16 settembre 2014

Scopertine #9


201. James Taylor – Sweet Baby James - 202. Paul McCartney – McCartney (1970) - 203. Santana – Abraxas - 204. Syd Barrett – Madcap Laughs - 205. Jethro Tull – Aqualung - 206. David Crosby – If Only I Could Remember My Name - 207. Sly & The Family Stone – There’s a Riot Goin’ On - 208. Marvin Gaye – What’s Going On - 209. Yes – Yes Album - 210. Bee Gees – Trafalgar - 211. The Who – Who’s Next - 212. Carole King – Tapestry - 213. Isaac Hayes – Shaft: Music from the Soundtrack - 214. Allman Brothers – At Fillmore East - 215. Rolling Stones – Sticky Fingers - 216. John Lennon – Imagine - 217. The Beach Boys – Surf’s Up - 218. Yes – Fragile - 219. Doors – LA Woman - 220. Can – Tago Mago - 221. Elton John – Madman Across the Water - 222. Dolly Parton – Coat of Many Colors - 223. Don McLean – American Pie - 224. Emerson, Lake & Palmer – Tarkus - 225. Led Zeppelin – IV [aka Untitled / aka Four Symbols]

15 settembre 2014

Paolo Conte


Counting Crows - Somewhere Under Wonderland (2014)

di Gianuario Rivelli

Dopo un Saturday Nights & Sunday Mornings dalla genesi sofferta e dall’esito controverso, dopo il lungo silenzio discografico (perlomeno sul fronte inediti) e le lune imprevedibili e cangianti di Adam Duritz, uccellacci dalle ali nere si erano addensati sulle teste dei fan dei Counting Crows. La notizia di nuove canzoni in uscita dopo sei anni più che con curiosità e impazienza, era stata da taluni accolta con un misto di circospezione e diffidenza, tanto più che il fiammeggiante covering dell’ottimo Underwater Sunshine (2012) più che gettare semi di nuove speranze, aveva instillato dubbi su un ineluttabile inaridimento creativo. Per una volta il pessimismo era mal riposto: l’appropriarsi di canzoni altrui, il cantare quel che piace e non quel che si deve aveva tolto pressione alla band, riaccendendo l’ispirazione del leader con i dreadlocks. Il suono acceso e fresco di quelle cover era l’embrione di quel che poi sarebbe diventato Somewhere Under Wonderland, nove canzoni vitali, coinvolgenti, frutto di rapide session nella casa newyorkese di Duritz (cinque di questi brani sono nati in soli sei giorni), con un ruolo più incisivo degli altri componenti in fase di scrittura.

Prodotto da Brian Deck, il sesto disco di inediti della band californiana non assomiglia a nessuno dei suoi predecessori (se non, a tratti, a Recovering the Satellites) ma non aspettatevi abiure o rivoluzioni: siamo sempre sospesi tra rock e pop, radici piegate al loro sound, chitarre energiche (David Bryson, Dan Vickrey e David Immerglück) e organo e tastiere (a firma del sempre impagabile Charlie Gillingham) a cesellare il tutto. Semmai, come detto, la rivoluzione è nella naturalezza con cui sono fuoriusciti i pezzi e nella leggerezza che trasudano, nonostante le trame sonore siano tutt’altro che banali, vedi l’esaltante Cover Up the Sun, autentico capolavoro di country rock vintage in cui Gillingham si esalta a punteggiare con il piano una melodia cristallina e senza tempo. Il manifesto di questa rinascita è Scarecrow, uno dei vertici non solo di questa raccolta ma del loro intero songbook, una miscela esplosiva che così può riuscire solo a loro: chitarre calibratissime, romanticismo, ritornello micidiale, coretti (do-do-do-do), liriche che scorazzano da una parte all’altra dell’America tra personaggi (John Doe, Geronimo), luoghi, icone (Miss America, guerra fredda, peepshow, Rolls Royce) e ineffabile tocco Crows. Un capitolo a parte lo merita Palisades Park, brano di apertura e singolo di lancio di oltre 8 minuti: una mini suite con lungo intro in cui duettano sommessamente tromba e piano che poi diventa una classica piano ballad con ritornello scatenato, quindi sfocia in un finale fin troppo stirato in cui Duritz si produce in uno dei suoi monologhi a briglia sciolta a metà tra talking e canto.

Che il frontman sia in libertà vigilata (speriamo definitiva) dai suoi fantasmi è evidente in Earthquake Driver, saltellante e irresistibile pop-rock con tanto di battimani, wurlitzer e humour diffuso anche nel testo (terror incognito/ o-bla-di/ li-bi-do). Ed è una goduria assistere alle chitarre che si rincorrono nella sfrenata Elvis Went to Hollywood, power-pop di razza che sembra sfornato da una band all’esordio e non da chi ha alle spalle oltre vent’anni di carriera e milioni di copie in saccoccia. E il Duritz proverbiale, quello in cui malinconia e dolcezza vanno oltre il livello di guardia? Tranquilli, i suoi aficionados saranno serviti in God of Ocean Tides, ma soprattutto nella magnifica Possibility Days, ballad di intensità parossistica, in cui il suo canto si fa accorato, quasi sofferente. Prezioso e destinato a scalare posizioni nel cuore dei fan come le cose che arrivano quando non te le aspetti, Somewhere Under Wonderland oltre che un grande disco, è anche una fucina di nuovi coriandoli da lanciare dal vivo, quindi il consiglio vigoroso è di non mancare le due date italiane (evento più unico che raro) del 22 e 23 novembre a Padova e a Milano. E sperare che la musa che ha nuovamente strizzato l’occhio ad Adam F. Duritz per queste nove meraviglie non si allontani da lui e gli faccia sognare altre melodie come quelle che da vent’anni in qua ci hanno cambiato la vita. Tanto poi a contare i corvi ci pensiamo noi. (3,5/5 voto mio)

