27 settembre 2016

Tutto Nick Cave in due giorni e 3D

Prima il nuovo album, “Skeleton Tree”, e ora il film 3D “One More Time with Feeling”, nelle sale italiane per soli due giorni: domani e dopodomani (27/28 settembre). Lutto, processo creativo, l'indicibile umano: l'appuntamento è imperdibile

Nella scena più forte del film di Andrew Dominik su Nick Cave One More Time with Feeling, la moglie Susie Bick regge un quadro che il figlio Arthur dipinse quando aveva 5 anni. Raffigura il luogo in cui il ragazzo sarebbe morto dieci anni dopo, precipitando dalla scogliera di Ovingdean, a Brighton. Lei, così superstiziosa, non si dà pace per avere scelto ai tempi una cornice nera. Sta in piedi, elegante e bellissima e fragile. Poggia il quadro sul tavolo e intanto lotta per trattenere le lacrime. Il marito sembra volere allungare la mano, poi la ritrae. Glielo leggi in faccia che vorrebbe far qualcosa, dire una parola, compiere un gesto, ma nulla può arginare quel dolore. Di fronte alla verità di questa scena svanisce l’idea che l’ultimo album di Cave Skeleton Tree racconti la morte del ragazzo, che sia una specie di atto terapeutico. «Non penso che il film o le canzoni l’abbiano aiutato a lenire il dolore», ha detto Dominik. L’enorme buco creato dalla morte di un figlio non lo riempi con un disco. Pensarlo è consolatorio. Di fronte al nulla, la musica s’affanna a trovare le parole, e poi tace. Continua a leggere...


Pink Floyd - The Wall (1979)

Già nel 1972, nel pezzo Free Four, Roger Waters ha cominciato a scrivere di suo padre, della sua assenza piú che altro. Non smetterà piú, nemmeno quando uscirà dai Pink Floyd. Eric Fletcher Waters, sottotenente dei Royal Fusiliers, muore in Italia, sulla spiaggia di Anzio, nel 1944, quando suo figlio Roger ha cinque mesi di vita. Comunista e pacifista, c'è anche lui, soprattutto lui, tra i fantasmi che popolano The Wall, il trionfo della creatività un po' morbosa ma certamente non banale di suo figlio. A fine anni Settanta, dopo aver inanellato album di grande successo e tour sempre piú giganteschi, i Pink Floyd capiscono che la loro strada sta per finire. Reagiscono tutti allo stesso modo, odiando Roger Waters, colui che da The Dark Side Of The Moon in poi si è preso il peso delle responsabilità e degli onori (oltre che di gran parte dei diritti d'autore): il sentimento non rimarrà sterile, Waters ne farà il centro del nuovo lavoro, un'opera che intende essere totale, musica, teatro, immagini, suoni e parole. Gli altri ci stanno, forse perché non hanno idee alternative, forse perché c'è bisogno di soldi (incredibilmente, la band è stata sbancata da manager e agenti): Roger racconterà la sua storia, leggermente mascherata dietro quella di Pink, un alter ego che come lui non ne può piú di mega-concerti (a Montreal, qualche mese prima, ha sputato a uno spettatore che stava cercando di salire sul palco), album sempre attesissimi, interviste rivelatrici, culti della personalità parafascisti. Figlio di un militare morto in guerra, Pink è cresciuto da una madre oppressiva, educato da una scuola alienante, sposato con una donna insopportabile (che tradisce, con qualche senso di colpa), adorato da fan che disprezza. Poco alla volta, ha costruito tra sé e il mondo un muro che lo isola e lo difende (e in questa ambivalenza, la stessa che Waters sente su di sé dopo l'episodio dello sputo di Montreal, sta tutta la grandezza dell'opera), che abbatterà a colpi di musica, anche se non si capisce bene quanto l'abbattimento finale sia una liberazione o un suicidio. The Wall diventerà un album doppio (e un film) amatissimo, ma pure, in qualche modo, segnerà la fine della storia della band e addirittura la fine della carriera di Waters, che nei venticinque anni seguenti, da solista, pubblicherà tre soli album di materiale inedito. Qualcuno parlava di muro? (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

