6 marzo 2015

Scopertine #30


726. Ministry - Psalm 69 - 727. Tori Amos - Little Earthquakes - 728. Ice Cube - Predator - 729. Pantera - Vulgar Display of Power - 730. Alice in Chains - Dirt - 731. Nick Cave & the Bad Seeds - Henry’s Dream - 732. Nusrat Fateh Ali Khan - Devotional Songs - 733. P.J. Harvey - Dry - 734. Suede - Suede (1st Album) - 735. Paul Weller - Wild Wood - 736. Smashing Pumpkins - Siamese Dream - 737. Auteurs - New Wave - 738. Liz Phair - Exile in Guyville - 739. Afghan Whigs - Gentlemen - 740. Aimee Mann - Whatever - 741. Grant Lee Buffalo - Fuzzy - 742. Nirvana - In Utero - 743. Jamiroquai - Emergency on Planet Earth - 744. Pet Shop Boys - Very - 745. P.J. Harvey - Rid of Me - 746. Blur - Modern Life is Rubbish - 747. Sheryl Crow - Tuesday Night Music Club - 748. Fall - Infotainment Scan - 749. Wu Tang Clan - Enter the Wu Tang (36 Chambers) - 750. Björk - Debut

Ray Charles - Modern Sounds In Country And Western Music (1962)

Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un'autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall'incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell'utilizzare una big band di ascendente jazz, con - quando serve - una sezione d'archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all'alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un'azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell'ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po' a New York, un po' a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un'idea inclusiva, non certo l'appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l'album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l'album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l'anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell'uomo che soprannomineranno Genio. (4/5 voto mio)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

5 marzo 2015

The Doors - The Doors (1967)

1. Break On Through // 2. Soul Kitchen // 3. The Crystal Ship // 4. Twentieth Century Fox // 5. Alabama Song [Whisky Bar] // 6. Light My Fire // 7. Back Door Man // 8. I Looked At You // 9. End Of The Night // 10. Take It As It Comes // 11. The End

La popolarità dei Doors è legata indiscutibilmente al mito di Jim Morrison, il cantante morto nel '71 a Parigi e sepolto nel cimitero di Pere Lachaise. Ma la grandezza della band risiede nel fulminante esordio del '67, uno dei più importanti e carismatici della storia del rock. Frutto dell'unione tra due studenti della Ucla (Morrison e il tastierista Ray Manzarek) con due componenti degli Psychedelic Rangers (il batterista John Desmore e il chitarrista Robbie Krieger), senza bassista (sostituito da un basso a tastiera), i Doors affiancano al fascino delle liriche spregiudicate ed influenzate dai classici del cantante (dotato di una voce profonda e di un carisma sciamanico) una musica morbidamente psichedelica, guidata dalle tastiere di Manzarek e dalla chitarra bluesata di Krieger, entrambi capaci di comporre e di improvvisare. La sequenza dell'esordio è da paura: il rock energico di Break On Through e di Soul Kitchen, la melanconica The Crystal Ship, il rock melodico di Twentieth Century Fox ed il cabaret mitteleuropeo della brechtiana Alabama Song sono un antipasto gustoso che precede il capolavoro Light My Fire, brano di una fluidità impressionante e singolo di grande successo (privato per le radio del lungo e storico assolo di Krieger). Così nel secondo lato la sfacciata cover del blues Back Door Man, il pop leggero di Looked At You, la psichedelica End Of The Night e la melodia sixties di Take It As It Comes precedono l'epilogo indimenticabile di The End, dramma edipico con un testo malsano che risulta coraggioso anche quarant'anni dopo ed una tensione musicale incredibile. Un disco fantastico, forte ed energico come pochi altri.

(Paolo Baiotti)

Van Morrison - His Band and His Street Choir (1970)

His Band and His Street Choir è sicuramente un album minore nella grande produzione dell'irlandese, ma non è certo un album infimo come molti critici hanno voluto dipingerlo; vi si respira un'aria festaiola, e più che una "jam" musicale pare una riunione organizzata da amici per amici (ricorda un po' le fotografie dei gruppi di famiglia che vengono inviate a Natale ai parenti lontani...).
Siamo distanti dal coinvolgimento emotivo, dallo "stream of consciousness" di Astral Weeks, e dal blues "malato" di T. B. Sheet, e come ricorda Janet Planet nella breve prefazione al disco (un tempo i dischi si facevano così: molte fioto, copertine cartonate apribili, molte note sui componenti, e a volte anche i testi...), l'artista sorridente raffigurato nella foro è sempre quello che anni fa rappresentava il giovane rabbuiato o l'ipersensibile visionario. L'album - lo ripetiamo - merita diversi ascolti, e lo strumentale elementarismo non ne travisi il giudizio: il nostro eroe è ancora ben saldo sulle sue posizioni, e alcuni brani - If I Ever needed Someone e Virgo Clowns - meritano di essere annoverati tra le migliori composizioni del cantante irlandese.
L'album non scalò le classifiche americane, ma alcuni suoi brani - come ad esempio Domino e Blue Money - ebbero un certo successo.
Un cenno particolare merita lo studio del "look" dei componenti la band e di Van stesso: il tutto potrebbe essere definito "ultra casual", ma alcune colorazioni dei pantaloni e delle magliette sono evocatrici di incubi notturni. La "cover" del disco rimanda ad Astral Weeks: sovrapposizioni di immagini di un serioso e mistico Morrison in odore di ascetismo...
Fra le composizioni presenti in questo disco, ricordiamo che I've Been Working - qui solo accennata - avrà ben altro fulgore nell'album "live" It's Too Late to Stop Now, e anche il rocker Bob Seger ne darà un versione trascinante. (3,5/5 voto mio)

