16 marzo 2014

The Knife - Shaking The Habitual (2013)


di Andrea Hawkes

Un capolavoro, ma non uno di quelli facili. Sono passati sette anni da Silent Shout e la fama di The Knife è andata via via aumentando, ma i due fratelli svedesi invece di capitalizzare il successo con un disco almeno in parte accessibile al grande pubblico scelgono la via più impervia, pubblicando quasi cento minuti di pura musica d’arte che offre pochi appigli immediati e ancor meno punti di riferimento. Quasi la versione europea ed elettronica di The Seer degli Swans.
Un disco che è diffi cile da comprendere subito anche per gli appassionati di musica elettronica: quasi un terzo dell’album è costituito da drone dissonanti, i suoni sono diffi cilmente identifi cabili, i ritmi sono sempre spiazzanti, non esistono vere melodie e la voce è frammentata in ritagli che spesso s’interrompono nel momento risolutivo con urla ed effetti teatrali, ma una volta superato lo shock e il disagio iniziale Shaking the habitual si rivela in tutta la sua indiscutibile bellezza.
I fratelli Dreijer sanno chiaramente quello che stanno facendo: il programma è già tutto nel titolo e appare chiaro che questi anni siano stati spesi per creare musica priva di elementi ovvi.
Musica che, nelle loro parole, “sia impossibile da consumare in un modo facile e veloce”. Shaking The Habitual non è incasellabile in alcuno dei tanti generi attuali dell’elettronica ed è un po’ come avere a che fare con musica proveniente da un universo alternativo in cui i classici del pop non siano i Beatles, ma le b-side dei singoli di Siouxsie and The Banshees dell’inizio degli anni ottanta, l’Africa reinventata dal quarto album di Peter Gabriel e il kraut rock.
All’inizio sembra un disco in gran parte strumentale, ma a un certo punto, col susseguirsi degli ascolti, viene il sospetto, che poi diventa certezza, che certi stranissimi suoni di synth dall’espressione e dall’andamento troppo umani per nascere da una tastiera non possano che essere una voce fi ltrata al livello più estremo, oppure che la voce sia l’elemento che controlla i parametri dei suoni elettronici. Tutto il disco è basato sull’abbandonare quello che c’è di conosciuto nella musica e nell’esplorare l’ignoto, sul rendere indistinguibile ciò che è umano da ciò che non lo è e nel cancellare il confi ne tra ciò che è normale e ciò che è strano.
L’interessante mini-documentario “The Interview” rivela che Karin e Olof hanno iniziato a lavorare in maniera organica e non basata sul computer, partendo da elementi imprevedibili, improvvisando con strumenti fatti a mano, usando strumenti tradizionali in modo non tradizionale e adottando metodi non tradizionali per creare suoni tradizionali e che il periodo di preparazione è stato lunghissimo. Il risultato di queste improvvisazioni è stato poi organizzato in quello che loro stessi defi niscono un album totalmente politico, un album di canzoni di protesta contro la società attuale e può essere utile sapere che A tooth for an eye, il brano di apertura, descrive la miseria e l’indifferenza che s’incontrano per le strade della Roma di oggi.
The Knife con grande coraggio è riuscito a creare un disco senza precedenti e che è diventato istantaneamente un punto di riferimento.
Dischi del genere sono rarissimi e sono sempre fastidiosi a un primo ascolto, ma questo fastidio va affrontato e per averne il meglio: non c’è una vera novità positiva che all’inizio non sia fastidiosa. (3,5/5 voto mio)

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