22 maggio 2017

Accadde oggi...

1959: Nasce a Davyhulme, Lancashire, UK, Steven Patrick Morrissey, cantante degli Smiths fino allo scioglimento del gruppo, poi solista.

1972: Abbandonati da Tom Fogerty da qualche mese, i Creedence Clearwater Revival tengono a Denver il loro ultimo concerto.

1975: A Besancon (Francia) Peter Gabriel si esibisce per l'ultima volta dal vivo con i Genesis a chiusura del tour di "The lamb lies down on Broadway".

Colter Wall – Colter Wall (2017)

di Fabio Cerbone

Scorgi in lontananza la polvere alzata dagli zoccoli del cavallo, l'ombra solitaria che entra nel villaggio, gli stivali che toccano terra, il volto scavato e stanco per l'interminabile viaggio, la ricerca del primo saloon nei paraggi. Intuisci che sta per succedere qualcosa e che la vita di quel posto non sarà più la stessa. Sceneggiatura classica, tutti i cliché compresi, America immaginata, e la voce di Colter Wall a fare da colonna sonora, magari di un western crepuscolare girato da Sam Peckinpah. Anche il nome sembra avere un destino segnato: non ve lo immaginate già stampato su qualche manifesto, vivo o morto? I conti tornano fino a un cetto punto, perché Colter Wall arriva dalle grandi pianure del Saskatchewan, Canada e non bazzica la Death Valley, ha soltanto 21 anni e non ha mai conosciuto l'epopea d'oro né del cinema western, né della country music.

Possiede però una voce profonda che pare arrivare da un altro tempo, invecchiata nelle botti di whiskey, un baritono alla Johny Cash che incontra la desolazione di Townes Van Zandt e gli orizzonti da outlaw di Waylon Jennings. Il fascino dell'omonimo esordio - dopo un ep nel 2015 intitolato Imaginary Appalachian e una canzone in particolare, Sleeping On The Blacktop, finita direttamente nella sountrack del fortunato 'Hell or High Water' con Jeff Bridges - è tutto racchiuso in questa essenza scarna da dura frontiera, un suono asciutto ed epico al tempo stesso che dall'apertura di Thirteen Silver Dollars affronta un sentiero buio e tempestoso, dove murder ballad e spietate canzoni d'amore, romanticismo da fuorilegge e racconti da provetto folksinger si alternano mantenendo al centro la figura di Colter Wall e la sua narrazione. Il fantasma di Townes Van Zandt aleggia dappertutto, quanto meno a livello stilistico: tra una Codeine Dream che rimanda indirettamente al classico Waiting Around to Die e la cover di Snake Mountain Blues, per non dire di Fraulein, dolce walzer country che Townes incise sul capolavoro The Late Great Townes Van Zandt.

L'enigmatica poesia dei testi di Van Zandt, la loro dura eppure sensibile cronaca non è tuttavia la stessa e qui di Pancho & Lefty non ne scorgiamo ancora, ma il bianco e nero di Kate McCannon e la tenera seranata da hobo di Transcendent Ramblin' Railroad Blues sono ballate che non passano indiferrenti, lasciando stupiti per la maturità di un ragazzo di poco più di vent'anni. Dave Cobb, produttore ormai in prima linea nel nuovo tradizionalismo a Nashville, ha intuito la seduzione di Colter Wall e la potenza del suo canto, costruendo un disco di silenzi e soffi acustici: un piano (come nel dondolio agrodolce di You Look To Yours), una steel guitar (Me and Big Dave), qualche timidissimo accenno ritmico (dal vivo spesso è il solo Colter Wall ad accompagnarsi con grancassa e chitarra) è tutto ciò che occorre per costruire l'ossatura del disco.

E di ossa dovremmo ben parlare per descrivere questi brani, che ricordano le intuizioni di Willie Nelson quando a metà anni settanta sconvolse Nashville portando il suo 'Red Headed Stranger' all'attenzione di un nuovo pubblico. Quarant'anni dopo Colter Wall prova a inserirsi in quel solco, al momento con qualche luogo comune nel songwriting, dovuto anche all'inesperienza, ma prendendo dignitosamente posto al fianco di Chris Stapleton, Brent Cobb, Sturgill Simpson e tutti gli altri giovani cavalieri dalle lunghe ombre che stanno entrando in città. Buona fortuna.

