13 gennaio 2014

Il sound di domani...

Difficilissimo dire quale sarà il sound di domani. L’udito della gente è oggi infinitamente più sofisticato e ricettivo di ieri. Oggi tutti ascoltano tutto. Dov’è il silenzio? Sparito. La musica, il ritmo pervadono tutto il tempo. A volte servono per eccitarsi, ma spesso anche per rilassarsi, per farsi viaggi in fuga dal ritmo velocissimo del videoclip, della tv e dello stesso cinema, ormai un inferno. Ho visto Armageddon: ogni scena dura pochi secondi fra altissimi fragori. Insomma, il suono e la visione a volte sono in combutta, esplodono insieme, a volte sono agli antipodi per bilanciarsi. E tante persone si fanno la loro musica da sé: bastano quindici milioni per metter su uno studio completo, con sintetizzatore, computer e tutto quanto. Un fenomeno molto democratico. Ma c’è il problema che ci son fuori troppe etichette discografiche, migliaia e migliaia, e la concorrenza è spaventosa. Il risultato è una confusione totale, la globalizzazione non c’è soltanto in economia. A Londra, New York e Los Angeles, le tre capitali della musica, c’è il rap, il rock, il punk, il reggae, l’alternativo, la techno, la new age, la world music, con apporti e contaminazioni di musica araba, sudamericana, asiatica, di tutto il mondo, e altro ancora. Chi vincerà? Forse nessun filone. Forse tutto è destinato a coesistere. I giovani amano anche l’ibrido, la varietà simultanea, l’artificio elettronico che va a braccetto con la semplicità naturale. Io affronto tutto questo. Mi metto in studio e cerco suoni incidendoli al computer, che è molto meglio del registratore: posso infatti cambiare il tempo senza stravolgere il suono, e cambiare tonalità senza alterare il ritmo. Si ottengono gli effetti che vuoi. E dalla finestra vedo una Los Angeles sotto un cielo poco azzurro, una città fantastica in mezzo a fumi e nebbie. Mio fratello si gode il Belvedere a Vienna, ma la realtà vera è quella che vedo io, la realtà della metropoli, delle auto, della massa, la nostalgia dello spirito, della grazia, degli affetti né possessivi né competitivi, di uno spazio mentale da pescarsi chissà dove, dentro di sé, nel passato, fra le stelle, chissà dove. Provo e riprovo, sperimento al sintetizzatore. Non c’è altra via. Adesso ho pronti un minuetto alla Boccherini e una canzone nuova cantata da una ragazza: li alterno, li contamino, li fondo, qualcosa combino. Se funziona, lo sapremo presto.

Giorgio Moroder, La Stampa 1998

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