23 luglio 2014

Okkervil River - I Am Very Far (2011)


di Silvano Bottaro

A parte la collaborazione con Roky Erickson nel suo bellissimo True Love Cast All, gli Okkervil River mancavano dalla scena musicale da tre anni e questo nuovo album si preannunciava come un album ‘difficile’.
"Voglio fare un disco di suoni per me stesso e non per la massa" disse a suo tempo Will Sheff, compositore e cantante del gruppo, e così è stato. Il termine ‘difficile’ in questo caso non è da intendersi come poco accessibile, ma soprattutto come ‘spiazzante’.
I Am Very Far, settimo album della band Texana si allontana dalla sua matrice prevalentemente Folk - rock, da quel sound personale e pulito che li ha caratterizzati e approda a suoni più arrangiati ed orchestrali, infatti molte delle canzoni sono eseguite da due batterie, due bassi, due tastiere e ben sette chitarre.
La prima cosa che risalta di questo ‘I Am Very Far’ è il suo ‘umore’, difficile da raccontare, non semplice da assorbire. Viene da chiedersi se il disco è frutto di un progetto musicale che li vede in parte cambiar rotta, allontanandosi così dalla matrice che li ha fin d’ora caratterizzati o se invece, cosa assai meno probabile, è la conseguenza di un vuoto creativo. Personalmente quello che conta è che l’album suona bene, per il resto, solo il futuro prossimo darà una risposta.
Nelle undici canzoni si respira una libertà espressiva mai sentita fin’ora; il filo conduttore del disco è infatti il desiderio di voler suonare quello che piace, senza vincoli o particolari ostacoli. Un suono più ‘sensazionale’ che ‘celebrale’ rende questo ‘I Am Very Far’ probabilmente uno dei loro migliori lavori. Voler creare un nuovo sound, allontanandosi così da quel ’canale’ che li ha fin d’ora caratterizzati è ciò che risalta fin dal primo ascolto. Man mano che si prende confidenza, meglio viene evidenziata la profondità del suono, che penetrando nei padiglioni auricolari, riesce a trasformarsi in belle emozioni.
Un ottimo disco quindi, che sottolinea la grandezza di questo gruppo. 4/5 

22 luglio 2014

Ani DiFranco – ¿Which Side Are You On? (2012)


di Silvano Bottaro

Dopo una pausa di quasi quattro anni (il suo ultimo lavoro "Red Letter Year" è del 2008) dovuti al matrimonio e alla maternità, la quarantunenne Ani DiFranco ritorna con un nuovo disco, il diciannovesimo: ¿Which Side Are You On?
Sono presenti alla realizzazione di questo album Pete Seeger, i Neville Brothers, il compagno e produttore del disco Mike Napolitano e molti altri musicisti di New Orleans, città di residenza della DiFranco.
Il "marchio" che ha sempre contraddistinto la folksinger americana è l'impegno politico, la libertà e l'autonomia di pensiero e di azione, proprio per questo non ha mai accettato compromessi con le major, pagando di persona l'esclusione dalle radio e dai riflettori mass-mediatici.
Combattente, idealista e coerente è da più di vent'anni sulla scena folk, dimostrando sempre un marcato talento, una coscienza sociale, uno stile e una voce evoluti e fuori dal coro.
Abbandonate le raffiche furiose, i riff energici di chitarra dei vecchi tempi, l'atmosfera generale è tranquilla, il "suono" è più tenero e riflessivo ma non per questo meno forte. I testi dei brani parlano di temi sociali e politici e gli argomenti non mancano: aborto, situazione economica, tensioni razziali e diritti delle donne. Le sue canzoni infatti, altro non sono che riflessioni personali su quello che gli accade attorno e, con sorprendente ironia e chiarezza, riesce a trasmettere in maniera semplice e diretta.
Nonostante i temi ricorrenti, considerando l'attuale clima politico e una sua dichiarazione: "Mi sento frustrata, politicamente disperata. Dopo aver scritto centinaia di canzoni, mi chiedo, oggi quanto posso spingermi oltre? Credo di aver superato una volta ancora i miei limiti nella politica e nell'arte, per vedere cosa la gente è pronta a sentire", la DiFranco non dispera e lascia intravedere qualche spiraglio di cambiamento. I suoi testi e la sua musica sono più attuali che mai. Nel caos della protesta globale, la voce sincera, toccante e determinata della DiFranco riesce a farsi sentire, ed è certamente una che vale la pena ascoltare. 3,5/5

Nick Cave

Conclusa l'esperienza dei Birthday Party nell'estate 1983, Nick Cave (1957) dà l'avvio alla carriera solista in quel di Berlino. Con il batterista Mick Harvey forma i Bad Seeds, sorta di super-gruppo che comprende Barry Adamson al basso e il berlinese Blixa Bargeld alla chitarra.


21 luglio 2014

Mikal Cronin - MCII (2013)

di Michele Passavanti

A Mikal Cronin sono bastati un album di debutto del 2011, varie collaborazioni con svariate formazioni (Okie Dokie, Epsilons, Party Fowl e Moonhearts) e alcuni lavori al fianco di Ty Segall (che appare tra gli ospiti di questo nuovo lavoro), tra cui lo strepitoso “Slaughterhouse” (2012, In The Red R.) e l’ultimo “Reverse Shark Attack”, (2013, In The Red ) per diventare subito un artista di culto. Ora possiamo dirlo tranquillamente: in Mikal Cronin ci avevamo creduto sin dall’inizio. Fin dalle prime note del suo album di esordio si percepiva che il giovane musicista americano, nato alla metà degli anni 80, aveva tutte le qualità per confermarsi tra gli artisti più interessanti di questa nuova decade. “MCII” è stato registrato alla fine del 2012 a San Francisco, città divenuta la location ideale per Mikal Cronin, sin dall’uscita del suo primo album, dai suoi tours con Ty Segall e con la sua band.