21 maggio 2017

Accadde oggi...

1948: Nasce a Shoreham-by-Sea, UK, il cantante Gerard Hugh Sayer, in arte Leo Sayer, primo nella classifica britannica del 1979 con la sua raccolta di successi "The best of Leo Sayer".

1954: Nasce a Newark, USA, Marc Ribot, chitarrista eclettico: ha collaborato fra gli altri con Tom Waits, Elvis Costello, Vinicio Capossela e John Zorn.

1977: L'album "Rumours" dei Fleetwood Mac scalza dalla prima posizione della classifica "Hotel California" degli Eagles.

1980: Joe Strummer dei Clash viene arrestato ad Amburgo per aver colpito con la chitarra uno spettatore del concerto nella città tedesca.


Nina Simone


Nina Simone in Central Park, NYC, 1958. Photo by Chuck Stewart.

20 maggio 2017

Accadde oggi...

1944: Nasce a Sheffield, UK, Joe Cocker, cantante dalla voce di carta vetrata. Morirà il 22 dicembre 2014.

1954: Esce negli Stati Uniti su 45 giri, etichetta Decca, la canzone 'Rock around the clock' cantata da Bill Haley.

1969: Muore a New York il jazzista Coleman Hawkins, detto anche “Hawk” o “Bean”. Hawk è stato il musicista che ha contribuito maggiormente all'identificazione tra jazz e sassofono. Rimane storica la sua interpretazione di “Body and Soul” del 1939.

2013: Muore Ray Manzarek, tastierista e fondatore dei Doors. Era nato a Chicago il 12 febbraio 1939.

Supernatural Love - Sidestepper

19 maggio 2017

Little Feat - Waiting for Columbus (1978)

I Settanta sono stati anni gloriosi per il rock a stelle e strisce in tutte le sue varie sfaccettature, con una fervente attività in studio e non, con la relativa pubblicazione di album dal vivo entrati di diritto nella storia, per importanza storica e musicale. Waiting for Columbus, uscito nel 1978, oltre a far parte di questi ultimi, ha anche il pregio di fotografare un gruppo, i Little Feat, in uno dei momenti di loro massimo splendore. La band capitanata dal corpulento asso della chitarra slide, Lowell George, sembra nata per calcare le assi di un palcoscenico, dove la loro intrigante formula sonora a base di blues, folk, elementi soul e un'impronta ritmica tipicamente neworleansiana, è libera di emergere in tutta la sua magnificenza. Attorniato da strumentisti dalle eccelse doti tecniche (Paul Barrere e Bill Payne su tutti) George ci guida in un orgiastico calderone sonoro che a partire dalla sarabanda ritmica in puro stile New Orleans di Fath Man in the Bathtub, passando per il r'n'b in salsa southern di Oh Atlanta si conclude con il tripudio finale di una Feats Don't Fail Me Now mai così intensa e trascinante. A questi si aggiungono dilatate versioni di classici come Dixie Chicken e Sailin Shoes, la suadente Spanish Moon e l'immortale Willin, a completare un'incandescente magma sonoro capace di inglobare al suo interno sia le assolate sonorità di stampo californiano che gli oscuri ritmi voodoo della Louisiana. (Mia valutazione:  Buono)
(Marco Poggio)

18 maggio 2017

Accadde oggi...

1911: Nasce a Kansas City, Missouri, USA, Joseph Vernon "Big Joe" Turner, cantante blues e fra i primi interpreti di rock'n'roll. Morirà il 24 novembre 1985.

1949: Nasce a Londra Rick Wakeman, tastierista virtuoso, con gli Strawbs, con gli Yes e da solista.

1963: Alla prima edizione del Monterey Folk Festival Bob Dylan duetta con Joan Baez, con cui era fidanzata all'epoca, sulle note della sua "With God on our side".

1980: Muore suicida a 24 anni Ian Curtis, inquieto cantante e autore dei testi dei Joy Division. Era nato a Stretford, UK, il 15 luglio 1956.


