27 aprile 2015

Bob Dylan - Blonde On Blonde (1966)

Probabilmente nella sua testa tutto è chiaro. Ma nella realtà suonare come vuole Bob Dylan, il nuovo Bob Dylan, non è per niente facile. Ci provano The Hawks, quelli che poi diventeranno The Band, e ci riescono solo in parte. Dylan allora se ne va a Nashville, la capitale della musica country, dove i professionisti abituata a non fare troppe domande, non mancano di certo. Ne arruola un po', a tempo pieno (lavorare a piú d'un album contemporaneamente non è insolito per loro), e piazza Al Kooper come ufficiale di collegamento tra lui e la truppa. Lui sta chiuso in albergo per ore, poi esce con i testi e va in studio a improvvisare. Tiene le distanze, ama sorprenderli: quando attaccano Sad Eyed Lady Of The Lovlands, tutti pensano di dover suonare un pezzo normale, di tre, quattro minuti al massimo. Ma a ogni strofa, dopo ogni crescendo, Dylan riattacca a cantare e alla fine i minuti saranno piú di undici, una cosa mai vista, a Nashville e altrove. La canzone occuperà un lato intero di un album che sarà, per la prima volta nella storia, composto da due LP. Quando si registra un altro pezzo, pretende che tutti siano su di giri. Manda qualcuno a cercare eccitanti in farmacia, fa portare gli alcolici in studio: qualcuno beve e butta giú pasticche, qualcun altro finge di farlo. Poi chiede che ciascuno suoni uno strumento non suo, come se facesse parte di una banda paesana. Il ritornello dice infatti «Everybody must get stoned» (Tutti devono essere fuori di testa), lo ripete all'infinito, ma quando gli chiedono il titolo lui li sorprende ancora: si chiamerà Rainy Day Women & 35 (Donne per giorni di pioggia numero 12 e 35). I testi sono puntuti e poetici come non mai: si dice che parlino delle sue donne: Joan Baez, Edie Sedgwick, la ragazza del giro di Andy Warhol che sembra pazza di lui, Sara Lownds, che ha sposato segretamente da qualche mese. Ma è difficile, forse impossibile, capire realmente di che cosa si tratti. Sono sequenze di immagini, associazioni di idee, flussi di coscienza. E la musica, assolutamente elettrica, ha il compito di sorreggere l'impianto, offrire una scenografia. Dylan non sarà mal piú cosí ispirato, e il leggendario incidente motociclistico che segue l'uscita dell'album sancirà per sempre la fine della sua epoca d'oro. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

26 aprile 2015

The Beatles - Revolver (1966)

1. Taxman // 2. Eleanor Rigby // 3. I'm Only Sleeping // 4. Love You To // 5. Here, There And Everywhere // 6. Yellow Submarine // 7. She Said She Said // 8. Good Day Sunshine // 9. And Your Bird Can Sing // 10. For No One // 11. Doctor Robert // 12. I Want To Tell You // 13. Got To Get You Into My Life // 14. Tomorrow Never Knows

Il definitivo distacco dall'età dell'innocenza: Revolver precisa e completa i segnali lanciati con il capolavoro gemello di soli otto mesi precedente, Rubber Soul, aprendo la strada alla maturità sperimentale dei Beatles e anticipando l'era psichedelica di Sgt. Pepper, persino conservandone oggi una maggiore fruibilità. L'impressionante mole di stimoli del disco riflette la necessità di rompere con le regole del pop, per assecondare una scrittura che si è fatta strada facendo più ambiziosa. Ogni singola personalità in seno alla band esplode in mille colori e tonalità: è il frutto di un lavoro fino ad allora impensabile dentro le mura dello studio con George Martin, stratificando tracce su tracce e giocando con suggestioni e linguaggi differenti. La summa è la chiusura di Tomorrow Never Knows, ambiguo capolavoro lennoniano fra melodia e distorsione, ma tutto il disco vive tra estasi, stupore, armonia e giochi lisergici (ancora Lennon, il più acuto e spiritato alla guida di She Said She Said, And Your Bird Can Sing e della dolcissima caramella I'm Only Sleeping). Harrison assume finalmente un ruolo di primo attore, portando in dono tra le altre la sghemba Taxman e il raga indiano di Love You To, mentre McCartney si impone come il talento pop per eccellenza, fra la struggente malinconia degli archi in Eleanor Rigby, che fugge da ogni frivolezza anche nel testo, la dolcezza sospesa di Here, There and Everywhere e l' incalzante di Got To Get You Into My Life. (Mia valutazione:  Capolavoro)

