02 settembre 2014

Bruce Springsteen - Nebraska (1982)



1. Nebraska // 2. Atlantic City // 3. Mansion On The Hill // 4. Johnny 99 // 5. Highway Patrolman // 6. State Trooper // 7. Used Cars // 8. Open All Night // 9. My Father's House // 10. Reason To Believe

Concluso il tour di The River, Springsteen si rifugia nella propria casa nel New Jersey dedicando molto tempo alla riflessione e alla lettura. Sarà la scoperta delle novelle di Flannery O'Connor e la drammatica spiritualità delle storie narrate a colpirlo nel profondo convincendolo ad indirizzare l'attenzione del proprio songwriting sempre più verso il cuore e l'anima dei propri personaggi alla prese con i drammi e le sconfitte quotidiane. A partire dalla livida vicenda di Charles Starkweather e Caril Fugate, che negli anni 50 inondarono di sangue le praterie del Nebraska e del basso Wyoming, passando per le tristi storie del poliziotto di frontiera Joe Roberts, del fuorilegge Johnny o del fuggitivo notturno lungo la Jersey Turnpike, Nebraska narra di un'America isolata e marginale che ha perso i legami con la propria comunità. Storie desolate che si consumano lungo autostrade bagnate, squallide rivendite di auto usate, motel da pochi dollari e stazioni degli autobus, raccontate direttamente con la voce dei protagonisti, in prima persona, per identificarsi direttamente con chi paga sulla propria pelle il prezzo della sconfitta. Springsteen tentò più volte di trovare un arrangiamento elettrico alle canzoni, ma alla fine si convinse che le registrazioni solitarie, scarne avvenute nelle mura domestiche su un registratore a quattro piste fossero le più adeguate per focalizzare l'attenzione dell'ascoltatore verso il cuore delle storie narrate. In un epoca fatta di tastiere e arrangiamenti commerciali, Nebraska apparve come un pugno nello stomaco.

(Gianluca Serra)

01 settembre 2014

Tracy Chapman

Nativa di Cleveland, la più giovane di tre sorelle di una famiglia della piccola borghesia nera, Tracy Chapman (1964) apprende giovanissima i rudimenti del clarinetto e della chitarra e a 16 anni, trasferitasi nel Connecticut, inizia a esibirsi come folksinger. Diplomatasi in antropologia, conosce all'università Brian Koppelman, figlio di uno dei maggiori editori musicali del mondo, che la presenta al padre e le procura un'audizione con la Elektra.


31 agosto 2014

King Crimson - In The Court Of The Crimson King (1969)

di Silvano Bottaro

Probabilmente il solo album "progressive" in grado di entusiasmare anche i detrattori più feroci del genere, e capitolo di spicco di una discografia mediamente buona, In The Court Of The Crimson King segna l'esordio dei King Crimson, creatura del geniale chitarrista inglese Robert Fripp. Con lui, in questa prima di molte incarnazioni, Ian McDonald ai sassofoni e alle tastiere, Michael Giles alla batteria e il paroliere Peter Sinfield, oltre a Greg Lake (basso e voce), che di lì a poco si unirà in trio con Keith Emerson e Carl Palmer. Non sono proprio dei debuttanti, questi musicisti facenti parte dei King Crimson che, partendo alla grande, entrano in studio e superata una falsa partenza (cambiano produttore) in soli otto giorni registrano un album che trasporta tutti - ascoltatori e musicisti - in una dimensione nuova, forse quella del nuovo decennio in arrivo. Cinque le tracce, tutte a loro modo capolavori: a partire da 21st Century Schizoid Man, abrasiva come un nascituro hard rock e scossa da dissonanze e repentini cambi di tempo, proseguendo, in un meraviglioso gioco di contrasti, con la delicatezza quasi eterea di I Talk To The Wind e la vibrante epicità di Epitaph (in cui a farla da protagonista è il mellotron), per arrivare al bizzarro minimalismo di Moonchild e ai crescendo pseudo-orchestarle di The Court Of The Crimson King. In sostanza, un matrimonio perfetto di pop e rock con classica e jazz, in cui la richezza degli arrangiamenti e il virtuosismo dei musicisti non sono mai fini a se stessi, risultando anzi, (quasi) sempre indispensabili al delicato equilibrio globale. I King Crimson fanno un passo in avanti: le loro non sono semplici canzoni con sonorità innovative, sono piccole suite che alludono alla musica barocca, a oscure mitologie esoteriche, e hanno un andamento classico, ben più complesso della solita alternanza tra strofa e ritornello (e inciso, ovviamente). E' grazie (anche) a questo disco che nasce il progressive, o prog, destinato, in tutte le sue varianti (più o meno sinfonico, più o meno folk) a risuonare - soprattutto in Europa - per tutti gli anni Settanta. Un'atmosfera musicale che offrirà possibilità di espressione più ampie e riflessive sull'uomo contemporaneo.  4,5/5