I dieci brani poco si discostano dalle sonorità del precedente album confermando le grandi qualità compositive del musicista californiano, capace di creare una raccolta di brani dalle mille sfumature, e che tra l’altro suona tutti gli strumenti che si possono ascoltare nel corso del lavoro. Una miscela abbagliante di 'fun' misto a tensione, che spazia senza limiti tra country e paisley underground, tra garage e surf music, tra il pop ed il folk più peculiare, il tutto amalgamato in un impasto psichedelico semplice e sempre gradevole. Una varietà musicale davvero spiazzante che quasi sempre risulta ben equilibrata finalizzata ad un suono compatto e sempre melodico. Un inizio folgorante questo di “MCII” con la splendida Weight, brano di sicuro impatto, a cui seguono la dolce Shout it Out e l’accattivante Am I Wrong, che suona come dei Beach Boys innamorati persi delle fuzz guitars.

mikal-croninCi sono poi in sequenza See It My Way, brano che trasuda pura psichedelia, Peace Of Mind (con tanto di suadente violino) che suona serenamente country, Change che aggredisce con chitarre fuzz nonostante una meravigliosa nostalgica vena melodica ed una azzeccatissima performance al violino, che così riappare. I’m Done Running From You scorre veloce lasciando però poche emozioni, Don’t Let Me Go è Mikal Cronin in chiave acustica, intimista e lirico, Turn Away, il brano più lungo dell’intero album con i suoi cinque minuti abbondanti, accattivante e sfuggente, e infine la lenta Piano Mantra, un finale che proprio non ci si aspetta: l'interpretazione di Cronin dolente, l'atmosfera decadente, ma nel finale il brano acquista velocità e diventa maestoso. Se il precedente album mostrava un sound molto più tagliente e minimale MCII è un lavoro dolce e sferzante, stratificato e pieno di energia positiva. Da ascoltare tutto d’un fiato. (4/5 voto mio)

Vinicio Capossela - Marinai, Profeti e Balene (2011)


di iSimone

Bisogna resistere. Resistere alla tentazione di iniziare la recensione di capitan Capossela usando parole abusate, mai come ora, come abissi, profondità, leviatani... Tutte parole estranee al mondo della musica. Tutte parole inusuali per una recensione musicale che tuttavia scorrono a fiumi, come rum per marinai, in questi ultimi giorni. E sicuramente questo è uno dei tanti pregi dell’ultima fatica di Capossela.

Riconosco in “Marinai, profeti e balene” lo stesso soffio di grandezza che pervade “Ovunque Proteggi”, quell’album che fino ad ora consideravo il migliore nella mia personale bacheca delle eccellenze. Il testimone passa a questo ultimo lavoro che consolida l’esperienza dell’artista e la condensa rendendolo ancora più stupefacente. Le storie che si susseguono traccia dopo traccia hanno il sapore del già noto, quasi dell’ovvio. Chi non conosce Achab, Moby Dick, Ulisse, Polifemo o la Bibbia… Chi non conosce le sirene, i marinai, il mare… Tutte cose sotto gli occhi di tutti. Ciò nonostante ci si trova pervasi da una sensazione di novità, addirittura ci assale un iniziale smarrimento accompagnato da un crescente conforto. È come attingere ad una fonte quasi spirituale, un’ascesi. Un viaggio di andata e ritorno per la fantasia che gravita da tempo immemorabile attorno a quel mare che ha visto l’umanità, e la cultura dell’umanità, spopolare nei secoli dei secoli.
Lo spessore dei cori, delle grida, i tintinnii di campanelle ad ossigenare l’acqua, lo stridere delle seghe, lo sbuffare delle onde. Tutto si incastra magnificamente e ci proietta a bordo di un veliero mentre la spuma si infrange nel bastimento di Capossela e bagna con argentei spruzzi la nostra voglia di fantasia. Lo svago musicale viene portato ad una nuova dimensione: più teatrale, più visionaria, più fine al trasporto concettuale che unicamente musicale. La musica e la voce diventano solo strumenti per arrivare al fine ultimo, non sono il fine ultimo, non servono a confezionare una canzone ma un’esperienza. Questo è un trucco a cui Capossela ci ha già iniziato e che ora sembra padroneggiare come non mai. È diventato un suo modo di intendere la comunicazione, la musica, l’arte. A guardarsi intorno, sembra quasi essere l’unico a rischiare questa strada.

Alcuni pezzi stridono. Per esempio “Polpo d’amor”, un po’ fuori posto ancorché ottimo, eredità dell’avventura negli Stati Uniti d’America durante la preparazione dell’album “Da Solo”, in cui si può godere dell’abilità dei Calexico. Il brano non rappresenta un inedito e l’avrei visto sostituito volentieri da “When Ship Comes In”, cover dell’originale di Bob Dylan, allegata ad uno speciale uscito per XL. Pure “Le Sirene” mi ha lasciato un po’ deluso perché mi sarei aspettato maggior phatos dal brano conclusivo.
In ogni caso, delle piccolissime delusioni (ma stiamo comunque parlando di brani ottimi), si fanno perdonare dalle rimanenti tracce di una perfezione sublime, ancorché eccellentemente amalgamate.
Chi conosce Capossela, apprezzerà il ritorno del Maestro al canto delle canzoni di porto, così impeccabilmente raccontate nelle “canzonette” a manovella di ormai dieci anni fa. Come sarà facile seguire la rotta di Mastro Vinicio attraverso i reading letterari a soggetto proprio marinaresco, passando attraverso la SS. dei Naufragati (che se vogliamo rappresenta le prove generali del presente lavoro), fino ai giorni nostri.
Nessuna sorpresa quindi, solo grandi conferme.

Il brano di apertura è un capolavoro assoluto. I cori di voci assurgono ad una maestosità spirituale che denota subito l’universo di tutto il lavoro. Vale da solo il prezzo del biglietto.
Seguono brani più leggeri e divertenti, ormai un must anche per i miei piccoli bimbi che girano per casa con un occhio bendato gridando “oilalà” o ballando al ritmo di “Pryntil” che, anche se non ci azzecca, nel loro immaginario equivale alla “in fondo al mar” de “La Sirenetta” di Walt Disney (Capossela mi ammazzerà per questo accostamento o se non lo farà sarà “solo per potervelo raccontare”).
Ma sono moltissimi i brani degni di nota. La splendida “I fuochi fatui” si fa apprezzare per l’inafferrabilità sonora, come anche la poetica lettura de “La bianchezza della balena”. Collaborazioni eccellenti rendono magnifiche tracce come “Billy Bud”, musicata da Ribot; oppure “Aedo”, sulle corde di un’arpa magica registrata sulle coste Cretesi.
Veramente, dopo qualche ascolto, non si sa più quale lasciare fuori.