(Fabio Cerbone)

25 aprile 2015

John Fogerty (Creedence Clearwater Revival)


Otis Redding - Otis Blue (1965)

Otis Redding è un predestinato: si racconta che da ragazzino l'abbiano allontanato da un concorso di voci nuove dopo che l' aveva vinto quindici volte di seguito. Ma è anche un imprenditore di se stesso: possiede una società di edizioni musicali, un'etichetta discografica e pure l'aereo che lo ucciderà a 44 anni, quando un grande futuro sta sorgendo all'orizzonte. E un cantante straordinario, uno dei pochissimi, a metà degli anni Sessanta, che firma da autore alcuni dei suoi successi, tra cui il piú grande, postumo, The Dock Of The Baye. Ha appreso la lezione di Sam Cooke e beneficia abilmente delle esperienze del suo maestro, piú vecchio di lui di dieci anni esatti: include, non esclude, rilegge con una sensibilità soul (essenzialmente, è il vecchio gospel aggiornato, portato fuori dalle chiese, affidato al fascino e alle fragilità di una voce solista) la musica che gira intorno. Otis Blue, che si dice sia stato registrato in due giorni, nasce sull'onda emotiva che segue la morte assurda e improvvisa del grande Sam Cooke, ucciso dalla proprietaria di un motel l'11 dicembre 1964. Redding ne reinterpreta tre pezzi: Shake, Wonderful World e A Change Is Gonna Come, che Cooke aveva scritto pensando a Bob Dylan e alla sua Blowin' ln The Wind: cantata da Otis Redding, diventerà la colonna sonora ideale di questi anni di lotta e liberazione dei neri d'America. Poi affronta My Girl, che Smokey Robinson ha scritto per i Temptations, Down In The Valley, che porta la firma di Solomon Burke, Rock Me Baby di B. B. King. Compila insomma una specie di enciclopedia portatile della musica nata dall'incrocio di gospel, blues, rhythm and blues. Non solo: gli consigliano di affrontare il nuovo successo dei Rolling Stones, che lui non ha ancora ascoltato. Accetta. E Satisfaction, che interpreta a modo suo, in parte storpiandone anche il testo: Otis Redding è cosí, è uno di quei cantanti che riscrivono le canzoni che gli sono affidate. I musicisti che l'accompagnano sono quelli della Stax, Booker T. And The MG's con i fiati dei Memphis Horns (bianchi e neri in una America che non ha ancora del tutto abolito la segregazione razziale), eccellenti, coltissimi. Molti brani sono stati registrati una sola volta: buona la prima, per avere tutto in tre minuti, groove, ritmo ed emozionanti performance vocali. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

24 aprile 2015

23 aprile 2015

We No Who U R - Nick Cave & The Bad Seeds



Sappiamo chi siete

All’albero non importa cosa canta l’uccellino

Spariamo con la rugiada alla luce del mattino
L’albero non sa cosa canta l’uccellino
Spariamo con la rugiada alla luce del mattino
E lo inspiriamo
Non serve perdonare
Inspiralo
Non serve perdonare

Gli alberi resteranno fermi come mani imploranti

Spariamo con la rugiada alla luce del mattino
Tutti gli alberi resteranno fermi come mani imploranti
Spariamo con la rugiada alla luce del mattino

E lo inspiriamo

Non serve perdonare
Inspiralo
Non serve perdonare

Gli alberi bruceranno con le mani annerite

Siamo tornati con la luce della sera
Gli alberi bruceranno con le mani annerite
Non c’è posto per riposare, non c’è posto per poggiarsi

Sappiamo chi siete

Sappiamo dove vivete
E sappiamo che non serve perdonare

Sappiamo chi siete

Sappiamo dove vivete
E sappiamo che non serve perdonare

Sappiamo chi siete

Sappiamo dove vivete
E sappiamo che non serve perdonare

Sappiamo chi siete

Sappiamo dove vivete
E sappiamo che non serve perdonare… di nuovo

Villagers - Darling Arithmetic (2015)

di Lorenzo Righetto

È difficile non pensare al passo evangelico del figliol prodigo nell’ascoltare il terzo disco di Conor O’Brien, per gli ascoltatori Villagers. Che si creda o no, non perché, dopo la bagarre elettronica e sopra le righe di “{Awayland}”, il cantautore irlandese è tornato a una strumentazione quasi del tutto “organica”, ma perché ha ritrovato quel tocco espressivo che sembrava perso, e in così poco tempo – come se Chris Martin avesse scritto “Mylo Xyloto” subito dopo “Parachutes”.

