18 febbraio 2017

Le 10 canzoni che hanno definito il rock

La playlist all-time di uno dei più grandi critici musicali viventi, Greil Marcus, raccolta in un libro appena uscito in Italia grazie a Il Saggiatore, non è la playlist della storia del rock che vi aspettate, anzi probabilmente non indovinereste nemmeno una canzone

di Giulia Cavaliere

Quanto bisogna essere monumentali per pubblicare un’opera in cui si racconta a tutto il mondo la propria personale playlist di canzoni rock che hanno fatto la storia?
Moltissimo, ovviamente, ma non solo: diremmo, piuttosto, che per risultare credibili in un’operazione tanto complessa e – oggettivamente – soggettiva, è necessario essere i numeri uno, i primi, non solo per talento, affermata attendibilità e statura autoriale ma anche nella pura cronologia della storia dello scrivere il rock. Niente appare al mondo tanto soggettivo, aleatorio e mutevole come il gusto e il giudizio musicale, specie se parliamo di musica leggera, e solo chi ha visto il grattacielo nascere dalle fondamenta può permettersi – pare – di scegliere chi deve salire in cima a quella costruzione.

Greil Marcus, da pochissimo nelle librerie italiane grazie a Il Saggiatore, con il suo Storia del rock in dieci canzoni è chi, più di chiunque, ha visto e vissuto in prima persona la nascita della musica rock come narrazione, come trasmissione scritta di un mondo suonato sui palchi del movimento hippie e mai prima di allora formalizzato a parole.
Inizia a scrivere di musica al college, nel 1965, e proprio tra i banchi conosce Jann Simon Wenner che nel 1967 fonda Rolling Stone – di cui oggi è ancora editore. Il giovane Marcus non gradisce il modo in cui la nuova rivista approccia, nelle recensioni, il mondo, il disco e la canzone rock’n’roll e così spedisce a Wenner un esempio di come vorrebbe leggere di musica. Come in quello che, per molti ragazzi delle generazioni successive, si configurerà come il sogno di una vita, dalla settimana successiva all’invio della sua proposta, Marcus, entra a far parte del colophon di RS e, in breve tempo, finisce col ricoprire il ruolo di responsabile delle recensioni per una paga di 30 dollari a settimana.

Da quel momento, il ragazzo di San Francisco si candida a diventare il numero uno tra i critici musicali rock di tutti i tempi e lo fa forgiando l’idea stessa di narrativa rock, superando l’eterno limite della descrizione tecnica, del racconto stanco di faccende poco più che nerdy, finalizzate a un apprendimento culturale gelido e nozionistico. Al contrario, Marcus costruisce un’idea di racconto del rock che passa attraverso un’espressione calda ed estrema, soggettiva, coinvolta, interpretativa e, quindi, intrinsecamente critica.
Questo libro è un altro dei risultati di quest’approccio. A comporlo ci sono 10 canzoni che nulla hanno a che fare con la nascita e la crescita filologico-cronologica del genere rock e che non appartengono a nessun nome che risulti stilizzato nelle nostre menti come espressione della fondazione del rock.

Marcus si concentra sull’essenza vera di questo genere e sul modo in cui, l’appassionato, il conoscitore e, in questo caso, il critico, non solo lo concepiscono e percepiscono ma lo vivono in profondità, lo raccolgono da esibizioni, registrazioni, riproposizioni cinematografiche. Rock è il movimento strambo di un musicista che vedi scattare dentro un tv color, è il respiro tragico che accompagna il cantato di una singola parola, è la curva in minore di una chitarra punk nichilista.

Più di una faccenda da storicizzare in progressione, il rock è, insomma, «precisamente il momento in cui una canzone o un’esibizione è essa stessa il proprio manifesto che avanza le sue pretese sulla vita con un linguaggio originale, personale (…)».

Continua a leggere e scopri le dieci canzoni...

Accadde oggi...

