Faust – Fresh Air (2017)

di Valeria Ferro

Allons enfants de l'Anarchie, notre jour de jouir est arrivé!

A tre anni di distanza dal mediocre "j US t", ritorna uno dei gruppi più iconoclastici del kraut-rock guidato da Zappi Diermaier e Jean-Hervé Péron. Lo fanno ancora sotto l'egida della Bureau B, etichetta indipendente tedesca che vanta nel suo arsenale altri reduci della stessa esperienza sperimentale anni Settanta come Karl Bartos (Kraftwerk) e Harald Grosskopf (Wallenstein, Cosmic Jokers), oltre a interessanti nomi emersi più recentemente come Michael Bundt e gli Ulan Bator. D'altra parte, la compagine degli "altri" Faust - guidati da Hans Irmler - sembra aver cessato attività dal profetico "Faust Is Last" (2010).

Per chi non la conoscesse, la storia dei Faust inizia come una delle più grandi truffe che il rock ricordi: nel 1971 un tale di nome Uwe Nettelbeck si propone come produttore della band, riuscendo a far strappare ai Faust - senza neanche farli suonare una nota - un ricco contratto per la Polydor, convinto di avere tra le mani i nuovi Beatles. La verità era molto più distante di quanto fosse immaginabile pensare. Nei primi tre album, i Faust hanno infatti dato via libera a una miscela d'avanguardia inedita fino ad allora: non c'erano gli inni lisergici dei Velvet Underground, né le spiagge dorate della California e i suoi figli dei fiori, che vengono invece spazzati vie dalle nevrosi post-belliche della band. Persino all'interno della Germania, il dilettantismo illuminato dei Faust resta quasi un caso isolato tra le derive cosmiche dei più.

Questo era successo oltre quarant'anni fa. Ora la Germania si è lasciata alle spalle il suo nefasto passato ed è diventata una - se non la - potenza leader in Europa. Ma se i tempi sono cambiati, il futuro che vedono oggi i Faust rimane ugualmente grigio. La band, ora come allora, asserisce però di non avere piani a riguardo: "Lasciamo solo che la musica suoni attraverso di noi", sostiene Jean-Hervé Péron, rimandando alla mente dell'ascoltatore il come assorbire quello che ha tutta l'aria di essere un album di protesta.
Anche la nascita del disco segue questa imprevedibilità: "Fresh Air" viene infatti registrato con differenti ensemble e in diverse località durante il tour americano nella primavera del 2016. Le tracce di apertura e chiusura sono state catturate in presa diretta nella stazione radio di Wfmu a Jersey City, mentre altri brani provengono da una performance presso il California Institute of Arts di Los Angeles. A tutto questo si aggiungono le sovraincisioni in studio e i field recording di Péron, che distinguono il disco da un semplice live: è difficile dire quanto sia stato composto e quanto sia stato improvvisato, ma tutto alla fine sembra scorrere in modo uniforme.

In "Fresh Air" oltre ai fondatori Werner "Zappi" Diermaier (batteria) e Jean-Hervé Péron (basso, chitarra, voce) partecipano anche Barbara Manning con le sue live lecture, Jürgen Engler (Die Krupps) alle sovraincisioni e Ysanne Spevack con la sua viola. Personaggi che si inseriscono all'interno della dinamiche ritmiche del duo, offrendo spesso delle visionarie onomatopee tramite i loro strumenti discordanti. Anche se ora preferiscono l'ortografia faUSt - per citare il loro penultimo album "j US t" - si può ancora respirare l'entropia electro-noise della loro musica primigenea, intenta a plasmare oggi un nuovo film nella testa dell'ascoltatore, stando tuttavia lontani da prevedibili sequel.

L'album si apre con l'imponente title track (17 minuti) riempita di recitativi, voci operistiche e spettrali bordoni. Dopo una lunga e lenta costruzione, emerge un ritmo egemonico e martellante da incubo iper-urbano. C'è l'invito ripetuto a respirare aria fresca da Tokyo a New York all'interno dei versi della canzone, ricavati da una poesia di un compagno di scuola francese di Péron (qui tradotta e recitata in polacco).
Dopo un paio di pezzi più brevi - il rurale minuto di "Bird Of Texas" e i 23 secondi da coro dadaista di "Partitur" - l'album si arena poi nei ritmi rilassanti di "La Poulie", con la chitarra e il basso che si adagiano sulle texture elettroniche della traccia.

In "Chlorophyl" Péron riscrive la Marsigliese adattandola ai tempi odierni, facendo un appello disperato ai musicisti in un mondo ormai prossimo al collasso ("artisti, impegnatevi nelle vostre canzoni: l'arte per arte è finita"). "Lights Flicker" rinnova invece l'istinto anarco-situazionista della band, mentre la placida chiusura "Fish" - che ricorda la "Mamie Is Blue" di "So Far" - offre ancora uno sguardo verso questioni ambientali e politiche nelle declamazioni franco-inglesi di Péron e della Manning ("il mare non si cura dei cadaveri dei profughi, che lentamente affondano nel Mediterraneo"), rasentando le composizioni devastanti e post-industrial dei Godspeed You! Black Emperor.

"Fresh Air" è un album impegnato ma tutto sommato divertente; gli appassionati di dischi in vinile possono soddisfare il loro feticismo con una limited edition contenente una traccia aggiuntiva ("American Sperm"). Tuttavia, bisogna prima di tutto ricordarsi una cosa: i tempi sono cambiati - e lo sono anche i Faust - e se ci si aspetta un album uguale a "Faust" o "Faust IV", il rischio è di rimanere incredibilmente delusi.

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