Ma il mondo della musica è quasi per tutti accelerato, e così, forse, non è pensabile per un giovane artista ripetere pedissequamente non solo le sonorità, ma anche la scrittura dei pezzi, la cosa forse più personale che un cantautore può avere, da un disco all’altro. In tutto questo, “Darling Arithmetic” è solo apparentemente un ritorno alle origini, perché le atmosfere ma anche i riferimenti non sono gli stessi di “Becoming A Jackal” – semplicemente, non si tratta di un salto pindarico ma un intelligente riprocessamento della propria proposta artistica.
A Conor nel frattempo è cresciuta la barba, e “Darling Arithmetic” suona così come il prodotto di un artista consumato ma non di maniera, con temi e toni che ricordano da vicino il caro Doveman, sempre più punto di riferimento, col suo tenue minimalismo (“Dawning On Me”, la struggente “Death Trap Kid”). A partire dai testi, lì davvero un completo rivolgimento verso un'espressività più esplicita.

Il talento di O’Brien è però del tutto personale, e gli permette di inserire ben maggiori variazioni, al di sotto della veste sottomessa e understated del disco: una strimpellata soul-folk come la bella “Everything I Am Is Yours” si specchia nella ballata country “Hot Scary Summer”, per poi strizzare l’occhio al crooning che spopola quest’anno con la classe di “No One To Blame”. Tutto questo dopo che “Courage” aveva riportato alle orecchie l’obliquo e memorabile songwriting di “Becoming A Jackal”, in tono “minore” in tutti i sensi.
A proposito, “Little Bigot” è un’altra traccia che si potrebbe trovare probabilmente solo in un disco a nome Villagers, con la sua atmosfera misteriosa, interrotta dai lampi dei riff spagnoleggianti, un’imprendibile, sfuggente linea vocale: uno dei capolavori del disco.

Spesso non capita di ritrovare in modo così smagliante un artista, un cantautore, ma quando capita si può dire quasi che la soddisfazione nell’ascolto sia anche maggiore: un grande applauso a Conor O’Brien. (Mia Valutazione: Distinto)

22 aprile 2015

The Cure

Formazione inglese nata alla fine del 1976 nella zona di Crawley, Sussex, i Cure ruotano intorno alla figura del chitarrista e compositore Robert Smith (1959). La prima line-up della band, originariamente nota come Easy Cure, comprende Smith, Laurence "Lol" Tolhurst e Michael Dempsey, prsto scritturati dal produttore Chris parry per la neonata Fiction Records. Alla fine dell'anno il gruppo è alla BBC con John Peel.

Discografia e Wikipedia

Bob Dylan - Highway 61 Revisited (1965)

La Highway 61 corre da New Orleans al confine con il Canada e tocca Memphis, dove vive Elvis, e Duluth, la città in cui Bob Dylan è nato. Per una volta, l'unica volta trattandosi di Dylan, il significato sembra evidente: questo è l'album delle radici, biografiche e musicali, e insieme la mappa lungo la quale si muoverà (per sempre, ora lo sappiamo, e la consapevolezza fa impressione) il rifondatore del rock'n'roll, Su e giú per l'autostrada del blues, come la chiamano gli americani, nel bel mezzo di quel mondo immaginario mistico e carnale che al blues deve tutti i suoi miti fondanti. Lungo l'Highway 61 della quasi omonima canzone (Highway 61 Revisited) c'è Abramo invitato da Dio a sacrificargli il suo unico figlio (interessante, il vero padre di Bob si chiama Abram), personaggi bizzarri che si chiamano Georgia Sam, Mack il Dito e Louie il Re, e potrebbero essere bluesman oppure gangster. Lungo l'Highway 61 corre il rock'n'roll, quel filo elettrico che unisce il delta del Mississippi alle metropoli del Nord, passando per le case popolari in cui è cresciuto Elvis Presley (a poche centinaia di metri dall'autostrada) e il motel in cui sarà ucciso Martin Luther King. II dado è tratto, la scelta è compiuta, come il mondo scopre nei giorni in cui questo album viene registrato, quando Like A Rolling Stone è già stata fermata sui nastri e Dylan e una band improvvisata suonano tre pezzi elettrici al Festival di Newport, tra i fischi della folla (ma ci sono anche applausi, e i fischi sono forse per la durata scandalosamente corta dell'esibizione, oltre che per la pessima qualità del suono): quel 25 giugno 1965, comunque, rimarrà per sempre un punto di non ritorno. C'è Like A Rolling Stone, dunque, «un lungo, lungo pezzo di vomito di venti pagine» nato insieme a Tarantula, il romanzo che sarà pubblicato solo nel 1971. «Quel tocco di rullante che apre la canzone ha spalancato le porte della coscienza a tutti noi», dirà anni e anni dopo Bruce Springsteen e forse non c'è altro da aggiungere. Si discuterà per sempre quanto fosse chiaro ed evidente, nella mente di Dylan, quello che sarebbe successo a partire da questo album, da quella canzone. Ma non importa. Questo è quanto ha trovato, percorrendo l'autostrada numero 61. (Mia valutazione: Capolavoro)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

