lunedì 29 giugno 2009

Keith Jarrett - The Koln Concert (1975)

Un caro amico mi regalò questo disco di Keith Jarrett, per i miei diciotto anni. Ora a distanza di oltre tre decadi occupa sempre un posto di riguardo nella mia collezione ‘vinilica’.

"Secondo me la miglior musica è sempre quella che suona come se non ci fosse stato nulla di scritto prima di essa. Se possibile, bisogna sempre tornare a ripartire dal silenzio”

Con queste parole Keith Jarrett esprimeva il suo personalissimo concetto di musica fatto da continue scoperte. Settanta minuti d’improvvisazione geniale, un continuo smussare pensieri musicali in evoluzione con impostazioni fluide e un particolare uso percussivo delle tastiera. Jarrett non è un caposcuola, non ha discepoli devoti, eppure è un maestro unico. Il ‘concerto di Colonia’ carpisce un momento di grandissima creatività. Il pianista sceglie un suono o una frase e la elabora estemporaneamente, senza premeditazione alcuna, solo con meravigliosa spontaneità e gusto imprevedibile.

"Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E' come partire da zero".

Passaggi veloci, prepotenza generosa di estrema liricità ed una grande musica senza spartito che poggia le sue basi, oltre che sull’abilità tecnica, sulla possibilità di continuare ad inserire nuovi suoni, nuove melodie.
Un artista randagio che cercherà ancora la sua poesia interiore con modalità inusitate, con avventure roboanti e per certi versi eccessive. Questa resta indubbiamente l’essenza sublime del suo inarrestabile pianismo, un album jazz che a tutt’oggi ha venduto qualcosa come duemilioni e mezzo di copie.

"Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere". 5/5

lunedì 22 giugno 2009

Alan Sorrenti: Déjà Senti


Quante volte ho ascoltato questo disco… possiedo ancora il vinile come una reliquia. Una grande voce, un grande talento, forse troppo grande per essere capito, ed è forse questo il motivo per cui Alan Sorrenti ha cambiato ‘strada’ e ha intrapreso quella più commerciale, quella più facile, quella che ti dà da vivere.
Ancora adesso quando ascolto i suoi dischi ‘Aria’ il suo primo del 1972 e ‘Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto’ il secondo del 1973, mi prende un’ emozione intrattenibile che mi fa venire i brividi.

Ecco cosa dicono su Youtube:

59acca10: E' inutile cercare di capire dov'è finito Alan e la musica di quegli anni, si son persi in questa Italia cialtrona, barzelletta del mondo. Italia di veline, non solo quelle televisive, Italia di censure e scemenze, dove anche gli intellettuali hanno abdicato, lasciando il posto alla subcultura televisiva. Che tristezza…

56edo: Un capolavoro, Alan Sorrenti, un talento sprecato

dannydack: Questa canzone è visionaria, lisergica, scoppiettante come legna bagnata che brucia, come l'approccio musicale magnifico che aveva Alan allora. Dopo, la caduta stellare...

MAAURONE: Alan, sei meglio di Dante, di Petrarca, di Leopardi!!! ma dove ca...sei finito?? Torna! Abbiamo tutti bisogno di te: dove sei tu ad amare?

reporterstanco: Grazie... quante volte l'ho pensata questa canzone… ero giovane,spensierato, innamorato ...a parte il grande Alan... e le parole... Vogliamo spendere due parole per gli strumentisti? Che non erano cosa da poco… Ne riconoscete qualcuno, tra loro?... Meditate... grazie ancora amici... anch'io possiedo "Come un vecchio incensiere"…

ElisaHut: Che meraviglia!

tencinage: L'ho salvata tra i miei preferiti. Grazie DAGODUE che me l'hai fatta ritrovare (possiedo ancora il vinile con la sua per me "commovente" copertina ma non più il giradischi) verrò a trovarti ancora sulla tua bellissima pagina. Ciao

roe0077: Serenesse ritorna...

koba5622: La più bella canzone d'amore che sia mai stata scritta! Ero adolescente e disperatamente innamorato di Lei. La sola differenza è che non sono più adolescente ...

6QUCA: Ma chi ha tirato fuori questo brano? Sto letteralmente piangendo. Se non ricordo male era il 1974 ed ero un giovane adolescente eternamente innamorato di tutto!!! Grazie.

giovedì 18 giugno 2009

Tom Waits – Rain Dogs (1985)

"Preferisco un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizione altrui."