14 settembre 2014

Gillian Welch - Time (The Revelator) (2001)

di Silvano Bottaro

A veder la copertina non attira per niente questo album della Welch. Seduta di traverso su un divano da quattro soldi, lo sguardo se ne va da un'altra parte e il vestito a fiori sembra un insulto, voluto e volontario, a chi insiste ancora sull'importanza del look, dell'apparire, del mostrarsi. Nessuna concessione, neanche uno sfondo a nascondere quella che sembra la parete di una baita dietro di lei. Dentro, è lo stesso: i suoni sono rarefatti, acustici e legati alla sonorità della chitarra e del banjo, oltre alla voce di Gillian Welch, che però è un capitolo a parte. Una struttura scheletrica, minimale, scarnissima. Poco importa: in Time (The Revelator) scorrono bluegrass, old time, ballate, canzoni che sembrano leggere leggere nella strumentazione, ma evocano paesaggi gotici. Dieci canzoni e la musica è quella: prendere o lasciare. Spiccano, sopra le altre, Revelator, My First Lover, Elvis Presley Blues (che è uno dei più bei omaggi all'onnipresente fantasma e mito americano) e I Dream A Hitghay, sogno in po' particolare che però chiude in maniera eloquente questo disco.
La Welch è senza dubbio il "parallelo" più credibile a Lucinda Williams, c'è una differenza di elettricità ma, personalità, voce, coraggio, coerenza sono gli stessi: Gillian Welch riduce al minimo la distanza tra canzone d'autore e canzone popolare nel senso che la sua interpretazione è tanto rispettosa e competente degli schemi, musicali e non solo, della folk song, quanto personalissima nella pratica. 3,5/5

13 settembre 2014

12 settembre 2014

Cowgirl In The Sand - Neil Young



Ciao cowgirl nella sabbia
Questo posto è sotto il tuo comando?
Posso restare qui per un pò,
Posso guardare il tuo dolce, dolce sorriso?
Sei grande abbastanza adesso per cambiare il tuo nome,
Quando in così tanti ti amano, per te è lo stesso?
E la donna in te che ti fa giocare questo gioco.


Ciao, rubino nella polvere,
Il tuo anello ha cominciato ad arruginire?
Dopo tutti i peccati commessi,
Speravo che saremmo diventati cattivi.
Sei grande abbastanza adesso per cambiare il tuo nome,
Quando in così tanti ti amano, per te è lo stesso?
E la donna in te che ti fa giocare questo gioco.


Ciao, donna dei miei sogni.
Non è questo ciò che sembrava.
Parole di porpora su di uno sfondo grigio,
essere una donna ed essere rifiutata.
Sei grande abbastanza adesso per cambiare il tuo nome,
Quando in così tanti ti amano, per te è lo stesso?
E la donna in te che ti fa giocare questo gioco.

11 settembre 2014

Talking Heads - Remain in Light (1980)


1. Born Under Punches (The Heat Goes On) // 2. Crosseyed And Painless // 3. The Great Curve // 4. Once In A Lifetime // 5. House In Motion // 6. Seen And Not Seen // 7. Listening Wind // 8. The Overload

Remain In Light è il fronte più occidentale nella scoperta della musica africana e caraibica: l'incontro e la simbiosi tra l'arte concettuale dei Talking Heads e la varietà ritmica imposta da Bob Marley a Fela Kuti fino a Kurtis Blow porta a siglare una pietra miliare, ricercata e geniale, frenetica e coinvolgente. Molto di ciò che verrà dopo il 1980, anno dell'uscita di Remain In Light, e il 1981, anno della scomparsa di Bob Marley, deve molto a questo disco, al suo carattere cosmopolita, alla visione poliedrica di Brian Eno, che qui ha un ruolo fondamentale nel guidare i Talking Heads a concepire il loro capolavoro. Remain In Light era e resta proiettato nel futuro e ancora di più la sua evoluzione dal vivo, dove i Talking Heads si trasformarono in una sorta di elaborato ensemble jazzistico con tutti gli strumenti raddoppiati, un po' alla Ornette Coleman e un po' alla King Crimson dove, guarda caso, finirà Adrian Belew, il chitarrista aggiunto durante le incisioni di Remain In Light. Se proprio non sapete dove cominciare a scoprire e a riscoprire il vorticoso mulinare dei Talking Heads partite da The Great Curve: la chitarra di Adrian Belew è un clamoroso ruggito. Divergente, lancinante, eccentrica è una firma graffiante e indelebile tra i solchi di un disco importantissimo (la cui infuenza si sente ancora oggi) che sfrutta le tecniche del cut up & fold in, ovvero del taglia & cuci (con l'approvazione di William Burroughs) per ricostruire un mondo variopinto, visionario e senza frontiere.

(Marco Denti)

10 settembre 2014

The Charlatans

I Charlatans si formano a Manchester sul finire degli anni '80, quando in città impazza l'acid house e gruppi come Stone Roses e Happy Mondays fanno scuola. Il gruppo guidato dal cantante Tim Burgess (1967) esordisce nel gennaio 1990 con il singolo Indian Rope, che attira l'attenzione della Beggars Banquet. In primavera The Only One I Know entra in classifica e sull'onda di questo successo viene pubblicato Some Friendly, disco d'oro in Inghilterra la stessa settimana dell'uscita.