Tutto il lavoro è assolutamente imperdibile e, per chi non conoscesse ancora Capossela, da ascoltare almeno quattro, cinque volte prima di sentenziare. Perché prima di imparare a respirare sott’acqua è necessario almeno imparare a nuotare.
Chi ha apprezzato “Ovunque proteggi” adorerà questo lavoro.
Chi ha amato “Canzoni a manovella” dovrà remare un poco per rimanere in scia.
Per chi si era fermato a prima, buonanotte e sogni tranquilli. (3,5/5 voto mio)

20 luglio 2014

Kurt Vile - Wakin On A Pretty Daze (2013)

di Lorenzo Righetto

Se “Smoke Ring For My Halo” era il tuffo dalla rupe (per vari motivi), “Wakin’ On A Pretty Daze” si svolge interamente, e per settanta minuti, nei pochi secondi che passano dall’entrata in acqua al riaffioramento. In questo breve e dilatatissimo lasso di tempo, i raggi di sole rifratti illuminano un universo subacqueo imperturbabile, una pletora di meduse e filamenti d’alghe ondeggianti con la corrente.
Il nuovo disco di Kurt Vile non è certamente il disco prepotente che era il precedente, ma lo supera probabilmente in fascino col suo andamento rallentato, post-sbornia appunto, come sembra suggerire il titolo.

Il drawl scazzato di Kurt è centrale nell’interpretare le molli divagazioni elettriche, Young-iane di “KV Crimes” e “Shame Chambers”, nel riscoprire l’esistenza di cose e persone quando ci si sveglia dopo una lunga notte, con la bocca impastata e gli occhi semiaperti (“Wakin’ On A Pretty Day”). Un momento di confusione totale, di perdita completa dell’identità, uno dei pochi momenti in cui si ha l’illusione dell’innocenza una volta diventati adulti, che Kurt ha il merito di descrivere e portare all’estremo, spingendo sempre più in là le canzoni, fino a farle diventare poltiglia, oppure esaltandole in un sublime formicolio.
Si passa così da un fingerpicking sordo (“Girl Called Alex”) a più acute impressioni arrotate in punta di plettro (“Pure Pain”, pezzo straordinario e mutante, da mostro bifronte a contemplazione desertica), mantenendo i sensi accesi coi vagheggiamenti motorizzati e semi-sintetici di “Air Bud” e “Was All Talk”.

Ci si aggira tra attimi di stordimento e altri di incredibile lucidità, mettendo da parte quasi del tutto le canzoni di “Smoke Ring For My Halo” (eccetto che per “Never Run Away” e “Snowflakes Are Dancing”). Terapeutico e suggestivo (e ottimamente suonato) – ma, a un certo punto, la memoria ritornerà... (4,5/5 voto mio)

Little Richard, Hit Parade, 1959


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

John Hiatt - The Open Road (2010)


di Silvano Bottaro

Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road. Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville, The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione.

Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l'irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e questo The open Road.
Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po' alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possibile "caduta” che, visto l'età, poteva diventare definitiva.
Le undici canzoni che compongono questo album esaltano le doti artistiche del musicista e mettono in evidenza le sue qualità brillanti e romantiche. Una manciata di loro: la title track The Open Road, Haulin’, Like a Freight Train, Homeland e Carry You Back Home, sono tra i brani più vibranti e belli dell’album, le restanti sei canzoni, pur non della stessa lunghezza sonora meritano comunque la sufficienza.
Ascolto dopo ascolto il disco entra nella sfera dei suoni che più affascinano le mie "corde" uditive e anche con la consapevolezza che non diventerà tra capolavori della sua discografia, alcune canzoni entreranno di sicuro tra la playlist dei suoi brani migliori. 3,5/5

19 luglio 2014

Foals - Holy Fire (2013)

di Francesco Giordani

I Foals sono senza dubbio, tra tutti i giovani gruppi inglesi emersi nell'ultimo decennio, una delle realtà più caratteristiche e naturalmente dotate di estro. Il quintetto capeggiato dal visionario Yannis Philippakis ha tradito sin dai singolarissimi esordi una spiccata personalità e un gusto tutto suo, quasi sempre encomiabile, per una sperimentazione aperta e completamente libera nelle intenzioni, “a tutto campo”, per così dire. Dopo il fulminante minimalismo di “Antidotes”, tutto sincopi math e ipnotiche dissimetrie avant-pop, la band oxfordiana è approdata alla definizione “classica” dell'opus magnum “Total Life Forever”, un lavoro di notevole impegno realizzativo, volutamente monumentale e atteggiato nelle sue movenze, spesso all'insegna di un sofisticatissimo “tropical-prog” (auto-definizione coniata dalla stessa band), innervato di complesse trame architettoniche e vertiginosi slanci neo-romantici.

L'ombra lunga del vecchio (e comunque bellissimo) disco si distende fino a lambire il nuovo “Holy Fire”, terzo capitolo costato agli inglesi una gestazione lunga e molto composita, maturata tra Australia (dove il gruppo ha lavorato per un certo periodo al fianco degli amici The Lost Valentinos), passando poi per la natia Oxford e infine Londra, al fianco di produttori di gran risma come Flood e Alan Moulder. Malgrado le peripezie geografiche, “Holy Fire” si presenta all'ascolto come un album compatto e coeso, dominato soprattutto dalla volontà della band di imprimere alla propria vena magmatica una misura, una nitidezza e una lievità ancora più sottili, a tratti assolute.

Dopo la sontuosa apertura strumentale del “Prelude”, le sventagliate math-funk rifluiscono gradualmente e si dispongono nella perfetta sintassi di “Inhaler”, singolo di razza, da grande band, con artigliata quasi Jane's Addiction nel ritornello, che mette bene in evidenza la sottilissima perizia tecnica (apprezzabile soprattutto dal vivo) del gruppo, spesso ai limiti del preziosismo strumentale, così come la sua grande maestria nell'intessere arazzi ritmici di labirintica complessità (da seguire la coda del pezzo, quasi mutant-disco). Per le contigue “My Number”, “Out Of The Woods”, la suprema “Providence” (piccolo arabesco crimsoniano) ed “Everytime” (tra le cose migliori) valgono le medesime osservazioni: dinamiche fluide, cromature scintillanti, melodie sinuose, ben tornite, al servizio di organismi ritmici che respirano nella loro ordinatissima circolarità, a cavallo tra paradossi wyattiani, intellettualismo a-là Talk Talk e fisime prog-funk obliquamente danzerecce.

A scalfire in parte la compiutezza e la perfezione stilistica del lavoro, ad ogni modo riuscito nel suo complesso, sono probabilmente le troppe ballate d'atmosfera, i pezzi mid-tempo, che cercano di riproporre (senza tuttavia mai replicare qualitativamente) i fasti delle vecchie “Spanish Sahara” o “This Orient”. Lo strenuo acquerellismo di “Bad Habit”, “Late Night” e “Stepson” finisce così con il diluire oltre il dovuto la tensione esecutiva, smorzando gli equilibri dell'insieme. Curioso comunque l'esperimento simil-ambient dell'impalpabile “Moon”, vera e propria camera di decompressione finale.

Al netto delle ultime considerazioni, “Holy Fire” rimane comunque un disco rotondo e pieno, al tempo stesso aereo e vigoroso, impreziosito da una lussuosa produzione che sa esaltarsi in un gesto elegante e deciso e che riconferma, se ce n'era il bisogno, tutta la bontà dei Foals, rilanciandone le ambizioni per i giorni ancora a venire. (4/5 voto mio)

Steve Earle - I'll Never Get Out of This World Alive (2011)

di Silvano Bottaro


Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.
In base al suddetto teorema, ‘I'll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!
Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I'll Never Get… un disco godibile e affascinante.
Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli. 4/5 

18 luglio 2014

Alt-J - An Awesome Wave (2012)

di Franz Bungaro

Personalmente credo che una delle soddisfazioni più grandi per chi ama scoprire ed ascoltare musica nuova, sia ritrovarsi con l’imbarazzante bisogno di comunicare al “magico cerchio” di amici “music addicted” l’entusiasmante scoperta. L’alienante mondo dei social network ha oggi potenziato tale possibilità, ma al contempo ne ha deturpato l’aurea missione, costringendoci a condividere con Chicchessia musica che il signor Chicchessia potrebbe non apprezzare mai. Spesso si usa aggiungere la raccomandazione che si tratta di qualcosa che scotta, che devi assolutamente ascoltare perché le tue corde stanno vibrando e sei sicuro di far vibrare pure quelle dei destinatari della tua favolosa (o presunta tale) scoperta. Altre volte, senza troppi preamboli, basta dire: senti un po' qua. Questo, molto semplicemente, vi inviterei oggi a fare. Sentite un po' qua.

Dopo giorni di ininterrotti ascolti e continui tentativi di provare a classificare la musica degli Alt-J, mi trovo a leggere una loro intervista e scopro che loro stessi hanno soddisfatto questa mia maniacale esigenza, definendo la propria musica come “trip folk”. Non poteva esserci una definizione migliore. An Awesome Wave è infatti una speciale quanto semplice mistura di un classico trip hop stile Portishead o Tricky con un folk tradizionale di estrazione nord europea (i cori sembrano quelli tipici di certe ballate celtiche). Ecco quindi che i riferimenti naturali sono presto rivelati ovvero la folktronica di Four Tet, specie quello dell’incommensurabile Rounds del 2003 (davvero molto ricordato, specie nel brano Tassellate) o l’alt folk/rock dei giorni nostri (in particolare, The Maccabees e Django Django). Siamo a Leeds, nel 2007, 4 ragazzi compagni di università, Joe Newman (voce e chitarra), Gwil Sainsbury (basso), Gus Unger-Hamilton (tastiere) e Thom Green (batteria), decidono di metter su una band che prende forme e sembianze in modo graduale, in modo casuale. Si fanno chiamare prima Daljit Dhaliwal, poi The Film. Quindi una decisione di spostarsi a Cambridge, e per un così importante cambiamento (per loro) mutuano dalla simbologia Mac l’espressione stessa del cambiamento: ALT –J, (delta).

An Awesome Wave è un disco potente, malizioso e fresco, meditativo (Intro, Interlude I, Interlude II, Matilda) ed effervescente (Breezblocks, Something Good, Dissolve Me). Enciclopedico per la capacità di contenere innumerevoli riferimenti a certa musica pop/rock (ancora, Radiohead, The xx, Wild Beasts, dei quali ultimi apriranno vari concerti), senza però mai riuscire a pieno ad inserirsi in un genere esistente ben preciso. Al primo approccio al disco, si è rapiti dalla travolgente Breezebloks, primo singolo dell’album. Macinando ascolti, è Fitzpleasure a telefonare e chiedere un altissimo riscatto.

In definitiva, se l’esordio è di tale fattura, non possiamo cha attenderci seguiti e proseliti degni del valore di questo esordio “awesome”. ALT-J, una fantastica onda. E non è una mera traduzione del titolo dell’album. (4,5/5 voto mio)

That Ain't My America - Lynyrd Skynyrd

Quella non è la mia America

Qualche volta voglio mettermi a fumare sotto il cartello 'non fumare'
Qualche volta vorrei che mi dicessero, come la giustizia sia così cieca
Vorrei che mi lasciassero solo perché mi sto comportando bene
Puoi effettuare il tuo cambio laggiù in strada e lasciami qui col mio

Perché quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quello non siamo noi
Quella non è la mia America

Me ne stavo lì, a Dallas
Aspettavo su un aereo
Ho ascoltato involontariamente un vecchio uomo
Dire ad un giovane soldato 'grazie'
Il giovane soldato vergognandosi disse è difficile da credere
Che tu sei l'unico che si è preso la briga di dirmi una parola?
E il vecchio uomo disse:

Quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quello non siamo noi
Quella non è la mia America

E' per le donne e gli uomini che nelle loro mani stringono la Bibbia e un fucile
E non sono spaventati di niente, quando, quando stringendo l'uno o l'altro

Ora ci sono ragazzini che non possono pregare a scuola
100 dollari di taniche di benzina
E posso dirti proprio adesso che questo paese non è
NON DEVE ESSERE RITENUTO COSI?!

NO!

Perché quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quelli non siamo noi
Quella non è la mia
Quella non è la mia America
Quella non è la mia America
Quella non è la mia America

17 luglio 2014

Paul Simon – So Beautiful Or So What (2011)

di Silvano Bottaro

E’ un buon ritorno questo di Paul Simon che, dopo diverse pubblicazioni di non grande valore, ritorna finalmente con un disco sopra la media, anche se lontano dall’ultimo suo capolavoro solista che è Graceland.

So Beautiful Or So What è il dodicesimo lavoro in studio del settantenne cantautore americano famoso anche per il duo con Art Garfunkel.

Nei testi è la spiritualità l’elemento predominante, ecco infatti cosa dice in una sua intervista: “Spiritualità sì, tanta, anche se in senso non religioso. Credo sia connessa con i tempi, con i problemi economici in America; c'è tanta gente che ha perso e perde il lavoro. Quel che capita nel mondo, e anche nella mia vita, finisce sempre nelle canzoni. Ma direi che sarebbe troppo appioppargli il titolo "Now i sing God"; il soggetto Dio appare in 4 o 5 canzoni, non l'ho fatto intenzionalmente”, un disco quindi, che approfondisce il significato della vita.

Pur non avendo uno stile musicale dominante, in una manciata delle dieci canzoni dell’album si respira il ritmo, il sound africano, che riporta alla mente “Graceland”, nelle restanti, l’armonia e la melodia hanno il sopravvento sul ritmo e si allontanano perciò da “mamma africa” e approdano a suoni più standardizzati.

L’inizio del disco è la parte migliore e i primi quattro brani, Getting Ready For Christmas Day, The Afterlife, Dazzling Blue e Rewrite, sono probabilmente i più belli e già da soli meritano l’ascolto del disco. Love And Hard Times, Amulet (poco più di un minuto) e Questions For The Angels invece sono la parte meno felice.

Se nella prima quartina si viene “presi” da un vortice sonoro carico di ritmo, piacevole all’udito e soprattutto ben amalgamato strumentalmente parlando, nella terzina sopradetta la melodia fin troppo scontata e a volte noiosa, abbassa un po' il livello sonoro dell’album.

Le restanti tre canzoni Love And Hard Times, Love And Blessings e So Beautiful or So What, aggirandosi tra il primo “Simon & Garfunkel” e riecheggiando il "Paul Simon" solista dei tempi migliori, mediano la qualità  musicale dell'album. 

In conclusione So Beautiful Or So What è un buon album, una sommatoria di molteplici suoni e interessi realizzati da un grande musicista, coerente e maturo non solo anagraficamente parlando. Dopo quel capolavoro di “Graceland” è senz’altro l’opera più interessante che abbia pubblicato.
Dopo un quarto di secolo non è poco. 4/5 

16 luglio 2014

Morrissey - World Peace Is None of Your Business (2014)

di Chiara Felice

Il decimo lavoro in studio di Morrissey, “World Peace Is None Of Your Business”, segna il passaggio dell’artista all’etichetta Harvest e vede Joe Chiccarelli (U2, Beck, White Stripes) alla produzione. L’album arriva a poco più di nove mesi di distanza dalla pubblicazione della sua “Autobiography” uscita per la casa editrice Penguin, la quale aveva immediatamente inserito il libro nella collana “Classics” attirando qualche polemica.

La figura di Morrissey ha da sempre diviso pubblico e critica: a partire dai suoi Smiths, un’intera generazione cresciuta durante gli anni ottanta – che in Inghilterra vedevano la Thatcher al comando – si è rispecchiata nell‘anticonformismo di una band che solo nel nome si allineava con la maggioranza. La poetica di Morrissey e gli arrangiamenti di Johnny Marr sono stati da subito una simbiosi perfetta e gli album che ne derivarono avrebbero contribuito a plasmare parte della cultura britannica. Non è un caso che ancora oggi si trovino continuamente approfondimenti sulla band, ulteriore testimonianza della forte impronta lasciata dagli Smiths.

C’era quindi molta attesa per il nuovo lavoro da solista di Morrissey, album che fin dal titolo mette in chiaro la situazione: “World Peace Is None Of Your Business”. Steven Patrick Morrissey da buon inglese (con sangue irlandese nelle vene) ha sempre saputo fare ottimo uso della raffinata arte della dialettica, senza risparmiarsi lucide stoccate là dove le situazioni lo richiedevano.

Il titolo dell’album sembrerebbe non lasciare spazio a fraintendimenti, eppure al suo interno si sviluppano diversi filoni tematici e altrettante varietà di arrangiamenti. La title-track che apre il disco è un pugno in pieno stomaco dal primo all’ultimo verso, con un messaggio crudo cristallino: “Each time you vote, you support the process”; non c’è via di scampo, nessuna assoluzione e siamo tutti (o quasi) allo stesso modo coinvolti, noi “poor little fool”. E poi con la sua consueta perfezione narrativa, in “Mountjoy”, quasi mosso da un moto di compassione chiude il cerchio portando nuovamente a galla un’elementare verità: “We all lose, rich or poor”.

I temi affrontati da Morrissey sono diversi: da vegetariano intransigente – in una recente dichiarazione affermava che non vedeva differenze tra il mangiare carne e la pedofilia, in quanto erano entrambi stupro, violenza e assassinio – riprende la sua battaglia in “Bullfighter Dies”; mentre con “Neil Cassady Drops Dead” ci spedisce un piccolo squarcio di epoca beat. In “Staircase At The University” punta il dito contro genitori la cui fame di competizione porterà al suicidio della propria figlia; poi si cambia registro per arrivare ad un padre che cerca il proprio figlio lungo le strade di “Istanbul”.

La varietà dei temi cantati porta accanto a se un’altrettanta diversità di arrangiamenti che non manca di avere leggere cadute di stile, come nel caso di “Earth Is The Loneliest Planet” dove il richiamo a le più inflazionate sonorità spagnoleggianti non creano un contrasto positivo, facendo cadere il pezzo in un’affollatissima area kitsch. Diverso e molto migliore è invece l’utilizzo della chitarra classica in “Smiler With Knife” uno dei brani migliori del disco, con un passaggio di accordi discendenti che lasciano scivolare la memoria dentro uno di quegli abissi tanto cari a Tom Yorke. “The Billfighter Dies” ha il perfetto riff alla “Smiths” e lo stesso vale per “Istanbul”.

Il disco si chiude con la solenne “Oboe Concerto”, dove Morrissey regala il suo ultimo ed eccellente colpo di penna: “The older generation have tried, sighed and died/ Which pushes me to their place in the queue”. (3/5 voto mio)

Francesco De Gregori - Amore nel pomeriggio (2001)


15 luglio 2014

First Aid Kit - Stay Gold (2014)

di Silvano Bottaro

Con questo terzo album Stay Gold, le due sorelle svedesi Klara e Johanna Söderberg convincono alla grande e si confermano tra le più belle realtà della musica scandinava. Quello che colpisce fin dal primo ascolto è la capacità di creare armonie tanto semplici quanto belle. Mettendo in risalto le loro capacità vocali, le due sorelle di Stoccolma riescono ad assecondare gli strumenti musicali rendendoli quasi irrilevanti a favore delle liriche cantate alla perfezione. Sono cresciute notevolmente in questi quattro anni (la loro prima prova discografica risale al 2010) e da poco più che adolescenti (avevano 20 e 17 anni) sono passate all'età adulta, e non solo musicalmente parlando. La testimonianza viene data dal valore che le loro esperienze hanno contribuito alla creatività. Più sagge, per quanto siano ancora molto giovani, lo dimostrano i loro testi ma ancor di più lo dimostrano i suggestivi complessi sonori dati dalla bellezza armonica e dalla perfezione assoluta delle loro voci. Dieci brani che formano una colonna sonora di una cinquantina di minuti senza nessuna sbavatura, senza nessuna caduta di tono. Una splendida miscela palpitante, ideale per accompagnare un'estate calda e non solo atmosfericamente. (4/5)

Fabian, Dig, 1959


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

The Pogues - If Should Fall From Grace With God (1987)

di Silvano Bottaro

Irlandesi e soprattutto figli di irlandesi, i Pogues nascono a Londra, a King's Road, la via dorata del punk. Shane MacGowan e i suoi denti storti si notano ancora oggi nei pochi filmati dei primi concerti dei Sex Pistols. La storia è proprio quella: il folk, l'eredità irlandese una scoperta, e mica tanto ovvia. La ventata di punk folk che attraversa il continente, fa resuscitare i dialetti e gli strumenti della tradizione, e il usa come nuova linfa per l'albero secco del rock'n'roll. Questa è roba nuova, forte, e se sotto ci sono fisarmoniche, flauti o cornamuse, meglio ancora. Di tutto ciò i Pogues sono il meglio, grazie al talento di molti dei musicisti della band e per via della più impresentabile rockstar di sempre. Shane, appunto, denti marci e stonature continue, alcolista senza possibilità di salvezza. Capace, nei rari momenti di lucidità, di scrivere canzoni strepitose. L'album precedente, Rum Sodomy & The Lash, ha messo a fuoco il punk celtico che li caratterizzerà per sempre, ma questo If Should Fall... ha almeno tre o quattro pezzi strepitosi, in particolare le ballate: Thousands Are Sailing, peraltro non scritta da MacGowan, The Broad Majestic Shannon e Fairytale Of New York, cantata in duetto con Kirsty MacColl. Lui e lei sono irlandesi di New York, si odiano dopo essersi amati alla follia. Se esistesse una lista di classici rock'n'roll da inviare nello Spazio per far mostrare all'universo quanta umanità possa stare dentro una canzone, Fairytale Of New York salirebbe a bordo con tutti gli onori: quattro minuti e mezzo perfetti, grazie ai quali il declino alcolico di Shane MacGowan mette ancora più tristezza. La stessa tristezza dei due irlandesi della canzone. 4,5/5 

14 luglio 2014

Jayhawks - Hollywood Town Hall (1992)


1. Waiting For The Sun // 2. Crowded In The Wings // 3. Clouds // 4. Two Angels // 5. Take Me With You (When You Go) // 6. Sister Cry // 7. Settled Down Like Rain // 8. Wichita // 9. Nevada, California // 10. Martin's Song

Pietra miliare del rock delle radici è dire poco: quando ancora nessuno sapeva bene cosa fosse quell'oggetto misterioso poi chiamato alternative country e soprattutto quando gli Uncle Tupelo erano una band da carbonari e sottoscala, i Jayhawks strappavano un importante contratto con l'American di Rick Rubin, portando all'attenzione generale (buone vendite, persino qualche video e la produzione di George Drakoulias) l'aria agreste della provincia e il recupero di un rock'n'roll dal passo umano. Il freddo del loro Minnesota viene immortalato nella bella copertina, un paesaggio innevato che rimanda subito ad un certo immaginario country rock degli anni Settanta, punto di riferimento indiscutibile dei due songwriter Mark Olson e Gary Louris. Hollywood Town Hall è esattamente un compromesso (riuscitissimo, a dire il vero, e mai più ripetuto su questi livelli) fra le loro due anime: quella più folk e malinconica di Olson, quella più elettrica e pop di Louris, che unendosi generano Waiting for the Sun, Two Angels, Sister Cry, Settled Down Like Rain, sequenza mozzafiato e senza riempitivi di un album dove la lezione di Gram Parsons e dei Byrds, le chitarre di Neil Young, la melodia di Tom Petty e dei Big Star stanno allineati a rimirare il momento di grazia di questi ragazzi qualunque dell'America profonda.

(Davide Albini)

13 luglio 2014

Lucinda Williams – Blessed (2011)


di Silvano Bottaro

Lucinda è tra le mie preferite, non a caso infatti il suo West del 2007 fu per me il miglior album di quell’anno. Un grande disco, innovativo, suggestivo e profondo.
Dopo la pubblicazione nel 2008 di “Little Honey”, un album non certo brillante, abbiamo la fortuna di avere tra le mani questo ottimo lavoro che porta il titolo di “Blessed”, il suo decimo disco in studio. Blessed è un disco maturo, dodici canzoni equilibrate, dove la saggezza, la sensibilità e la bravura della cinquantottenne cantante statunitense traspare in maniera evidente.
Se ancora una volta, come in “West”, i testi delle sue ballate sembrano esprimere una certa malinconia e a volte anche tristezza, in realtà, celano un cauto ottimismo, una riflessione positiva sulla vita. Anche nel suono, questa poetessa rock evidenzia una maggior ispirazione e grazie all’uso di chitarre elettriche il sound è meno rarefatto e più aggressivo. Terzo elemento fondamentale è la voce, intensa e particolare, con la quale la songwriter americana ci regala emozioni forti. 
Ottimo album, in conclusione, dove ancora una volta la Williams dimostra di aver raggiunto una maturità ed un equilibrio in grado di poter creare delle belle canzoni, canzoni che sono dei gioielli da incastonare nella nostra memoria musicale. 4/5 

12 luglio 2014

John Hiatt - Terms of my Surrender (2014)