30 agosto 2014

Bob Dylan, Oz, 1967


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Jack Bruce - Out Of The Storm (1974)

di Silvano Bottaro

Capita di tanto in tanto di ascoltare vecchi album di cui si aveva perso le tracce. Quando succede e quando il disco comunica qualcosa non appena comincia a suonare, quando uno si sente partecipe delle emozioni dell'artista, anche dopo aver ascoltato un solo brano hai la certezza che tutto il resto del disco sarà buono. Ho ascoltato per la prima volta Out Of The Storm di Jack Bruce e mentre la sua voce intonava le prime note di Pieces of Mind mi sono reso conto di fare la conoscenza dei più bei dischi di una certa vena del rock blues inglese al pari di Rock Bottom di Wyatt. Le esperienze, l'ispirazione, la scelta intelligente di certe note, la voce robusta e ricca di soul, rivela che Jack è un musicista di una categoria a parte, quella che Bob Fripp chiamò dei "maestri". Dopo l'esperienza abbastanza monolitica di Wes, Bruce e Laing, Jack ha lavorato per un anno alla realizzazione di questo album con il solo aiuto di Steve Hunter (abilmente a tutte le chitarre) e Jim Keltner alla batteria meno in tre brani dove suona Jim Gordon. Il resto degli strumenti li suona tutti lui come tutte sue sono le voci e qui si potrebbe aprire un discorso sul cantante perché Bruce dimostra di essere in possesso di una tecnica fuori dal comune trovando timbri diversi per i diversi stati di animo e organizzando cori con armonie inconsuete. Le parole sono di Pete Brown il poeta cantante che aveva già collaborato coi Cream e la sua poesia sensoriale fatta di allusioni malinconiche si sposa benissimo con la musica che, ora è ritmata con anticipazioni jazzistiche, ora va oltre l'esperienza dei suoni contemporanei. Scozzese, connazionale di Van Morrison e come lui con un'anima piena di soul da cantare, Bruce è un musicista profondo e Out Of The Storm ne è la prova evidente. 3,5/5

29 agosto 2014

Phantom Band - Strange Friend (2014)

di Gianfranco Marmoro

The third difficult album è la soglia entro la quale i critici inglesi tirano le somme di una carriera discografica: superato lo scoglio, tutto è permesso e lecito. Il problema è che nonostante il terzo progetto del gruppo scozzese “Strange Friends” sia l’album della loro definitiva consacrazione, trovo molto complessa e difficile una loro espansione al di fuori delle lande anglofone. Ed è un peccato, perché la Phantom Band, col suo mix di folk e kraut, ha dato vita a un nuovo idioma indie-rock che solo in parte è figlio delle folgoranti intuizioni della Beta Band; il percorso si è sviluppato prima attraverso le pagine più ambiziose di “Checkmate Savage” e poi attraverso quelle egualmente originali di “The Wants”.
In “Strange Friends” il tono muscoloso e leggermente scomposto resta in primo piano, ma il linguaggio diretto e accattivante evidenzia una scrittura matura e arrangiamenti eleganti: la Phantom Band porta l’indie-rock lontano dal fervore della gioventù per un suono più adulto.
Il recente album solista di Rick Anthony Redbeard “No Selfish Heart” ha fatto da ponte tra “The Wants” e il nuovo progetto: il cantante ha affinato le sue doti vocali con un folk da crooner tinto di gothic che sembrava lontano dalle sonorità del gruppo e che invece si manifesta tra le pieghe delle nuove nove tracce.

Non è un album dal fascino semplice e immediato, “Strange Friends”: nonostante sia empio di melodie memorabili, interpretazioni più intense e brillanti, chitarre e organo e una più corposa e variegata tessitura ritmica che come fulmine a ciel sereno tratteggia luci e ombre. È quindi un album che necessità di più ascolti per essere assimilato, ma non privo di stand-out track che catturano anche i distratti del primo ascolto, con pagine epiche ricche di armonie e ritmo che crescono emotivamente come il grano nel latte (“The Wind That Cried The World”), e straordinarie architetture di organo e batteria (un indemoniato Ian Stewart) che folleggiano su riff talmente appiccicosi da suonare familiari (“Clapshot”).
La magia si impossessa delle pagine più tenui come “(Invisible) Friends”, con ritmiche frastagliate, trame psichedeliche e canto baritonale che festeggiano notevoli intuizioni armoniche, in converso le robotiche linee ritmiche alla Kraftwerk di “Women Of Ghent” sono invece infettate da un’aliena nuance di folk scozzese che ubriaca suoni e ritmi fino a renderli anarchici e liberatori.
Ovviamente il termine indie-rock sarà quello più ricorrente nelle recensioni che scorrerete con gli occhi, ma soffermatevi un attimo ad ascoltare lo strano matrimonio tra folk, garage e Doors di “Sweatbox” o il blues elettronico alla Human League di “No Shoes Blues”, e avrete la giusta misura della loro originalità: il loro mix stilistico è fuori dall’ordinario e non segue alcuna apparente logica etica.

