24 novembre 2014

Le Luci Della Centrale Elettrica - Per ora noi la chiameremo felicità (2010)


Mavis Staples - One True Vine (2013)


di Silvano Bottaro

A sei anni dall'ottimo Well never turn back e a tre dal buon You are not alone, ritorna Mavis Staples con "One True Vine", quattordicesima incisione della sua ultra quarantennale carriera.
Da cantante gospel qual'è, è ancora la fede il comune denominatore dei suoi testi, ma è sempre la sua meravigliosa voce a renderli superlativi. A fronte dei suoi settantaquattro anni, la Mavis non mostra segni di decadimento ma anzi, come i migliori vini rossi, migliora col tempo.
Continuando la collaborazione artistica con Jeff Tweedy leader dei Wilco, iniziata con "You Are Not Alone" nel 2010, di cui è produttore, anche questa volta la Staples riesce a dare il meglio di sé. Fin dalle prime note è palpabile la passione religiosa per il Vangelo e il suo credo incrollabile ma è poi la sua voce e il feeling che riesce a creare che sanno rendere grandi le canzoni e farle apprezzare anche ai più atei ed agnostici. E' proprio questa la grandezza dell'artista, una donna che sa esattamente come trovare l'anima di ogni lirica e consegnarla con estrema naturalezza, sincera ed onesta.
L'album cresce di ascolto dopo ascolto, ha un effetto magico che riesce a trasportare e soprattutto ad elevare anche lo spirito meno sensibile... che poi è quello che la buona musica dovrebbe fare, e (anche) in questo disco, la Grande Mavis Staples colpisce in pieno. One True Vine è un ottimo disco ed è soprattutto consigliato alle anime in cerca di pace. 4/5 

23 novembre 2014

Van Morrison - Into the Music (1979)


1. Bright Side Of The Road // 2. Full Force Gale // 3. Steppin' Out Queen // 4. Troubadours // 5. Rolling Hills // 6. You Make Me Feel So Free // 7. Angelou // 8. And The Healing Has Begun // 9. It's All In The Game // 10. You Know What They're Writing About // 11. Steppin' Out Queen // 12. Troubadours

Ci saranno ancora picchi creativi sparsi per buona parte dei due decenni successivi, ma non facciamo torto a nessuno se consideriamo Into the Music forse l'ultimo grande lavoro del periodo "storico" di Van Morrison, la summa artistica di un viaggio iniziato nei primi anni 70 e che aveva attraversato l'intera gamma dei colori, dal blue eyed soul al folk della verde Irlanda, che si compenetravano nel linguaggio musicale dell'autore di Astral Weeks. Irripetibile è soprattutto la coesione strumentale e la forza d'insieme dell'album, senza dubbio tra i più giocosi, brillanti e incantevoli registrati in carriera, simbiosi fra un ritorno alla spontaneità e una ricerca di trascendenza. Apparentemente più "leggero" se confrontato ad altre produzioni morrisoniane del decennio, è un disco a tratti semplicemente irresistibile, non fosse altro per l'incalzante armonica bluesy che apre le danze di Bright Side of the Road e il luminoso r&b di You Make Me Feel So Free e Full Force Gale. Into the Music si svela strada facendo come il giusto compromesso fra le divergenti anime dell'artista, un saliscendi umorale che non rinuncia comunque a quella "verbosità" astrale per cui Van è giustamente passato alla storia (qui il capolavoro si intitola And The Healing Has Begun e sono otto minuti di pura invocazione) né tanto meno alle radici, siano esse volte con lo sguardo al Dublino (Troubadours e Rolling Hills, in cui appare Robin Williamson della Incredible String band) o verso l'amata America della black music.

(Fabio Cerbone)

John Hiatt - Mystic Pinball (2012)

di Silvano Bottaro

Sono trascorsi quasi quarant'anni dalla sua prima pubblicazione "Hangin' Around the Observatory" targata 1974, in mezzo ci sono vent'uno dischi, alcuni memorabili come Bring the Family del 1987 e il successivo Slow Turning del 1988, altri ottimi come Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e The open Road, alcuni sufficienti, tra gli ultimi Same Old Man del 2008. Ora, dopo la sua ultima prova Dirty Jeans and Mudslide Hymns dell'anno scorso, disco che non ho avuto il piacere di ascoltare, ritorna con questo Mystic Pinball ed è ancora buona musica.