21 aprile 2015

Chicago - XI (1977)


Van Morrison - Wavelenght (1978)

Quando l’artista nord-irlandese pubblica questo album è il 1978 e ha già alle spalle un decennio abbondante di buona musica, costruita soprattutto attorno ai suoni del rythm and blues. Wavelenght (lunghezza d’onda) è un singolo che dà il nome a un album che ridà energia e slancio a George Ivan Morrison (Belfast, 1945) anche sul versante commerciale. Ma non troppo. Wavelength è la prova che un fuoriclasse riesce a esserlo anche dopo tantissimi capolavori. Morrison ha saputo interpretare la musica nera: forse perché non si è mai dimenticato di quel luogo comune secondo il quale gli irlandesi siano considerati i “neri” delle isole britanniche. Wavelength nasce soprattutto negli Stati Uniti, ed è infatti negli Usa che ottiene un successo, arrivando ai confini del ventesimo posto. Di religione protestante e figlio di genitori amanti del jazz, Morrison scrive e canta e suona chitarra, sax e armonica. Nella sua storia è stata straordinaria l’uscita dai blocchi: la leggendaria Gloria incisa con il gruppo dei Them, rifatta dai grandi del rock, dai Doors a Hendrix dai Grateful Dead ai Rem. (3,5/5 voto mio)

20 aprile 2015

R.E.M. - Lifes Rich Pageant (1986)

1. Begin The Begin // 2. These Days // 3. Fall On Me // 4. Cuyahoga // 5. Hyena (Album Version) // 6. Underneath The Bunker // 7. The Flowers Of Guatemala // 8. I Believe // 9. What If We Give It Away? // 10. Just A Touch // 11. Swan Swan H // 12. Superman

C'era un tempo in cui i produttori facevano la differenza (ovvero, si potrebbe anche metterla così: c'era un tempo in cui i dischi venivano "prodotti", spendendo tempo, denaro e creatività alla ricerca di un suono). Prendete il quarto lp degli R.E.M. e pensate a quanto il tocco mainstream di Don Gehman - la voce di Michael Stipe finalmente nitida e intellegibile, la sezione ritmica portata in primo piano, la definizione degli strumenti - sia l'elemento decisivo per sottolineare e rendere più appetibile la maturazione della band della Georgia. Senza nulla togliere al fascino naif dei primi lavori, la maggiore complessità di scrittura raggiunta in Lifes Rich Pageant beneficia enormemente dei suoni cuciti addosso alle canzoni. Che sono tutte memorabili, dall'assalto di Begin the Begin al pop con caratteristico jingle jangle dell'ecologista Fall on Me, dalla melodia sognante di Flowers of Guatemala (uno dei classici nascosti del loro songbook) al folk ipnotico di Swan Swan H. Neanche lo scherzo conclusivo di Superman, cantata dal bassista Mike Mills, riesce a suonare fuori posto, tra tanto ben di dio. (Mia valutazione:  Distinto)
(Yuri Susanna)

The Byrds - Mr. Tambourine Man (1965)