Anche l’acustica “Atacama” risuona inquietante e bislacca nella sua lunatica evoluzione lirica, ma è nulla in confronto alle sinistre torture ambient alla Brian Eno-John Cale che in “Galápagos” vestono a nuovo suoni di banjo e gamelan percussion forzando i confini armonici.
Chi fosse ancora in dubbio sulla notevole caratura del terzo album degli scozzesi non ha che da porgere l’orecchio a “Doom Patrol”, un pop-metal-psichedelico che, incastrando alla perfezione elettronica ed acustica, fa spazio anche a una chitarra acid–house che non mancherà di influenzare i prossimi hipster. Perché accontentarsi però di un surrogato? Meglio gioire di questo splendido archetipo di new indie-adult-rock. (4/5 voto mio)

28 agosto 2014

King Creosote - From Scotland With Love (2014)

di Gianfranco Marmoro

Lasciatemelo dire: nessuno nell’ultimo decennio è riuscito a raccontare la Scozia meglio di King Creosote (ovvero Kenny Anderson), non quella dei desideri o dei sogni, ma quella reale e tangibile, vissuta e rivissuta attraverso il racconto di chi la vive quotidianamente.
Il suo ultimo atto d’amore è “From Scotland With Love”, colonna sonora di un documentario della regista neozelandese Virginia Heat, una sfida che l’artista affronta calandosi in una realtà storica centenaria fatta di guerre, sofferenza e lotte per la dignità dei lavoratori.

Il vestito elettronico raffinato e incantevole di Jon Hopkins in “Diamond Mine” ha certamente dato lustro al suo enorme repertorio discografico (questo è il suo 42° album), trascinando il suo nome fuori da un circuito cult sempre più numeroso, ma non crediate che dietro quelle ammalianti pagine di ambient-folk si nascondesse il nulla, quella magia appartiene a una tradizione musicale che viaggia nel tempo senza perdere smalto e autenticità, e si chiama Scozia.

Come ogni buon racconto “From Scotland With Love” alterna riflessioni dolorose a giocosi sprazzi di humour, ed è proprio nell’abilità di Anderson di saper dosare con naturalezza questi due basilari elementi emotivi e lirici, il fascino dell’album.
Aiutato da uno stuolo di musicisti più ricco e imponente, l’autore sembra a suo agio nell’atmosfera retrò delle vicende raccontate nel film-documentario, e le adorna prima con un delizioso valzer ricco di romanticismo (“One Floor Down”) e poi con una polka coinvolgente e trascinante (“Largs”) che, insieme al kraut-folk di “For One Night Only”, offre dei break ritmici alla costante delicatezza dell’album.
Più elegiaco e sognante che mai, King Creosote offre in questo nuovo capitolo discografico alcune delle sue melodie più memorabili: dietro pagine malinconiche strappa un sorriso, e dona grazia a storie amare dove protagonista è la morte, esorcizzandola con un coro di bambini (“Bluebell, Cockleshell, 123”), per poi offrire nuove prospettive all’annoso dilemma dell’emigrazione con un chamber-folk di rara e commovente bellezza (“Miserable Strangers”).

In “From Scotland With Love” prevale la speranza, quella semplicemente tinta di folk scozzese di “Something To Believe In” e quella più energica di “Leaf Piece”, dove trasudano il sudore e la tenacia dei lavoratori, alle prese con terreni aridi e poco generosi.
Nell’appassionato duetto di “Cargill” il musicista osserva il destino dei marinai attraverso gli occhi pieni di ansia e speranza di una donna: storie di uomini lontani dalle loro famiglie, estenuati dal terrore di non ritornare a casa, vestita con un midtempo ricco di nostalgia che si archivia come una delle sue più belle intuizioni liriche.

