29 aprile 2016

Randy Newman - Sail Away (1972)

Erede di una dinastia di compositori di colonne sonore, autore in ascesa, Randy Newman è immerso nella musica fino al collo. Ha già inciso due album (piú un live) che hanno venduto poco, un po' per la sua voce sgraziata e decisamente poco attraente, un po' perché è difficile capire il suo sense of humour. I musicisti però hanno capito tutto: Harry Nilsson realizza un album tutto di sue composizioni, due pezzi grossi come Lenny Waronker e Russ Titelman si mettono al lavoro per produrre il terzo album in studio. Se possibile, Newman questa volta è ancora piú ironico e sottile. Sail Avay (la canzone) sembra un elogio dell'America, con un titolo banalmente euforico, un invito a viaggiare per mare. Ma invece è il discorso di un commerciante di schiavi che cerca di convincere la sua merce a starsene calma sulla nave che viaggia verso il nuovo continente. Political Science è il lamento di un americano che si sente odiato da tutti e che propone un rimedio radicale: sterminare con la bomba atomica il resto del mondo (tranne l'Australia, che diventerà un parco di divertimenti, presumibilmente riservato ai turisti americani) e vedere che cosa succede. Newman canta e suona il pianoforte con un'assenza di retorica assoluta: You Can Leave Your Hat On, che diventerà un successo planetario interpretata dal roco Joe Cocker, per lui è un invito sorridente e ammiccante, una scenetta da commedia sexy. Giustamente, l'album si chiude con il testo piú profondo. E God's Song, in cui a parlare è dio in persona, che spiega, con toni ultimativi perché ama gli uomini: «Perché avete veramente bisogno di me».
lavoro di classe, intelligenza, humour, musicalmente Ispirato alla grande tradizione della canzone americana, suonato con strumenti classicissimi, pre-rock'n'roll. Eppure cosí intimamente sovversivo, intelligentemente alternativo a quelle canzoni rassicuranti che sembra imitare, da essere immerso fino al collo dentro una scuola, o forse solo un gusto, che è al cento per cento contemporaneo. Spesso, Newman ottiene tutto ciò semplicemente rovesciando il punto di vista della narrazione, o facendo parlare chi di solito non prende la parola nelle canzoni (il mercante di schiavi, il nazionalista becero, dio stesso): un espediente pericoloso, difficile, originalissimo, che infatti ha avuto pochi imitatori. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

28 aprile 2016

Munich - Editors

Monaco

Sono così grato di averlo trovato
Sono così grato di averlo fatto
Sono così grato di averlo trovato
Sono così grato di averlo fatto
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Fai attenzione a dove li fai passare
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Testo trovato su http://www.testitradotti.it
Parla quando vieni interpellato
Si rompe quando non lo sforzi
Si rompe quando non provi a farlo
Si rompe quando non lo sforzi
Si rompe quando non provi a farlo
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Fai attenzione a dove li fai passare
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Parla quando vieni interpellato
Con una mano mi tranquillizzi
Con una mano mi immobilizzo
Con una mano mi tranquillizzi
Con una mano mi immobilizzo
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Fai attenzione a dove li fai passare
Le persone sono oggetti delicati, devi saperlo fin da subito
Parla quando vieni interpellato
Ah!
Parla quando vieni interpellato
Parla quando vieni interpellato
Lui parla quando viene interpellato
Lei parla quando viene interpellata

26 aprile 2016

23 grandi canzoni di Neil Young #5

Southern man
(After the gold rush, 1970)

Altro grande classico rock, con Nils Lofgren che pesta sul pianoforte dall’inizio alla fine mentre le chitarre fanno il loro porco mestiere. La canzone parla del razzismo negli Stati del Sud, e ricevette una risposta in “Sweet home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd, con i versi: “I hope Neil Young will remember, the Southern man don’t need him around anymore”.