Joe Henry

Forte di una maturazione lenta quanto costante, Joe Henry (1960) si rivela uno dei cantautori più significativi del panorama americano a partire dai tardi anni '80. Nato in North Carolina, ma cresciuto in Michigan, fa le sue prime esperienze musicali nelle coffee house newyorkesi, inseguendo il mito di Bob Dylan e più in generale di tutti i cantautori del Village anni '60.

17 maggio 2017

Penguin Cafe – The Imperfect Sea (2017)

di Michele Palozzo

Pensare che a volte è sufficiente una sola immagine, dal tratto preciso e con figure ben contestualizzate, a generare un intero immaginario potenziale. È tra gli elementi determinanti dell'arte classica - specie dalla rivoluzione prospettica in poi - e il motivo per cui la figurazione non smette di comunicarci sensazioni vivide e condivise.
Al compianto Simon Jeffes è bastata una visione poetica del tutto casuale, un'ode al fascino dell'irrazionalità (l'incipit: "I am the proprietor of the Penguin Cafe, I will tell you things at random"), in seguito resa possibile nei dipinti della sua compagna Emily Young, eleganti sintesi tra la metafisica di De Chirico e le fantasie antropomorfe di Lewis Carroll.

Così era la musica della Penguin Cafe Orchestra: surreale e garbata come poteva esserlo l'idea di un jazz da camera "all'inglese", vagamente malinconico e un po' naif, imparentabile solamente allo sghembo sentiero solista del connazionale Robert Wyatt.
La morte di Jeffes, sopraggiunta prematuramente nel 1997, ha tagliato di netto un'avventura che avrebbe ripreso il suo corso intorno al volgere degli anni 10 per volontà del figlio Arthur che, pur dimostrando di appartenere a una generazione alquanto distante dall'ensemble originario, ha saputo assorbire e custodire il carattere più importante di quell'universo onirico: una serenità pressoché imperturbabile, unita al piacere di trovare una profonda empatia umana attraverso la musica.

E non occorre conoscere tutte le puntate precedenti per accorgersene: dietro l'artwork squisitamente essenziale di "The Imperfect Sea" sono custodite nove raffinate composizioni neoclassiche in cui Jeffes junior e i suoi sodali allineano la lezione quarantennale della PCO alle già mature influenze del post-minimalismo sull'attuale scena indie. Oltre ai "Different Trains" reichiani ("Cantorum") e agli ostinati di una Sarah Neufeld, comunque, l'impronta più evidente è quella dei beniamini della stessa Erased Tapes: la combo Arnalds/Frahm risuona tanto nell'uso dell'organetto (presente sin dal self-titled del 1981) quanto nelle minute e intense orchestrazioni, la cui delicatezza ricalca le tessiture soffuse delle Amiina ("Rescue" e "Wheels Within Wheels", ripresa dai Simian Mobile Disco).

Il gusto sopraffino per l'arrangiamento acustico è la livella che rende possibile la coesistenza di altrettante anime: se la conciliante apertura di "Ricercar" si situa in un limbo analogo alle sessioni lounge dei "Dreamers" di John Zorn, "Protection" va a prestito dal folk bucolico delle sorelle Unthanks, mentre l'interludio "Control 1" asciuga la tensione drammatica dalle sospensioni melodiche del pianoforte di Atticus Ross. La trascrizione per strumenti a corda del classico kraftwerkiano "Franz Schubert" è di una squisitezza impareggiabile, prova definitiva della padronanza assoluta sviluppata da Arthur in omaggio alle creazioni del padre, rievocato attraverso l'assolo di pianoforte "Now Nothing" (tratto da "Broadcasting From Home"), un nostalgico volo d'uccello che ha gli stessi tenui colori pastello del tardo Miyazaki.

Più che una leggenda, il Penguin Cafe somiglia a una fiaba popolare capace di attraversare gli ultimi decenni senza essere mai tradita nelle sue componenti primarie, senza le quali non potrebbe mantenersi a tal punto inconfondibile. La "famiglia allargata" dei Jeffes continua a suscitare stupore e commozione con una spontaneità disarmante. Avere la musica nel sangue ed esser capaci di metterla a frutto è un dono tanto raro quanto genuino, e "The Imperfect Sea" ne è una luminosa riprova.