Ma il momento più intenso dell’album è affidato al fervore politico e sociale di “Pauper’s Dough”, un potente crescendo corale dall'incedere fiero, che si staglia con forza sulle immagini e sulla musica, in un raro esempio di folk privo di dimensione temporale ma inesorabilmente legato alla voglia di riscatto e giustizia sociale, ed è giusto un attimo prima che le note di “A Prairie Tale” (la cui melodia è rubata all’iniziale “Something To Believe In”) calino il sipario, su un album che candida sempre di più King Creosote come il Sufjan Stevens scozzese, ovvero il più abile narratore delle tradizioni rurali e culturali di etnie in via d’estinzione. (3,5/5 voto mio)

26 agosto 2014

Brian Eno & David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts (1981)

di Silvano Bottaro

Quando uscì Remain In Light dei Talking Heads nel 1980 si disse: "Non è un disco del passato né del presente. Viene dal futuro". Ecco, questo giudizio va esteso a My Life In The Bush Of Ghosts. Pietra miliare per la musica degli anni Ottanta, concepito da Eno e Byrne prima di Remain In Light e uscito dopo per problemi di natura legale.
Brian Eno prima di inventare l'ambient music e di contribuire in misura decisiva alla trilogia berlinese di David Bowie, ha suonato con i Roxy Music. David Byrne è il leader dei Talking Heads, con i quali ha appena finito di girare il mondo per il tour post Fear Of Music.

Insieme lavorano a un'idea: scomparire per un po', e tornare a New York dicendo di aver trovato per caso l'album di musica etnica in un Paese che non c'è, e che solo loro conoscono (cit.)

L'idea di partenza è che il rock'n'roll sia diventato conservatore e noioso, e che forse sia necessario un balzo in avanti, o forse di fianco, per creare con più libertà. L'intuizione fondamentale è che nell'album non ci siano cantanti, ma solo voci registrate qua e là da Eno e ritmi complessi, non occidentali. Si lavora con le macchine, sincronizzando nastri e campionamenti, tagliandoli e provando a giustapporli con altri nastri. Si tratta insomma di inventare i campionamenti e la musica elettronica prima ancora che si possa campionare e produrre elettronicamente qualsiasi suono. Inventare qualcosa che non è possibile fare per davvero. Eno e Byrne si rivolgono soprattutto a ritmi e a voci libanesi, algerini, egiziani; parole e voci che hanno molto a che vedere con la religione (esorcisti, predicatori).
My Life In The Bush Of Ghosts si aggira con sicurezza in una giungla di ritmi talvolta squadrati, talaltra complessi, di sapore primordiale, di melodie terzomondiste, di suoni campionati.
Un'opera geniale di sintesi e nel contempo creazione futuristica. 4/5

25 agosto 2014

Leontyne Price, Opera News, 1967


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Marc Knopfler

Mi immagino il paradiso come un posto dove la musica folk si incontra con quella blues.

24 agosto 2014

Tinariwen - Tassili (2011)

di Silvano Bottaro

In questo ultimo decennio parte degli stati africani si stanno ribellando a dittatori e governi non certamente democratici. Popoli per anni sottomessi cercano libertà e giustizia. A questa ondata di rivolta anche la musica ha dato e continua a dare il suo contributo, musicisti come Farka Tourè, Toumani Diabatè, Baaba Maal, Youssou N'Dour, Cheb Khaled, Salif Keita, Fela Kuti sono stati tra i principali esponenti a "sonorizzare", esportare e quindi a far conoscere al mondo intero questa situazione di disagio sociale. Oggi, una di queste realtà si chiama Tinariwen e sono probabilmente una delle band più interessanti nel panorama musicale internazionale. Ex soldati, hanno cominciato a combattere nei primi anni novanta nelle rivolte dei Tuareg in Niger e Mali,  alternando esibizioni musicali nei club e in spazi sociali. Fondendo tradizione nordafricana con il blues e il rock elettrificato, il gruppo ha poi man mano abbandonando il "potere" delle armi per intraprendere solo quello della musica.

Al loro quinto lavoro "Tassili", ci sono arrivati dopo dieci anni dalla prima pubblicazione "The Radio Tisdas Sessions" del 2001, pubblicando nel mezzo altri tre dischi, album che però non hanno avuto un gran riscontro di pubblico e di critica. Questo album può essere considerato il loro album "Unplugged", perché, anche se rimane inalterato il sound caratteristico del gruppo, vengono per lo più abbandonati i suoni  elettrici in favore di quelli acustici.

La bravura dei Tinariwen sta nel coniugare ed esprimere in maniera semplice e diretta le radici e le tradizioni del deserto del Sahara che, oltre ad essere un luogo di sabbia e sole è anche un crocevia di popoli, di passaggi, di culture e di storie. Come i nomadi,  i Tinariwen combattono fondamentalmente per il semplice diritto alla sopravvivenza, condividendo usi e costumi e naturalmente i suoni dei Tuareg.