di Massimo Orsi

Hiatt è ormai considerato da anni un autentico maestro nello scrivere canzoni ed uno story-teller pieno di satira e humor; con questo nuovo lavoro ci fa ascoltare racconti che passano da argomenti quali la redenzione e le relazioni, sempre più legati a protagonisti suoi coetanei, quindi più anziani ed arrendevoli. Il nuovo disco è musicalmente ancorato al blues acustico, accentuato dalla voce soul e grintosa di Hiatt, che rispecchia la gravità delle liriche riflessive.
Per la produzione di questo disco, Hiatt si è rivolto al suo chitarrista storico Doug Lancio (in passato con Patty Griffin, Jack Ingram). Anche se inizialmente le registrazioni erano composte da un set elettrico, Lancio sfidò quasi subito Hiatt a suonare in acustico, cosa che sembra essere stata ben gradita, in quanto gran parte del disco è inciso in questa maniera; inoltre Hiatt dopo diverso tempo si cimenta a suonare anche l’ armonica. L’ album è stato inciso dal vivo in studio, fatto del tutto naturale in quanto la band utilizzata per le registrazioni è quella che che solitamente accompagna Hiatt negli ultimi anni in tour (Lancio, Nathan Gehri, Kenneth Blevins e Brandon Young).
Premetto che l’ album l’ ho ascoltato una sola volta, quindi provo a descrivere le prime impressioni.
Il suo 22° album in studio si apre con la canzone ” Long Time comin’”, ballata cantautorale rilassata, batteria appena accennata e piano come tappeto sonoro; segue poi “Face of God” che suona come un vecchio blues ed ha un testo che rivela “si dice che Dio sia il diavolo, fino a quando non lo si guarda negli occhi.” Il demone al quale si riferisce Hiatt è la gente che ostenta la propria ricchezza.
“Marlene” è Hiatt al suo meglio: una semplice canzone d’amore ma nelle sue mani diventa un gioiellino con un sound quasi caraibico; “Wind don’t have to worry” inizia folk con un banjo in primo piano ma via via la struttura della canzone diventa più complessa, più rock; ricalca un poco lo stile del miglior Bruce degli ultimi tempi.
“Nobody Know his name” già dal primo ascolto è una delle mie preferite: ballata melodica, col banjo arpeggiato e la chitarra slide in secondo piano, accompagnata dal piano ed una voce femminile a doppiare quella di John, produce brividi di piacere.
“Baby’s gonna Kick” è elettrica, armonica blues, shaker e cori, semplice ma niente male davvero.
“Nothin I love” è blues di stampo classico con un bel assolo di chitarra ma scivola via senza lasciare il segno, considerato i brani presenti nel disco è un brano minore, anche se farebbe la sua bella figura in un qualsiasi altro album.
“Terms of my surrender” ballata dallo stile classico, anni ’60 per intenderci, è rilassata e piacevole da ascoltare. “Here to stay” cresce con l’ascolto ed il sound (ed i cori in sottofondo) mi ricorda alcune cose di Willy De Ville.
Altra canzone da segnalare è “Old People”; non c’è niente di sentimentale nel dare uno sguardo all’invecchiare. Per Hiatt le persone anziane sono invadenti ” puoi ritrovartele che ti spintonano al coffee shop/ ti passano davanti nei buffet al ristorante / potrebbero sembrare persone poco dolci” ed ancora “non importa cosa pensi di loro / sono come dei bambini che sanno ciò che vogliono”. Chiude “Come back Home” voce ruvida e chitarra acustica, poi entra il piano e la batteria e la canzone prende corpo, i cori fanno da contorno ad una ennesima bella canzone che ha l’unico difetto di finire troppo presto.

Le canzoni di Hiatt in passato sono state registrate da artisti come Bonnie Raitt (“Thing called love”), Emmylou Harris, Bob Dylan, Iggy Pop, Rosanne Cash (la Hit Country “The Way We Make A Broken Heart”), Jeff Healey (“Angel Eyes”), ed ha curato anche la colonna sonora dei cartoni animati del film della Disney ‘The Country Bears’. Ha guadagnato una nomination ai Grammy per ‘Crossing Muddy Waters’, mentre B.B. King e Eric Clapton hanno condiviso un Grammy per il loro album ‘Riding with the King’, la cui title track è una sua composizione.
Inoltre ha ricevuto la sua stella sulla Walk of Fame di Nashville, dall’associazione di musica Americana ha ricevuto il Lifetime Achievement Award per il suo Songwriting, è stato introdotto nella Nashville Songwriters Hall of Fame e ha ricevuto l’ Arts Awards in Indiana, il suo stato natale.
L’album rock-country-blues ‘Bring the Family’ inciso con l’ aiuto di Jim Keltner, Ry Cooder e Nick Lowe rimane il suo capolavoro, per questo album fu nominato miglior vocalist maschile nel sondaggio annuale di critica su Rolling Stone. In questi ultimi anni Hiatt ha pubblicato ‘Same Old Man’, ‘The Open Road’, ‘Dirty Jeans & Mudslide Hymns’ e ‘Mystic Pinball’ , tutti quanti hanno ricevuto il plauso della critica e, come ha dichiarato recentemente All Music Guide, per un artista che ha pubblicato ben quattro album in studio in cinque anni, Hiatt sta vivendo un nuovo periodo molto importante e positivo come cantautore.

Le prime impressioni critiche su questo nuovo album di Hiatt dicono che probabilmente è sceso di registro rispetto ai precedenti, nel senso che sembra abbia un po’ perso la voglia di fare rock, lui stesso dice che ha perso smalto nella voce; invece per il sottoscritto è l’esatto contrario, gli ultimi due suoi dischi mostravano un po’ la corda, mentre questo suona fresco ed attira interesse come spesso accadeva ascoltando i suoi precedenti lavori e, ovviamente, ha mantenuto intatto il suo senso dell’umorismo ed il suo sarcasmo nei testi. Questa persona “anziana” è ciò che vogliamo per il prossimo futuro: irritabile, invadente e magnificamente ‘meschino’, nel miglior modo possibile. Non è ancora giunto il tempo per mostrare i propri “termini della resa”. (3,5/5 voto mio)

Fonte | babooroad

Stan Ridgway - The Big Heat (1986)

di Silvano Bottaro

Stan Ridgway è un talento unico, uno dei songwriter più originalli ed ispirati degli anni ottanta. E The Big Heat, sua prima opera solista dopo il fruttuosissimo tirocinio come voce e anima dei Wall Of Voodoo, fonde mirabilmente conservatorismo e rinnovamento in nove episodi di magica intensità emotiva e disarmante spessore musicale. Canzoni commoventi, ilari, pacate, trascinanti, estroverse, introspettive, serie, ironiche. Canzoni di vita, reale o immaginaria. Un maestro nell'arte di inventare storie di ordinaria e straordinaria quotidianità con un gusto speciale per l'allegoria.
The Big Heat è un monumento canoro e compositivo fuori da ogni clichè, prodigiosamente sospeso da qualche parte fra il rock e l'eternità. Proprio come "Camouflage", la lunga e solenne ballata che chiude l'album fra echi western e misteriose incognite. 4/5

Lester Young

Sax tenore, clarinettista (1909 - 1959). Quando emerse dall'anonimato a metà degli anni '30, il suo stile strumentale appariva già completamente sviluppato. Nel 1936 incise il suo primo disco con un complessino battezzato per la circostanza Jones-Smith Inc.