(Guido Giazzi - Van Morrison - Gammalibri)

4 marzo 2015

Muddy Waters


Moon Duo - Shadow of the Sun (2015)

di Valentina Natale

La premiata coppia Erik “Ripley” Johnson & Sanae Yamada, in arte Moon Duo, torna a far danni in questo 2015. Il Duo per l’occasione si trasforma spesso e volentieri in un trio, con l’aggiunta del batterista John Jeffrey a dare nuova linfa a quei ritmi densi e corposi, sempre in bilico tra kraut rock e psichedelia, che sono un po’ il marchio di fabbrica della band. “Shadow Of The Sun” è stato registrato durante un periodo di insolita calma, lontano da concerti, tour e dall’adrenalina che dà spostarsi di continuo. Nove tracce nate dentro un seminterrato di Portland (Oregon) che spiegano meglio di tante parole lo strano sentimento che si prova a stare fermi dopo aver tanto viaggiato, quando la voglia di riposare è tanta ma il desiderio di ripartire è già nato e si fa sentire.

Frenesia e quiete: questa è la ricetta di “Shadow Of The Sun”. Agitazione e gioia che si rincorrono in un buffo e colorato carnevale psichedelico di colori e suoni. Ritmi pulsanti e precisi al millimetro che convivono con momenti più astratti in cui Ripley si lascia andare a quegli assoli di chitarra un po’ indolenti (“Zero”) un po’ cattivi (“Free The Skull”, “Animal”) che tira regolarmente fuori con i suoi Wooden Shjips e Yamada lo segue passo passo senza mai perdere un colpo (vedi “Wilding” e una “Night Beat” che evoca fantasmi di Suicide e Cramps). Poi una calma strana, improvvisa e un po’ riflessiva (“In A Cloud”) come se volessero riprendere fiato per gettarsi nuovamente nella mischia. Cosa che puntualmente accade quando riscoprono il loro lato più minimale e distorto in “Thieves” e nella movimentata “Ice” e si divertono con una “Slow Down Low” in cui Ripley dimostra tutta la sua passione per il rock vecchio stampo.

Ascoltare “Shadow Of The Sun” è come farsi un giro nel nightclub più strano ed esclusivo del mondo, imprigionati tra luci fluo e proiezioni di vecchi film in super 8 che lambiscono i muri. E uscire poco prima dell’alba, quando il sole ancora non c’è ma si sa che arriverà presto. Un disco sospeso ai confini della notte, attaccato con le unghie a quei pochi minuti prima dell’alba. Prima che tornino a circolare le auto e la città si svegli, rumorosa e impossibile come ogni giorno. Prima che chiudano i locali e aprano i bar. Rispetto al passato i Moon Duo sono un filo più eterei, ma sempre incalzanti e interessanti da ascoltare. Professionali e decisi, fanno tutto bene e sembra venirgli incredibilmente semplice. (3,5/5 voto mio)

2 marzo 2015

Belfast Child - Simple Minds



Bambino Di Belfast

Quando il mio amore mi disse

incontriamoci all'albero degli impiccati
perche' ti porto cattive notizie
di questa vecchia citta' e di tutto cio' che sta soffrendo
alcuni dicono che i guai abbondano
un giorno vicino distruggeranno questa vecchia citta'
un giorno ritorneremo
quando il Bambino di Belfast cantera' ancora

fratelli, sorelle, dove siete ora

mentre vi cerco fra la folla
ho trascorso qui tutta la mia vita
con la mia fede in Dio, nella Chiesa e nel Governo
ma c'e' tristezza in abbondanza
un giorno vicino distruggeranno questa vecchia citta'

un giorno ritorneremo

quando il Bambino di Belfast cantera' ancora
quando il Bambino di Belfast cantera' ancora

alcuni tornano Billy, non vuoi venire a casa?

torna Mary, sei stata via cosi' a lungo
le strade son vuote, e tua madre e' andata
le ragazze piangono, e' passato, oh, cosi' tanto
e tuo padre chiama, vieni a casa
non vuoi venire a casa? non vuoi venire a casa?

tornate gente, ve ne siete andati per un po'

e la guerra infuria, nella Emerald Isle
e' carne e sangue amico, e' carne e sangue
ogni ragazza piange ma non tutto e' perduto

le strade sono vuote, le strade son fredde

non vuoi venire a casa? non vuoi venire a casa?

le strade sono vuote

la vita continua

un giorno ritorneremo

quando il Bambino di Belfast cantera' ancora
quando il Bambino di Belfast cantera' ancora

S Carey - Supermoon (2015)

di Gianfranco Marmoro

Sean Carey, batterista improvvisamente scopertosi compositore, si è visto assalire da un’orda di critici, pronti a smantellare qualsiasi suo tentativo creativo, ma smessi i panni del songwriter e abbracciati quelli dell’impressionista sonoro, con “Range Of Light” ha trovato finalmente il coraggio di uscire dall’ombra di Bon Iver, ridefinendo il suo ruolo di outsider.