Tassili è un'ottima rappresentazione "sonora-sociale", una miscela di sequenze acustiche con intrecci elettrici di notevole spessore. Un buon disco. 3,5/5

Due video: Tenere Taqhim Tossam - Imidiwan Matanam

23 agosto 2014

Scopertine #7


151. Dusty Springfield – Dusty in Memphis - 152. Elvis Presley – From Elvis in Memphis - 153. Velvet Underground – Velvet Underground (3rd Album) - 154. Quicksilver Messenger Service – Happy Trails - 155. Led Zeppelin – Led Zeppelin (1st Album) - 156. Band – Band (2nd Album) - 157. Led Zeppelin – II - 158. MC5 – Kick Out the Jams - 159. The Temptations – Cloud Nine - 160. Sly & The Family Stone – Stand! - 161. Tim Buckley – Happy Sad - 162. Chicago Transit Authority [Chicago] - Chicago Transit Authority (1969) - 163. Fairport Convention – Unhalfbricking - 164. The Youngbloods – Elephant Mountain - 165. Isaac Hayes – Hot Buttered Soul - 166. Grateful Dead – Live/Dead - 167. The Kinks – Arthur: Or the Decline & Fall of the British Empire - 168. King Crimson – In the Court of the Crimson King - 169. Leonard Cohen – Songs from a Room - 170. Fairport Convention – Liege & Lief - 171. Scott Walker – Scott 4 - 172. Stooges – Stooges (1st Album) - 173. Alexander Spence ‘Skip’ – Oar - 174. Frank Zappa – Hot Rats - 175. Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory

22 agosto 2014

Wilco - The Whole Love (2011)


di Silvano Bottaro

Il coraggio è una virtù di pochi e i Wilco sono tra questi.
I fan di vecchia data, dopo un primo ascolto rimarranno molto probabilmente spiazzati. The Whole Love abbandonando la strada di Sky Blue Sky (2007) e dell’ultimo Wilco (2011), dimenticando i suoni di Yankee Hotel Foxtrot (2002) e A Ghost Is Born (2004), si inerpica in nuovi territori e, questo, non può che far bene. Si perchè, al di la che il disco possa piacere o meno, quello che conta per un gruppo ormai sulla breccia dal 1995 (senza contare la parenesi “Uncle Tupelo” dei primi anni novanta) è il saper rinnovarsi, evitando così la noia del ripetersi.
The Whole Love è un ponte, l’inizio probabilmente di un nuovo corso dei Wilco. Non che Jeff Tweedy non sia stato incline a sperimentazioni e a ricerche sonore, anzi, fatto sta che questo ultimo lavoro suona come un manifesto di cambiamento. Un cambiamento che sa di abbandono ai vecchi cliché e di abbraccio a nuove esperienze musicali senza preclusioni di ordine commerciale, non a caso l’album è prodotto proprio da Tweedy.
In The Whole Love suonano una serie di buone canzoni, alcune ottime altre meno, nel complesso però, quello che risalta è lo spaziare nell’intero panorama rock. Si sentono echi che vanno dagli anni ‘60 agli anni ‘90 passando per gli anni ‘70. Una piccola enciclopedia rock con dentro suoni che vanno dal country al simple jazz, con dosi di psichedelia, folk e musica elettronica, tutto meravigliosamente condito in salsa Wilco.
E’ un disco assai ispirato, non c’è dubbio, quello che è da affinare in futuro sarà di coniugare “il verbo” nei “modi” e nei “tempi” giusti, dove alla voce “verbo” s’intende essenza o “anima”, si perchè, anche se il disco è di buona fattura quello che si sente mancare è un “marchio di fabbrica”, quel "non so cosa" che faccia esaltare. 3,5/5

21 agosto 2014

Bob Dylan - Oh Mercy (1989)