11 luglio 2014

Old Crow Medicine Show - Remedy (2014)

di Davide Albini

Non sono forse stati i primi ad accendere la miccia, parlo della rivisitazione di certe sonorità old time, ma certamente hanno assunto un ruolo guida in poco tempo, tanto da diventare uno dei pochi significativi fenomeni offerti della musica tradizionale americana degli ultimi dieci anni. Tanto è passato dall'esordio omonimo degli Old Crow Medicine Show nel 2004, che li svelò con il successo travolgente del brano Wagon Wheel, e cinque dischi dopo il quintetto (di base, oggi allargati in tutto a sette membri) guidato dai fondatori Critter Fuqua e Ketch Secor ha trovato la forza di non sedersi sugli allori, anzi di rinnovarsi pur restando dentro la loro collaudata formula acustica, di fare insomma un ulteriore passo avanti. Remedy, diciamolo subito, è uno dei loro dischi più brillanti e ispirati, un album che conferma la produzione lungimirante di Ted Hutt (alla guida anche nell'ottimo capitolo precedente, Carry Me Back) trovando nuova linfa in quell'immenso patrimonio delle radici dell'american music che tanto hanno saputo indagare questi ragazzi.

Perso per strada il compagno Willie Watson, di recente al debutto come solista, acquistato però il grande apporto di Chance McCoy, con il suo fiddle che impazza per tutto il disco, gli Old Crow Medicine Show hanno nuovamente ribadito che di tutta la variopinta carovana del famoso "Railroad Revival Tour" (quello tenuto insieme a Mumford & Sons ed Edward Sharpe) loro restano senza dubbio i più genuini, i più bravi e preparati a livello strumentale e alla fine anche quelli che forse lasceranno un segno. D'altronde non sarebbe altrimenti se gente come lo stesso Hutt o Don Was e David Rawlings si è scomodata per produrli, come peraltro non potrebbe accadere per caso che un signore di nome Bob Dylan condivida per la seconda volta i crediti di una canzone con la band, nel gioioso valzer per fiddle e accordion di Sweet Amarillo, una delle numerose luci di questo Remedy. Raccolta che si apre proprio con i sapori "dylaniati" dell'armonica e del ritmo blues dettato dalle chitarre in Brushy Mountain Conjugal Trailer, passando subito il gioco nelle mani dell'indiavolato hillbilly intitolato 8 Dogs 8 Banjos, un po' l'effetto che farebbe certa old time music nelle mani di gente quale i Pogues, chiaramente un'influenza non estranea agli Old Crow Medicine Show.

Scoperti dal grande Doc Watson mentre suonavano per le strade di Boone, North Carolina, approdati alla Grand Ole Opry e al leggendario programma A Prairie Home Companion (si veda il film di Robert Altman), stretta un'amicizia artistica con Gillian Welch, divenuti i beniamini del risorgimento folk e del vecchio country rurale, questi musicisti non hanno mai ceduto di un millimetro sulla loro intergità artistica, pur provando a sperimentare qualche cambio di rotta. Remedy è un po' la sintesi dell'intera la strada percorsa, dal banjo impazzito di Mean Enough World alla dolcissima abbinata di ballate Dearly Departed Friend e Firewater, in cui l'apparente rozzezza delle voci (quasi dovuta, negli episodi più ruspanti del loro repertorio) dimostra invece il talento per le armonizzazioni del gruppo. Il piatto forte degli Old Crow Medicine Show rimangono ancora quegli strappi fatti di autentica hillbilly e jug music, quella imparata dalle orchestrine di strada, mai riproposta come una semplice copia carbone del passato, animata invece da un'energia travolgente, svecchiata e da testi che sanno dosare ironia e profondità: l'incalzante dittico di Brave Boys e Tennessee Bound, con fiddle e resonator guitar sulle barricate, la più cadenzata e corale O Cumberland River, lo swing che cattura l'anima della nostalgica Sweet Home, fino a concludere con le voci e gli accenti country della docile The Warden.

Una grande dimostrazione di vitalità artistica questo Remedy e il segnale che i capofila del genere, al netto delle diverse imitazioni, restano ancora loro. (3,5/5 voto mio)

Fonte | rootshighway

Cowboy Junkies - Demons (2011)

di Silvano Bottaro

Nella seconda metà degli anni ottanta i fratelli Timmins si fecero conoscere grazie ad una manciata di buoni dischi, tra cui gli ottimi The Caution Horses, Black Eyed Man e il superlativo The Trinity Session dell’88. Negli anni successivi, per una serie di coincidenze, non ultima la mancanza di “creatività” sonora, non li ho più seguiti se non “per sentito dire”. Ora, come è successo per i R.E.M., ho ascoltato questo loro ultimo lavoro e la sorpresa è stata più che buona.
Il disco in origine doveva essere una collaborazione con l’amico Vic Chesnutt ma, la sua morte avvenuta prematuramente il giorno di Natale del 2009, ne ha cambiato le sorti, facendolo diventare un tributo allo stesso artista canadese.
La band non estranea alla rielaborazione di brani altrui, vedi “Dead Flowers” dei Rolling Stones o “Sweet Jane” di Lou Reed (la più bella versione in assoluto a detta dello stesso autore) ha trovato tanto e ottimo materiale da arrangiare nell’archivio musicale di Chesnutt.
Il rischio, sempre reale, della “rivisitazione” è di adulterare le canzoni con elementi poco personali e di rieditarle quindi con delle semplici farciture. I Cowboy Junkies invece, anche se non sempre con ottimi risultati, sanno evitare con maestria questo rischio.
E’ un ottimo album Demons, ben fatto. Il merito va soprattutto al giusto “dosaggio” di tre elementi essenziali: il buon materiale di base, cioè i brani di Vic Chesnutt, la bella voce di Margo che li addolcisce e l’esperienza strumentale di ottimi musicisti.
Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni del disco, tutte sono oltre la media. Flirted With You All My Life, Betty Lonely, Ladle, West Of Rome e Supernatural sono una più bella dell’altra, Wrong Piano e Strange Launguage sono tra le loro migliori di sempre, e le restanti See You Around, Square Room, We Hovered With Short Wings e When The Bottom Fell Out, fanno la loro bella figura.
La sensibilità musicale dei Cowboy Junkies ha reso giustizia alla musica di Chesnutt e reso felici tutti i suoi fan.
Un disco da ascoltare tutto, un’intensa raccolta, un’ottima uscita in questi tempi difficili, che conferma la bravura del gruppo canadese.
Con questo Demons, i Cowboy Junkies hanno prenotato un posto tra la top ten del 2011. 4/5