Hiatt è un grande scrittore, le sue canzoni ne sono la testimonianza. La sua peculiarità è proprio quella di adattare il suono, le note alle parole dei testi che tanto facilmente e soprattutto bene gli riescono. Detto questo è chiaro che la musica non diventa primaria nel suo modo di comporre. Ha il grande dono di saper creare personaggi, di saper risaltare le loro debolezze, la loro disperazione e occasionalmente i loro momenti felici, e tutto questo riesce a farlo con un senso dell'umor assai marcato. Le sue canzoni sono fatte di parole e immagini contornate da musica e anche questo suo ultimo lavoro ne è il chiaro esempio.
In Mystic Pinball, Hiatt esplora i temi della quotidianità affettiva come l'amore, il tradimento, la perdita e la felicità. Temi che per un sessant'enne (compiuti il venti agosto scorso) possono risultare forse "fuori tempo" ma è la sua anima "giovanile" ad avere il sopravvento e probabilmente anche quella che lo fa rigenerare di volta in volta.
Dodici i brani presenti con ballate, chitarre e pianoforte tra i marcatori dell'album. Un disco nel suo genere senza particolari rivelazioni, senza nessun azzardo. Forse qualcuno si aspettava qualcosa di più, forse l'uscita dei suoi album andrebbe un po' diradata, forse... va bene comunque.
I fans saranno contenti lo stesso, gli altri meno. 3,5/5

22 novembre 2014

B.B. King


Patti Smith - Banga (2012)


di Silvano Bottaro


Tirando in ballo il cane di Ponzio Pilato chiamato "Banga" (dal libro "Il maestro e Margherita" di Bulgakov), la nostra sacerdotessa del rock pubblica il suo undicesimo album. Disco di inediti (a parte un brano) che esce a otto anni da Trampin' e a cinque da Twelve, album di solo cover.

Patti Smith pubblica un'album di canzoni, quelle classiche, quelle che seguono la "forma" vera, ballate che raccontano "storie" di persone, fatti e tragedie personali e sociali. Tra i brani infatti, troviamo riferimenti che vanno dal terremoto in Giappone alle scomparse di Amy Winehouse e Maria Schneider. Le dodici canzoni che compongono l'album sono costruite su testi importanti, sono riflessioni ed esperienze, cariche di poesia e di reale vita quotidiana. Dodici canzoni per dodici tributi, dodici omaggi a persone, amici, personalità e popoli che in qualche modo hanno colpito i sentimenti della poetessa e che poi ha messo in musica.
Apre il disco Amerigo, il riferimento è a Vespucci e alla sua scoperta del Nuovo Mondo. Bell'inizio con un "triangolo": voce, pianoforte e violino, che fa ben sperare. April Fool, letteralmente “Pesce d’Aprile” è il singolo che è uscito guarda caso il primo di aprile. Il brano è un omaggio allo scrittore Gogol, nato in questo giorno. Il terzo brano Fuji-San è dedicato alle vittime dello tzunami che ha colpito il Giappone lo scorso anno. Il suono a sentori orientali/nipponici, naturalmente. This Is The Girl ha sapore decisamente "fifties" ed è il ricordo/tributo a Amy Winehouse, tragicamente scomparsa, l'anno scorso. Il quinto brano Banga, è il risultato di una breve crociera a bordo della Costa Concordia. Ottima canzone che ben descrive il moto ondoso dell'oceano. Altro tributo è Maria, canzone malinconica dedicata alla Schneider, anche lei scomparsa nel 2011 e molto amica della Smith. La seconda parte del disco inizia con Mosaic, i riferimenti sonori questa volta ci portano ai paesi dell'est e proseguono con Tarovsky (the second stop is Jupiter) brano dedicato al regista russo. Dall'est all'ovest con un altro omaggio: Nine, e questa volta è il turno di Johnny Deep omaggiato per il suo compleanno. Il secondo brano (decimo della scaletta) scritto durante la crociera a bordo della costa Concordia è Seneca, fisarmonica e violini la fanno da padroni. Siamo al penultimo brano del disco Constantine’s Dream (Sogno di Costantino), dedicato all'affresco di Piero della Francesca conservato all’interno della basilica di San Francesco. Conclude l'album After the Goldrush brano di Neil Young e unica cover del disco, bellissima versione con tanto di coro fanciullesco finale.
Buon disco Banga, molto fruibile e tra i più orecchiabili che la nostra sessantacinquenne abbia mai scritto ma non per questo è un lavoro superficiale ne tantomeno banale. E' un disco a tutto tondo dove i testi e il suono vanno a braccetto, tutto condito da un' ottima qualità. Brava Patti! 4/5

21 novembre 2014

Jerry Garcia, Rolling Stone, 1972

Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Gong - I See You 2014

di Matteo Meda

Se un neofita del decennio d'oro del rock venisse a chiedere di una band del periodo alla quale avvicinarsi con estrema cautela, chi scrive nominerebbe immediatamente i Gong. Se lo stesso soggetto modificasse la domanda cercando informazioni sul gruppo più emblematico dell'intera decade seventies, la risposta sarebbe la medesima. I Gong sono l'hippie, il freak, Canterbury, la psichedelia, la follia e il genio riuniti sotto un unico, comun denominatore. I Gong sono una famiglia, una comune che ha vissuto la sua storia su un pianeta parallelo (Planet Gong, appunto), che come tutte ha il suo capo, la cui autorità è ciclicamente messa in discussione da altre personalità, fra le quali anche le più forti (cfr. Pierre Moerlen) hanno finito per dover abdicare.