25 aprile 2016

The Rolling Stones - Exile On Main St. (1972)

Entro il 5 aprile 1971 i Rolling Stones se ne devono andare dal Regno Unito. Non per sfuggire agli arresti e alle persecuzioni dei giornali, ma, molto meno eroicamente, per non pagare le tasse. Se ne vanno: Mick Jagger a Parigi, dove sposa Bianca Morena e dove nasce suo figlio Jade, e poi a Biot, non lontano da Nizza; Charlie Watts a Aix-en-Provence; Keith Richards a Villefranche-sur Mer, in una villa ottocentesca a due passi dal mare che durante la guerra si dice sia stata una base della Gestapo. Tra le poche cose che portano con sé ci sono i nastri avanzati dalle registrazioni Iondinesi di Let It Bleed e Sticky Fingers. Cercano una sala, ma poi nel giardino della villa di Keith portano lo studio di registrazione mobile e suonano in cantina. Mick Jagger va e viene da Parigi e Biot (a un certo punto pure a Dublino ospite della famiglia Guinness, quelli della birra), Bill Wyman a volte non si presenta, Charlie Watts in studio va sempre poco volentieri: dire che Exile è l'album di Richards è un po' troppo facile. Ma è vero. E caotico, privo di singoli da classifica, nostalgicamente americano, bluesato, drogato. Registrato malissimo (e Jagger se ne lamenterà sempre): la sezione ritmica è spesso formata dal batterista Jimmy Miller, in teoria produttore, e da Bill Plummer, che suona il contrabbasso. Ci sono giorni in cui gli altri attendono Keith Richards per ore, prima che riesca a fare le scale e scendere in cantina a registrare. Mick tenta di scrivere con lui, al pianoforte, con carta e penna, lui dice solo che «non ce la fa proprio a star seduto per troppo tempo». John Lennon e William Burroughs passano di lí, Gram Parsons deve essere allontanato dalla villa per evitare irruzioni dell'antidroga: morirà di overdose l'anno seguente, lui e il suo amico Keith non si vedranno mai piú. Sotto l'occhio vigile della polizia locale, in qualche modo l'album viene fuori. Non prima però che Jagger porti i nastri a Los Angeles, in uno studio vero, dove un paio di brani vengono risuonati da zero. Idealmente esiliati sulla Main Street (un modo per dire America), in realtà in Costa Azzurra in fuga dalle tasse e dall'avidità dei manager, gli Stones pagano l'ultimo tributo alla musica che li ha formati e resi ricchi e famosi. E solo rock'n'roll, inutile cercare una logica: è una storia di azzardo e amore, è un dado che rotola, un Tumblin' Dice. (Mia Valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

24 aprile 2016

Rory Gallagher

Nativo di Cork, Rory Gallagher (1949 - 1995) suona la chitarra già a nove anni e a quindici lascia la scuola per far parte di gruppi locali e orchestre da ballo. Nel 1965 allestisce un proprio trio ispirandosi allo skiffle di Lonnie Donegan (con il quale nel 1972 inciderà un disco), quindi si sposta prima ad Amburgo, poi a Londra. Nel 1966 forma i Taste, con il bassista Eric Kitteringham e il batterista Norman Damery.

Discografia e Wikipedia

23 aprile 2016

40 copertine di dischi censurate #21


The Game - Jesus Piece (2012)

La copertina fu ritirata da molti negozi.

Accadde oggi...

1936: Nasce Roy Orbison, autore di 'Pretty woman', canzone cui Julia Roberts deve la carriera. Muore nel 1988.

1991: Muore per overdose Johnny Thunders, 'vice' di David Johansen nei New York Dolls.

2005: Viene caricato il primo video sulla piattaforma, nasce YouTube.

22 aprile 2016

Beirut The Rip Tide Full Album

Accadde oggi...

1922: Nasce Charlie Mingus, contrabbassista jazz, padre di Eric. Joni Mitchell gli dedicherà interamente un disco. Muore il 5 gennaio 1979.