09 settembre 2014

Phosphorescent - Muchacho (2013)

di Silvano Bottaro

Devo sinceramente ammettere che i Phosphorescent sono stati la più bella scoperta di questo duemilatredici, anche se questa band statunitense originaria di Athens in Georgia è attiva da un decennio e questo Muchacho è il loro sesto album. Ascoltati per caso in una radio on-line, fin dalle prime note ho capito di aver trovato uno di quei gruppi che ti rimangono dentro, e così sono andato alla scoperta dell'intero album di questo ennesimo gruppo. Traccia dopo traccia erano sempre più soddisfacenti, non chiedetemi perché le ballate di Matthew Houck colpiscano la mia emotività in maniera così forte e lascino un segno che decine di altri musicisti non hanno capacità di incidere nel profondo neppure dopo decine d canzoni. Chiamatelo "colpo di fulmine" se volete.
I Phosphorescent se la cavano proprio bene sia dal punto di vista musicale che vocale: riescono ad imprimere ai loro pezzi pathos e sensibilità e l'ascolto è stimolato da diverse contaminazioni: rock, folk, elettronica con l'uso di fiati, archi, percussioni, chitarre ed elettronica.
E' francamente difficile citare qualche pezzo che si elevi decisamente tra gli altri, probabilmente solo "A Charm/A Blade" e "The Quotidians Beasts" sono i più "orecchiabili", la produzione è molto omogenea e ben caratterizzata su buoni livelli. Insomma, dieci ballate che confezionano un album piacevole e importante, da ascoltare con attenzione perché suggestivo e di notevole valore artistico. 4/5

08 settembre 2014

Tom Waits - Bad as Me (2011)


di Silvano Bottaro

Recensire un disco di Tom Waits non è impresa facile. Il suo essere fuori dal comune, umanamente e musicalmente, lo rende unico e come tale diventa più inseguito che inseguitore. Lontano dalle mode, ha sempre ignorato pubblico e musica commerciale, ritagliandosi attorno a se un nutrito e selezionato numero di attenti ascoltatori. Del resto, e la sua opera lo dimostra in modo inequivocabile, Tom è personaggio complesso oltre ogni dire, indefinibile, indecifrabile.
A cinque anni da Orphans, una raccolta in 3 CD con 56 canzoni di cui metà nuove, Bad As Me esce nella stagione più ideale: l'autunno. Il disco infatti, abbandonando i "rumori" in favore della "canzone", meglio si armonizza con le atmosfere novembrine.
Bad As Me non appartiene al miglior Waits quello dei metà anni ottanta per capirci, quello di Rain Dogs e Frank's Wild Years, i suoi due dischi più belli per il sottoscritto, ma è pur sempre un ottimo disco. Un album che alterna almeno quattro capolavori: Get Lost, Pay Me, Back In The Crowd e New Year's, brani estremamente profondi, dove ritmo, fisarmonica, malinconia e struggente melodia creano un tutt'uno, regalandoci quattro ballate del miglior Waits d'annata. Sei ottime canzoni: Chicago, Talking At The Same Time, Bad As Me, Satisfied, Last Leaf e Hell Broke Luce, mettono in evidenza l'estro di Waits con brani dove la voce rauca e notturna, a volte sofferta, a volte romantica, sempre e comunque accompagnata da musica straordinariamente "Waitsiana", mediano la sommatoria del disco. Le altre tre canzoni dell'album: Raised Right Men, Face To The Highway e Kiss Me, sono sottotono, e pur essendo buone canzoni, non riservano particolari emozioni.
La peculiarità dell'album è la sua frammentazione, un susseguirsi di immagine su immagine, ognuna diversa, fino a far prendere al disco il contorno bel definito della sua "storia". Waits scatta semplicemente delle istantanee, accontentandosi di dare un frammento d'atmosfera, uno scampolo d'emozione, racconta però dei particolari, e qui risiede la grandezza dell'autore, pur se l'accostamento di stili e radici sono diversi tra loro, la musica creata ha un suo senso e la poesia è la coordinata preferita.
Nel complesso il disco è ben suonato, possiede una personalità e dimostra che Tom Waits non ha rinunciato a scrivere ottima musica. Certo non è un capolavoro, ma di questi tempi, con trentotto anni di musica alle spalle e una ventina di album pubblicati, è come lo fosse. 4/5

07 settembre 2014

Banks - Goddess (2014)

di Mattia Villa

Jillian Banks ha davvero bruciato le tappe nell’ultimo anno e mezzo: il primo brano è comparso in rete nel febbraio 2013, in modo piuttosto anonimo dal punto di vista delle informazioni personali. Il primo live di sempre è arrivato qualche mese dopo, a luglio, mentre a novembre era già in tour di spalla a quel The Weeknd al quale spesso è stata artisticamente accostata. Il resto è storia recente, con un consenso in crescita costante e l’esordio per la Harvest/Capitol.

Una trafila particolare per una ragazza che per anni ha scritto e registrato canzoni solo per se stessa, spaventata dal palco e dal giudizio altrui. Proveniente da una famiglia agiata della California, Banks dopo il divorzio dei genitori ha utilizzato la musica come un diario dove riversare i propri pensieri senza alcun filtro, in quello che lei stessa ha definito come un periodo “oscuro” della propria vita. La carriera artistica non attirava particolarmente Jillian, che infatti si iscrive all’università come tante sue coetanee. Difficile però tenere nascoste certe passioni agli amici, specialmente se Lily, l’amica in questione, di cognome fa Collins e due agganci giusti li ha. Le registrazioni di Banks arrivano a Yung Skeeter, che si offre immediatamente di farle da manager e la orienta verso l’etichetta inglese Good Years. Qui incontra un’altra figura importante per la sua carriera, Seb Chew, che la indirizza verso una schiera di giovani e innovativi produttori, tutti più o meno in rampa di lancio. E’ in questo periodo che nasce il suono di Banks, così come lo conosciamo oggi, grazie alla produzione e alle idee di Lil Silva, Justin Parker, Shlohmo, SOHN, Orlando Higginbottom (Totally Enormous Extinct Dinosaurs), Tim Anderson, Al Shux e Jamie Woon. Una specie di all-star team della musica neo-soul/PBR&B.