Sarà per il tono austero frutto dei sui studi classici, o per quella tendenza al descrittivo quasi pittorico degli arrangiamenti, S. Carey resta un musicista per pochi eletti o per anime pronte a cedere alle emozioni più sotterranee e delicate, quelle prive di qualsiasi risvolto sociale o intellettuale.
E’ lo stupore che si prova osservando lo stesso tramonto, l’ennesimo guizzo delle onde sulle rocce, o lo scroscio dell’acqua tra le chiome degli alberi, il vero universo del musicista americano, che rilegge alcune trame del suo passato discografico, in cerca di quella situazione sonora da photo-frame, che sembra essere la chiave di lettura di un percorso più nobile del cliché cantautore malinconico-introverso.

L’uso dei toni e dei colori è ancor più abile, e così “In The Stream” si trasforma da una bozza di folk-pop con tanto di ritmo e voci femminile in un meraviglioso angolo crepuscolare, dove le poche note di piano salvate dall’originale, si rifrangono su strali minimalistici di viola e archi che scintillano come diamanti colpiti dalla luce.
Anche “We Feel” viene maltrattata allo stesso modo, il riverbero pianistico che la rendeva giocosa è ora in secondo piano, folk cameristico alla Penguin Café Orchestra e flussi alla Michael Nyman agitano il lato più introspettivo, e il brano trova finalmente un’identità e un fascino malizioso che brama il repeat.

Non è un caso che l’album si apra con la rilettura di uno dei pezzi più belli del precedente album, quella ipnotica “Fire-Scene” che sembra distillare ogni frammento della leggera inflessione jazz dell’originale, verso una poetica più eterea e ultraterrena.
Poco importa se si tratta solo di sei sparuti brani recuperati in fretta e furia dal passato (anche se la scelta non è in verità così casuale), o che la complessa trama di “Neverending Fountain” sveli finalmente i suoi segreti, ora che il fumo si è diradato.
Quello che resta del suo recente passato è un unico grido sommesso, una traccia lirica che nella title track “Supermoon” mette insieme Neil Young, Talk Talk, Nick Drake e Radiohead (di cui Carey offre una cover version di “Bullet Proof…I Wish I Was”) con un candore che sconfina nell’azzardo, ma queste sei tracce non sono una risposta, ma un'esortazione che ancora una volta sceglie la contemplazione alla riflessione. (3,5/5 voto mio)

1 marzo 2015

Cowboy Junkies

Le origini dei canadesi Cowboy Junkies risalgono al 1979, quando Michael Timmins e Alan Anton formano nella natia Toronto una band chiamata Hunger Project. Presto i due si trasferiscono in Gran Bretagna, dove hanno modo di ampliare il proprio bagaglio musicale con un gruppo sperimentale, i Germinal. Tornati in Canada, assieme alla sorella e al fratello di Timmins, Margo e Peter, formano i Cowboy Junkies.

Discografia e Wikipedia

Public Service Broadcasting - The Race For Space (2015)

Grazie all'accesso straordinario all'archivio degli importanti filmati storici del BFI, Public Service Broadcasting viaggia indietro nel tempo ed esplora gli anni in cui Stati Uniti e URSS si batterono per avere la meglio su una nuova frontiera – lo spazio.

Il nuovo album segue l'acclamato disco di debutto Inform – Educate – Entertain, che nel 2013 ha conquistato il #21 posto nella classifica UK degli album, è stato nominato Best Independent Album agli AIM Awards ed incluso nella Top 10 Albums of the Year di BBC 6Music. L'album è stato presentato al pubblico di tutto il mondo in 18 mesi di tour, per un totale di oltre 200 concerti. Tra gli spettacoli di maggiore successo si ricorda lo showcase a The British Music Embassy per SXSW, quando il pubblico arrivò a fare la coda per tutto l'isolato. La band è salita sui palchi di tutti i festival più importanti del Regno Unito, tra cui Glastonbury, Bestival, Green Man, e registrato il tutto esaurito per un infinito numero di live da headliner (come al Forum di Londra, The Mercury Lounge a New York ed il Lanificio di Roma, per fare qualche esempio) – senza dimenticare i concerti di supporto a band come The Rolling Stones, New Order & Manic Street Preachers.
The Race For Space contiene alcune novità per Public Service Broadcasting, come il sestetto di ottoni e quintetto d'archi nel singolo di lancio Gagarin, un motivo in stile supereroe dalle sonorità funky ispirato all’uomo più famoso di tutti i tempi. Ancora più sorprendente, l'album si apre con le melodie celestiali di un coro, registrato agli Abbey Road Studios; l'aspetto più inaspettato è tuttavia la presenza di una voce ospite su una delle tracce. Emerge dunque in maniera chiara come la band sia in costante evoluzione, spingendosi fuori dai confini del proprio sound.

“E' un po' frustrante quando ci chiedono quale sia il nostro rapporto con la 'nostalgia',” dice il direttore generale di Public Service Broadcasting J. Willgoose, Esq. “I campioni provengono dagli archivi, ma le canzoni non utilizzano per niente musica del passato o di un certo periodo storico. Prendiamo gli aspetti del passato e li inquadriamo in atmosfere del tutto nuove, per collegarle al presente.”

Il collegamento è facile all'interno del nuovo album di Public Service Broadcasting The Race For Space. Si tratta di una suite organica e tuttavia imprevedibile che reinventa in maniera vivida la lotta per la supremazia nello spazio delle due grandi potenze mondiali tra il 1957 ed il 1972. Durante l'ascolto tocchiamo il lunare Mare della Tranquillità, chiediamo un passaggio al satellite Sputnik 1 e facciamo la prima passeggiata sulla Luna della storia. Ci riconnettiamo inoltre alle eccitanti storie umane di vita, morte e coraggio, il tutto accompagnato da una colonna sonora di funk, techno e folk mischiati ai riff elettro-rock che finora hanno sostenuto i collage emotivi della musica e dei campioni audio vintage di Public Service Broadcasting.

Alla domanda su perché il focus di questo album sia lo spazio, Willgoose risponde: “Per me quello è stato il periodo più straordinario della storia, probabilmente non ce ne saranno mai più così. Quella parte della storia in cui abbiamo letteralmente cercato di capire cosa ci facciamo sulla Terra. Qual è il senso delle nostre esistenze? Perché siamo qui, su questo strano globo blu e verde? E cosa ci dicono su di noi e sul nostro ruolo nell'universo questi primi viaggi lontani da questo pianeta?”

Public Service Broadcasting ha percorso un lungo cammino dal suo primo concerto – un one-man-show di Willgoose a The Selkirk Pub di Tooting, nell'agosto 2009. Ad ogni modo, gli ulteriori dettagli biografici sono scarni: Willgoose è un modesto gentiluomo dalla parlata tranquilla, che ammette di essersi piegato sotto il peso di pessimismo ed insicurezza e che non vuole neanche che si conosca il suo nome di battesimo (“Non ho realizzato di essere una persona così riservata finché non ho cominciato a girare in pubblico”, dice scherzando). In ogni caso i suoi ascolti adolescenziali chiariscono la musica casalinga eppure panoramica che crea oggi. Gli Oasis lo hanno invogliato a prendere in mano una chitarra, ma sono state le provocazioni più impegnate di Manic Street Preachers, David Bowie e The KLF ad aprirgli davvero la mente. Questa influenza anticonformista è più che presente nel singolo di lancio di The Race For Space, Gagarin, un tributo al primo uomo andato nello spazio in stile afrobeat con balalaiche, influenze alla James Brown ed una babele di voci.

Ci sono atmosfere contrastanti in The Race For Space. La prima donna ad andare nello spazio, Valentina Tereshkova – un'altra icona tra i cosmonauti sovietici – è omaggiata su Valentina, un brano riflessivo e controllato influenzato dai Sigur Ros, in cui il suo nome viene intonato dal duo dream-folk del Sussex Smoke Fairies. “E' un tentativo di ridarle voce,” spiega Willgoose, “invece di utilizzarla come strumento di propaganda sovietica, in piedi su un podio circondata da uomini”. L'atmosfera si fa più pesante su Fire In The Cockpit, che si collega alla tragedia dell'Apollo 1 nel 1967, quando tre astronauti morirono durante il lancio di prova. “Ero titubante nel parlare di questo avvenimento per paura di sembrare irrispettoso, ma alla fine ho sentito che sarebbe stato più irrispettoso tralasciarlo”, spiega J.

E così continua, tra il battito techno-rock di Sputnik, il processo di atterraggio sulla luna in Go!, la camminata lunare funky di E.V.A. ed altro ancora, rilasciando cariche emotive di dramma, eroismo e meraviglia. E' stupefacente come vengano evitati i cliché dell'epoca – non vengono nominati né letture dalla Genesi né piccoli passi per l'uomo – e con quanta potenza il pericolo, la scala e l'importanza di questi risultati vengano comunicati.

“L'album è un tentativo di traslare la risposta emozionale della musica al coraggio e l'eccitazione di quel periodo”, conclude Willgoose. “E ultimamente significa anche cercare di far sorridere la gente. Le persone vengono ai nostri concerti, non è una cavolo di lezione di storia. Ho sempre sostenuto che l'intrattenimento sia ciò a cui noi miriamo”. The Race For Space riesce con successo ad adempiere a questo obiettivo. Allacciate le cinture. Sarà un bel viaggio.

