Sufjan Stevens – The Ascension (2020)

di Martino Petrella

La multiforme e inarrestabile natura di Sufjan Stevens si può facilmente avvertire scorrendo la sua ormai estesa discografia. Album dedicati agli stati americani, viaggi intimisti, esplosioni psichedeliche, sperimentazioni elettroniche, cofanetti natalizi e collaborazioni più disparate.

Da cinque anni a questa parte, ovvero dall’uscita di quel “Carrie & Lowell” che tanto ha fatto parlare di sé, un album lancinante e con un peso specifico decisamente consistente, il nostro Sufjan si è imbarcato in diversi e variegati progetti musicali: l’opera“Planetarium”, assieme a Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister, due inediti per il film “Call Me by Your Name” di Luca Guadagnino, un album con il pianista Timo Andres (“The Decalogue”) e uno con il patrigno Lowell Brams (“Aporia”).

“The Ascension“, il vero e proprio nuovo album di Stevens, arriva dopo tutto questo vagare, saltellando da un progetto all’altro; i tempi sono maturi e il 3 luglio arriva America, inconsueto singolo di lancio, della durata di 12 minuti. Siamo al polo opposto rispetto allo scorso album, acustico, minimale e intimista. Ora di chitarre non c’è neppure l’ombra, siamo accolti da una cavalcata di synth, drum machine e cori che non lasciano dubbi sul nuovo terreno sonoro di questo disco. Un sound da un lato più smaccatamente pop, dall’altro delicato e avvolgente, estremamente coerente con il resto della produzione di Stevens. Merito anche della sua voce, angelica e levigata, vero tratto distintivo, che da sola permette di riconoscere il nostro tra mille.

Le prime note di Make Me An Offer I Cannot Refuse, pezzo di apertura del disco, ci riportano subito a “The Age Of Adz“, alla sua frenesia elettronica, ai suoi crepitii e ritmi spezzati. Ma allora la pasta sonora era più schizofrenica, più raminga, oscillante tra acustico e digitale, tra esplosioni orchestrali e battiti sintetici. Ora c’è maggiore chiarezza, con lo scorrere delle canzoni ci si rende conto che tutto è più uniforme, più conciso e diretto. I brani scorrono fluidi, dritti e compatti, eretti su una moltitudine di strati sintetici e di ritmi quasi dance. Come in Video Game, che potrebbe quasi essere un patinato singolo da popstar. Ciò che però sposta l’asse spazio-temporale di questi brani e li rende caldi e vivi è la voce, che da sola riesce a tirar fuori l’umanità dalle macchine, e fa sì che non ci sia davvero differenza tra banjo e drum machine, tra violini e synth. Stiamo ascoltando un disco di Sufjan Stevens, e questo è chiaro fin da subito. Chi si aspettava una prosecuzione dei suoi momenti più raccolti e acustici potrebbe rimanere spiazzato, ma ricordiamo che il cantautore di Detroit non ha mai amato essere troppo stanziale.

Un elemento cardine di “The Ascension” è presente anche nei testi, che affrontano in modo diretto e marcato una forte inquietudine verso il mondo di oggi, caotico e opprimente. L’ossessiva ripetizione della frase “I want to die happy” nell’omonimo brano riflette perfettamente un senso di profonda e incessante inquietudine, martellante come le percussioni che si fanno strada sempre più intense col passare dei minuti. Il rifiuto delle logiche del mondo dei social è racchiuso nella sopracitata Video Game: “I don’t wanna be a puppet in a theater / I don’t wanna play your video game”

Non mancano i riferimenti religiosi, cari a Sufjan sin dagli esordi, che contribuiscono a conferire una maggiore solennità a un album che contrariamente al passato, rispecchia al 100% i tempi che corrono, non potrebbe essere stato realizzato in nessun altro momento al di fuori di oggi.

Con lo scorrere del disco prosegue il racconto di questo mondo inquieto, forse arrancando un po’ a un certo punto, complice forse la sua lunga durata, che unita a una grande uniformità nei suoni può far risultare il tutto un tantino prolisso, ma mai banale e scontato. Questo lavoro ci ricorda ancora una volta il valore di Stevens e il suo peso nel mondo musicale del nuovo millennio.

Con “Carrie & Lowell” Sufjan Stevens ci ha aperto una porta nascosta dentro di sé, scrivendo una confessione struggente, mostrandoci i lati più fragili e delicati del suo mondo e facendo i conti con i fantasmi del passato. Ora, liberatosi di questo peso sembra aver perso ogni materialità, “The Ascension” è ora il suo nuovo corpo, etereo, vibrante e impalpabile, proteso non più verso l’interno ma verso l’esterno, il mondo che lo circonda, abbracciandone ogni sfumatura ma allo stesso tempo guardando oltre, scorgendo chissà cos’altro. Di certo il suo cammino non termina qui.

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