«C'era uno spazio enorme tra i Beatles e Bob Dylan. Noi ci siamo piazzati proprio nel mezzo», razionalizzerà anni dopo Chris Hillman parlando dei Byrds, che molti americani considerano infatti una sorta di risposta alla British Invasion di quegli anni. I Byrds sono tutti, per quanto giovani, ex musicisti cresciuti nel folk che hanno capito in quale direzione ha preso a soffiare lo spirito del tempo. Bene, l'idea è giusta: dare al rock'n'roll della nuova era, quella post Beatles, un'energia prettamente americana; ma come? La prima intuizione, decisiva, ce l'ha Roger McGuinn, che nella vita precedente suonava il banjo, quando ascoltando A Hard Day 's Night scopre dai Beatles (in particolare da George Harrison) che cosa è possibile ottenere da una chitarra Rickenbacker. Adotta quella a dodici corde, che diventerà l'elemento piú caratteristico del suono dei Byrds. Non basta ancora: qualcuno, alla casa discografica Columbia, mette le mani su Mr, Tambourine Man, un brano inedito di Bob Dylan, e chissà come immagina che possa funzionare con una bella iniezione di elettricità e con le giuste armonie a valorizzarne il percorso melodico. L'unico problema è che i registrano musicisti di studio piú vecchi ed esperti, con McGuinn alla voce solista e alla chitarra, David Crosby e Gene Clark alle armonie. Mr. Tambourine Man diventerà un successo epocale: i Byrds capiranno quale sarà il loro suono ascoltando il loro stesso primo singolo, e Bob Dylan avrà da quella registrazione la conferma che la sua musica è in grado di reggere l'impatto della strumentazione elettrica, di chitarra, basso e batteria rock. E sarà svolta, naturalmente elettrica. Nei mesi seguenti i Byrds completano il primo album, con altri pezzi firmati Dylan e qualche originale. Ma piú che altro rimarrà nella memoria il suono da loro inventato, fatto di armonie vocali e di quei cristallini suoni di chitarra (Rickenbacker, è ovvio) che, grazie a un verso di Mr. Tambourine Man (e grazie all'onomatopea) verranno detti jingle iangle. Piú di ogni altro è questo il suono della nuova America, un suono moderno che cattura e trasporta in un'altra dimensione. E il suono che attraverserà le epoche e arriverà quasi immodificato agli anni Ottanta, fino a quando i rocker che si definiranno alternativi (e i R.E.M. in particolare) se ne approprieranno per dargli qualche altro decennio di vita. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

18 aprile 2015

17 aprile 2015

Happy Pills - Norah Jones



Pillole della felicità

Sto cercando di prendere il ritmo
Sto cercando di farlo in modo da non vedere mai più il tuo viso
Sto cercando di gettare viva tutto questo
Voglio assicurarmi che tu non mi faccia mai più sprecare tempoCosa si prova?
Oh, cosa si prova ad essere te in questo momento, caro?
Tu ti sei tirato indietro
Perciò prendi il tuo ritmo e vattene da qui
Ti prego, adesso lasciami andare e basta
Ti prego, lasciami andare e basta
Ti dispiacerebbe lasciarmi andare e basta adesso?
Ti prego, lasciami andare e basta

Ti caccerò
Ti caccerò
Ti caccerò dalla mia testa – fuori

Ti caccerò
Ti caccerò
Devo cacciarti dalla mia testa – fuori

Non ho mai detto che saremmo rimasti amici
Sto cercando di tenermi alla larga da te
Perché sei pessimo, una pessima notizia
Con te lontano, sono viva
Mi sento come se avessi preso le pillole della felicità
E il tempo si ferma.

Cosa si prova?
Oh cosa si prova ad essere quello tagliato fuori?
Hai infranto tutte le regole.
Non lascerò più che tu mi prenda in giro, mio caro

Ti prego, adesso lasciami andare e basta
Ti prego, lasciami andare e basta
Ti dispiacerebbe lasciarmi andare e basta adesso?
Ti prego, lasciami andare e basta

Ti caccerò
Ti caccerò
Ti caccerò dalla mia testa – fuori

Ti caccerò
Ti caccerò
Devo cacciarti dalla mia testa – fuori

Van Morrison - Veedon Fleece (1974)

Tornato in Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza, Van trova l'ispirazione per un album concept estremamente personale. Non vi sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario vello di Veedon). Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c'è il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite. Ad accompagnare il cantante c'è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra. Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po' tutti gli album precedenti. Infatti per ogni canzone c'è uno stile diverso, eppure l'opera conserva un carattere fortemente unitario. Rispetto ad Astral Weeks, cui quest'opera è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più costruita e meno originale. L'accompagnamento strumentale è infatti semplice e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti. I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E' un disco che, pur non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per essere penetrato.
Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato ed annunciato il suo successore, dal nome "Mechanical Bliss" e dal tono opposto, gaio e spensierato. L'album non fu mai pubblicato. (4/5 voto mio)

16 aprile 2015

Crosby, Stills, Nash & Young

Il più celebre supergruppo nell'ambito del folk rock e della canzone americana nasce nel 1968 dall'unione dei tre talenti: Crosby, Stills e Nash. I tre provengono da differenti esperienze musicali, tutte di successo: Crosby è stato membro fondatore dei Byrds, Stills uno dei cervelli musicali dei Buffalo Springfield, già folksinger con gli Au Go Go Singer, Nash fondatore degli Hollies, uno dei maggiori gruppi dell'ondata beat inglese dei '60.