L'attenzione ai dettagli di Public Service Broadcasting ha anche portato ad un artwork unico per la copertina del disco, che offre all'ascoltatore la possibilità di scegliere gli Stati Uniti o l'URSS. Entrambe le immagini si aprono al centro, così che come nello spazio la via non sia univocamente o sopra o sotto. (3,5/5 voto mio)

28 febbraio 2015

Scopertine #29


701. Slint - Spiderland - 702. U2 - Achtung Baby - 703. KLF - White Room - 704. Massive Attack - Blue Lines - 705. Primal Scream - Screamadelica - 706. Teenage Fanclub - Bandwagonesque - 707. Metallica - Metallica [aka Black Album] - 708. Pavement - Slanted & Enchanted - 709. Aphex Twin - Selected Ambient Works 85-92 - 710. Arrested Development - 3 Years, 5 Months & 2 Days in the Life of… - 711. Koffi Olomidé - Haut de Gamme: Koweït, Rive Gauche - 712. Morrissey - Your Arsenal - 713. Baaba Maal - Lam Toro - 714. Lemonheads - It’s a Shame About Ray - 715. Rage Against the Machine - Rage Against the Machine (1st Album) - 716. Disposable Heroes of Hiphoprisy - Hypocrisy is the Greatest Luxury - 717. K.D. Lang - Ingénue - 718. Dr Dre - The Chronic - 719. REM - Automatic for the People - 720. The Pharcyde - Bizarre Ride II The Pharcyde - 721. Spiritualized - Lazer Guided Melodies - 722. Sugar - Copper Blue - 723. Tom Waits - Bone Machine - 724. Sonic Youth - Dirty - 725. Stereo MCs - Connected

Robert Johnson - King Of The Delta Blues Singer (1961)

Nel 1961 arrivano sui giradischi la voce e la chitarra di uomo morto da 25 anni. Un chitarrista e cantante blues che pochi ricordano, e che non si è abituati a considerare un maestro. Da vivo, nei 27 anni della sua esistenza, Robert Johnson non era stato un mito. Lo diventerà dopo la morte, soprattutto grazie ai musicisti bianchi (e in larga parte inglesi) che identificano in lui il leggendario suono del blues del Delta del Mississippi. Robert Johnson è un fantasma: oltre ai 29 blues registrati tra il 1936 e il 1937, su di lui non v'e certezza alcuna. Pare fosse figlio illegittimo, probabilmente nato nel 1911, di una tale Julia Major, sposata con un Charles Dodds che rifiuterà per sempre di riconciliarsi con la moglie, anche se riprenderà con sé il figlio. Si dice che abbia imparato a suonare la chitarra grazie a uno dei fratellastri e si racconta che da ragazzino pedante e sgraziato all'improvviso si sia trasformato in musicista sorprendentemente dotato. La leggenda - incoraggiata poi dallo stesso Johnson - vuole che sia stato il diavolo in persona (un diavolo nero, naturalmente) a mostrargli come trarre quei suoni prodigiosi dalle sei corde della chitarra. In cambio dell'anima, che Robert dovette rendergli a soli 27 anni, forse perché avvelenato da un marito geloso, forse per via della sifilide. L'Unica certezza, insomma, è che nel novembre del 1936, a San Antonio, Texas, e nel giugno dell'anno seguente, a Dallas, Texas, la Brunswick Records riuscì a portare in studio il chitarrista del Delta e a registrare i 29 blues che imprimeranno per sempre il nome di Robert Johnson nella storia della musica del Novecento. A partire dal 1961, appunto, i primi sedici usciranno su un disco della Colombia grazie a John Hammond, l'uomo che insegue il fantasma di Johnson dagli anni Trenta e che scoprirà Bob Dylan e Brune Springsteen. Ma che cosa ci troveranno, tutti quei bianchi, in quelle sedici tracce? Una sintesi modernissima, nei tempi (il brano più lungo, Terraplane Blues, supera di poco i tre minuti) e nei modi: voce, chitarra, una chitarra che sembra quasi elettrica, tanto viene tormentata. Robert Johnson canta un blues tutto introspettivo, che racconta di uomini in fuga, di sesso e di impotenza, di possessione diabolica e dell'impossibilità di sfuggire ai propri demoni. E suona vero, autentico, tanto che ogni leggenda su di lui diventa credibile. (4,5/5 voto mio)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

27 febbraio 2015

John Hiatt - Bring the Family (1987)

1. Memphis In The Meantime // 2. Alone In The Dark // 3. Thing Called Love // 4. Lipstick Sunset // 5. Have A Little Faith In Me // 6. Thank You Girl // 7. Tip Of My Tongue // 8. Your Dad Did // 9. Stood Up // 10. Learning How To Love You

Il disco della vita, una favola a lieto fine: dopo un decennio di alti e bassi, sia in senso strettamente artistico (doveva diventare il nuovo Costello americano, stava finendo per essere uno degli innumerevoli loser dell'industria discografica), sia in senso personale (vizi e stravizi, come da copione), John Hiatt mette insieme la band dei suoi sogni. Sono tutti amici fidati, hanno tempo e dedizione da offrire: Ry Cooder, Jim Keltner e Nick Lowe sono la squadra delle meraviglie, ma se il suono di Bring the Family è il loro, un concentrato di finezze rock & soul sudiste che porta il marchio di Memphis, il merito della profondità dell'album è tutto nelle canzoni di Hiatt. Qui lo stato di grazia è irripetibile e le stelle stanno a guardare: la carica strafottente di Memphis in the Meantime, il tiro imbizzarrito di Thing Called Love e Thank You Girl, la dolcezza di Tip of my Tongue e Learning How to Love You, soprattutto lo struggente romanticismo del capolavoro pianistico Have a Little faith In Me, ballata per sciogliere i sensi di qualsiasi amata. Quattro giorni di sessioni portano in dono tutto questo ben di dio: la chitarra di Cooder ha il tocco assassino nello slidin' di Alone in the Dark, ma sa ricamare di fino e giocare con partiture sghembe, mentre la sezione ritmica insegna il bignami della perfetta produzione roots rock. In quegli anni di fredda risacca e pop plastificato, Bring the Family è il disco culto per eccellenza del cantautorato americano. John Hiatt ci campa di rendita ancora oggi e ne ha tutte le ragioni.

(Fabio Cerbone)

26 febbraio 2015

Prince


José González - Vestiges & Claws (2015)

di Enrico Stradi

La densità mediatica dei nostri anni, durante i quali qualsiasi cosa deve uscire dall’ordinario per ottenere spazio attentivo, visibilità e approvazione, sta mostrando già da tempo i suoi lati negativi: dal mio punto di vista personale, in cima alle nefaste conseguenze della bulimia musicale, c’è che non badiamo più a tutti quei dischi che rifiutano già a priori il meccanismo dell’esaltazione e della gara a chi ci appiccica sopra il numero più alto di punti esclamativi. Dischi che in maniera più sintetica potremmo definire come “normali”, se l’aggettivo, per i motivi scritti sopra, non avesse un’accezione ormai irrimediabilmente negativa.

L’ultimo disco di José González è uno di quei dischi.
Il che d’altronde non è nemmeno una novità: già le cover degli esordi (Joy Division, The Knife, Massive Attack tra le meglio riuscite), il primo disco solista “Our Nature” e i successivi due album con i Junip (“Fields” del 2010 e “Junip” del 2013) erano prodotti di indiscutibile finezza ma che di certo non erano pensati per sbancare o far strappare i capelli. Insomma, José Gonzáles è fatto così: per quanto possibile, un artista che non bada a finire protagonista delle esaltazioni collettive della critica musicale.

Già da subito questo “Vestige & Claws” dimostra di non avere nessuna intenzione di essere il disco della svolta (e fortunatamente). Suoni soffusi, intimisti, folk pregiato, chitarra acustica, voce calda e sussurrata. Il tempo sembra non passare, e quello che si ascolta è praticamente identico a tutto quello che González ha suonato fino ad ora, e perché sia ben chiaro lo diciamo subito: non è un punto a sfavore. Più che all’evoluzione artistica, al ragazzo mezzo svedese e mezzo argentino sembra interessare infatti il perfezionamento del proprio stile: un labor limae che ha il solo fine di avvicinare quanto più possibile la musica suonata ai testi cantati. Quasi a fonderli insieme.
Infatti ancora più che nei dischi precedenti, solisti o no, in “Vestige & Claws” diventa evidente il tentativo di González di dare musica al mondo naturale. Tutti i pezzi che compongono l’album fanno riferimento più o meno palese alla natura, al tempo che passa, alla vita vissuta o a quella ancora da spendere, e tutti questi concetti sono fusi in una miscela elegantissima di folk classico, a cui siamo fortunatamente abituati.
Un suono che nella durata del disco subisce volutamente poche, pochissime variazioni stilistiche, e che proprio per questo non sarà digeribile per tutti. Il rischio skip esiste. Ma nell’insieme indefinito di pezzi che sembrano assomigliarsi tutti – e questo è bene o male a seconda di chi ascolta – spicca la gemma “Every Age”: una riflessione sul tempo che abbiamo da spendere, di come e a che velocità passa, delle persone con cui spenderlo, delle cose che lo rendono denso e memorabile o no: in poche parole, il punto più alto, sprituale, dell’album.

“Vestige & Claws” insomma non alzerà l’asticella personale di José González, semplicemente perché non è stato prodotto per farlo. Rimane un album pregiato, elegante, con quel profumo artigianale che contraddistingue le produzioni dell’artista in questione, a cui chiedere di più di così sarebbe un gesto da pretenziosi. Ad avercene di dischi del genere. (3,5/5 voto mio)

25 febbraio 2015

Yoko Ono and John Lennon, Rolling Stone, 1981


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Van Morrison - Moondance (1970)

Tutti i critici reagirono entusiasticamente ad Astral Weeks. La rivista Rolling Stones lo nominò album dell'anno. Tutte belle parole, intanto Van era costretto a chiedere i soldi in prestito per mangiare. Infatti le vendite erano di appena 15.000 copie ed i discografici, forti di contratti capestro, bloccavano i pagamenti dei suoi diritti. Ancora oggi Van aspetta le sue royalties di "Brown Eyed Girl"! Passarono due anni prima che arrivasse il disco successivo. Van era pieno di dubbi e diffidava del mondo dell'industria discografica. Scoprì che, se le sue canzoni fossero state trasmesse per radio, avrebbe ricevuto le royalties direttamente dalla BMI (l'equivalente della nostra SIAE). Abbandonò le sperimentazioni e decise di fare della semplice musica soul, dove le canzoni avrebbero mantenuto la canonica forma strofa-ritornello. La svolta sarà sbalorditiva, ma non si può dire che Van si svende. Non è il tipo di fare qualcosa che non senta suo o qualcosa di cui si possa in seguito vergognare. Decise di fare a meno di un produttore, perchè non si fidava più di nessuno. Aveva inoltre bisogno di una band stabile con cui poter sia incidere che esibirsi. Scelse Jeff Labes al piano, John Platania alla chitarra, Garry Malabar alle percussioni Jack Schrorer a guidare i fiati. Come è troppo facile notare, quest'ultimo doveva ancora imparare a suonare. Questi quattro musicisti suoneranno con lui, ad intermittenza, per i successivi 4-5 anni. Il suono di Moondance, rispetto al contemporaneo soul di Aretha Franlin e Otis Redding, è molto più morbido e rilassato. Van si ispirava al soul gentile del defunto Sam Cooke, comunque in maniera del tutto originale. Il suo potrebbe essere chiamato "soul celtico", ma la definizione non aiuterebbe a capire. In confronto ad Astral Weeks tutto è più levigato, pulito, meno emozionale. Gli arrangiamenti dei fiati sono mosci e noiosi, a volte irritanti.
Le composizioni abbracciano più stili. Il pezzo che dà il titolo al disco è puro jazz, come composizione e come esecuzione. "And It Stoned Me" sembra uscita del disco precedente. "Crazy Love" è una tenera nenia sussurrata in falsetto. "Brand New Day" è un gospel appassionante, con piano e coriste in primo piano e sassofonisti in castigo (per fortuna!). "Caravan" e "These Dreams of You", registrate dal vivo tre anni dopo, saranno perfette, ma qui sono troppo fredde. "Into the Mystic" è una sognante ballata rovinata, come al solito, da un breve intermezzo dei sassofoni. Nulla di personale, credetemi. La colpa io non la dò a Jack Schrorer, io la dò al suo insegnante! Gli ultimi due pezzi son puri riempitivi di nessun valore. I testi sono brevi ed ottimistici: Van era da poco felicemente sposato. Moondance è l'album più sopravvalutato della carriera di Van Morrison. In realtà egli stava ancora imparando a produrre un disco. Comunque sia, dopo questo disco i suoi problemi di sussistenza furono risolti. (5/5 voto mio)

24 febbraio 2015

Got Me Wrong - Alice in Chains



Frainteso

Yeah, va via

Tutto di questo e più del niente nella mia vita
Argilla non colorata
Individualità non sicura

Adesso scommetto che mi hai frainteso

Così insicura corri da qualcosa di forte

Non posso mollare

Logora tappezzeria si sta srotolando lenta
Sento il cervello torturato
Mostra la tua pancia come se anche tu mi volessi

Adesso scommetto che mi hai frainteso

Così insicuri raggiungiamo qualcosa di forte

Non mi sentivo così da molto tempo

Sbagliato, nel senso di allontanato troppo dall?amore
Che non dura per sempre
Qualcosa è cambiato nel verso giusto

Tu sapore di zucchero

La dolcezza spesso non tocca la mia faccia
Resta se ti fa piacere
Potresti non esserci quando partirò

Van Morrison, il nuovo album “Duets: Re-Working The Catalogue” in uscita il 24 marzo 2015

Uscirà il 24 marzo 2015 il trentacinquesimo album di Van Morrison, “Duets: Re-Working The Catalogue“. Per comporre il disco di duetti, il Belfast Cowboy ha rimesso mano al suo vasto repertorio (contenente più di 360 brani), scegliendo 16 canzoni da inserire in questo nuovo lavoro che, di fatto, contiene unicamente inediti.

Chiamando a sé una lunga schiera di amici musicisti, tra cui figurano anche Bobby Womack, Steve Winwood, Mark Knopfler, Michael Bublé, Natalie Cole, Gregory Porter, Joss Stone e Mick Hucknall, il visionario musicista irlandese ha riarrangiato alcuni dei brani meno noti della sua carriera per riportarli a nuova vita, chiedendo ai suoi collaboratori di non limitarsi al piano esecutivo ma di contribuire attivamente a plasmare e ricreare ciascuna canzone.

Registrato tra Belfast e Londra nel giro di un anno e prodotto da Van Morrison insieme a Don Was e Bob Rock, “Duets: Re-Working The Catalogue” sarò anticipato dal primo singolo “Real Real Gone”, inciso insieme a Michael Bublé, e che sarà in rotazione radiofonica in Italia a partire da venerdì 27 febbraio 2015. Il disco è già acquistabile in pre-order su iTunes e su Amazon.

“Duets: Re-Working The Catalogue” – Copertina & Tracklist

01. Some Peace of Mind (con Bobby Womack)
02. Lord, If I Ever Needed Someone (con Mavis Staples)
03. Higher Than the World (con George Benson)
04. Wild Honey (con Joss Stone)
05. Whatever Happened to P.J. Proby (con P.J. Proby)
06. Carrying a Torch (con Clare Teal)
07. The Eternal Kansas City (con Gregory Porter)
08. Streets of Arklow (con Mick Hucknall)
09. These Are the Days (con Natalie Cole)
10. Get on with the Show (con Georgie Fame)
11. Rough God Goes Riding (con Shana Morrison)
12. Fire in the Belly (con Steve Winwood)
13. Born to Sing (con Chris Farlowe)
14. Irish Heartbeat (con Mark Knopfler)
15. Real Real Gone (con Michael Bublé)
16. How Can a Poor (con Taj Mahal)

23 febbraio 2015

Country Joe & The Fish

Joe McDonald (1942) nasce e cresce a El Monte, nei dintorni di Los Angeles, da genitori comunisti (vuole la storia che il nome sia un omaggio a Stalin). Dopo quattro anni di servizio militare in Marina, McDonald si affaccia alla scena universitaria di Berkeley, cantando canzoni di protesta politica nei piccoli club: la sua primissima canzone, "I Seen A Rocket", è dedicata ad un compagno di scuola in lizza nelle elezioni del college.