1940: Nasce a Genova Fabrizio De André. 'Faber' diventerà uno dei maggiori cantautori italiani di ogni epoca, per molti il migliore...muore nel 1999.

1943: Nasce a Lodi Riccardo Sanna in arte Ricky Gianco, di professione cantautore.

1980: Nasce Regina Spektor, cantautrice di natali russi naturalizzata statunitense dallo stile molto personale.

2013: muore all' età di 68 anni Kevin Ayers, uno dei fondatori dei Soft Machine.

17 febbraio 2017

Jeff Beck - Jeff Beck's Guitar Shop (1989)

L'immagine presente sulla copertina dell'album "Jeff Beck's Guitar Shop" di jeff Beck è opera di Mark Ryden. L'immagine mostra un garage con un atipico meccanico mentre ripara una Fender Stratocaster, famosa chitarra preferita dallo stesso Jeff. Il "meccanico" è intento di avvitare un sensore del magnete del suono che produce la chitarra elettrica mentre fuori dal negozio possiamo notare un camion mentre trasporta un'ultra chitarra. Tutto ciò che vediamo in questa immagine come gli strumenti, i plettri, gli amplificatori e invari pezzi per la chitarra sono in formato gigante. Jeff Beck partecipò con molto entusiasmo alla realizzazione di questa stupenda copertina realizzata insieme a Terry Bozzio e Tony Hymas.


Accadde oggi...

1957: Nasce Loreena McKennitt, canadese musa della musica celtica.

1972: In una serie di quattro concerti londinesi, i Pink Floyd suonano le musiche di "The dark side of the moon" con un anno di anticipo sull'uscita dell'album.

1979: I Clash sbarcano negli USA con il loro primo tour a stelle e strisce, intitolato "Pearl Harbor 79".

1982: Muore a 64 anni Thelonious Monk, pianista e compositore jazz di categoria superiore.

The Stones Roses - The Stones Roses (1989)

Sono insieme da cinque anni, ma solo nel 1989 tutti i pezzi sembrano incastrarsi alla perfezione uno nell'altro. Un po' perché arriva un nuovo bassista, più che altro perché i tempi sono davvero maturi per il nuovo suono che arriva dal Nord dell'Inghilterra (Manchester, in particolare): psichedelico nelle intenzioni, un po' dance nei ritmi, nell'andamento. Dietro, neppure troppo nascosto, c'è il solito stile British, quello melodico e gradevole dei Beatles: in fondo nei cinque anni di apprendistato è pili che altro il modo in cui canta Ian Brown a essere cambiato. Ora non prevarica, non schiaccia, si fa anzi quasi cullare dal suono della band, in particolare da una chitarra che a molti ricorda quella — fondamentale — che si sono inventati i Byrds, vent'anni fa. E il ritorno, che ora si sospetta eterno, del rock'n'roll in versione inglese, per di pif legato a una rinascita della scena notturna metropolitana. Oggi i rocker non si vergognano di ammettere che, si, vanno a ballare, buttano giü qualche pasticca di ecstasy e sballano come tutti gli altri. Anzi, questo sembra essere il nuovo punk. Questa riduzione a puro ritmo di ogni velleità musicale pare proprio riproporre una tabula rasa da cui ripartire, come si deve fare, di tanto in tanto. Si attende qualcuno capace di ricostruire da zero, e gli Stone Roses si sentono pronti a farlo: se ne vanno a Londra con John Leckie, che ha lavorato con i Pink Floyd e che li ha impressionati per come ha prodotto The Dukes Of Stratosphear, un progetto laterale degli XTC. Lui non fa altro che ripulire al massimo ogni picco, vaIorizzare le ritmiche ipnotiche (e circolari, come vuole il nuovo gusto importato dalla dance), le distorsioni e l'eco della chitarra. Il resto ce lo mettono i ragazzi, capaci di combinare insieme inni narcisisti alla propria conclamata vulnerabilità (I Wanna Be Adored) e accattivanti cavalcake in groppa a chitarre agrodolci (She Bangs The Drums, Waterfalt). E l'Abc del suono britannico che dominerà il decennio in arrivo, per cui gli Stone Roses riceveranno onori e tributi pili che altro postumi. Il loro leggendario cattivo carattere gli impedisce di goderne i frutti: si scontreranno con tutti, naturalmente, anche tra di loro, come si addice ai gruppi davvero importanti, Troppo importanti perfino per sopportare il loro stesso talento. (Mia valutazione: Buono)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