di Silvano Bottaro

A parte la parentesi Traveling Wilburys, gli anni ottanta non sono stati i suoi anni migliori, un Dylan stanco e privo di creatività si è trascinato in tour e dischi non entusiasmanti e alcuni addirittura inutili. Proprio alla fine di questi, quasi come un'ancora si salvezza, a New Orleans, fra i profumi del voodoo e l'aria frizzante di Bourbon Street, Bob Dylan si decide a fare finalmente il Bob Dylan. In studio, con l'umidità che si aggrappa alle finestre, con pochi musicisti ma di cuore, incide il suo ventiseiesimo disco e le canzoni sono quelle di una volta.
Il gioco-forza si chiama Daniel Lanois, un giovane e grande produttore che, grazie alla sua maestria, riesce ad dare il suo imprinting con notevole personalità e pregevole fattura.
Oh Mercy diventa così un album attualissimo e allo stesso modo un disco senza tempo. Anche se non tutto il disco "naviga" in acque limpidissime, nel complesso, grazie ad alcune grandi canzoni; The Man In The Long Black Coat, Political World, Everything Is Broken e la bellissima Most Of The Time riescono a colpire emotivamente, in maniera profonda.
Non eravamo più abituati a questi canzoni, il Dylan ci aveva fatto assopire nelle sue ultime opere, ora invece, la bella voce, le sonorità delicate e spigolose, intense e rarefatte, fanno di questo Oh Mercy un disco completo, piacevole e per niente banale, una rinascita musicale dopo anni di stasi.
Avremmo tutto il tempo di ascoltarlo e di farlo nostro questo album, ci vorranno infatti, ancora altri otto anni prima che il nostro Dylan sforni un'altro ottimo disco, si chiamerà "Time Out Of Time", sarà il 1997 è il produttore si chiamerà ancora una volta, guarda caso, Daniel Lanois. 4/5

20 agosto 2014

19 agosto 2014

Perfect Day - Lou Reed


Solo un giorno perfetto
Bevendo sangria nel parco
E poi, più tardi
Quando fa buio, andiamo a casa

Solo un giorno perfetto
dare da mangiare agli animali allo zoo
E poi, più tardi
un film, e poi casa

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Solo un giorno perfetto
I problemi sono lasciati soli
Turisti per conto nostro
E' così divertente

Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno valido

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Raccoglierai ciò che hai seminato

18 agosto 2014

Ry Cooder - Pull Up Some Dust and Sit Down (2011)


di Silvano Bottaro

Il musicologo Ry Cooder ritorna con un nuovo lavoro a distanza di tre anni dalla trilogia formata dal bellissimo ‘progetto’ Chavez Ravine del 2005, dalla storia del gatto Buddy di My name is Buddy del 2007 e dal non tanto entusiasmante I, Flathead del 2008.
Per metà dei suoi quarant’anni di attività musicale, Ry si è prodigato a riscoprire i suoni di diverse culture del mondo, famosissima è quella cubana dei Buena Vista Social Club, dell'Africa con Ali Farka Toure, del soul/gospel con Mavis Staples e l’ultima irlandese con i Chieftains.
Pull Up Some Dust And Sit Down è un lavoro essenzialmente di matrice sociale/politica dove i testi marcatamente di protesta, prendono di mira soprattutto i banchieri, Wall Street e il disastro economico che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti. Altro argomento preso in evidenza sono le leggi varate contro l’immigrazione, storie di povera gente in cerca di un futuro migliore e che invece a volte, purtroppo, incontra solo alla morte.
Se questo è l’aspetto essenzialmente testuale, il disco è di pura matrice “Cooderiana” suoni quindi praticamente a lui cari; rock, folk, blues, influenze messicane e irlandesi. Quattordici canzoni per quasi un’ora di musica nel quale il nostro ha saputo creare intense ballate acustiche, cariche di pathos ed estremamente profonde.
Forse tra i dischi più completi che abbia mai inciso, Pull Up Some Dust And Sit Down non è un lavoro ‘facile’ e come tale ha bisogno di molti ascolti. Tutte le grandi opere hanno questa peculiarità.
Essenzialmente non c’è molto da aggiungere se non il solo consiglio di procurarvelo. In fondo, parlare di questo disco risulta più difficile che ascoltarlo.
Non svetterà le classifiche di vendita ma Pull Up Some Dust And Sit Down rimarrà senz’altro un’opera coraggiosa, ricca di valore testuale e musicale che, ancora una volta, dimostra che Ry Cooder è un grandissimo uomo e musicista. 4/5

16 agosto 2014

Tracy Chapman - Omonimo (1988)


di Silvano Bottaro

Nera, ventitreenne, americana di Boston, una laurea in antropologia e una facilità compositiva che è di pochi, Tracy Chapman si inserisce nel panorama musicale con un album d'esordio dal forte impatto testuale-sonoro.
Fra i cantautori di colore in aria folk solo Richie Havens e la Armatrading battono il suo terreno ma, il primo è un uomo da cover poco in confidenza con le classifiche e la seconda ha appesantito le sue belle canzoni. La Chapman, 'spostandosi' dal 'vecchio' folk cantautorale, apre un nuovo 'filone' sonoro, estremamente personale e immediato, di forte presa emozionale con dei connotati politico-sociali, incidendo un disco di impegno e di protesta, con un suono solare e spontaneo che fa di lei una vera rivelazione musicale.
Nel disco, pluridecorato e prodotto con garbo (D.Kershenbaum), undici meravigliose ballate che parlano di violenza sulle donne, razzismo e amore con la determinazione di un Dylan giovane e la grazia della migliore Joni Mithell.
Probabilmente uno dei migliori esordi discografici che il mondo musicale abbia sfornato (la rivista Rolling Stone lo ha inserito al 261º dei migliori album), un disco che per la sua freschezza e immediatezza compositiva non può mancare nella nostra collezione discografica. 4,5/5

