14 gennaio 2016

David Bowie #2/3

Le poesie, le liriche del disco, sono bellissime, con versi stagliati nella disperazione come lo sono i cut ups di William Burroughs. Per esempio: “Che fantastico abisso di morte”; o “Non seppe mai che cosa lo colpì”; o: “Questo caos mi sta uccidendo”; o: “Le ruote girano e il ventesimo secolo sta morendo”; o: “Questo è ciò che avrei potuto essere”; o: “Non dire a Dio i tuoi piani, è tutto senza controllo”; o: “Ogni mossa è incerta”; o: “Non posso controllare il mio destino”; o: “Abbiamo avuto inizi così promettenti ma abbiamo vissuto vite insopportabili”; o la conclusione drammatica, forse (purtroppo) autobiografica: “Non c'è ritorno”. La sua abilità non gli viene dalla scuola ma dalle sue traumatiche esperienze di vita: da quando a dodici anni il fratello maggiore gli fece leggere Jack Kerouac e conoscere Neal Cassady, Bowie si è chiuso in se stesso e, ha fatto in un'intervista, si è sentito: “emarginato a causa dell'indifferenza dei genitori: questo mi ha fatto scattare la voglia di rompere con i tabù. Il grigiore e il perbenismo mi infastidivano. Mi immaginavo di essere come Neal Cassady”. Così a quindici anni ha abbandonato la scuola e da autodidatta ha attraversato il mondo; ed è entrato nel caos dell'ambiguità sessuale, uno dei temi base della sua vita e della sua poesia.
“Ero una persona molto triste,” dice nelle interviste. Nei suoi versi, intrisi di significati oscuri, ha rivelato i suoi dubbi verso se stesso, e da personaggio “rock” ha cercato di esprimere le emozioni pure che lo assillavano, mentre spiegava nelle interviste: “Ciascuno crea il suo doppio e poi lo riempie di tutte le sue colpe e poi lo distrugge… Mi sembrava più facile vivere attraverso un altro io. Il problema era che così sfumava il confine tra normalità e follia”.

— Fernanda Pivano su David Bowie nel 1995 (dai Diari 1974-2009)

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