21 luglio 2014

Vinicio Capossela - Marinai, Profeti e Balene (2011)

di iSimone

Bisogna resistere. Resistere alla tentazione di iniziare la recensione di capitan Capossela usando parole abusate, mai come ora, come abissi, profondità, leviatani... Tutte parole estranee al mondo della musica. Tutte parole inusuali per una recensione musicale che tuttavia scorrono a fiumi, come rum per marinai, in questi ultimi giorni. E sicuramente questo è uno dei tanti pregi dell’ultima fatica di Capossela.
Riconosco in “Marinai, profeti e balene” lo stesso soffio di grandezza che pervade “Ovunque Proteggi”, quell’album che fino ad ora consideravo il migliore nella mia personale bacheca delle eccellenze. Il testimone passa a questo ultimo lavoro che consolida l’esperienza dell’artista e la condensa rendendolo ancora più stupefacente. Le storie che si susseguono traccia dopo traccia hanno il sapore del già noto, quasi dell’ovvio. Chi non conosce Achab, Moby Dick, Ulisse, Polifemo o la Bibbia… Chi non conosce le sirene, i marinai, il mare… Tutte cose sotto gli occhi di tutti. Ciò nonostante ci si trova pervasi da una sensazione di novità, addirittura ci assale un iniziale smarrimento accompagnato da un crescente conforto. È come attingere ad una fonte quasi spirituale, un’ascesi. Un viaggio di andata e ritorno per la fantasia che gravita da tempo immemorabile attorno a quel mare che ha visto l’umanità, e la cultura dell’umanità, spopolare nei secoli dei secoli.
Lo spessore dei cori, delle grida, i tintinnii di campanelle ad ossigenare l’acqua, lo stridere delle seghe, lo sbuffare delle onde. Tutto si incastra magnificamente e ci proietta a bordo di un veliero mentre la spuma si infrange nel bastimento di Capossela e bagna con argentei spruzzi la nostra voglia di fantasia. Lo svago musicale viene portato ad una nuova dimensione: più teatrale, più visionaria, più fine al trasporto concettuale che unicamente musicale. La musica e la voce diventano solo strumenti per arrivare al fine ultimo, non sono il fine ultimo, non servono a confezionare una canzone ma un’esperienza. Questo è un trucco a cui Capossela ci ha già iniziato e che ora sembra padroneggiare come non mai. È diventato un suo modo di intendere la comunicazione, la musica, l’arte. A guardarsi intorno, sembra quasi essere l’unico a rischiare questa strada.

Alcuni pezzi stridono. Per esempio “Polpo d’amor”, un po’ fuori posto ancorché ottimo, eredità dell’avventura negli Stati Uniti d’America durante la preparazione dell’album “Da Solo”, in cui si può godere dell’abilità dei Calexico. Il brano non rappresenta un inedito e l’avrei visto sostituito volentieri da “When Ship Comes In”, cover dell’originale di Bob Dylan, allegata ad uno speciale uscito per XL. Pure “Le Sirene” mi ha lasciato un po’ deluso perché mi sarei aspettato maggior phatos dal brano conclusivo.
In ogni caso, delle piccolissime delusioni (ma stiamo comunque parlando di brani ottimi), si fanno perdonare dalle rimanenti tracce di una perfezione sublime, ancorché eccellentemente amalgamate.
Chi conosce Capossela, apprezzerà il ritorno del Maestro al canto delle canzoni di porto, così impeccabilmente raccontate nelle “canzonette” a manovella di ormai dieci anni fa. Come sarà facile seguire la rotta di Mastro Vinicio attraverso i reading letterari a soggetto proprio marinaresco, passando attraverso la SS. dei Naufragati (che se vogliamo rappresenta le prove generali del presente lavoro), fino ai giorni nostri.
Nessuna sorpresa quindi, solo grandi conferme.

Il brano di apertura è un capolavoro assoluto. I cori di voci assurgono ad una maestosità spirituale che denota subito l’universo di tutto il lavoro. Vale da solo il prezzo del biglietto.
Seguono brani più leggeri e divertenti, ormai un must anche per i miei piccoli bimbi che girano per casa con un occhio bendato gridando “oilalà” o ballando al ritmo di “Pryntil” che, anche se non ci azzecca, nel loro immaginario equivale alla “in fondo al mar” de “La Sirenetta” di Walt Disney (Capossela mi ammazzerà per questo accostamento o se non lo farà sarà “solo per potervelo raccontare”).
Ma sono moltissimi i brani degni di nota. La splendida “I fuochi fatui” si fa apprezzare per l’inafferrabilità sonora, come anche la poetica lettura de “La bianchezza della balena”. Collaborazioni eccellenti rendono magnifiche tracce come “Billy Bud”, musicata da Ribot; oppure “Aedo”, sulle corde di un’arpa magica registrata sulle coste Cretesi.
Veramente, dopo qualche ascolto, non si sa più quale lasciare fuori.

Tutto il lavoro è assolutamente imperdibile e, per chi non conoscesse ancora Capossela, da ascoltare almeno quattro, cinque volte prima di sentenziare. Perché prima di imparare a respirare sott’acqua è necessario almeno imparare a nuotare.
Chi ha apprezzato “Ovunque proteggi” adorerà questo lavoro.
Chi ha amato “Canzoni a manovella” dovrà remare un poco per rimanere in scia.
Per chi si era fermato a prima, buonanotte e sogni tranquilli. (Mia valutazione: Buono)

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