Con una squadra del genere alle spalle, Banks si presenta all’esordio su lunga durata con grande consapevolezza, sensazione che traspare durante l’ascolto delle quattordici tracce, tutte co-firmate dalla stessa cantante, che vanno a comporre “Goddess”. Il disco suona in maniera prevedibilmente impeccabile e, nonostante le numerose mani che ne hanno contribuito alla creazione, anche piacevolmente omogeneo. Quello che non ti aspetti sono le ballate chitarra/piano e voce come “Someone New”, dove Banks sfoggia uno stile alla Fiona Apple piuttosto lontano da quei canoni che la vorrebbero, assieme a FKA Twigs, come principale alfiere di questa nuova ondata di artisti contemporary R&B molto in voga al momento. Sono episodi sporadici in verità, non siamo davanti alla nuova Lana Del Rey, nonostante brani come “You Should Know Where I’m Coming From” possano farlo credere.
“Goddess” è in realtà altro, difficile da etichettare secondo le normali classificazioni: non è elettronica perché le linee di synth sono fin troppo oscure e marcate, non è dark-pop perché i beat di matrice hip-hop sono una delle colonne portanti del disco. I singoli estratti - “Someone New” è l’ultimo in ordine di tempo dei cinque pubblicati prima della pubblicazione - possono aiutare a rendere l’idea. “Brain” si muove con passo cadenzato, vagamente lussurioso fino all’esplosione synth-etica regalatagli da Shlohmo. La title track è fredda, dura, scandita da un beat minimale e con effetti elettronici ridotti alla pura essenzialità. Al Shux è l’ombra che agisce nelle retrovie in “Drowning”, un brano cupo dal sapore quasi industrial. “Begging For Thread” mostra il lato più aggressivo di Banks, capace di sfoderare le unghie andando uptempo rispetto alla media del disco. Senza dubbio il brano più radio friendly che potete ascoltare in “Goddess”.

Dall’Ep “London” vengono ripescate “This Is What It Feels Like” e “Waiting Game”. Nella prima la scelta di Jamie Woon e Lil Silva è quella di sommergere tutto sotto uno stratto cavernoso di synth leggeri e riverbero per sostenere l’intensa emotività trasmessa dal brano. La seconda gode invece di quell’aura cinematica e dilatata della quale sono spesso investite le produzioni di SOHN, con la voce profonda e fragile di Banks sommersa da una cascata di graffianti sintetizzatori. Chris Taylor mette le mani anche nel brano d’apertura “Alibi”, dove l’artista californiana fa emergere l’aspetto più limpido delle proprie potenzialità vocali, mentre “Fuck Em Only We Know” è il pegno da pagare alle proprie fonti d’ispirazione, quali Aaliyah e Lauryn Hill.
I testi sono un intricato viaggio fra le relazioni sentimentali, complicate per loro stessa natura. Non è Banks la dea del titolo o almeno lo è solo in parte, anche se il punto di vista è sempre ed esclusivamente femminile. Sono tutte storie con un finale doloroso o quantomeno poco felice, dove la protagonista non sempre è in grado di rialzare la testa. A volte Jillian si mette in gioco esponendosi in prima persona anche alle critiche morali (“Waiting Game” si riferisce a una storia con un uomo sposato/fidanzato), in altre è semplice spettatrice giudicante della miopia maschile (“Goddess”). Il punto è che c’è un’assoluta trasparenza nell’affrontare le conseguenze che questo tipo di scelte comportano. Un’onestà che non è propria di una dea, ma comunque sintomo di grande sensibilità artistica.

In un anno in cui tanti nuovi artisti stanno emergendo con prepotenza grazie a talento e dedizione, scalando trasversalmente gli indici di gradimento tanto fra il pubblico alternativo quanto fra quello mainstream, Banks ha tutte le carte in regola per restare a lungo tempo al top. Voce, presenza, sonorità e mezzi non le mancano: possiamo solo essere ottimisti riguardo al suo futuro. (4/5 voto mio)

06 settembre 2014

Scopertine #8


176. Derek & The Dominos – Layla & Other Assorted Love Songs - 177. Miles Davis – Bitches Brew - 178. Spirit – Twelve Dreams of Dr Sardonicus - 179. Black Sabbath – Black Sabbath (1st Album) - 180. The Doors – Morrison Hotel - 181. The Carpenters – Close to You - 182. Stephen Still – Stephen Stills (1st Album) - 183. John Lennon – Plastic Ono Band - 184. Stills Crosby, Nash & Young – Déjà vu - 185. Black Sabbath – Paranoid - 186. Neil Young – After the Gold Rush - 187. Led Zeppelin – III - 188. Deep Purple – In Rock - 189. Van Morrison – Moondance - 190. Grateful Dead – American Beauty - 191. Nick Drake – Bryter Layter - 192. Ananda Shankar – Ananda Shankar (1970) - 193. The Who – Live at Leeds(1st Album) - 194. Soft Machine – Third - 195. Rod Stewart – Gasoline Alley - 196. George Harrison – All Things Must Pass - 197. Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water - 198. Cat Stevens – Tea for The Tillerman - 199. Traffic – John Barleycorn Must Die - 200. The Stooges – Fun House

Charlie Haden


05 settembre 2014

Van Morrison - A Night in San Francisco (1994)

di Silvano Bottaro

Venticinquesima pubblicazione discografica del nostro "The Man", A Night in San Francisco è un doppio album dal vivo registrato al Masonic Auditorium di San Francisco (California), il 18 dicembre 1993 e al The Mystic Theater di Petaluma (California), il 12 dicembre 1993. I due dischi contengono 22 brani (14 + 8) più un 23° aggiunto come bonus track: Cleaning Windows / The Street Only Knew Your Name, registrata il 17 dicembre 1993 sempre al Masonic Auditorium di San Francisco (California), nella ristampa in CD del 2008.