26 settembre 2016

New Indie Folk; September 2016

Quicksilver Messenger Service - Happy Trails (1969)

L'invito al viaggio comincia dalla copertina: il saluto di un pony express alla fanciulla della prateria nel dipinto di George Hunter e quattro messaggeri della nuova frontiera che ne colgono il testimone sentimentale, dall'epopea del West all'apogeo lisergico, augurio Peace & Love by San Francisco 1969. David Freiberg e Greg Elmore tengono le redini della corsa per basso e batteria su un jungle - rhythm rubato a Bo Diddley, ma è il barrito di una chitarra elettrica a coinvolgerci al roteare del long playing su di una Who Do You Love scardinata nella sua integrità morale, intrecciarsi di cavalcate imbizzarrite di Gary Duncan e John Cipollina in tutte le facce dell'amore, che diventano When You Love, Where You Love, How You Love, Which Do You Love e ripresa. Una suite chitarristica di una ventina di minuti che è il simbolo dell'era psichedelica e fa viaggiare anche noi, lontano ogni qualvolta la musica diventi instancabile evasione, ma anche arte e messaggi di un'epoca, forse, con troppe illusioni. Il blues, rivisitato ai tempi, passa dal Fillmore (East & West) e diventa ancora l'interstellare E. Mc Daniels di Mona, esplode negli acidi strali compositivi di Maiden Of The Cancer Moon e si trasforma nel flamenco - wha morriconiano per western immaginario di Calvary. Happy Trails ha una cornice chiusa e ci riporta, con la sghemba title - track, non alla prima canzone ma alla copertina stessa, e a un altro viaggio oltre frontiera.  (Mia valutazione:  Distinto)

(Matteo Fratti)

24 settembre 2016

Dave Matthews - The Stone



La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze. L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.

Milan Kundera

L’inarrivabile John Coltrane

Per qualcuno è stato uno dei più grandi sassofonisti di sempre, per altri IL più grande: quelli a cui non bastava ci costruirono intorno una religione.

John Coltrane cominciò a entrare nell’affollato giro del jazz di New York alla fine degli anni Quaranta, quando Charlie Parker era nel suo periodo migliore, ed era il leader indiscusso del be-bop, lo stile di jazz che si suonava allora nei locali della Cinquantaduesima strada di Manhattan. Coltrane cominciò presto a suonare con i migliori jazzisti del momento, da Miles Davis a Dizzy Gillespie, ma in quegli anni quando qualche gruppo aveva bisogno di uno che suonasse il sax tenore, il suo strumento, chiamava Sonny Rollins. Ci mise qualche anno, ma alla fine Coltrane gli rubò il posto: era la metà degli anni Cinquanta, Parker era morto e con lui il be-bop.
Il jazz aveva iniziato a cambiare molto velocemente, e non c’era mai stato così tanto spazio per sperimentare: Coltrane ebbe la fortuna di raggiungere l’apice della sua breve carriera nel periodo migliore possibile. In dieci anni, tra il 1955 e il 1965, fece delle cose che lo hanno fatto diventare uno dei due-tre migliori di sempre: qualcuno lo mette davanti a tutti, qualcuno dietro Davis e Parker. Qualcuno, poi, ci ha costruito attorno una religione (ma vera, con una chiesa e tutto il resto). Nacque il 23 settembre 1926, e se non fosse morto a 40 anni di cancro al fegato, oggi ne compirebbe 90. Continua a leggere...

Avanti per sempre, Bruce

Diario sentimentale di un’estate seguendo il tour di Springsteen: le solite quattro ore di adrenalina a sera, come sempre, ma anche la consapevolezza del tempo che passa e una promessa urlata al cielo.