Tom Waits
è tra i miei songwriter preferiti e Rain Dogs è un capolavoro che non può mancare tra gli album preferiti della nostra collezione discografica.
“I cani che vagano per le strade alla ricerca della propria casa, dopo che la pioggia ha annullato gli odori” sembrano uomini che cercano il senso vero della vita, dopo che il destino ha cambiato di colpo tutto quello in cui credevano.
Rain Dogs è l'atto centrale della "trilogia" di Frank", la logica conseguenza di "Swordfishtrombones" del 1983 che proseguirà poi con "Frank Wild Years" nel 1987. In questo disco si concentrano tutti gli elementi della mirabolante foga da ‘intrattenitore’ di Waits. Tom non è solo ‘song-writing’ mutuato al jazz notturno, ma è "suono & significato", un 'estratto' direttamente dalle fogne di New York. La sua musica è un mix impressionante di blues, free-jazz, tanghi, polke, atmosfere orientaleggianti e ritmi tribali che non si escludono vicendevolmente, ma si completanno magistralmente.

"La mia vita è come quella di un vigile urbano: momenti di noia rotti da momenti di puro terrore."

Il suono è reso attraverso un complicato armamentario di percussioni fatte in casa, parole di lacerante poesia, senso dello spazio ridotto alla visuale di un treno diretto al centro della città. E’ una dissacrante panoramica sulle culture deboli.
Con questo intruglio passionale e drammatico fatto di brevi capitoli, Waits scuote la retorica effimera del rock e fa dell’andare fuori tempo e della sua voce roca al limite della stonatura una nuova norma da seguire.
Waits smantella tutte le sue memorie stilistiche offrendoci una visione etilica e grottesca di un’umanità rassegnata e senza più sogni da inseguire.
Rain Dogs è la metafora di un mondo di sconfitti che masticano lentamente il sapore di questa dimensione, senza illusioni.
La più grande Opera buffa da parte del Bukovski del nuovo blues, un americano che odia l’’America’ chiamato Tom Waits.
Un genio al suo massimo. 5/5

martedì 16 giugno 2009

John Coltrane for dummies (9/10)

"Dieci dischi indispensabili per capire il musicista e per testimoniare la sua evoluzione musicale" di Francesco Soliani

Meditations (Impulse! - 1966)
con Pharoah Sanders (st, perc), McCoy Tyner (p), Jimmy Garrison (c), Elvin Jones (b), Rashied Ali (b)

Dopo l'esperienza di Ascension la musica di Coltrane non è più la stessa: l'aver abbracciato il free, ennesimo passo avanti nel suo percorso esplorativo, gli ha fatto piovere contro molte critiche, ma personalmente gli ha aperto delle dimensioni inesplorate che comportano spesso un alto contenuto d'inquietudine, come è facile riscontrare tra le ultime opere del saxofonista di Hamlet tra le quali Meditations occupa un posto particolarmente significativo. Coltrane con il quartetto aveva inciso la suite Meditations nel settembre 1965 ma non ne era rimasto soddisfatto, così ritorna in studio un paio di mesi dopo e la reincide aggiungendo il sax tenore di Pharoah Sanders e la seconda batteria di Rashied Ali, presenze che comportano un notevole ispessimento delle trame sonore. La partenza è subito deflagrante: The Father and the Son and the Holy Ghost è un muro sonoro invalicabile con le due batterie che forniscono un tappeto percussivo su cui i due saxofoni lanciano grida paurose; non ci sono punti di riferimento, tutto è al centro e allo stesso tempo alla periferia, tutto si interseca in un'orgia di suoni che stordisce. Ci vuole Compassion, con la sua melodia più aperta, per pacificare un po' gli animi: da incorniciare l'assolo di Tyner che - finalmente - emerge nell'ammasso sonoro. Love si apre con un meditativo assolo di Garrison ma si percepisce il fremere dei colleghi che aspettano di scatenarsi nuovamente; Consequences è ancora parossisimo sonoro nel quale le dissonanze prodotte dai sax sono particolarmente accese e sarà Tyner a raffreddare gli animi con il finale Serenity in un procedere per contrasti particolarmente pungente.

lunedì 8 giugno 2009

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.
Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.