15 febbraio 2017

(Straight To Your Heart) Like A Cannonball - Van Morrison

Well you know sometimes it gets so hard
And everything don't seem to rhyme
I take a walk out in my backyard and go
Do do loo do do, do do loo do do
And you know sometimes it gets so painful
Just like talking to yourself
When everything don't seem to have no rhyme or reason we all go
Do do loo do do, do do loo do do
Waiting for the sun to shine
We move along
Keep singing our song
Straight to your heart like a cannonball
Doo do loo do do...
Waiting for the sun to shine
Well you know, everyday we hear it through the grapevine
That's why I'm so tired of hearing it through the grapevine anymore
Because you hear it through the grapevine
It's just a dirty rotten waste of time, we go
Do do loo do do
While waiting for the sun to shine
We move along
Keeping singing our song
Straight to your heart like a cannonball
Doo do loo do do...
We move along
Keep singing our song
Straight to your heart like a cannonball...

...

(Dritto al tuo cuore) Come una palla di cannone
Bene, tu sai che a volte diventa tutto così difficile
ed ogni cosa sembra dissonante
faccio due passi nel cortile e vado
aspettando che il sole inizi a splendere
e tu sai che a volte, diventa tutto così doloroso
proprio come parlare da soli
quando tutto sembra non avere più sintonia o alcuna ragione, noi tutti andiamo
e aspettiamo che il sole inizi a splendere
noi ci muoviamo assieme
continuando a cantare la nostra canzone
dritti al tuo cuore come una palla di cannone
La la ti da, la la ti da...
Aspettando che il sole inizi a splendere
bene,tu lo sai, ogni pettegolezzo che ascoltiamo
è che sono stanco di sentirli ancora
perché quello che ascolti nei pettegolezzi
è solo una sporca marcia perdita di tempo, andiamo
Mentre aspettiamo che il sole inizi a splendere
noi ci muoviamo
continuando a cantare la nostra canzone
dritti al tuo cuore come una palla di cannone
La la ti da, la la ti da...
Noi ci muoviamo
continuando a cantare la nostra canzone
dritti al tuo cuore come una palla di cannone

Tinariwen – Elwan (2017)