E ci troviamo così nel 2014 con Daevid Allen ancora al timone, arzillo e instancabile settantaseienne dalla presa saldissima, fresco di vittoria di una prima (e ci auguriamo anche ultima) battaglia contro il cancro. Ci troviamo con un nuovo album che segue di cinque anni la festa del bellissimo “2032”, dove il nucleo più produttivo della comune (quello che ha firmato la fase seminale del marchio Gong, trilogia in testa, che per inciso costituisce un infinitesimo della produzione complessiva) si era ritrovato al gran completo, dando l'impressione che sul loro pianeta parallelo il tempo si fosse fermato al 1973. Ma ogni festa, si sa, in quanto tale è un episodio e tale è destinato a restare: ed ecco dunque che per “I See You” Allen è direttore, per l'ennesima volta, di un'orchestra in gran parte inedita, cui unici membri reduci dal passato sono il fiatista Ian Est e il bassista Dave Stuart.

Con loro, il figlio del capo Orlando alla batteria e i due chitarristi Fabio Golfetti (dritto dai Violeta de Outono) e Kavus Torabi (Monsoon Bassoon, Cardiacs, Knifeworld e mille altre esperienze minori), rispettivamente brasiliano e iraniano, ad ampliare ulteriormente lo spettro geografico dei componenti della band. E la cosa sorprendente è che quella che potrebbe sembrare (o forse a tutti gli effetti è) una band di supporto al solo Allen sforna quello che è forse il disco più coeso della carriera del gruppo.
L'incipit della title track è emblematico del contenuto dell'intero album: il tipico Gong-sound, in gran parte delle sue migliori sfaccettature (e sarebbe stato surreale aspettarsi dell'altro), tirato a lucido e ridotto ai minimi termini. E quest'ultimo è probabilmente l'aspetto più interessante, quello che fa del disco qualcosa in più di una semplice e nostalgica autocelebrazione.

La svisata ruvida di “Occupy” tanto quanto la scanzonata e fiabesca “Syllabub” e la nervosa “You See Me” rivelano infatti un'anima inconfondibile, ma anche dei tratti somatici inediti: nessun eccesso tecnico né esibizionistico, bensì un accento posto senza mezzi termini sulle progressioni melodiche, siano esse affidate alla chitarra piuttosto che ai fiati. L'assenza di un concept elaborato e complesso come quelli a cui Allen aveva abituato è un'ulteriore dimostrazione della scelta di puntare su una sobrietà che mai ci si sarebbe aspettati dal marchio Gong: fungono da perfetti esempi il viaggio nella foresta dell'esotica “Zion My T-Shirt”, il rito spiritato a suon di contrasti di “When God Shakes Hands With Devil”, ma anche la passeggiata cosmica in puro stile Hackett di “The Eternal Wheel Spins”.

Quelle poche volte che Allen concede spazio al suo estro folle, poi, ne escono passaggi ugualmente pittoreschi, come la filastrocca “Pixielation” o il curioso poema musicato di “This Revolution”, trip allucinati che continuano a dare una paga incalcolabile a gran parte degli alfieri contemporanei della psichedelia. La maestria si condensa infine in un saggio monolitico formato dal trittico di chiusura: l'incipit ai confini del noise di “A Brew Of Special Tea”, i dieci minuti di fanfara teatrale di “Thank You” e il buco nero conclusivo di “Shakti Yoni & Dingo Virgin”, un passaggio nello spazio aperto tanto caro ai corrieri cosmici tedeschi.
Quarant'anni suonati e non sentirli. Quarant'anni di amori, rancori, tradimenti, riappacificazioni. Di parole ne abbiamo già spese abbastanza, qui parla unicamente la musica: la leggenda continua. (voto mio 3,5/5)