1945: Nasce ad Alessandria d'Egitto Demetrio Stratos, voce degli Area. Cantante dalla vocalità fuori dalla norma, ricercatore musicale. Muore a 34 anni per un brutto male.

1967: Nasce a Napoli Gennaro Della Volpe detto Raiz. Voce degli Almamegretta poi solista poi ancora negli Almamegretta.

1978: I Blues Brothers fanno la loro prima apparizione al Saturday Night Live, sarà l'inizio di un qualcosa di stupefacente.

2013: muore a 72 anni Richie Havens, il musicista che aprì lo "storico" festival di Woodstock 1969 elettrizzando il pubblico con la sua versione di "Motherless child/Freedom".

The Lumineers – Cleopatra (2016)

di Francesco Chini

Dovessimo offrirne una sintetica definizione enciclopedica Mereghetti-style, dei Lumineers diremmo una cosa all’incirca così: “Newyorkesi di stanza a Denver, i tre sono esteti di un delicato folk pop contemporaneo e cultori di una scrittura semplice e lineare guidata da suggestioni romantiche all’insegna di un chiaroscuro che indulge più alla luce che all’oscurità.”

Ed è importante e bello poterlo dire: non sempre realtà come quella di questo terzetto riescono a catalizzare attorno alla propria musica l’attenzione che meriterebbe. Invece, seppur all’ombra di un debito lessicale ed attitudinale abbastanza difficile da negare col microcosmo di riferimento (Mumford & Sons anzitutto, ma anche Tallest Man On Earth e Of Monsters And Men: richiami tanto cristallini che li azzecca perfino Spotify) e senza gli squilli “bulimici” (quanto spesso effimeri) di tanto pop dell’ultima decade, il percorso di Wesley Keith Schultz e compagni pare destinato a una solidità sempre crescente. E – come sempre per quelli veri – la prova migliore ce la offre la musica.

A quattro anni dall’ispirato e fresco esordio The Lumineers, il suo successore Cleopatra è infatti un passo evolutivo naturale e ben in linea con l’inclinazione narrativa già palesata dalla band. Undici tracce (quattordici nell’edizione deluxe) che, senza tradirla, approfondiscono una poetica fatta di tanti piccoli-grandi temi: il desiderio di crescita e affrancamento dalla famiglia e dagli schemi preimposti (l’opener Sleep On The Floor, Gun Song o Sick In The Head), i viaggi inquieti di Long Way From Home o i “per sempre” ingenui e speranzosi che in Gale Song fanno dire “So when you hear my voice / And when you say my name / May it never give you pain”.

Ci sono ferite già profonde e numerose (My Eyes e In The Light), ché quello per cui si possa essere troppo giovani per conoscere un dolore è un luogo comune che non consola nemmeno i vecchi che lo ripetono. Ci sono ritratti femminili come Angela, non dissimili per vocazione da quelli che da noi ci saremmo attesi da un giovane De Gregori nei suoi momenti più dylaniani. E poi l’amore: sognato e promesso (Ophelia appartiene alla stirpe dei singoli che anziché sintetizzare per difetto il resto del disco, ne sono una piccola e ben esaustiva miniatura), perduto e rincorso (la title track, robusta quanto malinconica e dolce, autorevolissima candidatura a miglior brano del disco). E trattato come ogni altro tema di queste canzoni: come una domanda da affrontare con occhi ancora capaci di fragilità. Una domanda modulata con grazia, attraverso architetture musicali svelte e leggere che trovano nelle armonie scelte da Neyla Pekarek un contrappunto sempre discreto e fondamentale al crooning smilzo di Schultz.

Insomma, una ennesima prova provata di qualcosa che sapevamo già, ma che fa sempre bene poter riconfermare: alle belle canzoni basta poco per risuonare, finché si è capaci di sentire che valga la pena cantarle. Buona fortuna, cari Lumineers! (Mia valutazione: Buono)

21 aprile 2016

Accadde oggi...