Discografia e Wikipedia

Calexico - Edge Of The Sun (2015)

di Tommaso Iannini

Chi aveva salutato con interesse e curiosità la comparsa dei Calexico e della loro musica borderline alla fine degli anni ’90 apprezzava una mescolanza di stili piuttosto nuova, almeno per il contesto del rock indipendente; sì, l’alt country, le atmosfere western, Morricone e tex-mex, le suggestioni latineggianti, ma a qualcuno – leggi, il sottoscritto – piaceva pure fissarsi su quel pelo nell’uovo, il piccolo accenno di post-rock (penso per esempio alla title-track di The Black Light, tra jazz e slow core) che contribuiva a rendere l’alchimia ancora più misteriosa e intrigante.

Trovarlo il pelo in Edge of the Sun, che pure è un tripudio, una fiesta dello stile Calexico. Convertino e Burns hanno mantenuto negli anni il concept del sound di frontiera – musicale e geografica, per l’occasione hanno sciacquato ancora di più i panni in Messico prima di ritornare a Tucson – e dell’immaginario desertico, spostandolo sempre più verso un pop elegante; almeno da Feast of Wire e Garden Ruin, dalla mescolanza di ballate e strumentali degli album precedenti hanno virato più sulla forma canzone, ottenendo anche per questo riscontri di pubblico sempre più favorevoli.

Il taglio di questo nono album in studio non fa eccezione, se non per l’essere possibilmente ancora più marcato. E non è detto in senso negativo, perché oltre all’immediatezza, salta all’orecchio la qualità concentrata (strizzata nei canonici tre/quattro minuti) della scrittura. L’iniziale Falling from the Sky e Tapping on the Line possono essere considerati il non plus ultra di questo ibrido tra americana e melodia moderna, memore alla lontana di certi Wilco (giusto con una spruzzata di elettronica, ma pure i soliti fiati mariachi); anche se l’ago della bilancia del nostro gradimento pende più verso i chiaroscuri potenti di Bullets and Rocks e le levigatezze sempre country rock di When the Angels Played.

Se Miles from the Sea e Beneath the City of Dreams traggono forza (specie quest’ultima, con un accattivante ritmo in levare) dalla loro stessa orecchiabilità, alcuni brani sono inevitabilmente un po’ più di maniera, a partire dalla citazione di genere latinoamericana di Cumbia de Donde e dalle atmosfere spaghetti western di Coyoacan. Ogni brano, poi, è sempre messo in cornice da arrangiamenti eclettici e supercurati, cui il parterre di ospiti (Sam Beam, Neko Case, Ben Bridwell dei Band of Horses, Pieta Brown, giusto per citarne alcuni) aggiunge senza dubbio qualcosa in fase di rifinitura. Un disco che mostra i Calexico non al vertice, ma in ogni caso nel pieno delle loro capacità. (Mia valutazione: Buono)

15 aprile 2015

Sonic Youth – Goo (1990)


Punch Brothers - The Phosphorescent Blues (2015)

di Francesco Nunziata

Fin dal loro primo disco (“Punch”, targato 2008), gli americani Punch Brothers si sono imposti come una delle realtà più intriganti del cosiddetto “progressive bluegrass”, un modo “aperto” di intendere (per il tramite di elementi che fanno riferimento al jazz, alla musica classica e al pop) uno dei generi più importanti della tradizione musicale statunitense.

