tumorale ai polmoni. Anche questo intervento riesce e ora, dopo tredici anni di assenza, Prine è tornato in salute e il nuovo album di inediti ,“The Tree Of Forgiveness”, è pronto a dimostrarcelo.

Sin dagli esordi il folksinger di Maywood si è distinto per un certo stile nello storytelling: vicende estratte vive dalla realtà, talvolta anche da quella più modesta, tessute su una trama leggera e flessibile, ricamate spesso con calembour sottili, simpatici motteggi — rivolti anche a se stesso, come in “Prime Prine” — e argute ironie. Stesso trattamento viene riservato anche agli episodi più eccentrici; questi, raccontati con un surrealismo divertito e divertente — a tratti naïf — si incastonano perfettamente nel quadro di una, Normale, giornata americana. Una canzone di John Prine è l’equivalente musicale di una puntata di “Un medico tra gli orsi”, una serie tv degli anni Novanta che in Italia è passata sotto traccia ma che meriterebbe sicuramente un’altra chance. “The Tree Of Forgiveness” non si sottrae a questa estetica trobadorica e dimostra, a tredici anni dall’ultimo album, “For Better, Or Worse”, che lo spirito saggio e sagace e lo sguardo divertito sul mondo di John non sono stati ossidati dallo scorrere del tempo.

C’è molta semplicità nell’ultimo disco di Prine. La produzione, condivisa con l’amico di lunga data David Cobb, viaggia alla stessa velocità dei testi: viene disposto solo l’essenziale su cui far adagiare la voce profonda e pacata di John. Non c’è spazio per azzardi melodici o sperimentazioni strumentali; tutto si muove su una linea compositiva di chiara ispirazione country-folk (“No Ordinary Blue”, “Knockin' On Your Screen Door”) e a guadagnarne è la sincerità dell’intero lavoro. “Summer’s End” racconta di un amore nato e conclusosi nel giro di un'estate che “finisce dietro quella curva/ mentre i costumi da mare sono appesi sul filo ad asciugare” con una tale delicatezza che riesce quasi ad allontanare il senso di nostalgia che aleggia tra le immagini di un ricordo.
“Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska, 1967 (Crazy Bone)” è uno spassoso bluegrass farcito di non-sequitur ("If you like your apples sweet/ And your streets are not concrete/ You’ll be in your bed by nine every night") che racconta, tra le righe, la vita di un uomo che, giunto alla vecchiaia, se la prende con quel suo “osso malandato” per allontanare le apprensioni dei suoi familiari (i quali, per sicurezza, hanno già allestito la lapide al cimitero) sulla sua eventuale dipartita. Il tono solenne recuperato da “Caravan Of Fools” serve invece a Prine per affondare la penna nella descrizione allegorica di quell’America infettata dalla brama di ricchezza che sfila in lugubri parate autocelebrative ("A notte inoltrata li puoi vedere/ bardati di gioielli scintillanti/ mentre procedono come una carovana di dissennati").

Sotto le mentite spoglie di un simpatico battibecco country tra un catastrofista apocalittico e lo stesso Prine, “Lonesome Friends Of Science” cela invece un’invettiva dal sapore ecologista ("Quei bastardi con i loro camici bianchi/ che fanno esperimenti sulle capre di montagna/ dovrebbero lasciare l’Universo in pace/ non è affar loro, non è la loro casa"). La chiusura del disco è affidata a “When I Get To Heaven”, un racconto in musica molto divertente in cui si descrivono i desideri del cantautore quando sarà giunta la sua ora e sarà salito in paradiso. L’aldilà è un tema su cui Prine ha ragionato e cantato a lungo (“Fish and Whislte”, “He Was in Heaven Before We Died”, “Your Flag Decal Won’t Get You Into Heaven Anymore”) ma senza mai seminare tracce di speranze escatologiche. Al contrario, il paradiso di Prine è un luogo facile da credere e da immaginare. Anche l’esito di “When I Get To Heaven" è quanto di più priniano ci si possa aspettare: un anziano di settant’anni che, giunto all'aldilà, può tornare a fumare le sue sigarette, bere vodka e ginger ale, baciare le giovani ragazze e smentire, finalmente, quello che suo padre una volta gli disse: “Ragazzo, quando morirai, sarai una testa di cazzo morta”.

In conclusione, “The Tree Of Forgiveness” è un album che meritiamo. Lo meritiamo per la sua godibilissima durata (30 minuti circa) in un’epoca di dischi-kolossal, per la leggerezza e onestà melodica con cui è stato concepito e creato, per l’(auto)ironia che fa capolino in momenti inaspettati e ci strappa un sorriso ("Questa mattina mi sono svegliato affianco al camion dei rifiuti", esordisce in “Boundless Of Love”, una canzone d’amore dedicata a sua moglie Fiona), per il campionario di immagini vive e pulsanti che, per quanto a volte surreali, si infilano sotto la pelle, alla pari dei protagonisti dei primi picareschi romanzi di Twain. E’ difficile avere l’ultima parola quando si parla di John Prine: lungi dall’essersi esaurito o ripetuto artisticamente infatti, l’arzillo settantenne di Maywood è riuscito a scrollarsi nuovamente di dosso l’idea di essere un pezzo d’arredamento della scena folk degli anni Settanta.

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