La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.
Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.
La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.
(Grazie a Marco Grompi e al suo libro: David Crosby)

venerdì 29 maggio 2009

Area - Hommage à Violette Nozières

"So che se fossi pazzo e dopo internato
approfitterei di un momento di lucidità.
Lasciate il mio delirio mio unico martirio
che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore.
Credo ci guadagnerei come gli agitati
in cella finalmente, lasciato in pace
tutto tace."

Uno dei brani (pop) più belli degli Area, Hommage à Violette Nozières è un brano tratto dal disco “1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”.
Qui sotto il video con solo immagini


qui sotto il video passato in rai, dove si vedono gli Area e Demetrio che (purtroppo) canta in playback. Ma si sa, siamo nel '78 e siamo in rai.
Il brano comunque rimane stupendo ed è, a mio giudizio, tra le prime dieci canzoni italiane di tutti i tempi.

martedì 26 maggio 2009

Police – Reggatta de Blanc (1979)

Ci sono dei dischi che più di altri rimangono nella mente perché legati a forti emozioni. Questo è uno di quelli, un disco legato soprattutto a ricordi… pensate; vent’anni è un nuovo amore… ho detto tutto, no?
Restiamo negli anniversari con questo disco trentenne (che porta bene i suoi anni) Reggatta de Blanc, probabilmente il loro capolavoro uscito nel '79 dopo “Outlandos d’amour” del ’77.
All’inizio c’è il punk, anche se per sottrazione: ”Il punk mi interessa come fatto di costume, la musica invece mi fa veramente schifo”, osserva Sting mentre sfrutta lo stesso circuito di club utilizzato da Clash, Stranglers e Sex Pistol. E’ il 1977, e il fenomeno Police esplode in Inghilterra. Sting avverte che è giunto il momento per esprimere cose originali, per superare il guado in cui s’è cacciato il movimento punk, cui per altro non appartiene. Sente di avere un mucchio di cose nuove da dire. Ci crede, e con lui Stewart Copeland. Ha anche dato un calcio alla sua carriera di insegnante per dedicarsi alla musica. Scrive di getto una ventina di pezzi in vista prima dell’esordio e di questo “Raggae dei Bianchi” poi.

Sono stati definiti gli inventori del Reggae rock; il chitarrista Andy Summers, con il suo ricamo sonoro, fatto di fraseggi e accordi di ampio respiro, il bassista Gordon Sumner, in arte Sting sostenitore implacabile nonché voce principale e il batterista Stewart Copeland, con le sue alterne e geniali rullate trascinatore brano per brano.
E così, Message in a bottle, Reggatta de blanc, Deathwish, It’s al right for you, Bring on the night e Walking on the moon, solo per citare le principali e più riuscite canzoni del disco, firmano un’opera che verrà venduta e ascoltata in tutta europa e nel mondo. La caratteristica principale dell’album è la sincronicità, i brani pur andando a tempo prendono vie di fuga diverse e sempre nuove per poi fare ritorno alla base principale, alla melodia iniziale. Si è parlato di reggae perché è elemento fondamentale di tutto il disco, in tutti i brani riecheggia il sound caraibico, che diverrà il loro marchio di fabbrica in barba a tutte le contaminazioni che all’epoca venivano criticate.
I Police dovettero giustificarsi in una conferenza stampa dall’accusa di aver rubato le idee agli artisti reggae. “Sì, abbiamo preso energia dal reggae, ma gliene abbiamo anche data”, dissero. 4/5

martedì 12 maggio 2009

Pere Ubu - Modern Dance (1978)

La "danza moderna" opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di trent’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine '800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici.

Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato in poche copie, non entra mai in classifica, ma abbaglia subito i cercatori di rock diverso. Thomas e i suoi portano il rock verso nuove frontiere, senza dimenticare l’essenzialità delle sue origini. Producono una musica con la devastante energia del punk, il ruvido calore del blues e presagi di quelli che un giorno sarebbero stati chiamati ‘paesaggi immaginari’ dell’electro-music. La voce squassata del leader e mente del gruppo David Thomas, l’anti - Sinatra per il suo ‘mal di canto’ si diverte a scrivere alla rovescia la storia della canzone tipo, e fa della sua sgraziata e disarmonica vocalità il marchio di fabbrica del gruppo.
Difficile, assurdo e insignificante catalogare il loro suono, avanguardia, jazz, rock, folk, tutto questo e il contrario, un meraviglioso variopinto minestrone musicale condito in maniera razionale da una melodia strabiliante, unica e invidiabile. Una visione 'forse' troppo forte e troppo ‘avanti’ per l’epoca. Un disco che resta ancora straordinario per la sua forza, ancora attuale e influente. 4/5

martedì 28 aprile 2009

David Sylvian - Brilliant trees (1984)