1947: Nasce Iggy Pop (vero nome: James Newell Osterberg, Jr.), padre putativo del punk americano dapprima con gli Stooges e poi come solista.

1959: Nasce Robert Smith, leader e voce dei Cure.

1963: I Beatles incontrano i Rolling Stones per la prima volta, nel backstage dopo un concerto degli Stones al Crawdaddy Club di Richmond. I gruppi vanno d'accordo, dopo un po' di nervosismo iniziale, ma contrariamente a quanto racconta la leggenda, non è in questa occasione che i Beatles scrivono "I Wanna Be Your Man" per la band di Jagger e Richards.

1970: Nasce a Dublino Glen Hansard, cantautore di alto livello. Leader dei Frames, poi gran solista.

1978: Muore cadendo dalle scale Sandy Denny, cantante dei Fairport Convention.

2003: Muore Nina Simone, grande interprete jazz (e attivista politica). Fu tardivamente lanciata in Italia da uno spot pubblicitario accompagnato da "My baby just cares for me". Era nata il 21 febbraio 1933.



Sly & The Family Stone - There's A Riot Going' on (1971)

Sulle colline alle spalle di Los Angeles, nella casa in stile gotico che appartenne a John e Michelle Phillips dei Mamas & Papas, Sylvester Stewart - che si fa chiamare Sly Stone da quando guida da sovrano assoluto la Famiglia Stone - registra il nuovo album in un attico a cui si accede da una scala segreta, nascosta dietro una libreria. Registra, registra, registra. Poi cancella, sovrappone le nuove tracce alle vecchie, ricicla i nastri, tanto che, quando l'album finalmente uscirà, in ritardo di un anno intero sulle promesse che lui stesso ha fatto alla casa discografica, molti pensano che proprio i nastri usurati e riutilizzati piú volte siano la spiegazione per quei suoni smorzati, quasi soffocati, incredibili per la band piú esplosiva e trascinante del panorama contemporaneo. Altri, piú banalmente, diranno che sono le droghe, che Sly peraltro consuma in dosi notevoli, soprattutto la cocaina. Altri, invece, daranno la colpa agli anni Settanta, che sono arrivati da poco e già si fanno sentire, almeno nelle sensibilità eccitate degli artisti. Nel 1969, a Woodstock, nell'evento che celebra e chiude gli anni Sessanta, la Famiglia Stone si è guadagnata un credito enorme: su quel palco, nelle prime ore del 17 agosto 1969 molti intraviderox1n'America nuova, un po' bianca, un po' nera, un po' funky, un po' rock'n'roll, pronta ad affrontare il decennio in arrivo con energia. Sly ha però deciso che quel credito lo incasserà lui solo, con il piccolo aiuto di un gruppo di amici. Quelli della Family suonano nell'attico, ma nei lunghi mesi di registrazioni, cancellazioni, sovrapposizioni, passano di lí anche Miles Davis, Herbie Hancock, Billy Preston, Bobby Womack, Ike Turner (di questi ultimi tre rimarranno tracce nell'album) e poi chiunque si guadagni i favori di Sly, o di Bubba Banks e J. B. Brown, vecchi compagni di strada ora suoi manager personali. E un caos assoluto, da cui in qualche modo esce un album sorprendente, sofisticatissimo nel linguaggio, controllatissimo nei suom, pieno di idee, molte delle quali incomprensibili. Ci sono, per dire, le prime drum machine, ci sono tastiere distorte come chitane. C'è molta della musica che dominerà il mondo nei decenni a venire. Non c'è la «sommossa» del titolo: Sly Stone ha inserito un brano con quel titolo, ma dura zero minuti e zero secondi. Tutto il resto, però, c'è. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

20 aprile 2016

I luoghi di famose copertine dei dischi #11/12


Wilco, “Yankee Hotel Foxtrot”

Le Marina City Towers sono uno degli edifici più rappresentativi di Chicago, la città dove si sono formati i Wilco.

