29 febbraio 2016

Black Sabbath - Paranoid (1970)

Una chitarra potente e una sirena antiaerea aprono il secondo album dei Black Sabbath da Birmingham, Inghilterra del Nord. Poi entra la voce del cantante, che fa rimare tra di loro «masse» e « messe nere» (in inglese, piú che una rima, è la stessa parola: masses) e in pochi secondi un universo intero trova tutti i suoi punti di riferimento: le chitarre potenti, le voci al limite, le ritmiche tonanti, un immaginario che mette insieme violenza cinematografica e satanismo fumettistico per raccontare l'alienazione dei tempi moderni. In precedenza i Black Sabbath sono stati una band blues che si faceva chiamare Earth. La scoperta dell'esistenza di un altro gruppo dallo stesso nome e una folgorazione per il cinema horror (l'aneddoto dice che la rivelazione sia avvenuta di fronte alla sala in cui si proiettava il film Black Sabbath con Boris Karloff, che è poi I tre volti della paura dell'italianissimo Mario Bava) cambiano la storia di Ozzy Osbourne, cantante, Tony Iommi, chitarrista, e della sezione ritmica formata da Bill Ward e Geezer Butler. Quest'ultimo suona il basso e scrive gran parte dei testi, pieni di immagini religiose che qualcuno — in primo luogo la band stessa legge come riferimenti satanisti. Lui se ne dispiace: «E che ho avuto un'educazione molto severa e molto cattolica. Cosí, quando posso, cerco di scoprire che cosa sia il diavolo. Ma io voglio mettere in guardia contro il Male, non evocarlo». Il tono morale - qualcuno potrebbe anche dire moralista — di ciò che sarà chiamato heavy metal è dunque evidente fin dall'inizio, fin dai primi momenti. Cosí come la sua filiazione diretta dal blues rock di questi primi anni Settanta, e cioè dal mondo musicale da cui vengono i Sabbath e in cui Paranoid è ancora del tutto immerso. Si distacca, un po' per caso, un po' per scelta, il singolo che dà il titolo all'album, inciso in mezz'ora verso la fine delle sedute di registrazione. Iommi ha un riff che non ha trovato sviluppo, Osbourne improvvisa un testo sull'alienazione e sulla follia, e i tre minuti scarsi di cavalcata chitarristica, senza ritornello e con brevi intermezzi strumentali a dividere le strofe, diventano la pietra di fondazione di un nuovo modo di fare musica. Chiamiamolo heavy metal. Geniale perché semplice e diretto, impiegherà piú di un decennio a diventare noioso e prevedibile: non un brutto risultato, in fondo. (Mia valutazione: Buono)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

0 commenti: