29 giugno 2016

The Ramones - The Ramones (1976)

MC5, New York Dolls, Iggy Pop con gli Stooges. I punti di riferimento sono chiari: nei laboratori del rock'n'roll nulla nasce dal nulla. Ma questa mezz'ora di musica urlata, schitarrata senza pietà (e senza assoli: come ha fatto notare Tom Verlaine, questo è l'inizio della musica dei bianchi, della musica che non deve quasi nulla al blues) e senza un filo di grasso, da dove spunta? E lo stesso sgomento di chi vide dal vivo i ragazzi di Forest Hills, Queens, suonare al CBGB quell'anno: venti minuti, mezz'ora al massimo di canzoni una dietro l'altra, introdotte giusto da un «Hey Ho Let's Go» o da un scanditi da Dee Dee, vocalist originario della band e primo a decidere di chiamarsi Ramone, ispirandosi, pare, al cognome che Paul McCartney dichiarava registrandosi in incognito in albergo. Ben presto arriva Joey e tutti i tasselli vanno a posto: quella voce un po' stridula è perfetta per un gruppo cresciuto dentro la cultura pop americana, dai Bay City Rollers ai cartoni animati alla tv. Pare che la registrazione dell'album sia costata circa 6000 dollari e sia durata una quindicina di giorni al massimo. C'è poco da spendere se si vuole suonare bidimensionali, energetici, ma mai profondi, la sezione ritmica che fa il suo sporco lavoro, una chitarra e la voce senza picchi (ma tutt'altro che banale, se qualche anno dopo un mago del pop come Phil Spector se ne innamorerà): i quattordici pezzi a basso costo cambieranno tutto, a New York, in America, e dopo un tour britannico, anche da quelle parti. L'essenzialità diventerà legge, l'urlo poesia, la chitarra elettrica pietra di paragone, le scarpe da basket, i jeans e il giubbotto di pelle nera la divisa di una nuova razza di extraterrestri del rock'n'roll. Solitudine, desiderio, alienazione e rabbia: roba per adolescenti, dicono, e Joey risponde: «Sí, per adolescenti dai 15 ai 75 anni». Musica semplice, questo sí: i soliti accordi, nessuno svolazzo, minimalismo sonoro contraddetto da una distorsione continua. Ma le melodie sono quasi sempre azzeccatissime, e questo è un dono, difficilissimo da replicare, per quanto possa apparire vero il contrario. Ovunque vadano, ovunque arrivi il loro suono, i Ramones lasciano dietro di sé una scia di gruppi che nascono e cercano di imitarli, o che cambiano immediatamente stile e approccio: suonare come si deve non è mai stato cosí fuori moda. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

28 giugno 2016

50 fatti interessanti su Pink Floyd #7/10

31. Kubrick asked Floyd to collaborate on more than one occasion, but word has it Roger Waters was trying to distance the band from Space-rock and reluctantly declined. Waters said later that it was a decision he regretted.


32. If the Beatles had Peter Blake and Factory Records had Peter Saville, then Pink Floyd had Gerald Scarfe, an artist whose iconoclastic work has become as synonymous with the Floyd as it has scything satire.


33. That’s not forgetting art director Storm Thorgerson of course, who collaborated almost as an auxiliary member of the band and came up with the iconic album cover for ‘The Dark Side of the Moon’.


As well as writing ‘Do They Know It’s Christmas?’, bringing the world Live Aid and taking a song about classroom shootings to no.1 (the Boomtown Rats’ ‘I Don’t Like Mondays’), Bob Geldof also starred in the lead role for Pink Floyd’s filmed version of ‘The Wall’.


35. In 1977, the inflatable pig caused havoc with air traffic control when it became free of its tethers, veering into the Heathrow flight path. It was later found in a field in Kent.


27 giugno 2016

Storia della musica: Aretha Franklin

di Irene Romeo

Aretha Franklin è figlia di un noto predicatore, il reverendo C. L. Franklin. La sua storia musicale comincia in chiesa. In breve, ammalia con la sua splendida voce, i presenti alla cerimonia. Clara Ward e Mahalia Jackson diventano i suoi modelli gospel per eccellenza, ma ciò comporta un ritardo nella sua formazione personale ed interpretativa. Il suo esordio non è da subito eclatante, nonostante le notevoli capacità interpretative. Aretha ha una vita privata abbastanza travagliata. Ha 4 figli in giovanissima età (15 e 17 anni i primi due) e divorzia dal marito dopo pochi anni di matrimonio. Conduce una vita non molto felice fino all'esordio con una nuova casa discografica.
Per anni, Aretha Franklin si affida alla Columbia, senza successo. Jerry Wexler la introduce ad una nuova musica. Le offre un contratto importante alla casa discografica Atlantic. La sua carriera conosce una svolta significativa. La sua black music conquista le folle e la proclama regina del soul. Nel 1967, Aretha Franklin incide il suo primo album alla Atlantic. "I Never Loved A Man" sarà il suo primo capolavoro. Dagli anni Ottanta il suo successo cresce senza sosta. Interpreta duetti con autori e cantanti illustri come Elton John, Whitney Houston, Luciano Pavarotti, Adele e molti altri. Il 3 gennaio 1912 convola a nuove nozze: a 69 anni corona il suo terzo matrimonio con il compagno Wilkerson William. Aretha Franklin ha un grande talento. La storia della sua musica le vale 17 Grammy e molti riconoscimenti.
La sua musica si distingue per una voce melodica ed una grande capacità interpretativa. Aretha Franklin sorprende per i suoi acuti improvvisi alternati a toni cupi e bassi.
Ha una grande espressività, le coloriture sonore dei brani trasmettono forti emozioni. Conosce anni d'oro: ottiene negli Usa numerosi dischi d'oro e di platino. "Spirit In The Dark" e "Young Gifted And Black", caratterizzano invece un suo periodo infelice. Successivamente, la sua vena artistica recupera il gospel e nasce una nuova storia, un nuovo filone artistico, più vivace ed allegro. Ne fanno parte brani come "Amazing Grace" o " A Rose Is Still A Rose". Nella sua storia, interpreta diversi film musicali: "The Blues Brothers" e " The Blues Brothers: il mito continua".


26 giugno 2016

Breve storia della musica rock #2/3

di Federica Zanotti

Arrivarono poi i mitici Sixties, i favolosi anni Sessanta, che portarono con sé la nascita di una cultura rock vera e propria, plasmata a partire dalla musica - che doveva essere pura, autentica, al di sopra di ogni compromesso con il mondo e con tutti gli altri generi commerciali d'intrattenimento - e che finì col connotarsi ideologicamente al punto da diventare una vera e propria utopia. Bob Dylan ne fu la massima espressione sull'East Coast: musicalmente non portò alcuna innovazione al rock, date le sue radici da folksinger, ma fu il primo a riportare in auge la rabbia e il bisogno di cambiamento che prima di lui Elvis, Chuck Berry e soci avevano cantato, offrendo la possibilità di "pensare" attraverso le parole delle sue canzoni - vere e proprie pietre miliari come "Blowin' in the Wind" - che lo trasformarono nel messia delle nuove generazioni.
Ad Ovest la California divenne la frontiera dello spirito più autentico del rock e il surf il simbolo di una nuova condizione giovanile audace e libera dagli obblighi della vita adulta. Nacque così la surf music: il rock'n'roll dei giovani bianchi della classe media americana. I Beach Boys (Brian, Carl e Dennis Wilson con Alan Jardine e Mike Love) furono la realtà che meglio incarnò il clima di quest'epoca. Il lavoro simbolo della band, che rivela lo strepitoso talento di Brian Wilson, è "Pet Sounds", concept album che contiene la stupenda "God Only Knows". Ma il brano più importante della band californiana è "Good Vibrations", rilasciato come singolo nel 1966. Il pezzo è una vera e propria "sinfonia tascabile" e il risultato di un incredibile lavoro di produzione in cui circa 30 minuti di sessioni musicali sparse vennero condensati in un pezzo pop.


Accadde oggi...

1955: Nasce Mick Jones, anima funky dei Clash. Dopo il traumatico divorzio da Joe Strummer, fonda prima i Big Audio Dynamite, poi i Carbon/Silicon, poi produce i Libertines e i Babyshambles di Pete Doherty.

1956: Nasce Chris Isaak, cantante in bilico tra folk e rock. Spesso anche attore.

1965: "Mr. Tambourine Man" dei Byrds arriva al numero uno delle classifiche americane. La canzone - scritta da Bob Dylan - è un quasi esplicito inno alla droga.

1969: Nasce Colin Greenwood, basso ma anche tastiere e synth dei Radiohead.

1977: Alla Market Square Arena di Indianapolis Elvis Presley tiene la sua ultima esibizione dal vivo. Morirà il 17 agosto dello stesso anno.

25 giugno 2016

Patti Smith - Horses (1975)

«Gesú è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei»: l'affermazione in fondo è ambigua, o almeno enigmatica, ma chiunque la ascolti per la prima volta, alla metà degli anni Settanta, ne percepisce, senza se e senza ma, tutta la portata liberatoria. Tanto piú che la frase, pronunciata da una donna che da sempre lavora con le parole e che sa come trattarle, apre una versione trascinante di una canzone che mescola abilmente sacro e profano: Gloria, che Van Morrison scrisse per i Them. Cosí la poetessa Patti Smith sale per la prima volta sul palcoscenico mondiale del rock'n'roll. Con un urlo che tira in ballo Gesú, la libertà, i sensi di colpa. Soprattutto i sensi di colpa. Da qualche anno, a New York, la si può ascoltare con la sua band al CBGB e magari la si può vedere a St Mark's Place, al circolo dei poeti post beat che si ritrovano al lunedí e al venerdí. La si vede con l'amico fotografo Robert Mapplethorpe, con cui ha vissuto al Chelsea Hotel, e con Lenny Kaye. Con Kaye ha cominciato a mettere in musica le sue poesie, finché intorno a loro è nato un gruppo, una rock'n'roll band vera, e classica: chitarra, basso, batteria e pianoforte. Nel 1974 Mapplethorpe finanzia registrazione e pubblicazione del loro primo singolo, che mette subito le carte in tavola: la canzone che scelgono è uno standard rock'n'roll, Hey Joe, che registrò anche Jimi Hendrix, ma il parlato che gli aggiunge Patti Smith racconta di Patty Hearst, l'ereditiera rapita da un gruppo di ribelli, e poi di sesso, e di violenza. Per il primo album, Patti e i suoi si sono rivolti a un guru della scena alternativa newyorkese, John Cale, uno dei Velvet Undeground, e non immaginano che saranno costretti a trascinarlo su territori arditi che a lui interessano poco e che loro invece sentono molto vicini a quelli percorsi, anni prima, dai Velvet. Pare che Cale nel frattempo si sia innamorato dei Beach Boys e veda nella band della signora Smith spiccate potenzialità pop. Alla fine la tensione probabilmente fa bene a tutti: a lei, che non tradisce se stessa e riesce a essere al tempo stessa poetessa e rocker, a cantare come se fosse a un reading e a divertirsi come a un concerto al CBGB. Al gruppo, che non molla di un millimetro e suona come se i Velvet Underground fossero ancora con Lou Reed. E al punk rock, che trova i suoi nuovi profeti. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

24 giugno 2016

Ryan Gosling - Put Me In The Car

Accadde oggi...

1944: Nasce Jeff Beck, chitarrista degli Yardbirds e, a detta dei critici, genio incompreso della chitarra elettrica. In "Blow up" di Antonioni distrugge una chitarra mentre Jimmy Page lo guarda divertito.

1947: Nasce Mick Fleetwood, batterista e fondatore dei Fleetwood Mac.

1993: Muore a 36 anni il sassofonista jazz Massimo Urbani.

Joseph Arthur - The Family (2016)

di Gabriele Benzing

C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l'ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l'ha fatto portare nel suo studio, l'ha salvato dagli allagamenti quando l'uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di "The Family" hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena.
"È come se queste storie fossero state lì ad aspettarmi", racconta. "Forse erano chiuse in quel pianoforte. O forse comporre su quello strumento è stato come una liberazione". Che sia stato il riscatto dalla frustrazione delle lezioni di piano prese da ragazzino o l'eco dei fantasmi nascosti nel vecchio Steinway, quel che è certo è che la musa di Arthur ha ritrovato ancora una volta la propria voce. Misurandosi con un tema tutt'altro che semplice da affrontare (oggi più che mai) come la famiglia. O, per dirlo con le sue stesse parole, "il modo in cui le dinamiche familiari ci formano e fanno di noi quello che siamo".

Se alle note del pianoforte spetta definire l'ossatura dei brani, la veste sonora che le avvolge non lascia spazi vuoti, tra ritmiche rotonde, graffi elettrici e impasti vocali. Tutto gestito in prima persona da Arthur, che per la realizzazione del disco si è fatto carico letteralmente di ogni elemento (dalle chitarre alle tastiere e alla batteria, oltre ovviamente a piano e voce).
Dietro al mixer c'è Tchad Blake, come era già accaduto ai tempi di "Redemption's Son", ma il suono corposo del disco porta più alla memoria le atmosfere di "Our Shadows Will Remain". Con l'icona di Lou Reed sempre ben presente davanti agli occhi (vedi l'iniziale "The Family"), il songwriter americano imprime il proprio marchio su un album dall'impianto compatto, in cui il trascolorare dei brani è fatto soprattutto di dettagli (dalle inclinazioni pop del singolo "Machines Of War" al passo più spedito di "Hold On Jerry", passando per l'accentuarsi dei beat sintetici in "When I Look At You").

L'album di famiglia di Arthur ha una vocazione corale, alla maniera della saga raccontata da Ben Cooper nella sua trilogia a firma Radical Face, "The Family Tree". "In questo disco non c'è niente che nasca da un giudizio sugli altri", spiega. "È fatto di storie raccontate da voci differenti e tempi misteriosi, che spero possano entrare in risonanza con qualsiasi famiglia, dappertutto". Una vicenda non strettamente autobiografica, insomma, anche se intessuta di ricordi personali. Una vicenda in cui un posto centrale spetta all'incombere della seconda guerra mondiale, che attraversa i brani raccontando la separazione ("Daddy, The War Machine"), la perdita ("The Flag") e in ultima analisi la brutalità stessa della natura umana ("Machines Of War").
I riverberi abrasivi di "With Your Life" potrebbero appartenere agli Shearwater, il falsetto di "Ethel Was Born" chiama in causa l'ombra di Neil Young. È grazie a un trittico di ballate, però, che "The Family" si riallaccia ai momenti più intensi della discografia di Arthur: "You Wear Me Out" è il primo brano scritto per l'album, il catalizzatore intorno a cui tutto il progetto ha preso forma; "Wishing Well" è un inno ai sogni e alle speranze dell'adolescenza, abbandonati come monetine sul fondo del pozzo dei desideri di un centro commerciale; "You Keep Hanging On" è una lettera d’amore scritta con l'inchiostro della fatica di ogni giorno, che si dipana su una trama acustica sostenuta dalle percussioni.

"Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo", recita la citazione di "Anna Karenina" posta da Arthur in apertura del disco. "The Family" è la famiglia da cui vorresti solo fuggire, come in "They Called Him Lightning", e al tempo stesso la famiglia pronta a riaccogliere sempre nel suo abbraccio ("Endless mercy/ Hold me now", invoca la litania in coda alla title track). Soprattutto, è il luogo in cui il sacrificio si rivela il solo modo di amare fino in fondo: "You say love is a church and a crucifix/ It will kill us in time after saving us", riflette Arthur in "You Keep Hanging On", e forse è proprio questo il cuore della questione. "Amore e perdita. Disfunzionalità e resa. Mancanza di speranza e violenza. E quello che a volte ci permette di trascendere tutto questo. Lasciare che le cose che a un certo punto ci hanno abbattuto diventino le stesse cose da cui possiamo trarre la nostra forza". (Mia valutazione: Distinto)

23 giugno 2016

Sketches of Spain - Miles Davis


Band of Horses - Why Are You OK (2016)

di Matteo Quinzi

Di nuovo in forma. L'effimero miraggio mainstream nel quale si erano persi i Band of Horses con il precedente album del 2012, Mirage Rock appunto, aveva fatto pensare a una prematura parabola discendente per il gruppo americano. E invece dopo una salutare pausa discografica di quattro anni – escludendo il live Acoustic at The Ryman del 2014 - eccoli tornare con un disco convincente come Why are you ok, il quinto in carriera. Una curiosità: Ben Bridwell, voce e autore principale della band, ha dichiarato di aver registrato buona parte delle demo dei nuovi brani di notte, in casa e in solitaria, in modo da poter passare di giorno più tempo possibile con i propri quattro figli. Come dire, la famiglia prima di tutto, anche del rock.
Ko a colpi di melodia. Prodotto da Jason Lytle (Grandaddy), uno che sa come trasformare un brano in un ecosistema a sé stante, con la supervisione di due mostri sacri dello studio di registrazione come Rick Rubin e Dave Fridmann, Why are you ok è un disco immediato nella sua fruibilità ma assai ricco di trovate sonore e melodiche. L'incipit è dei migliori con Dull times the moon, un brano doppio, dal minutaggio esteso, con una prima parte lunare e riflessiva e una debordante esplosione rock nel secondo movimento. Tutta la prima metà del disco si mantiene su livelli elevatissimi di assuefazione, merito delle grandi capacità vocali/interpretative di Bridwell e di ottimi arrangiamenti orecchiabili ma di classe come nel singolo Casual party - da non perdere l'ironico e mostruoso video – o In a drawer dove nel ritornello spunta la voce, e c'è da giurarci anche la chitarra, di J Mascis (Dinosaur Jr.). La seconda parte dell'album si fa più morbida, sinuosa e per certi versi “passatista”, con episodi come Lying under oak, Whatever, wherever o Country teen, ma sempre con quel necessario twist contemporaneo, tale da non rendere il tutto una mera operazione nostalgia.
Aggiornare la tradizione. Folk, rock, indie, country, southern, persino un pizzico di soul bianco, la bisaccia musicale dei BoH è ricca di sfumature e riesce a creare in modo credibile, con semplicità e sincerità, dei collegamenti spazio-temporali tra epoche musicali differenti. In Why are you ok è condensato quasi tutto il dna del rock nordamericano, un fiume che scorre attraverso gli anni con i suoi saliscendi emotivi, unendo idealmente Neil Young con i Death Cab For Cutie. In questo gioco di specchi e rimandi probabilmente avrà anche influito il recente album di cover, Sing into my mouth”, che Bridwell ha inciso insieme all'amico Sam Beam (Iron & Wine). E se i primi due album dei BoH Everything all the time e Cease to begin rimangono ad oggi delle vette insuperate – per chi non li conoscesse sono due recuperi/ascolti a dir poco consigliati – si spera che il nuovo album possa rappresentare una rinascita, l'inizio di una lunga e proficua fase per i BoH, non un estemporaneo colpo di coda. Le premesse, ascoltando queste dodici tracce di agrodolce, accorato e ispirato indie/folk/rock, ci sono tutte. (Mia valutazione: Buono)

22 giugno 2016

Marvin Gaye - What's Going On (1971)

Mother, mother
There's too many of you crying
Brother, brother, brother
There's far too many of you dying
You know we've got to find a way
To bring some lovin' here today - Ya
Father, father
We don't need to escalate
You see, war is not the answer
For only love can conquer hate
You know we've got to find a way
To bring some lovin' here today
Picket lines and picket signs
Don't punish me with brutality
Talk to me, so you can see
Oh, what's going on
What's going on
Ya, what's going on
Ah, what's going on
In the mean time
Right on, baby
Right on
Right on
Father, father,
Everybody thinks we're wrong
Oh, but who are they to judge us
Simply because our hair is long
Oh, you know we've got to find a way
To bring some understanding here today
Picket lines and picket signs
Don't punish me with brutality
Talk to me
So you can see
What's going on
Ya, what's going on
Tell me what's going on
I'll tell you what's going on - Uh
Right on baby
Right on baby
...

Madre, madre
Troppe di voi stanno piangendo
Fratello, fratello, fratello,
Troppi di voi stanno morendo
Tu lo sai che dobbiamo trovare una strada
Per riportare un po' di amore qui, oggi (1)
Padre, padre,
non abbiamo bisogno di peggiorare la situazione
Puoi vederlo, la guerra non è la risposta
Perché solo l'amore può sconfiggere l'odio
Tu lo sai che dobbiamo trovare una strada
Per riportare un po' di amore qui, oggi
Cortei di protesta, e i loro cartelli
Non trattarmi con brutalità
Parlami, cosi puoi vedere
Cosa sta succedendo
Cosa sta succedendo
Cosa sta succedendo
Cosa sta succedendo .
Per intanto
Andiamo avanti, baby
Andiamo avanti
Adiamo avanti
Padre, padre
Ognuno pensa che siamo in errore
Oh, ma chi sono loro per giudicarci
Solo perché i nostri capelli sono lunghi
Oh, tu lo sai che dobbiamo trovare una maniera
Per portare un po' di comprensione qui, oggi
Cortei di protesta, e i loro cartelli
Non trattarmi con brutalità
Parla con me
Cosi puoi vedere
Cosa sta succedendo
Cosa sta succedendo
Dimmi cosa sta succedendo
Ti dico cosa sta succedendo
Andiamo avanti baby
Andiamo avanti baby

21 giugno 2016

Accadde oggi...

1951: Nasce Nils Lofgren, chitarrista della E Street Band di Bruce Springsteen.

1961: Nasce Manu Chao, cantautore. Leader dei Mano Negra e interprete di un folk-combat-rock dalle sonorità latinoamericane.

2001: Muore a quasi 84 anni John Lee Hooker, autentica leggenda del blues. Originario di Clarksdale, Mississippi, fu l'inventore del cosiddetto 'talking blues'. Autore, cantante e chitarrista, a lui si devono classici come "Boom boom" e "Boogie chillen".

Queen - A Night At The Opera (1975)

Giunti al quarto album, dai Queen ci si aspetta «un Sgt. Pepper» (se lo aspettano anche loro, e lo ammette Bryan May, il chitarrista), ma un Sgt. Pepper dei Queen non può che essere eccessivo, quasi parodistico. Ecco allora il titolo, che riprende quello di un film dei fratelli Marx, il primo senza Zeppo, ecco allora — negli otto anni trascorsi da Sgt. Pepper's Lonely Hearts Band le piste disponibili in studio sono passate da quattro a 24 — le sovraincisioni che diventano uno strumento espressivo fondamentale, un modo di essere piú che una tecnica. Sulla copertina dell'album si arriverà a scrivere che «nessuno ha suonato sintetizzatori», tanto si è orgogliosi della perfezione a cui si è giunti nell'arte della registrazione. Si racconta che il nastro su cui si trova Bohemian Rhapsody sia cosí usurato da diventare quasi trasparente, quando il lavoro è finito. Le sole parti vocali nelle quali armonizzano Bryan May, Freddie Mercury e Roger Taylor nascono da un totale di quasi duecento sovraincisioni: ore e ore di cantato per ottenere un coro degno di un'opera. Per registrare i sei minuti di quella che diventerà la piú nota canzone dei Queen ci vogliono tre settimane, quanto si impiega di solito a realizzare un album intero. E l'album, quando uscirà, con quel singolo che è già al numero uno, verrà dichiarato il piú costoso mai realizzato. Eccesso, parodia ed eclettismo: ecco il terzo ingrediente della ricetta Queen, mai come in questo caso messa in pratica senza esitazioni. Hard rock, armonie vocali in stile californiano, tocchi progressive nella costruzione delle canzoni, virate quasi folk: se in un album dei Queen si può trovare quasi tutto, in questo si trovano addirittura incisi pianistici che sembrano citazioni di Chopin e intermezzi operistici. Infine, Bohemian Rhapsody: sei minuti in cui si condensa un mondo, quello di colui che la canzone l'ha scritta praticamente da solo, e cioè Freddie Mercury. Sei sezioni, montate una dopo l'altra a stacco, che passano da un'introduzione a cappella a una ballata pianistica, da un assolo di chitarra alla parte che Mercury chiama «opera», da una sezione hard rock a una conclusione in dissolvenza. Piú di cosí, a un'idea di melodramma rock'n'roll non ci si può avvicinare: per quanto il testo si ispiri allo Straniero di Camus, qualcosa ci dice che non di opera si tratta, ma di operetta. (Mia valutazione: Discreto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)