A night in San Francisco è un piccolo gioiello. E' un piccolo gioiello perchè Van Morrison con questo disco raccoglie tutta la sua arte e la mette in scena con una energia, ed una creatività, che pochissimi altri artisti al giorno d'oggi sono in grado di esprimere. E lo fa in maniera tranquilla, senza troppe tecnologie e trucchi, solamente cantando alcune delle sue più belle canzoni ed un pugno di classici senza tempo della musica popolare, scelte dal suo infinito canzoniere dell'anima. Sì, perchè di musica dell'anima si tratta, di soul music nell'accezione più ampia del termine, una soul music che mescola blues, rock, gospel, tradizioni irlandesi ed americane, in un unico, grande insieme musicale, che sfugge alle categorizzazioni più semplici dei generi. A night in San Francisco, fedele riproduzione su disco dei due straordinari concerti sopra detti, è diretto da Morrison e la sua band, animata sempre con magnifica eleganza dal grandissimo Georgie Fame e diretta da Ronnie Johnson, una band arricchita dalla partecipazione di ospiti di riguardo come la sassofonista Candy Dulfer e di tre vere e proprie leggende del blues come John Lee Hooker, Jimmy Whiterspoon e Junior Wells, che mettono a disposizione del leader le loro personalissime "visioni" musicali, per dar vita ad una serie di esecuzioni che riescono ad essere fedeli agli originali ed al tempo stesso nuovissime e moderne. Musica fuori dal tempo, quella di Morrison, che lega senza difficoltà canzoni scritte trenta anni fa e nuove composizioni, in un gioco affascinante di richiami tra passato e presente, che permette al musicista irlandese di muoversi con la stessa sicurezza tra brani recenti e classici che non risentono minimamente le ingiurie degli anni, come Gloria o Tupelo Honey, che dal vivo trovano ancora una loro straordinaria attualità. In concerto Van Morrison dirige le esecuzioni in perfetta libertà, dà spazio alla sua inventiva, alla sua creatività, in maniera completa, mescolando intuizioni diverse, permettendosi di cantare Moondance e di farla diventare pian piano My funny Valentine, recitando preghiere e poesie cariche di passione, lasciando spazio alla band per contrappunti, dialoghi, interventi che non sembrano mai casuali ed al tempo stesso sono sempre sorprendenti. Nei due cd che compongono A night in San Francisco sono raccolte oltre due ore di musica meravigliosa e coinvolgente, scritta e cantata con irriducibile passione da uno dei più grandi artisti della musica popolare. (4,5/5)

04 settembre 2014

Interpol - El Pintor (2014)

di Diego Ballani

Segnali di vita in casa Interpol, che con l’ultimo e omonimo album, sembravano diretti verso una necrosi creativa da cui non pareva esservi ritorno. C’era bisogno di lasciare ad ognuno il tempo di ripensarsi come artista, di dedicarsi a progetti solisti per tornare con un album che sapesse aggiornare una formula logora. Un cosa che nessuno dei campioni dell’indie rock dello scorso decennio ha saputo fare in modo convincente.
A ben vedere gli Interpol sono rimasti gli unici a cui pubblico e stampa hanno voluto concedere il beneficio del dubbio. Merito di un esordio che col trascorrere del tempo ha assunto i connotati della pietra miliare e, perché no, di un’immagine che non ha smesso di essere fascinosa e impermeabile allo scorrere del tempo. Oggi la parola d’ordine sembra essere quella del cambiamento nella continuità. Pertanto nessuno stravolgimento; piuttosto si percepisce da subito il ruolo di secondo piano a cui è stato relegato il basso. In questo senso il singolo apripista All The Rage Back Home, detta l’agenda dell’album: gli uptempo, l’interplay ossessivo delle chitarre, la maggiore dinamica. Era qualcosa di cui la band sembrava non essere più capace.
Oggi si rivede la luce grazie al complesso reticolo sonoro di My Desire, all’incredibile affiatamento che sta dietro il tour de force chitarristico di Anywhere. Fondamentale è il mood dell’intero lavoro. Paul Banks e soci sembrano divertirsi di più, di conseguenza si diverte anche chi li ascolta. Lo si percepisce nel modo che hanno di giocare con i riff, di svilupparli e deformarli, specie quello che fa da perno alla bella Same Town New Story.
C’è un canovaccio che sta alla base di ogni brano e che prevede la ripetizione di un pattern, che viene stressato, ingigantito e reso epico. È un’idea di psichedelia metropolitana, al cui sviluppo ha contributo il lavoro fatto da Paul Banks nel progetto Julian Plenti e che ha portato alla rottamazione di elementi del passato, quali le analogie con Joy Division e Psychedelic Furs, e le influenze emocore. Il risultato è che El Pintor è l’album più personale mai realizzato dagli Interpol. Non male per chi, fino a poco tempo fa, era dato artisticamente per spacciato. (3,5/5 voto mio)

03 settembre 2014

The Who, Cash Box, 1967


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

One Too Many Mornings - Johnny Cash & Bob Dylan



Un altro giorno è passato


Lungo la strada i cani abbaiano
E il giorno si sta facendo scuro
Appena la notte scenderà di colpo
I cani smetteranno il loro latrare
E la notte silenziosa sarà frantumata
dai suoi dentro la mia mente
Mentre un altro giorno è passato
E ho ancora mille miglia da fare