di Daniele Cestellini

È pronto il nuovo album dei Tinariwen “Elwan”, registrato in modalità “nomade” tra il Joshua Tree e il Marocco. Segue una serie di album di grande successo – tra cui il live in Paris “Oukis N’ Asuf del 2015 e soprattutto “Emmaar” del 2014 – e sviluppa, in un contesto timbrico non nuovo fino in fondo, anche se con alcuni approfondimenti rilevanti, la linea solcata sin dall’inizio da questi musicisti straordinari. La scaletta è formata da dodici brani, accomunati innanzitutto da uno stile riconoscibile e riconducibile a qualche articolazione di desert blues (tanto per capirci), ma soprattutto da un atteggiamento di fondo che va diritto al nucleo delle questioni. Da un lato ci sono ovviamente le questioni di ordine sociale e politico, che sono state fin dall’inizio (questo è il nono album della band) rappresentate in modo molto esplicito nei racconti polverosi che si sono snodati da “The Radio Tisdas Sessions” del 2001. E dall’altro ci sono quelle musicali, di stile. Sul primo aspetto si è detto molto, in ragione del fatto che si sono fin da subito individuati nella produzione del gruppo i tratti di una musica profonda, perché politica e incorporabile dentro una tensione legata alle categorie di “etnia”, “appartenenza”, “conflitto” ecc. Sugli aspetti musicali, invece, c’è tanto da dire. Soprattutto perché ciò che propone la band è l’esito non solo di una ricerca, ma anche di un’interpretazione, che a sua volta si configura come una rielaborazione o addirittura un’appropriazione di vari linguaggi. E questo (manco a dirlo) smuove gli animi e le coscienze, ancor prima di colpire le orecchie (di chi scrive, di chi legge e di chi ascolta ciò di cui si scrive e legge in queste pagine). Non c’è forse stato negli ultimi anni un processo, un fenomeno, una fenomenologia più interessante della chitarra africana. Pensiamoci bene, ha in sé tutti gli elementi che la proiettano nell’industria discografica come nella saggistica musicologica: è “trans-nazionale”, cioè appartiene (e riflette i suoni oltre che le forme musicali) in egual misura all’area in cui è stata prodotta e a quella in cui è stata adottata. Solo che qui viene modulata in modi del tutto nuovi, riconfigurata (corde diverse, spessori diversi, scale diverse, tocco diverso, tecniche diverse) in un complesso di relazioni più dirette con gli strumenti tradizionali e indirettamente (e forse involontariamente) riconsegnata a un’originalità primigenia, di cui in molte aree originarie si sono perse le tracce. Per mano di alcuni africani – soprattutto dell’ovest, ma non solo (pensiamo a, malgascio D’Gary) – ritorna a una funzione ritmica e insieme melodica. E, cosa ancora più interessante, assume e mantiene con tenacia un ruolo di strumento quasi esclusivamente elettrico. Sulla chitarra dei Tinariwen confluisce tutto questo, in un crescendo di suoni e sovrapposizioni sempre coerenti con uno stile secco e vagamente acido, con una ritmica trascinante, anche se assorbita dentro un andamento ipnotico e mai di forte impatto. E questa prospettiva sembra raggiungere in “Elwan” un equilibrio quasi perfetto, grazie soprattutto alle linee guida di Ibrahim Ag Alhabib, chitarra e voce della band. Tutto è chiaro fin dall’inizio: il primo brano in scaletta “Tiwayyen” lo esibisce senza flettere o indugiare. La chitarra invita il ritmo ciclico del basso e delle percussioni con un suono “tipicamente africano”, cioè con un po’ di distorsione, pizzichi costanti di poche note, pochissime variazioni. E il resto viene da sé, grazie soprattutto a una polivocalità calibrata, che interviene a tratti sulla voce solista, e a un incedere in unisono di tutti gli strumenti che avvolgono le frasi melodiche principali, per finire in una coralità ancora più ipnotica. Non si può poi non citare la bellissima “Teneré Taqqal”, che sta anticipando l’uscita ufficiale dell’album. La voce qui apre il brano a un volume appena percettibile, sempre appoggiata sul cerchio fangoso del riff di chitarra. L’andamento delle parole diviene più netto solo quando entra il coro che, a ben vedere, ricalca la linea melodica, dando più risalto a una cantilena sorretta da una sorta di bordone distorto. Si possono sentire in lontananza alcuni battiti di tamburi, profondi e cupi. Ma non sono fondamentali: quei palpiti, quell’incedere appena accennato ma profondamente percettibile è già nella chitarra, come lo sono le voci e i battiti delle mani.

13 febbraio 2017

Accadde oggi...

1950: Nasce Peter Gabriel. Dopo essere stato il frontman della prima fase dei Genesis, li abbandona per diventare uno dei musicisti più carismatici del mondo - sia per quanto riguarda il pop, che la world music.

1957: Nasce Peter Hook, bassista dei Joy Division e poi dei New Order.

1970: I Black Sabbath pubblicano il loro primo eponimo album in Inghilterra per l'etichetta Vertigo.