18 gennaio 2017

One Irish rover - Van Morrison

Tell me the story now
Now that it's over
Wrap it in glory
For one Irish Rover
Tell me you wiser now
Tell me you older
Wrap it in glory
For one Irish Rover
I can tell by the light in your eye

Like a ship out on the sea
Without a sail, you've gone astray
Tell me the facts real straight
Don't make me over
Make it come out alright
And wrap it in glory
For one Irish Rover
For one Irish Rover
One Irish Rover
One Irish Rover

...

Raccontami la storia ora
Ora che è finita
Rivestila di gloria
Per un “irlandese Giramondo”
Dimmi che sei più saggia ora
Dimmi che sei più grande
Rivestila di gloria
Per un “irlandese Giramondo”

Posso capire dalla luce nei tuoi occhi
Che tu sei così lontana
Come una nave in alto mare
Senza una vela, tu sei andata alla deriva
Dimmi le cose come sono realmente
Non farla finita con me
Fa che tutto vada per il giusto verso
E rivestila di gloria
Per un Irlandese giramondo
Per un “irlandese Giramondo”
Un “irlandese Giramondo”
Un “irlandese Giramondo”

Accadde oggi...

1973: I Pink Floyd iniziano a registrare l'album "The dark side of the moon", pietra miliare della loro discografia.

1980: I Clash pubblicano "London calling", disco doppio e aperto a influenze non strettamente punk (ad esempio della black music).

2015: Muore il batterista 66enne Dallas Taylor, in carriera aveva collaborato con Crosby, Stills & Nash e con Van Morrison.

2016: Muore a 67 anni Glenn Frey, membro fondatore degli Eagles.

Stan Ridgway - The Big Heat (1986)

L'elettronica dei Devo, l'epica di Ennio Morricone. In breve la grande idea di Stan Ridgway e dei suoi Wall of Voodoo era stata questa. Chiusa la storia del gruppo con un classico che verrà suonato per anni in giro per il mondo da innumerevoli cover band (Mexican Radio), lui si mette d'impegno e spara tutte (o quasi) le sue cartucce nell'album che gli apre la carriera da solista. Le ritmiche ora sono ancora piú sintetiche (la batteria elettronica spa droneggia), le aperture melodiche sono ancora piú morriconiane, il cantato ancora piú narrativo, i toni ancora piú drammatici. Le idee, dirà poi lui, gli vengono da una vita imparata dai libracci polizieschi, dai filmacci di terz'ordine, dalla tv spazzatura. Ma Ridgway è un tipo strano, ha un senso dell'ironia che non molti colgono. Drive She Said è la storia di un taxista che ha a bordo una donna in fuga, della quale naturalmente si innamora, e che si strugge quando la vede scendere dal taxi con il bottino. Ma è anche un gioco piú complesso, perché cita un romanzo e un film (Drive, He Said: il romanzo di Jeremy Larner è del 1964, il film del 1971, diretto da Jack Nicholson), e tutti citano un verso famoso di una poesia degli anni Cinquanta (I Know A Man, di Robert Creeley, che si chiude cosí: «Guida, — disse lui, — Cristo, guarda dove vai»), e che è insieme ironica celebrazione e presa di distanza da quell'andare, sempre e comunque, che predicano i Beat. Siamo in pieni anni Ottanta, andare — o scappare, come raccomanda Bruce Springsteen — non funziona piú, non dà la salvezza, e nemmeno sollievo. Quando arriva il momento del racconto epico Sergio Leone insegna — è perché al potere terapeutico della narrazione non ci crede piú nessuno. E allora ci si diverte a smontare il meccanismo, a mettere i suoni della tradizione — del blues e del country — nella stessa provetta in cui sono stati versati i suoni e i ritmi dell'elettronica, le vestigia del nuovo. Ci si ingegna a raccontare una storia di fantasmi ambientata nel bel mezzo della guerra in Vietnam sul ritmo sempre uguale di una batteria elettronica e sulla struttura circolare delle canzoni popolari. Camouflage, sette minuti che divennero il piú improbabile singolo di successo di tutti gli anni Ottanta. Ma non in America, dove invece di successi del genere ci sarebbe stato bisogno. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

17 gennaio 2017

Accadde oggi...

1949: Nasce Mick Taylor. A soli 17 anni è la chitarra dei Bluesbreakers di John Mayall. Nel 1969 entra nei Rolling Stones, vi uscirà nel 1974. Poi la carriera solista.

1955: Nasce Steve Earle, apprezzato cantautore in bilico tra il country e il rock.

1990: Alla quinta cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame vi vengono insigniti Hank Ballard, Bobby Darin, Four Seasons, Four Tops, Kinks, Platters, Simon and Garfunkel e Who.

1996: Alla undicesima cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame vi vengono insigniti David Bowie, Gladys Knight and the Pips, Jefferson Airplane, Little Willie John, Pink Floyd, Shirelles e Velvet Underground.

2012: Muore a 90 anni Johnny Otis, meglio noto come il 'padrino del rhythm and blues'. Nato Ioannis Alexandres Veliotes, Otis aveva origini greche e portò per decenni la musica nera alle platee bianche.