Dal crocicchio davanti alla mia porta
Lo sguardo lentamente si sfoca
E io volgo ancora il capo
verso la stanza dove ho dormito con il mio amore
E poi di nuovo fisso la strada
E il marciapiede e il cartello
Mentre un altro giorno è passato
E ho ancora mille miglia da fare


E' una sensazione affamata senza riposo
Che non dice niente di buono per nessuno
Quando ogni cosa che io dico
Tu puoi dirla altrettanto bene
Tu ha ragione da parte tua
e io ho ragione dalla mia
per entrambi è passato un altro giorno
E abbiamo ancora mille miglia da fare

02 settembre 2014

Bruce Springsteen - Nebraska (1982)



1. Nebraska // 2. Atlantic City // 3. Mansion On The Hill // 4. Johnny 99 // 5. Highway Patrolman // 6. State Trooper // 7. Used Cars // 8. Open All Night // 9. My Father's House // 10. Reason To Believe

Concluso il tour di The River, Springsteen si rifugia nella propria casa nel New Jersey dedicando molto tempo alla riflessione e alla lettura. Sarà la scoperta delle novelle di Flannery O'Connor e la drammatica spiritualità delle storie narrate a colpirlo nel profondo convincendolo ad indirizzare l'attenzione del proprio songwriting sempre più verso il cuore e l'anima dei propri personaggi alla prese con i drammi e le sconfitte quotidiane. A partire dalla livida vicenda di Charles Starkweather e Caril Fugate, che negli anni 50 inondarono di sangue le praterie del Nebraska e del basso Wyoming, passando per le tristi storie del poliziotto di frontiera Joe Roberts, del fuorilegge Johnny o del fuggitivo notturno lungo la Jersey Turnpike, Nebraska narra di un'America isolata e marginale che ha perso i legami con la propria comunità. Storie desolate che si consumano lungo autostrade bagnate, squallide rivendite di auto usate, motel da pochi dollari e stazioni degli autobus, raccontate direttamente con la voce dei protagonisti, in prima persona, per identificarsi direttamente con chi paga sulla propria pelle il prezzo della sconfitta. Springsteen tentò più volte di trovare un arrangiamento elettrico alle canzoni, ma alla fine si convinse che le registrazioni solitarie, scarne avvenute nelle mura domestiche su un registratore a quattro piste fossero le più adeguate per focalizzare l'attenzione dell'ascoltatore verso il cuore delle storie narrate. In un epoca fatta di tastiere e arrangiamenti commerciali, Nebraska apparve come un pugno nello stomaco.

(Gianluca Serra)

01 settembre 2014

Tracy Chapman

Nativa di Cleveland, la più giovane di tre sorelle di una famiglia della piccola borghesia nera, Tracy Chapman (1964) apprende giovanissima i rudimenti del clarinetto e della chitarra e a 16 anni, trasferitasi nel Connecticut, inizia a esibirsi come folksinger. Diplomatasi in antropologia, conosce all'università Brian Koppelman, figlio di uno dei maggiori editori musicali del mondo, che la presenta al padre e le procura un'audizione con la Elektra.


31 agosto 2014

King Crimson - In The Court Of The Crimson King (1969)

di Silvano Bottaro

Probabilmente il solo album "progressive" in grado di entusiasmare anche i detrattori più feroci del genere, e capitolo di spicco di una discografia mediamente buona, In The Court Of The Crimson King segna l'esordio dei King Crimson, creatura del geniale chitarrista inglese Robert Fripp. Con lui, in questa prima di molte incarnazioni, Ian McDonald ai sassofoni e alle tastiere, Michael Giles alla batteria e il paroliere Peter Sinfield, oltre a Greg Lake (basso e voce), che di lì a poco si unirà in trio con Keith Emerson e Carl Palmer. Non sono proprio dei debuttanti, questi musicisti facenti parte dei King Crimson che, partendo alla grande, entrano in studio e superata una falsa partenza (cambiano produttore) in soli otto giorni registrano un album che trasporta tutti - ascoltatori e musicisti - in una dimensione nuova, forse quella del nuovo decennio in arrivo. Cinque le tracce, tutte a loro modo capolavori: a partire da 21st Century Schizoid Man, abrasiva come un nascituro hard rock e scossa da dissonanze e repentini cambi di tempo, proseguendo, in un meraviglioso gioco di contrasti, con la delicatezza quasi eterea di I Talk To The Wind e la vibrante epicità di Epitaph (in cui a farla da protagonista è il mellotron), per arrivare al bizzarro minimalismo di Moonchild e ai crescendo pseudo-orchestarle di The Court Of The Crimson King. In sostanza, un matrimonio perfetto di pop e rock con classica e jazz, in cui la richezza degli arrangiamenti e il virtuosismo dei musicisti non sono mai fini a se stessi, risultando anzi, (quasi) sempre indispensabili al delicato equilibrio globale. I King Crimson fanno un passo in avanti: le loro non sono semplici canzoni con sonorità innovative, sono piccole suite che alludono alla musica barocca, a oscure mitologie esoteriche, e hanno un andamento classico, ben più complesso della solita alternanza tra strofa e ritornello (e inciso, ovviamente). E' grazie (anche) a questo disco che nasce il progressive, o prog, destinato, in tutte le sue varianti (più o meno sinfonico, più o meno folk) a risuonare - soprattutto in Europa - per tutti gli anni Settanta. Un'atmosfera musicale che offrirà possibilità di espressione più ampie e riflessive sull'uomo contemporaneo.  4,5/5