15 agosto 2014

14 agosto 2014

Van Morrison - Beautiful Vision (1982)

di Silvano Bottaro

Dopo una pausa di riflessione, The Man è pronto a ributtarsi nella mischia e, coadiuvato da Pee Wee Ellis, Mark Isham, dal bassista Hayes e da una serie di fedeli musicisti, nasce Beautiful Vision - e la visione è davvero bella!
Profumi e sapori d'Irlanda si mischiano a liriche religiose in un'opera strutturata su classiche melodie morrisoniane condotte dal canto personalissimo dell'artista irlandese.
L'amore per i fiati, il rhythm and blues e l'apporto dell'orchestra, cornamuse e sintetizzatori, sensibilità e maestria, creano in questo disco delle "visioni sonore" facendone un'opera unica e profonda.
Due le novità presenti in questo lavoro, la prima è la presenza Mark Knopfler alla chitarra dove in diversi brani conferma le analogie tra Morrison e Bob Dylan, Knopfker infatti ha partecipato in Slow Train Coming, Shot Of Love e Infidels seguendo l'iter artistico-religioso di Dylan in tutta la sua compiutezza. La seconda novità è la presenza di un brano unicamente strumentale "Scandinavia", che coadiuvato dal superbo lavoro al sintetizzatore di Isham, riesce a tratteggiare al pianoforte il paesaggio scandinavo in tutta la sua bellezza, dipingendo con dolce e struggente melodia quelle terre fredde e solitarie.
Dopo la "commercialità" di Wavelenght e lo sperimentalismo di Common One, Beautiful Vision conferma che l'artista è ancora non solo uno dei più importanti della scena rock ma soprattutto ha ancora molto da dire, infatti, nel prossimo futuro ci riserverà altri capolavori come "No guru, no method, no teacher" del 1986.
Se i temi sono ossessivi nella loro ripetitività: l'Irlanda, il misticismo e l'amore, è la loro statura che rivela la grandezza dell'artista. Vediamo ora le dieci canzoni, tutte 'rigorosamente' riassunte in poche righe:

1. Celtic Ray - Brano semplice, regolare, facile da ascoltare. C'è un generale senso di tranquillità e le parole sono sicuramente una reminiscenza della sua giovinezza passata in l'Irlanda. La canzone ha un marcato senso di malinconia e gli strumenti si fondono in un sapore armonico grazie proprio ai suoni tipicamente irlandesi. 
2. Northern Muse (Solid Ground) - Canzone lenta e graziosa, con un suono tipicamente 'miscelato' tra soul anni 1960 e musica celtica. Sempre presente la voce possente e sincera di Van Morrison che ancora una volta crea il 'sapore' della terra irlandese. E' un brano delicato e soprattutto genera un sound spiritualmente edificante.
3. Dweller On The Thereshold - Il ritmo sale leggermente ma non troppo. Brano delicato con note malinconiche dove la voce di Van e le parole della canzone fanno da padroni. Il testo di natura estremamente spirituale, parla di ricerca di un terreno più alto... della nostra quotidianità terrena... dell'esistenza come illusione...
4. Beautiful Vision - Con un'introduzione superba, le percussioni gentili e i cori incredibilmente armonici questo è certamente una delle canzoni più profonde e meravigliose di Morrison. Il brano descrive 'un viaggio' all'interno delle nostre menti, il suono intrecciato al testo è puramente spirituale, ma la 'fede religiosa' non c'entra.
5. She Gives Me Religion - Altro brano piuttosto lento, rilassato, canzone soul in cui Van, ancora una volta con le parole ci riporta nel mondo dei suoi ricordi personali, filo conduttore di tutta questa opera musicale. E' molto probabilmente un ricordo d'infanzia una celebrazione alla natura e allo stesso tempo un messaggio all'uomo.
6. Cleaning Windows - Brano intenso e significativo, un ricordo appassionato di Van al suo primo lavoro come lavavetri a Belfast. La melodia e le parole, anche se molto semplici, hanno un forte senso di riscatto, il passaggio da normale operaio a uno dei cantautori più prolifici e rispettati. La storia di un ragazzo irlandese.
7. Vanlose Stairway - Altro pezzo delicato e profondo che esplora l'animo e la sua esistenza. Un Van lacrime e voce che da un senso all'essere e alla passione. La canzone è attraversata da ha un tema spirituale (forse religioso), non semplice da 'cifrare', Van la descrive come arrivare fino alla luna... Potrebbe essere una sorta di 'karma'? 8. Aryan Mist - La melodia cadenzata e accattivante manda come un segnale che qualcosa deve accadere. Un viaggio in treno attraverso la campagna celtica, un viaggio interno alla nostra vita. Le parole misteriose, poetiche e con sfumature spirituali, trasmettendo un profondo senso di ricerca interiore.

