9 luglio 2015

Generazioni

La musica dimostra di non appartenere più alla sua generazione, nessuno può più dire "questa musica è mia!". Ascoltare certa musica non ci fa più identificare con una età, e nemmeno serve a legare le generazioni. Oramai la musica, quella con la M maiuscola, abbatte le barriere del tempo e viene riletta e aggiornata nei suoi significati dai linguaggi correnti, arricchita, quindi, nel suo valore e apprezzata con forza, pur ignorando, in parte o in toto, le sue pulsioni originarie. A seguito pubblico questo bel testo di Alfredo "Londra chiama" leggetelo, ne vale la pena.

(…) Quel giorno, vicino a me, era seduto un ragazzo che poteva essere mio figlio, un ventenne all’incirca, forse più giovane ancora. Aveva delle cuffiette e ascoltava musica a un volume spasmodico, al punto che udivo distintamente la sua musica anch’io.
(…) Stava ascoltando London Calling dei Clash il mio album preferito. La grande musica è tale perché non ci stanchiamo mai di ascoltarla, non ha etichetta, è eterna, inossidabile, galleggia (anzi naviga!) sulla miseria dei tempi, vi resiste incondizionatamente.
(…) Potete immaginare che emozione sentirlo riemergere dall’MP3 di un ragazzo che nel 1979 non era ancora nato. In casi come questi pensi che il tempo non si fermi soltanto per la musica, ma si fermi anche per te e ti consenta di fluttuare sugli istanti come sospeso, stabilendo così una sorta di fratellanza universale tra gli uomini, al di là delle singole età anagrafiche.
«London Calling!» dico al ragazzo sorridendo.
«Cosa dice?» urla senza nemmeno togliere le cuffiette. Ovviamente urla, perché è inondato di musica.
«London Calling!» ripeto «È London Calling!». Sorrido ancora.
Si toglie la cuffietta destra, una sola!, mi guarda pateticamente: «Cosa?» ripete ancora, stavolta senza urlare troppo.
«Dicevo: è London Calling!».«Sì!» risponde senza manifestare alcuna inflessione o debolezza emotiva e rimette la cuffietta.Tutto qui. Si limitò a dire “sì”.
Ma io non cercavo una conferma, la mia era una affermazione. Forse non ha capito bene la sfumatura, penso.
«Lo so che è London Calling» dico «volevo dire che lo conosco, che è il mio CD preferito!».
«Ah!» dice lui, ed è come dire: e chi se ne frega.
«Non ti sembra curioso che ascoltiamo la stessa musica a distanza di tanti anni cronologici e anagrafici?» dico con lo spirito di chi si sente di far parte di una comunità di eletti, ossia i patiti di musica pop-rock.
«È come se la musica unisse tempi e mondi diversi no? Oltre ogni classificazione! Un ponte (faccio anche un cenno con la mano)! Non ti pare?» aggiungo.
Passano alcuni secondi prima di una risposta. Poi dice: «A me sembra curioso che uno come lei, alla sua età, ancora ascolti questa musica…».
Alla mia età? E che c’entra la mia età. Come opporre distinzioni anagrafiche alla potenza eterna, dionisiaca della musica? Avrei voluto ribattere che l’età non c’entra, che io quella musica la ascoltavo a vent’anni, che oggi è come ieri, che l’entusiasmo è lo stesso, così la passione (anzi, di più) e chissà cos’altro ancora.
Lui intanto aveva rimesso le cuffiette ed era passato ad ascoltare altro, come se io non esistessi. Mi aveva già cancellato e non so nemmeno se mi avesse mai inscritto davvero nei suoi pensieri. Il volume è altissimo, tendo inevitabilmente l’orecchio e ascolto bene. Voglio esserne certo. Non è possibile, non ci credo, è Laura Pausini! Stava ascoltando Laura Pausini, vi rendete conto? Dopo i Clash, dopo London Calling, dopo London’s Burning, White Riot, Tommy gun, dopo il povero Joe Strummer che non c’è più, e che Dio lo abbia in gloria, dopo i cannoni di Brixton, e tu che non devi farti trovare disarmato quando busseranno alla tua porta, tu che non devi aspettare con le mani in testa ma con il dito sul grilletto (When they kick at your front door/ How you gonna come?/ With your hands on your head/ Or on the trigger of your gun). Dopo la celeberrima manifestazione di questo istinto prepolitico, radicale di ribellione instillato in musica divampante, dopo questo perfetto parricidio sociale e generazionale, lui meschino, lui giovane moderno cosa faceva? Lui ascoltava (Dio lo perdoni) Laura Pausini! E poi ero io quello strano. Niente di personale, si badi, ma il confronto proprio non reggeva. Dipingo sul mio volto lo sdegno e mi volto schifato (non posso fare altro).
(…) Sono pensieroso. Mi illudo sempre che sia possibile gettare ponti tra le persone, le culture e le epoche, e che la musica (la cultura, più in generale) sia uno strumento essenziale per far ciò. E ancora ne sono convinto, ma quel piccolo episodio mi aveva disorientato. Forse era lui, forse ero io, forse erano i fatti in sé. Forse il destino cinico e baro. Forse chissà. Ma stavolta il ponte non si era affatto disteso e, anzi, avevo percepito una sorta di isolamento, anagrafico ma anche culturale. La musica non etichetta, non incasella, anzi sovrasta le individualità; come un fluido universale penetra negli interstizi e risana ogni frattura. Tuttavia, quella volta l’alchimia non aveva funzionato, ed io questa benedetta etichetta me la sentivo appiccicata indosso davvero. Come se mi avessero chiuso in un box, in una specie di recinto anagrafico, non solo culturale, ma peggio: personale. Come se mi avessero messo una targhetta col codice a barre, e mi avessero deposto in un angolo del magazzino. Ci può stare, ci può stare senz’altro mi dicevo, è possibile che questo accada, anzi è un passaggio inevitabile, con il quale fare i conti. Col quale tutti faranno i conti. Sino a che, finalmente, un sottile e disincantato amor fati non mi prese pian piano.
Tornato a casa, ho messo sul piatto Rudie can’t fail. Sul piatto, dico, non nel lettore CD. Il vinile, non il digitale. Forse per marcare una distanza: degli anni, dei miei vent’anni. Nessuna rivalsa, soltanto un po’ di nostalgia, una momentanea debolezza, una piccola consolazione al tempo che fugge via come una lepre marzolina. Tutto qui.

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