Parker Millsap - The Very Last Day (2016)

di Fabio Cerbone

Bastano quaranta minuti scarsi a Parker Millsap per chiarire la questione e segnare una distanza fra lui e qualsiasi altra giovane voce dell'Americana che voglia conquistare le luci della ribalta. Insediato in pianta stabile in quella ristretta cerchia che vede Jason Isbell, Chris Stapleton e pochi altri portare la fiaccola della tradizione rinnovandone il percorso, questo ventitreenne dell'Oklahoma rilancia e raddoppia a due anni dal suo omonimo e già promettente esordio. The Very Last Day è un altro piccolo disco, ma un grande balzo nella direzione di un folk elettrico, dinamico e palpitante dove le radici rurali del musicista si fanno ancora più esuberanti e cariche di tentazioni rock, riuscendo nel non facile compito di mantenere in equilibrio storie e versi di una certa profondità con canzoni dall'appeal immediato.

Figlio di un pastore pentecostale, cresciuto fra i canti religiosi dell'America più nascosta, Millsap è un autore che non rinnega il passato, ma allo stesso tempo non si fa trascinare da una semplice riproposizione delle sue regole: in questa musica vibrano spiritualità gospel, diavolerie blues ed eccitazione rock. Viaggiano di pari passo, mettendo in discussione il piccolo mondo della provincia in cui il ragazzo è diventato adulto. Ecco perché in Heaven Sent parla della condizione di un ragazzo omosessuale e del suo desiderio di accettazione da parte del padre, magari sullo sfondo di una società assai bigotta e chiusa come può essere quella americana dell'Oklahoma. E così prova ad affrontare i grandi temi della morte e della religiosità dall'angolazione particolare di Hades Pleads o Tribolation Hymn, breve invocazione dai toni apocalittici quest'ultima che chiude con eleganza il disco, prima di immergersi nelle "preghiere" di un ladro in Hands Up e di fare il solito giro fra peccato e redenzione in vicende d'amore un po' complicate (gli altri episodi sparsi qui è là lungo il tragitto).

L'esito è una raccolta spumeggiante nella quale i colori vintage di certe soluzioni strumentali, le brusche fondamenta hillbilly e rock'n'roll della musica di Parker Millsap si uniscono all'attualità del suono Americana, senza apparire una pallida riproduzione di stile: nella freschezza delle melodie e in una voce niente affatto comune risiede il segreto di questo Okie degli anni duemila, con quel saliscendi di falsetto e potenza che esprime il suo canto. La produzione secca e la band d'impostazone roots (con violino di Daniel Foulks e piano e organo di Tim Laver a spargere semi di tradizione) tengono botta, ma non cedono in fatto di energia: assaporatelo questo sound convulso, al fondo acustico eppure rock, nell'apertura pungente della citata Hades Pleads, tutta scatti ritmici, oppure seguite le curve di una irresistibile Pining. L'eco della memoria folk e dell'educazione gospel di Millsap si affacciano con prepotenza per l'intero The Very Last Day: sostenuto anche dalle voci delle ospiti Aoife O'Donovan e Sara Watkins, Parker gorgheggia in Morning Blues, graffia con piglio sudista nella stessa title track e in Whereever You Are, innalza inni con Heaven Sent, che si dischiude acustica su un giro di accordi che ricorda The River di Springsteen e si trasforma presto in un'altra ballata dai ferventi toni spiritual.

Il trait d'union con i progenitori dell'american music si intitola invece You Gotta Move, è il classico blues di Mississippi John Hurt già immortalato dalla versione dei Rolling Stones e qui tuttavia per niente scontato nelle corde di Millsap: voce tonante, emozioni a fior di pelle, un violino a condurre la danza, l'anima di un folclore musicale che si reitera continuamente. (Mia valutazione: Distinto)