Con “The Phosphorescent Blues” (quarto parto della loro carriera), il mandolinista Chris Thile, il chitarrista Chris Eldridge, il banjoista Noam Pikelny, il violinista Gabe Witcher e il bassista Paul Kowert rinnovano la graziosa magia di un sound che, a questo giro, la produzione di T Bone Burnett rende ancora più cristallino e “caldo”. Posto proprio all’inizio, “Familiarity” è, con i suoi oltre dieci minuti di durata, il brano più complesso del disco. Attorno al frenetico mandolino di Thile, si polarizzano poco alla volta tutti gli strumenti. Ci si trova, quindi, nel bel mezzo di un eroico fragore di corde e di pelli, prima che tutto si disperda e dalle ceneri il suono rinasca con un delicato afflato nostalgico, che direziona il brano verso una tenera estasi fatta di purissima poesia. Se i retaggi classici, oltre a segnare in lungo e in largo un po’ tutti i brani, sono esposti senza mezzi termini nello sbarazzino omaggio a Debussy di “Passepied” e in un “Prelude” che guarda a Scriabin, le radici del genere sono dissotterrate senza mezzi termini nello stomp di “Bool Weevil” (con cui facciamo un tuffo nelle vecchie e scalmanate feste da ballo di inizio secolo).

Altrove, invece, le stesse tornano buone per contaminazioni e sintesi, mostrando quanto la band abbia ancora voglia di allargare i propri orizzonti: il glorioso ritornello soul-pop di “I Blew It Off”, le suadenti movenze gospel di “My Oh My” (in cui le voci e i cuori sono armonizzati per lanciare a tutto il mondo un messaggio forte e chiaro: “Out from underneath our thumbs / So let freedom vibrate, not ring / ‘Cause we can’t listen to everyone / Wanna hear ourselves sing”) e, quindi, la poderosa filigrana blues di “Magnet”, in cui T Bone Burnett si diverte con qualche sortita elettrica. Verso la fine, la crepuscolare elegia di “Forgotten” getta uno sguardo verso il fondo del mondo, prima che il crescendo di voci di “Little Lights” si spenga in un fragile deliquio. (Mia valutazione: Buono)

14 aprile 2015

Ryan Adams - Gold (2001)

1. New York, New York // 2. Firecracker // 3. Answering Bell // 4. La Cienega Just Smiled // 5. The Rescue Blues // 6. Somehow, Someday // 7. When The Stars Go Blue // 8. Nobody Girl // 9. Sylvia Plath // 10. Enemy Fire // 11. Gonna Make You Love Me // 12. Wild Flowers // 13. Harder Now That It's Over // 14. Touch, Feel & Lose // 15. Tina Toledo's Street Walkin' Blues // 16. Goodnight, Hollywood Blvd. // 17. Rosalie Come And Go

Gli Allman Brothers di Ramblin' Man trasfigurati nel classic-rock irresistibile di New York, New York, Van Morrison e la Band evocati durante Answering Bell, gli Stones a rotolarsi nello sferzare hendrixiano di Tina Toledo's Street Walkin' Blues, il Neil Young fragile e sentimentale di When The Stars Go Blue e Sylvia Plath, il roots-rock per armonica di Firecracker, il banjo rurale di Sweet Black Magic, il feeling disincantato e metropolitano di The Bar Is A Beautiful Place (con gli echi springsteeniani di tromba e sax), gli up-tempos alla John Mellencamp di Rosalie Come And Go e Cannonball Days, il soul formato Tom Petty della ruggente Touch, Feel & Lose, l'hard-rock scartavetrato di Enemy Fire, la maturità folkie di Wild Flowers, l'apoteosi di assoli e schitarrate della lunga Nobody Girl, il country eccentrico di Someday, Somehow e la canzone d'autore purissima di Harder Now That It's Over, il pop rockista del primo Elton John affiorante in The Rescue Blues, gli Who avvinghiati ai riff di Gonna Make You Love Me, il pianoforte di Billy Joel nel congedo malinconico di Goodnight, Hollywood Blvd. e il country-rock accorato di La Cienega Just Smiled. Gold, secondo album solista di Ryan Adams dopo l'epopea alt.country dei Whiskeytown, non è un bignami di storia del rock (né, tantomeno, un'enciclopedia) ma uno di quei rari album dove, oltre ad accadere di tutto, ogni elemento sembra brillare di luce propria, riverberando risonanze del passato e gettando un ponte verso il futuro tramite uno stile proprietario. Un'opera toccata dalla grazia, e tanto basta.  (Mia valutazione:  Distinto)
(Gianfranco Callieri)

13 aprile 2015

Led Zeppelin


Sufjan Stevens - Carrie & Lowell (2015)

di Gabriele Benzing

“I don’t know where to begin”. Difficile immaginare una confessione più disarmata, per uno che di mestiere fa il cantastorie. Scoprirsi così sopraffatti da aver perso le parole. Da aver paura persino di affrontare il silenzio.
Difficile immaginarlo soprattutto per uno come Sufjan l’eclettico, quello del giro dell’America in cinquanta album e delle lettere aperte a Miley Cyrus su Tumblr. Ma in “Carrie & Lowell” le cose sono diverse: “Questo non è il mio progetto artistico. Questa è la mia vita”. E il gioco dei trasformismi lascia il posto alla carne e al sangue dell’esperienza.