Ricordo bene, era una sera d'estate del 1984, con un gruppo di amici appassionati ci si chiedeva quale fosse il più bel disco del momento, le nomination furono due: "The Medicine show" dei Dream Syndicate e "Brilliant Trees" di David Sylvian. Album diversi fra loro ma uniti dalla una 'nuova forza' che li vedeva una spanna sopra alla moda musicale del momento. Ricordiamoci che siamo negli anni ottanta dove imperavano gli Spands e Duran e non me né si voglia, ci sentivamo dei carbonari nel sostenere questa musica che per noi era 'vera'.
David Sylvian che all'epoca ha ventisei anni abbandona come cantante il gruppo che lo ha reso famoso, i Japan. Dotato di grandi inclinazioni sonoro-vocali, intraprende una carriera solista che lo porterà con questo disco ai vertici delle classifiche.

Volendo può iniziare una vita da star commerciale, diverse sono, infatti, le proposte che gli vengono offerte ma, introverso e schivo allo show business rinuncia per una scelta dettata solo dalla sua passione che è l'espressione musicale. E' un ottimo disco Brilliant Trees di rara intensità, anche se non il migliore, ritengo, infatti "Secrets of the Beehive" (1987) il suo capolavoro. L'inglese David Sylvian usa la sua magia vocale per dei respiri che ci portano in un mondo dove la poesia regna arcana ed esoterica. Il termine rock ormai non abita più nelle sue 'corde', il suo suono è un equilibrio fra rarefazioni e melodie orientali ma con un marcato lirismo europeo. Anche i piccoli cedimenti che effettivamente esistono, poco contano nella complessità dell'album.
Non è avanguardia, ma non siamo neanche tanto lontani se per avanguardia intendiamo una forma di sperimentalismo fra ritmo e ambient, di cui poi in futuro diverrà maestro.
Questo nitido esordio solista ci insegna e ci dimostra la tesi assai ardua per l'occidente; che il sentimento non passa per forza di cose attraverso il pathos e che la precisione può essere arte.
Tutto questo è stato possibile grazie anche alla collaborazione di maestri del suono come: Sakamoto, Czukay, Isham e Thompson. Manca solo Brian Eno, ma il suo spirito aleggia su tutta l'opera. 4/5

domenica 19 aprile 2009

La Storia della musica #21

Il movimento folk del Greenwich Village #5

Sulla costa Ovest il movimento folk si sviluppa più tardi, in piena era psichedelica: una sorta di controparte Californiana ( e lisergica) di Dylan è Country Joe Mc Donald, che si fa largo con la sua vena di songwriter politico nella scena freak di San Francisco, creando una forma di folk lisergico. Di venature psichedeliche è illuminato anche il folk di Tim Buckley, arricchito però da mille altri spunti sonori: il folk di Buckley parte dalle divagazioni lisergiche e dalle suggestioni medievali di “Goodbye and Hello” (1967) per andare ben presto ad abbracciare il jazz in opere sempre più rarefatte e dilatate che trovano il proprio apice in “Starsailor” (1970). Altrettanto ardite le sperimentazioni compiute, sempre nell’ambito della costa Ovest, da John Fahey che associa le tecniche tradizionali di finger-picking, tipiche del country e del blues, ad un folk contaminato con raga indiani, musica classica e dissonanze, sperimentazioni strumentali che verranno riprese decenni più tardi da capofila del post-rock come Rodan e Slint.
Anche nella terra d’Albione non mancano entusiasti esponenti della scena folk: dai più tradizionalisti, come lo scozzese Donovan, nei cui dischi la tradizione folk rivive attraverso la fisiologica fascinazione scozzese per il pop, autore di un suono che, nonostante alcune suggestioni Dylaniane qua e là più evidenti, vive in una dimensione bucolica e soffice, rivelandosi influenza imprescindibile per gran parte del folk-pop degli anni ’90. Conterraneo di Donovan ma musicalmente agli antipodi era Davy Graham, autore di un folk strumentale e meticcio, contaminato di blues e jazz fin dal debutto “ The Guitar Player...Plus”(1963).