20 novembre 2014

The Ship Song - Nick Cave & The Bad Seeds



Fai navigare le tue navi attorno a me
E radi al suolo i tuoi ponti
Facciamo un po’ di storia, bimba
Ogni volta che mi vieni vicina
Libera i cani contro di me
E sciogliti i capelli
Tu sei un piccolo mistero per me
Ogni volta che mi vieni vicina
Parliamo di ciò tutta la notte
Definiamo il nostro terreno morale
Ma quando mi trascino tra le tue braccia
Tutto crolla giù, a terra
Fai navigare le tue navi attorno a me
E radi al suolo i tuoi ponti
Facciamo un po’ di storia, bimba
Ogni volta che mi vieni vicina
Il tuo volto si è intristito ora
Perché sai che è prossimo il tempo
In cui dovrò rimuovere le tue ali
E tu, tu dovrai imparare a volare
Fai navigare le tue navi attorno a me
E radi al suolo i tuoi ponti
Facciamo un po’ di storia, bimba
Ogni volta che mi vieni vicina
Libera i cani contro di me
E sciogliti i capelli
Tu sei un piccolo mistero per me
Ogni volta che mi cerchi

Robert Wyatt - Different Every Time (2014)

di Guido Festinese

Ci sono musicisti che, spinti da una sorta di bulimia produttiva, inondano il mercato con decine di produzioni. Sparano nel mucchio, in pratica, sperando di cogliere qualche bersaglio grosso. A volte ci riescono. Ce ne sono altri che sembrano distillare le proprie creazioni, centellinando occasioni ed uscite. Poi però va a finire che, nella conta degli anni e dei decenni, anche i distillatori di note hanno lasciato attorno a sé tracce consistenti. Tutte utili, però. A volte utili e indispensabili. Altre ancora indispensabili e radiose. Come quelle dell'Angelo Rosso in catene sulla sua sedia a rotelle Robert Wyatt. Che è anziano e acciaccato, come la sua dolcissima compagna di sempre Alfreda Benge. Non va più sui palchi, ma quando fa uscire qualcosa è bene precipitarsi a procurarselo. Pena mancanza di iniezioni proteiche che possono continuare a confortare esistenze agre. Questo doppio è l’ultima idea del patafisico signor Wyatt. Un lavoro in cui ha raccolto in un primo cd quanto secondo lui andava antologicizzato a suo nome: dai Soft Machine a oggi. Nel secondo propone una serie di collaborazioni davvero a trecentosessanta gradi (da Cristina Donà a John Cage, da Bjork a Phil Manzanera) da rimanere con la mandibola pendula. C'è tutto? Assolutamente no. C'è abbastanza? Decisamente. (voto mio 4/5)

19 novembre 2014

The Clash

Una tra le più importanti rock band di tutti i tempi e tra i più celebri gruppi punk della prima ondata britannica, i Clash affondano le proprie radici in due oscure formazioni vissute a cavallo del 1975, i 101'ers e i London SS. I primi sono guidati da Joe Strummer (1952 - 2002, vero nome John Mellor), figlio di un ambasciatore. L'organico comprende Clive Tiperlee, futuro fondatore dei Passions, e Richard Dudanski, in seguito membro dei P.I.L. di Johnny Rotten.

Discografia e Wikipedia

Field Report – Marigolden (2014)

di Gianni Zuretti

Saremo sempre grati a Adam Duritz (Counting Crows) per aver segnalato a Buscadero, tra i suoi preferiti ascolti, quello dei Field Report. Comunemente si dice che per fare il primo disco serve una vita e per fare il secondo due anni e così è stato, tanto è il tempo che intercorre tra l’omonimo debutto della band di Milwaukee, Field Report (2012), e questo Marigolden. Il leader indiscusso del combo del Wisconsin, Chris Porterfield (il nome della band è l’anagramma del suo cognome), dopo aver attraversato un periodo in cui pareva non potesse trarre ispirazione se non devastandosi con l’alcool, riesce a trovare la forza di restare sobrio e passo dopo passo, si rende conto di avere molte frecce per il suo arco e che l’ispirazione per la scrittura non arriva dalla pericolosa molecola bensì dalla propria competenza musicale e dall’anima. Dopo aver scritto chitarra, voce e poco più tutti i pezzi prende armi bagagli e musicisti e si stiva, tra una bufera di neve e l’altra, nelle colline dell’Ontario per aggiungere ed arricchire i parchi arrangiamenti iniziali.

Ne esce un signor album, grazie anche alla visionarietà del produttore Robbie Lackritzis (Feist), all’incredibile polistrumentista Shane Leonard e alla scrittura drammatica di Christopher, (con testi belli e profondi su temi della via ritrovata verso la casa, come luogo deputato a riprendersi in mano una vita), che complessivamente lascia il segno. Marigolden è un album difficile da inquadrare perché quando pensi di averne rapidamente compreso il drive, un istante dopo devi ricrederti, e dal folk gelido fuso con country sottile e sofisticato ti si parano davanti delicate varianti pop, a quel punto si pensa di averlo inchiavardato alla sua natura e invece ecco spuntare inquietudini elettroniche che lo traghettano verso sonorità più moderne e meno scontate. Insomma una specie di cubo di Rubrik musicale che come tenti di metterlo a posto ti si scombina; questa è anche la sua qualità primaria, un continuo divenire che però non è sufficiente a fargli perdere omogeneità e ciò grazie al collante, ovvero la voce di Christopher, che mette tutto a modello. Una voce che “gratta leggermente” e viene impreziosita da quel suo affascinante metallico e robusto vibrato.