16 gennaio 2017

White Fence - For The Recently Found Innocent (Full Album)

Piano Magic – Closure (2017)

di Simone Nicastro

Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva.
Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti. Canzoni a cui non sono mancate nei molti lavori realizzati contaminazioni varie quali l’utilizzo di una elettronica vintage, virate più “shoegaze” e la presenza di diverse voci femminili. Ma nell’ultimo atto Johnson ha scelto la formula a lui più personale e in qualche modo più rappresentativa della storia della band.

Quindi fin dal primo brano in scaletta si gioca a carte scoperte: “Closure” può essere vista come il seguito di quella “No Closure” contenuta nell’album “Artists’ Rifles” del 2000. Una suite di oltre 10 minuti dove la voce di Johnson, come sempre “confidenziale”, si prende poco spazio lasciando le luci della ribalta alla varietà della sua chitarra elettrica tra un synth/fisarmonica spettrale iniziale, un cupo coro nel refrain e una coda pianistica.
Subito dopo “Landline” aumenta il ritmo permettendo alle chitarre elettriche di essere ancora più incisive e con un maggior “groove” divertendosi a sovrastare un campionamento leggermente rumoroso. Con “Exile” i Piano Magic mettono in mostra il loro lato più “catchy” e a mio avviso irresistibile: ritmica lenta elettronica, basso pulsante e portante a sostenere sia lo slide chitarristico che il fraseggio cantato fino al raggiungimento del ritornello “killer” nella sua semplice immediatezza.

Proseguendo “Let Me Introduce You” non sfigurerebbe negli ultimi lavori dei Low mentre “Living For Other People” sposa una soluzione intimamente decadente che ha il suo compimento nel riflessivo “spoken word” finale.
Vertice “popular” dell’album è “You Never Stop Loving (The One That You Loved)”, breve ballata lieve: chitarra classica e chitarra acustica a intrecciarsi dolcemente, percussioni continue ma non invadenti, viola a liberare la dolcezza, inserto limpido di vibrafono e melodia vocale disarmante.
Con “Attention To Life”, co-scritta con Peter Milton Walsh dei leggendari “The Apartments”, si torna ad atmosfere più drammatiche con un arrangiamento orchestrale cinematografico e un assolo di tromba incantevole.
La chiusura della vita artistica dei Piano Magic invece è destinata. “I Left You Twice, Not Once” ennesima ballata a tinte grigie dove il peso dell’addio sembra tendere ad una sorta di tensione, probabilmente una dolente accettazione dell’ultimo saluto “I left you twice, not once. The first time passed unnoticed. But you still lay in my arms. I could not better say goodbye”.

Ad essere sincero ho ascoltato ancora troppo poche volte quest’album per capire se si sono toccati quelli che io ritengo i vertici artistici della band (“The Troubled Sleep Of Piano Magic” e “Disaffected”) ma di sicuro queste ultime splendide otto canzoni non mi hanno per niente aiutato a dire addio a cuor leggero ai Piano Magic. Anzi direi il contrario.

15 gennaio 2017

Blind Melon - Three Is a Magic Number



Non mi piacciono le immoralità di gruppo. Le orge vanno bene solo nei film di Fellini. Il rapporto tra cucina e sesso esige che non si superi il numero di tre. Quattro equivale a propiziare due coppie. E cinque è già una massa.

Manuel Vázquez Montalbán

14 gennaio 2017

Bill Haley

E' la primavera del 1955 quando appare Blackboard Jungle, film sulla delinquenza minorile nelle scuole, i cui titoli di testa sono accompagnati dalla canzone (We're Gonna) Rock Around The Clock cantata da Bill Haley & His Comets. In maggio il brano è nella hit parade di "Billboard", il 9 luglio è al primo posto e vi rimane per otto settimane. E' l'inizio ufficiale di una nuova era musicale, quella del rock.

Discografia e Wikipedia

13 gennaio 2017

Marianne Faithfull


Marianne Faithfull avenue Montaigne, Paris, 1963 (Roger Kasparian)

Tom Petty - Wildflowers (1994)

Manca la firma degli inseparabili Heartbreakers, ma è come se ci fossero, anche perchè le presenze di Mike Campbell e Bemmonth Tench (oltre al compianto bassista Howie Epstein) non sono affatto secondarie durante le sessioni di Wildflowers. Di fatto però la seconda sortita solista di Tom Petty dopo Full Moon Fever raccoglie un repertorio certamente più policromo e personale, esattamente lì dove il folksinger si unisce al rocker di razza, oppure lo scrittore pop guarda alle radici, mettendo così insieme i pezzi di un sound leggendario per tutto il suono mainstream americano degli ultimi trent'anni. Anche questa volta è un produttore (come avvenne con Jeff Lynne nel citato Full Moon Fever) a far germogliare un irripetibile binomio artistico con il musicista della Florida. Rick Rubin però corre nella direzione opposta: niente artifici pop (seppure la coda romantica di Wake Up Time e della struggente, bellissima Crawling Back To You ne evochino l'influenza) e molta sostanza roots, in un disco che esalta l'intimità dell'interprete, catturando una dimensione persino rustica. L'alternarsi di ninne nanne acustiche (dalla title track all'agrodolce To Find a Friend) e sferzate rock dal sapore vintage (You Wreck Me e Honey Bee i due pugni da capogiro) dipinge l'intera gamma del linguaggio di Petty, anima appassionata che ha saputo sintetizzare in un colpo solo Creedence e Beatles, Stones e Beach Boys. Dio lo abbia in gloria.  (Mia valutazione:  Distinto)
(Fabio Cerbone)