30 agosto 2014

Bob Dylan, Oz, 1967


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Jack Bruce - Out Of The Storm (1974)

di Silvano Bottaro

Capita di tanto in tanto di ascoltare vecchi album di cui si aveva perso le tracce. Quando succede e quando il disco comunica qualcosa non appena comincia a suonare, quando uno si sente partecipe delle emozioni dell'artista, anche dopo aver ascoltato un solo brano hai la certezza che tutto il resto del disco sarà buono. Ho ascoltato per la prima volta Out Of The Storm di Jack Bruce e mentre la sua voce intonava le prime note di Pieces of Mind mi sono reso conto di fare la conoscenza dei più bei dischi di una certa vena del rock blues inglese al pari di Rock Bottom di Wyatt. Le esperienze, l'ispirazione, la scelta intelligente di certe note, la voce robusta e ricca di soul, rivela che Jack è un musicista di una categoria a parte, quella che Bob Fripp chiamò dei "maestri". Dopo l'esperienza abbastanza monolitica di Wes, Bruce e Laing, Jack ha lavorato per un anno alla realizzazione di questo album con il solo aiuto di Steve Hunter (abilmente a tutte le chitarre) e Jim Keltner alla batteria meno in tre brani dove suona Jim Gordon. Il resto degli strumenti li suona tutti lui come tutte sue sono le voci e qui si potrebbe aprire un discorso sul cantante perché Bruce dimostra di essere in possesso di una tecnica fuori dal comune trovando timbri diversi per i diversi stati di animo e organizzando cori con armonie inconsuete. Le parole sono di Pete Brown il poeta cantante che aveva già collaborato coi Cream e la sua poesia sensoriale fatta di allusioni malinconiche si sposa benissimo con la musica che, ora è ritmata con anticipazioni jazzistiche, ora va oltre l'esperienza dei suoni contemporanei. Scozzese, connazionale di Van Morrison e come lui con un'anima piena di soul da cantare, Bruce è un musicista profondo e Out Of The Storm ne è la prova evidente. 3,5/5

29 agosto 2014

Phantom Band - Strange Friend (2014)

di Gianfranco Marmoro

The third difficult album è la soglia entro la quale i critici inglesi tirano le somme di una carriera discografica: superato lo scoglio, tutto è permesso e lecito. Il problema è che nonostante il terzo progetto del gruppo scozzese “Strange Friends” sia l’album della loro definitiva consacrazione, trovo molto complessa e difficile una loro espansione al di fuori delle lande anglofone. Ed è un peccato, perché la Phantom Band, col suo mix di folk e kraut, ha dato vita a un nuovo idioma indie-rock che solo in parte è figlio delle folgoranti intuizioni della Beta Band; il percorso si è sviluppato prima attraverso le pagine più ambiziose di “Checkmate Savage” e poi attraverso quelle egualmente originali di “The Wants”.
In “Strange Friends” il tono muscoloso e leggermente scomposto resta in primo piano, ma il linguaggio diretto e accattivante evidenzia una scrittura matura e arrangiamenti eleganti: la Phantom Band porta l’indie-rock lontano dal fervore della gioventù per un suono più adulto.
Il recente album solista di Rick Anthony Redbeard “No Selfish Heart” ha fatto da ponte tra “The Wants” e il nuovo progetto: il cantante ha affinato le sue doti vocali con un folk da crooner tinto di gothic che sembrava lontano dalle sonorità del gruppo e che invece si manifesta tra le pieghe delle nuove nove tracce.

Non è un album dal fascino semplice e immediato, “Strange Friends”: nonostante sia empio di melodie memorabili, interpretazioni più intense e brillanti, chitarre e organo e una più corposa e variegata tessitura ritmica che come fulmine a ciel sereno tratteggia luci e ombre. È quindi un album che necessità di più ascolti per essere assimilato, ma non privo di stand-out track che catturano anche i distratti del primo ascolto, con pagine epiche ricche di armonie e ritmo che crescono emotivamente come il grano nel latte (“The Wind That Cried The World”), e straordinarie architetture di organo e batteria (un indemoniato Ian Stewart) che folleggiano su riff talmente appiccicosi da suonare familiari (“Clapshot”).
La magia si impossessa delle pagine più tenui come “(Invisible) Friends”, con ritmiche frastagliate, trame psichedeliche e canto baritonale che festeggiano notevoli intuizioni armoniche, in converso le robotiche linee ritmiche alla Kraftwerk di “Women Of Ghent” sono invece infettate da un’aliena nuance di folk scozzese che ubriaca suoni e ritmi fino a renderli anarchici e liberatori.
Ovviamente il termine indie-rock sarà quello più ricorrente nelle recensioni che scorrerete con gli occhi, ma soffermatevi un attimo ad ascoltare lo strano matrimonio tra folk, garage e Doors di “Sweatbox” o il blues elettronico alla Human League di “No Shoes Blues”, e avrete la giusta misura della loro originalità: il loro mix stilistico è fuori dall’ordinario e non segue alcuna apparente logica etica.

Anche l’acustica “Atacama” risuona inquietante e bislacca nella sua lunatica evoluzione lirica, ma è nulla in confronto alle sinistre torture ambient alla Brian Eno-John Cale che in “Galápagos” vestono a nuovo suoni di banjo e gamelan percussion forzando i confini armonici.
Chi fosse ancora in dubbio sulla notevole caratura del terzo album degli scozzesi non ha che da porgere l’orecchio a “Doom Patrol”, un pop-metal-psichedelico che, incastrando alla perfezione elettronica ed acustica, fa spazio anche a una chitarra acid–house che non mancherà di influenzare i prossimi hipster. Perché accontentarsi però di un surrogato? Meglio gioire di questo splendido archetipo di new indie-adult-rock. (4/5 voto mio)

28 agosto 2014

King Creosote - From Scotland With Love (2014)

di Gianfranco Marmoro

Lasciatemelo dire: nessuno nell’ultimo decennio è riuscito a raccontare la Scozia meglio di King Creosote (ovvero Kenny Anderson), non quella dei desideri o dei sogni, ma quella reale e tangibile, vissuta e rivissuta attraverso il racconto di chi la vive quotidianamente.
Il suo ultimo atto d’amore è “From Scotland With Love”, colonna sonora di un documentario della regista neozelandese Virginia Heat, una sfida che l’artista affronta calandosi in una realtà storica centenaria fatta di guerre, sofferenza e lotte per la dignità dei lavoratori.