Nonostante questo buon viatico va detto che Marigolden non è un disco che prende l’ascoltatore al primo giro, bisogna dedicargli un po’ di tempo ma anche questo è un pregio, perché Porterfield (che ricordiamo aver militato con Justin Vernon nei DeYarmond Edison) non cerca facili ganci melodici, pur facendo uso incessante di melodia, prerogativa che lo avrebbe assimilato (nel senso negativo del parallelo) ai Mumford & Sons del caso. Le canzoni crescono ad ogni ascolto e affascinano, appunto, per le linee melodiche e gli arrangiamenti solidi e sapienti, divisi tra l’uso leggero e azzeccato di synth, drum machine ed elettronica combinato con pedal steel, violino, banjo e percussioni, un connubio che genera un pastiche colorato e memorabile carico di nostalgia. Impossibile fare graduatorie tra le dieci canzoni ognuna delle quali si fa apprezzare per propria riconoscibilità anche se qualche preferenza si afferma nell’ascolto delle più immediate, come l’iniziale Decision Day che ha un piglio che ricorda sonorità elettro acustiche che paiono uscire da Into The Wild ma è solo l’inizio perché già da Home (Leave the Lights On) un pop alto rimodella l’ascolto, come del resto nella magnifica Wings, ma Pale Raider diventa evocativa e ruba l’anima con i suoi cori (Tamara Linden al raddoppio vocale), il drive di percussioni e synth, su voce in leggero falsetto di Pale Raider, è perfetto. La pianistica e drammatica Ambrosia dà il colpo di grazia (sempre il tema dell’alcool) per un album che è per tutti gli amanti di quella musica in grado di coniugare tecnica, anima e suggestione. Disco bellissimo e molto consigliato, da ascoltare e riascoltare. (voto mio 3,5/5)

18 novembre 2014

Scopertine #16


376. Stranglers – Rattus Norvegicus - 377. Clash – Clash (1st Album) - 378. David Bowie – Low - 379. Steely Dan – Aja - 380. Wire – Pink Flag - 381. John Martyn – One World - 382. Talking Heads – 77 - 383. Fleetwood Mac – Rumours - 384. David Bowie – Heroes’ - 385. Dennis Wilson – Pacific Ocean Blue - 386. Suicide – Suicide (1st Album) - 387. Iggy Pop – Idiot, the - 388. Peter Gabriel – Peter Gabriel (I) - 389. Television – Marquee Moon - 390. Meat Loaf – Bat Out of Hell - 391. Elvis Costello – My Aim is True - 392. Iggy Pop – Lust for Life - 393. Ian Dury – New Boots & Panties! - 394. Sex Pistols – Never Mind the Bollocks, Here’s the… - 395. Pere Ubu – Modern Dance - 396. Kraftwerk – Man Machine - 397. Blondie – Parallel Lines - 398. Elis Regina – Vento de Maio - 399. Pere Ubu – Dub Housing - 400. Only Ones – Only Ones - 1st Album)

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra - Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything (2014)

di Gianfranco Marmoro

Efrim Menuck, David Payant, Jessica Moss, Sophie Trudeau e Thierry Amar, ovvero la line-up attuale dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, uno dei tanti germi dei Godspeed You! Black Emperor. Il collettivo canadese più creativo e originale degli ultimi anni giunge a un nuovo capitolo della sua complessa e articolata produzione discografica. Per chi non li conoscesse, basti sapere che la loro musica è una liturgia, un post-rock aspro dove i violini e le chitarre stridono con la stessa intensità poetica del canto delle megattere: “Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything” è il loro album, diciamolo subito, dove il gruppo mette in atto la miglior rappresentazione della sua arte.

L’estetica post-rock è quasi scomparsa, resta solo quell’insieme cacofonico e austero di folk, blues e rock che ha dato forma a uno dei più originali linguaggi sonori; un'enfasi scarnificata, un nuovo suono hardcore, che nei dieci minuti dell’iniziale “Fuck Off Get Free (For The Island Of Montreal)” si trasformano in pura bellezza. Qui il crescendo lirico è prima affidato a voci e suoni graffianti e poi corroso da timbriche color metallo e rock-blues che non alterano la costante evoluzione lirica.
“Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything” è il trionfo dell’ispirazione, la banalità e la prevedibilità restano fuori dalla porta, Efrim Menuck e soci hanno sempre osato superare i confini, ma questa volta la grinta è fuori controllo con un’attenzione ai linguaggi più estremi. Dopo aver sconfinato nel metal nei primi dieci minuti dell’album, Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra si gettano a capofitto nelle radici del blues con “Austerity Blues”: il fremito acustico dei primi minuti non vi inganni, il duello tra voce e violino che prende in mano il corpo lirico del brano è una delle intuizioni più eccitanti dell’album, la sequenza di timbri e colori dissonanti diventa la celebrazione più riuscita del caos, il brano si trasforma in un monolite sonoro che emette luce nera, il canto diventa sempre più disperato ("Signore lascia che mio figlio viva abbastanza a lungo per vedere quella montagna demolita…") e il suono sempre più ossessivo e granitico.

Archiviate le due sconvolgenti tracce iniziali (per un totale di 25 minuti circa), viene da chiedersi cosa altro possa offrire il nuovo album dei canadesi, ed ecco il rabbioso manifesto politico e sociale di “Take Away These Early Grave Blues” dove la voce diventa ancor più tagliente e anafettiva, mentre la musica si eleva verso toni post-sinfonici e apocalittici, che il breve interludio di piano e voci femminili (Jessica Moss e Sophie Trudeau) di “Little Ones Run” trascina verso toni più delicati. “What We Loved Was Not Enough” è il corpo centrale della più morbida e appassionata triade finale, qui il gruppo riconquista molte nuance degli esordi con una straziante ballad ricca di echi glam (quasi un incrocio tra Cockney Rebel, il primo Bowie e i Suede) che si intrecciano con il miglior post-rock. La presenza di ben tre stand-out tracks certifica la notevole caratura di questo ultimo album dei canadesi, che nei quattro minuti finali di “Rains Thru The Roof At Thee Grande Ballroom (For Capital Steez)” trova il tempo di ricordarci la grandeur degli esordi prima che il potere visionario di questo splendido insieme venga archiviato come uno dei primi punti fermi di quest’anno. (voto mio 3,5/5)

17 novembre 2014

Television - Marquee Moon (1977)

1. See No Evil // 2. Venus // 3. Friction // 4. Marquee Moon // 5. Elevation // 6. Guiding Light // 7. Prove It // 8. Torn Curtain

Un disco etereo, imperfetto, fragile e inclassificabile nella sua costruzione avant garde, con l'apoteosi dei suoni Fender (chitarre più amplificatori) cristallini e lancinanti a circoscrivere le canzoni dei Television. Un gruppo di jazzisti più che una rock'n'roll band: le chitarre di Tom Verlaine e Richard Lloyd si alternano secondo schemi ben organizzati, seguendo l'alternarsi dei temi, per poi divagare su assoli trascinanti e riff brucianti e intensi. Basso (Fred Smith) e batteria (Billy Ficca) hanno uno swing tutto loro, pulsante e minimale e l'insieme non ha paragoni se non, in parte, nei primissimi Talking Heads. D'altra parte Marquee Moon sarà importante e influente almeno quanto Horses di Patti Smith, anche se in modo più meno viscerale e più sottile. Dai R.E.M. ai Radiohead devono tutti moltissimo a Marquee Moon e, per estensione, ad Adventure. Qui vale la pena anche di sfatare l'opinione, largamente diffusa ma non per questo altrettanto credibile, che Adventure sia il sequel sfortunato di Marquee Moon. In realtà è un disco con caratteristiche molto diverse e che segnava già alcuni progressi sostanziali con un suono meno teso più elastico e più lirico. Certo, non ha la lunga celebrazione della suite psichedelica di Marquee Moon ma non è difficile considerarlo l'altra metà della breve vita dei Television. Si dice che Marquee Moon e Adventure vendettero pochissimo, ma si vede che finirono nelle mani giuste visto che sono sempre citatissimi (nel caso, chiedete persino agli U2 che su quei suoni ci hanno costruito un'industria).

(Marco Denti)

Van Morrison - Hymns to the Silence (1991)

di Silvano Bottaro

L'uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di "No Guru, No Method, No Teacher". Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente "religioso", in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di "predicare" e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.
Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). (4/5)

"... più vario di tutti gli album degli anni '80 messi insieme.", "... altamente raccomandato.", "... assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.", "... un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.", "... R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.". (Alcuni commenti della carta stampata dell'epoca.)