Niente architetture barocche, niente trovate spiazzanti. A Sufjan Stevens stavolta non interessa stupire. Gli basta un rincorrersi cristallino di arpeggi, ad accompagnare la fragilità di una voce più indifesa che mai. Una voce pronta a sdoppiarsi come nel riflesso di uno specchio, trasformando all’improvviso la solitudine in coro. Lo si sente sin dalle prime note di “Death With Dignity”, con una carezza di tastiere che fa capolino solo per sfiorare i contorni della melodia. La stoffa è quella delle “John Wayne Gacy jr.” di un tempo: la vena del cantautorato più intimo di Stevens.
Eppure, c’è una nudità senza precedenti, per lui, nelle atmosfere rarefatte di “Carrie & Lowell”. Il segreto è racchiuso già nel titolo dell’album, nella dedica a Carrie e Lowell, la madre e il patrigno di Stevens. Una madre che l’ha abbandonato ancora bambino e che un male incurabile gli ha strappato via prima che potesse davvero riconciliarsi con le cicatrici di quel distacco. Guardare in faccia la sua morte significa guardare in faccia il vuoto rimasto dentro di sé, significa guardare in faccia tutto il proprio disperato bisogno di senso.

Le canzoni diventano sospiri da catturare prima che svaniscano, anche solo attraverso le registrazioni vocali di un telefono, in una camera d’albergo in qualche angolo dell’America. L’essenza sta nelle sfumature, nei tratteggi acustici che trascolorano in un vapore di tastiere sul finale di “Drawn To The Blood”, nel librarsi inatteso tra le pieghe di “Should Have Known Better” di palpiti sintetici che sembrano sognati dai Tunng. Come un’unica, lunga elegia, fino all’incedere solenne di gospel con cui “Blue Bucket Of Gold” va a segnare l’epilogo del disco.
Uno sguardo smarrito in un negozio di videocassette, la brezza estiva tra i boschi dell’Oregon, l’eco della voce di un insegnante di nuoto: le immagini scorrono come in una vecchia pellicola a 8 millimetri, ma le memorie hanno solo l’effetto di acuire la ferita. Con il sapore di una pagina apocrifa di Elliott Smith, la delicatezza di “The Only Thing” fa da contraltare al moltiplicarsi angoscioso degli interrogativi. Come si può sapere di essere stati amati davvero? Come si può convivere con un fantasma? Come si può stare di fronte all’insostenibile evidenza della realtà?

Ogni respiro, lungo il percorso, è carico della stessa densità degli Eels di “Electro-Shock Blues” o del Bon Iver di “For Emma, Forever Ago”: pietre di paragone naturali di un disco che non teme di rivaleggiare con “Illinois” per purezza di ispirazione.
Un’aura evanescente di synth lambisce la title track, ricami elettrici si intrecciano in “All Of Me Wants All Of You”. Poi, è un tappeto di tastiere a conquistare il centro della scena, avvolgendo in “Fourth Of July” l’ultimo dialogo su un letto di ospedale con un senso di struggimento da togliere il fiato. “We’ll all gonna die”, mormora Stevens. Non è rassegnazione, è il suo esatto opposto: è la consapevolezza da cui nasce la domanda più radicale, quella sul proprio destino. Quel destino che sembra svuotare le speranze, condannando alla stessa spirale di autodistruzione dei propri genitori.

Ma il cuore non smette di desiderare, con tutta la sua fame disordinata e impetuosa: “I am a man with a heart that offends with its lonely and greedy demands”, proclama “John My Beloved” sul pungolo di una nota insistita di piano.
E a chi desidera, presto o tardi, la vita risponde. Basta il sorriso di una nipote che si affaccia al mondo: “My brother had a daughter/ The beauty that she brings, illumination”. Il respiro corale che sboccia dal beat lieve di “Should Have Known Better” solleva il rimpianto in un canto di rinascita. Inutile guardare indietro: “Nothing can be changed/ The past is still the past, the bridge to nowhere”. Conta solo il qui e ora, l’instancabile riaffermarsi della bellezza. Ogni cosa è illuminata. (Mia valutazione: Distinto)

12 aprile 2015