Il vestito elettronico raffinato e incantevole di Jon Hopkins in “Diamond Mine” ha certamente dato lustro al suo enorme repertorio discografico (questo è il suo 42° album), trascinando il suo nome fuori da un circuito cult sempre più numeroso, ma non crediate che dietro quelle ammalianti pagine di ambient-folk si nascondesse il nulla, quella magia appartiene a una tradizione musicale che viaggia nel tempo senza perdere smalto e autenticità, e si chiama Scozia.

Come ogni buon racconto “From Scotland With Love” alterna riflessioni dolorose a giocosi sprazzi di humour, ed è proprio nell’abilità di Anderson di saper dosare con naturalezza questi due basilari elementi emotivi e lirici, il fascino dell’album.
Aiutato da uno stuolo di musicisti più ricco e imponente, l’autore sembra a suo agio nell’atmosfera retrò delle vicende raccontate nel film-documentario, e le adorna prima con un delizioso valzer ricco di romanticismo (“One Floor Down”) e poi con una polka coinvolgente e trascinante (“Largs”) che, insieme al kraut-folk di “For One Night Only”, offre dei break ritmici alla costante delicatezza dell’album.
Più elegiaco e sognante che mai, King Creosote offre in questo nuovo capitolo discografico alcune delle sue melodie più memorabili: dietro pagine malinconiche strappa un sorriso, e dona grazia a storie amare dove protagonista è la morte, esorcizzandola con un coro di bambini (“Bluebell, Cockleshell, 123”), per poi offrire nuove prospettive all’annoso dilemma dell’emigrazione con un chamber-folk di rara e commovente bellezza (“Miserable Strangers”).

In “From Scotland With Love” prevale la speranza, quella semplicemente tinta di folk scozzese di “Something To Believe In” e quella più energica di “Leaf Piece”, dove trasudano il sudore e la tenacia dei lavoratori, alle prese con terreni aridi e poco generosi.
Nell’appassionato duetto di “Cargill” il musicista osserva il destino dei marinai attraverso gli occhi pieni di ansia e speranza di una donna: storie di uomini lontani dalle loro famiglie, estenuati dal terrore di non ritornare a casa, vestita con un midtempo ricco di nostalgia che si archivia come una delle sue più belle intuizioni liriche.

Ma il momento più intenso dell’album è affidato al fervore politico e sociale di “Pauper’s Dough”, un potente crescendo corale dall'incedere fiero, che si staglia con forza sulle immagini e sulla musica, in un raro esempio di folk privo di dimensione temporale ma inesorabilmente legato alla voglia di riscatto e giustizia sociale, ed è giusto un attimo prima che le note di “A Prairie Tale” (la cui melodia è rubata all’iniziale “Something To Believe In”) calino il sipario, su un album che candida sempre di più King Creosote come il Sufjan Stevens scozzese, ovvero il più abile narratore delle tradizioni rurali e culturali di etnie in via d’estinzione. (3,5/5 voto mio)

26 agosto 2014

Brian Eno & David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts (1981)

di Silvano Bottaro

Quando uscì Remain In Light dei Talking Heads nel 1980 si disse: "Non è un disco del passato né del presente. Viene dal futuro". Ecco, questo giudizio va esteso a My Life In The Bush Of Ghosts. Pietra miliare per la musica degli anni Ottanta, concepito da Eno e Byrne prima di Remain In Light e uscito dopo per problemi di natura legale.
Brian Eno prima di inventare l'ambient music e di contribuire in misura decisiva alla trilogia berlinese di David Bowie, ha suonato con i Roxy Music. David Byrne è il leader dei Talking Heads, con i quali ha appena finito di girare il mondo per il tour post Fear Of Music.

Insieme lavorano a un'idea: scomparire per un po', e tornare a New York dicendo di aver trovato per caso l'album di musica etnica in un Paese che non c'è, e che solo loro conoscono (cit.)

L'idea di partenza è che il rock'n'roll sia diventato conservatore e noioso, e che forse sia necessario un balzo in avanti, o forse di fianco, per creare con più libertà. L'intuizione fondamentale è che nell'album non ci siano cantanti, ma solo voci registrate qua e là da Eno e ritmi complessi, non occidentali. Si lavora con le macchine, sincronizzando nastri e campionamenti, tagliandoli e provando a giustapporli con altri nastri. Si tratta insomma di inventare i campionamenti e la musica elettronica prima ancora che si possa campionare e produrre elettronicamente qualsiasi suono. Inventare qualcosa che non è possibile fare per davvero. Eno e Byrne si rivolgono soprattutto a ritmi e a voci libanesi, algerini, egiziani; parole e voci che hanno molto a che vedere con la religione (esorcisti, predicatori).
My Life In The Bush Of Ghosts si aggira con sicurezza in una giungla di ritmi talvolta squadrati, talaltra complessi, di sapore primordiale, di melodie terzomondiste, di suoni campionati.
Un'opera geniale di sintesi e nel contempo creazione futuristica. 4/5