16 novembre 2014

Joe Strummer


Okkervil River - The Silver Gymnasium (2013)


di Silvano Bottaro


Notevole prova di maturità e sfoggio di evoluzione espressiva da parte degli Okkervil River, band statunitense formatasi nel 1998 è attiva discograficamente dal 2002. The Silver Gymnasium settimo album in studio, è un album intenso e gradevolissimo, che sicuramente farà aumentare il pubblico di ascoltatori.

La facilità di scrittura che The Silver Gymnasium evidenzia non può che colpire favorevolmente, tutte le canzoni scorrono senza forzature o momenti di noia, dando l'impressione che il lavoro di selezione sia stato piuttosto rigoroso. E' indiscusso "il filo" marcatamente autobiografico del leader Will Sheff, i testi, dal canto loro, riflettono da varie argomentazioni tutte legate da un comune denominatore: l'adolescenza.
Suonato con eleganza e professionalità da musicisti di buon livello, l'album è prodotto e arrangiato da John Agnello che con gusto ha sottolineato la sua presenza, rendendo il disco quasi sicuramente il più fruibile di tutti. Quello che soprattutto colpisce e rende il lavoro "di ottima fattura" è l'ottima forza compositiva e la buona interpretazione. Difficile, ad esempio, scegliere il più bello degli undici brani del disco, tutti a modo loro coinvolgenti. O giudicare se sia meglio un brano invece che un altro. E' l'album nella sua globalità a travolgere l'ascoltatore, a coinvolgerlo nei cinquanta minuti della sua durata. The Silver Gymnasium è un po' nostalgico ma certamente suonato in modo impeccabile da un gruppo che reclama giustamente il suo posto nel "gotha" della musica dei nostri giorni. 4/5

15 novembre 2014

Isaac Hayes, Ebony, 1972


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Laura Marling - Once I Was An Eagle (2013)


di Silvano Bottaro


Negli ultimi cinque anni, la musicista inglese Laura Marling ha inciso quattro album, nulla di straordinario si potrà pensare, ebbene, questa cantautrice ha 23 anni e il suo primo lavoro l'ha pubblicato a soli 18 anni.
Se nei primi dischi era inevitabilmente espressa una certa ingenuità, con questo quarto album, la Marling affina la sua musica in modo sottile e discreto. Once I Was an Eagle è un album molto intimo, dove anche i momenti più profondi e le sensazioni personali vengono espresse in maniera semplice, con un senso elegante, consapevole ed intenso.
Il suono è tipicamente folk, principalmente chitarre acustiche, pianoforti, archi e percussioni, tutti estremamente misurati con uno stile molto sommesso e silenzioso.
Sicuramente dotata, vista l'età, la usa forza è la voce che riesce a comandare sia nelle canzoni lente, sia in quelle energiche. Il raffronto con la giovane Joni Mitchell degli anni settanta  è inevitabile ma, a onor del vero, riesce a fronteggiare a testa alta.
E' un disco da ascoltare nei momenti di quiete Once I Was an Eagle, le sue canzoni sono una ricca miscela di suoni che nascono dalle radici folk, country, con delle spolverate rock, flamenco e influenze jazz. La Marling riesce a fondere in un tutt'uno musica e parole magnificamente, fornendoci un chiaro esempio di profonda musicalità.
Da incredibilmente giovane, questo album mostra una maestria artigianale di grande valore, il suo talento avrà spazio per crescere e splendere, visto che il mestiere della folk-singer lo fa dannatamente bene. 4/5

14 novembre 2014

Niente Da Capire - Francesco de Gregori



Le stelle sono tante, milioni di milioni,
la luce dei lampioni si confonde con la strada lucida.
Seduto o non seduto, faccio sempre la mia parte,
con l'anima in riserva e il cuore che non parte.
Però Giovanna io me la ricordo ma è un ricordo che vale dieci lire.
E non c'è niente da capire.
Mia moglie ha molti uomini,
ognuno è una scommessa perduta ogni mattina nello specchio del caffè.
Io amo le sue rughe ma lei non lo capisce,
ha un cuore da fornaio e forse mi tradisce,
però Giovanna è stata la migliore,
faceva dei giochetti da impazzire.
E non c'è niente da capire.
Se tu fossi di ghiaccio ed io fossi di neve,
che freddo amore mio, pensaci bene a far l'amore.
È giusto quel che dici ma i tuoi calci fanno male,
io non ti invidio niente,
non ho niente di speciale.
Ma se i tuoi occhi fossero ciliege io non ci troverei niente da dire.
E non c'è niente da capire.
È troppo tempo amore che noi giochiamo a scacchi,
mi dicono che stai vincendo e ridono
da matti, ma io non lo sapevo che era una partita,
posso dartela vinta e tenermi la mia vita.
Però se un giorno tornerai da queste parti,
riportami i miei occhi e il tuo fucile.
E non c'è niente da capire.