9. Across The Bridge Where Angels Dwell - Brano molto dolce e rilassante tipicamente 'marchiato' Van Morrison dove la malinconia è palpabile. La sua voce è morbida, e le parole sembrano protendersi verso qualcosa di simile all'estasi, un benessere più 'osservato' che partecipato. Probabilmente la canzone più sottotono.
10. Scandinavia - Con l'apertura di un sintetizzatore lento ma potente, questo è l'unico brano strumentale e il primo della sua carriera. Van suona al pianoforte la melodia portante, e il resto della band si unisce in questo brano 'sognante', fluttuante, etereo. Una canzone perfetta per riassumere e chiudere quello è uno degli album più profondi e spirituali mai registrati.

Appare evidente come in Beautiful Vision la religiosità adombrata nelle sue liriche sia difficilmente collocabile in una precisa dottrina, la spiritualità di Morrison è infatti legata all'osservazione dell'immaginario attraverso la comune e quotidiana esperienza di vita. Questo è il messaggio essenziale dell'album. I testi e le musiche hanno lo straordinario potere di riuscire magicamente a trasmetterlo. 4,5/5

11 agosto 2014

I Am Mine - Pearl Jam

Io Sono Mio

Gli egoisti stanno tutti in fila?
Fede nella loro speranza, e di comprarsi il tempo.
Io penso, a ogni respiro,
che possiedo solo la mia mente.

Il nord sta al sud come l'orologio sta al tempo.
C'è l'est e c'è l'ovest e ovunque c'è vita.
So che sono nato e so che morirò.
Ciò che sta in mezzo è mio, io sono mio.

E il sentimento che ne resta?
Oh, l'innocenza rotta dal tempo?
Siamo differenti dietro gli occhi, non serve
nasconderlo?
Stanotte siamo al sicuro.

L'oceano è pieno perché tutti piangono,
la luna piena cerca amici ad alta marea.
Il dolore cresce quando viene negato.
Io conosco solo la mia mente. Io sono mio.

E il sentimento che ne resta?
Oh, l'innocenza rotta dal tempo?
Siamo differenti fra le righe, non serve nasconderlo?
Perché siamo in salvo stanotte.

E il sentimento che ne resta?
Oh, l'innocenza rotta dal tempo.
Siamo differenti dietro gli occhi, non serve
nasconderlo.

E il sentimento che ne resta?
Oh, l'innocenza rotta dalle bugie.
Siamo diversi dietro gli occhi.
Siamo al sicuro stanotte.

10 agosto 2014

08 agosto 2014

Nick Cave & The Bad Seeds - Kicking Against The Pricks (1986)


di Silvano Bottaro

Personaggio geniale e inquietante, provocatorio e imprevedibile Nick Cave, australiano di Melbourne ma cittadino Londinese è stato presente più volte in questo blog con 'The Good Son' del '90, nove canzoni di una bellezza disarmante, con il progetto 'Grinderman del 2007' e 'del 2010' e ancora con i Bad Seeds in 'Dig, Lazarus, Dig!' del 2008.

Kicking Against The Pricks è un album interamente composto di cover che percorre i sentieri della musica americana in modo quasi malato e angosciante. Il blues di John Lee Hooker ("I'm Gonna Kill That Woman"), il country di Johnny Cash ("The Singer"), l'hit hendrixiano ("Hey Joe"), il soul di Cooke ("Something's Gotten Hold Of My Heart"), il canto urbano di Lou Reed ("All Tomorrow's Parties") sono qui rimasticati e stravolti, quasi irriconoscibili.
Con voce profonda e da brividi Cave conduce le sue personalissime rivisitazioni con grande perizia e abilità. E' maestro in un'arte difficile: aggiungere senza togliere all'originale. Facendo in modo che, alla fine, tutti sembrino figli suoi. 4/5