Ho passato l’estate a pormi qualche domanda su Bruce Springsteen, e a provare a fargliene una – esiziale – direttamente. Alla fine ho avuto tutte le risposte. Confesso subito che per me Springsteen è come la bombola d’ossigeno per un sub: non ne posso fare a meno da quando a quattordici anni lo vidi ballare, con la grazia di un orango, con una giovanissima Courtney Cox nel video di Dancing in The Dark. Era il 1984, l’apogeo della brucemania. Adesso è il 2016 e – chi l’avrebbe detto – è ancora il suo anno. Mezzo secolo dopo il suo balbettante ingresso nel mondo discografico (due canzoni incise a nome The Castiles in un centro commerciale di Bricktown, NJ), Springsteen ha appena concluso il suo tour mondiale, staccando biglietti per oltre duecentocinquanta milioni di dollari d’incasso. E ora pubblica Born to Run, la sua autobiografia, accompagnata da un disco antologico in cui compaiono per la prima volta quelle due antiche canzoncine dei Castiles: Baby I (un ingenuo tentativo di scimmiottare lo stile degli Animals) e That’s What You Got, dove c’è un verso – «Vivo una vita di menzogne» – che introduce un tema costante, sebbene sottotraccia, in tutta l’opera del Nostro: sì, perché anche Bruce Springsteen, il rocker più genuino dei due mondi, l’epitome stesso dell’integrità artistica e morale, di tanto in tanto (benvenuto tra noi!) viene assalito dal dubbio di essere solo un bluff. Continua a leggere...

23 settembre 2016

Laurie Anderson


Accadde oggi...

1930: Nasce Ray Charles Robinson, meglio noto come Ray Charles, detto "The Genius". Nella sua mente avrà sempre la Georgia. Morirà il 10 giugno 2004.

1949: Nasce a Long Branch, in New Jersey, Bruce Springsteen. Non vuole essere chiamato "Il Boss". Auguri, Boss!

1967: Nasce Cristina Donà, una delle cantautrici più ispirate del rock italiano.

1970: Nasce a Buffalo la cantautrice Ana Marie "Ani" DiFranco.

1980: Bob Marley sviene sul palco durante un concerto a Pittsburgh. Sarà la sua ultima apparizione dal vivo. Morirà l'11 maggio 1981.

Whiskeytown - Strangers Almanac (1997)

Apparso nel momento di maggiore ascesa e legittimazione della scena alternative country, Strangers Almanac ne simboleggia la catarsi e forse persino la sintesi definitiva, certamente lo zenith di un incontro fecondo fra tradizione, immaginario americano ai margini e rock'n'roll nato e cresciuto per la strada. Ryan Adams è il giovane autore che qui riesce a imbrigliare tutto questo universo in una sequenza di canzoni che parlano dall'heartland depresso di una nazione, declinando però lo spirito un po' "operaio" del genere verso l'intimità del cantautorato anni 70. Non gli sono secondari tuttavia i musicisti (da una ideale spalla come Caitlin Cary, per spalleggiamenti vocali e tonalità country del violino, al misconosciuto chitarrista Phil Wandscher) e il mirabile lavoro di produzione di Jim Scott (autentico re mida del roots rock anni '90), il quale dona un perfetto equilibrio fra l'anima punk degli esordi e la naturale propensione mainstream dei Whiskeytown. Così si collocano, da qualche parte fra la fragilità umana del maestro Gram Parsons e la rabbia giovane di Paul Westerberg (Replacements), episodi come Excuse While I Break, Dancing with the Women at the Bar da una parte e Waiting to Derail o Turn Around dall'altra, abbracciando infine le timbriche stradaiole di 16 days e i rintocchi desolanti di Inn Town. Il retro copertina, in tutto il suo anonimato, lo stesso che ritrae una interstate qualunque lanciata nel grande nulla americano, avrebbe potuto rappresentare la cover ideale, pur nella sua scontata iconografia. Strangers Almanac rimane ancora oggi uno dei vertici del giovane rock provinciale. (Mia valutazione:  Buono)

(Fabio Cerbone)