Donna the Buffalo - Tonight, Tomorrow and Yesterday (2013)


di Silvano Bottaro

I Donna the Buffalo nati nel 1987, hanno dieci album al loro attivo e con questo Tonight, Tomorrow and Yesterday festeggiano il loro quarto di secolo. In questi venticinque anni hanno preferito perfezionare il loro stile, renderlo più solido e maturo piuttosto che cambiare "spostandosi" in aree musicali adiacenti al loro consolidato sound, come dire "mai cambiare la strada vecchia per una nuova". Il loro suono è un mix di cajun, zydeco, folk, con spruzzatine di ritmi reggae in salsa roots americana.
Tonight, Tomorrow and Yesterday e quanto sopra detto e conferma la loro coerenza musicale. Grazie a dei buoni riff chitarristici e un buon uso del violino e della fisarmonica, il risultato finale è che probabilmente questa è la loro migliore incisione. Ci sono dei brani solidi a dimostrazione di una sana maturazione, nulla di eclatante ma grazie ad una consapevolezza sonora, sicuramente sincera, riescono a convincere. Non scaleranno le classifiche, non faranno impazzire i fan ai loro concerti, non verranno ricordati per un'innovazione sonora, non brilleranno quindi nel firmamento musicale, ma alla fine tutto questo poco conta se in qualche modo riescono ad emozionare. 3,5/5

13 novembre 2014

Eric Clapton

Uno dei maestri della chitarra rock-blues, Eric Clapton (1945) entra nelle cronache rock negli anni '60 per la sua militanza con Yardbirds, Bluesbreakers e soprattutto Cream. Dopo la delusione per la rapida fine del supergruppo Blind Faith, agli inizi degli anni '70 si trasferisce a New York e frequenta il giro di Delaney e Bonnie Bramlett, con i quali si esibisce per alcuni mesi.

Discografia e Wikipedia

Antony And The Johnsons - Turning (2014)

di Stefano Solventi

Siamo dietro le quinte. Antony si rivolge alle tredici “magnifiche donne” che si sono avvicendate sul palco, complimentandosi con tutte. “E’ stato perfetto“, dice, “a parte qualche problemino con la mia voce“. Non so a quali problemi si riferisse il buon Hegarty, ma se avessero a che fare con quell’estro più terrigno, quella grana soul carnale e a tratti persino brusca che ne hanno mitigata la consueta spiritualità, sono problemi che gli auguro di affrontare spesso. La scena sta più o meno alla fine di Turning, docufilm diretto da Charles Atlas uscito due anni fa ed oggi pubblicato in DVD (più CD contenente l’intera scaletta dei brani).
Le riprese risalgono al 2006, quando Antony and the Johnsons, assieme ad Atlas, portarono in giro questo spettacolo che mescolava performance visuale e concerto: accanto ai musicisti (otto elementi – archi, legni, pianoforte, chitarra e fisarmonica – più Antony) si alternavano splendide figure femminili dall’identità sessuale varia e spesso indefinibile – donne, transessuali, genderqueer… – in posa plastica su un piedistallo rotante, la cui immagine veniva riprodotta anche su un megaschermo posto alle spalle della band. Questo doppio punto di vista dinamico creava assieme alle appassionate interpretazioni di Antony una sorta di introspezione della bellezza, un oltrepassare la barriera estetica per addentrarsi nei meccanismi della comprensione, la pietas come narrazione emotiva.
Processo che il documentario enfatizza, montando assieme alle esibizioni alcune interviste – condotte da Antony stesso – alle modelle. Nei loro racconti c’è la difficoltà dell’accettazione, la fierezza, l’amore per la vita, un tenace, sanguigno, insopprimibile senso di identità. Durante l’esibizione Antony sembra mettersi al loro servizio, canta per loro, le sue canzoni – pezzi clamorosi risalenti ai primi tre album come Twilight, Cripple and the Starfish ed un’invasata Kiss My Name – sembrano esistere da sempre per quel momento. E’ un film riuscito, diretto con lirismo denso ma misurato, il cui climax visionario coincide col montaggio alternato dei volti delle modelle con gli struggenti vocalizzi di Antony nel finale di Hope There’s Someone.
Il momento più commovente è però la sequenza della gita di Antony sulla Tour Eiffel assieme alla matematica giapponese ermafrodita Julia Yasuda, con la toccante One Dove in sottofondo: le loro mani verso il cielo parigino sembrano alludere ad un desiderio di realizzazione e libertà che travolge ogni questione di genere. E ci investe come a volte fa il chiarore dopo il buio. (3,5/5 voto mio)