Discografia e Wikipedia

22 febbraio 2015

Scopertine #28


676. Neil Young - Ragged Glory - 677. Ice Cube - AmeriKKKa’s Most Wanted - 678. Jane’s Addiction - Ritual de lo Habitual - 679. LL Cool J - Mama Said Knock You Out - 680. Public Enemy - Fear of a Black Planet - 681. Sinead O’Connor - I Do Not Want What I Haven’t Got - 682. A Tribe Called Quest - People’s Instinctive Travels & the Paths of Rhythm - 683. Sonic Youth - Goo - 684. Ride - Nowhere - 685. My Bloody Valentine - Loveless - 686. Nirvana - Nevermind - 687. Crowded House - Woodface - 688. Cypress Hill - Cypress Hill (1st Album) - 689. Julian Cope - Peggy Suicide - 690. Gang Starr - Step in the Arena - 691. MC Solaar - Qui Sème le Vent Récolte le Tempo - 692. Jah Wobble - Rising Above Bedlam - 693. Red Hot Chili Peppers - Blood Sugar Sex Magik - 694. Ice T - OG: Original Gangster - 695. Mudhoney - Every Good Boy Deserves Fudge - 696. Public Enemy - Apocalypse 91… Enemy Strikes Back - 697. A Tribe Called Quest - Low End Theory - 698. Pearl Jam - Ten - 699. Saint Etienne - Foxbase Alpha - 700. Sepultura - Arise

Little Richard - Here's Little Richard (1957)

Richard Wayne Penniman è incasinato e tormentato come il rock'n'roll. Ha 12 fratelli e sorelle e suo padre viene assassinato quando lui ha 20 anni. Non ha un soldo, e quel poco che guada lo spende in lezioni di pianoforte. Lo chiamano Little, ma è alto un metro e ottanta. Ha imparato a cantare in chiesa e a fare spettacolo dai venditori ambulanti che arrivano in città, a Macon, Georgia, pieno Sud degli Stati Uniti. E' spirituale e carnale, religiosissimo e volgare, canta sconcezze indirizzate a donne che sanno come divertirsi e divertire, ma da come si trucca tutti capiscono che gli piacciono piú che altro gli uomini. Con i fratelli, fa musica da sempre. A 19 anni vince un concorso con la Rca, ma prima che accada qualcosa trascorrono altri quattro anni. Ora è con la Specialty, e in particolare con il produttore Bumps Blackwell, una piccola celebrità in quel momento, l'uomo che ha lanciato le Carriere di Ray Charles e di Quincy Jones. Non è che Blackwell ci capisca granché, di questo bizzarro pianista di night che dice di aver imparato a suonare il piano da Esquerita (da cui deve aver preso anche il gusto per il trucco e le parrucche) e che in un attimo passa dal sussurro all'urlo. Pensa che sia possibile lanciarlo come bluesman e lo porta a New Orleans per registrare un album. Tra un'incisione e l'altra, racconterà per sempre la mitologia rock'n'roll, in studio Richard improvvisa una specie di scioglilingua che decanta le virtù del posteriore femminile (femminile?), forse di tutti i posteriori femminili, forse di uno in particolare. Blackwell ferma tutto e gli chiede di registrare ciò che ha appena cantato, censurandolo un po' e quindi rendendolo ancora più incomprensibile. Nasce così Tutti Frutti, il primo hit rock'n'roll che si affida esclusivamente al suono, e al ritmo, per comunicare il proprio significato. Il primo che non ha bisogno di parole. In quello stesso 1955, e poi lungo tutto il 1956, Little Richard registra altri due grandi successi, Long Tall Sally e Jenny Jenny, che appaiono con una manciata di turbo-boogie-woogie nel suo primo (e forse ultimo) album davvero memorabile. Per lui comincia quel rapporto tormentato tra musica e fede, con sensi di colpa nell'uno e nell'altro senso, che lo spingerà ad abbandonare il rock'n'roll per la predicazione, con infiniti ritorni. Comincia il rock'n'roll, insomma, che sarà sempre spirituale e carnale come Little Richard. (4/5 voto mio)
di P. N. Scaglione - Rock! (Einaudi)

21 febbraio 2015

The Beatles - The Beatles (White Album) (1968)

[Disc 1] 1. Back In The U.S.S.R. // 2. Dear Prudence // 3. Glass Onion // 4. Ob-La-Di, Ob-La-Da // 5. Wild Honey Pie // 6. The Continuing Story Of Bungalow Bill // 7. While My Guitar Gently Weeps // 8. Happiness Is A Warm Gun // 9. Martha My Dear // 10. I'm So Tired // 11. Blackbird // 12. Piggies // 13. Rocky Raccoon // 14. Don't Pass Me By // 15. Why Don't We Do It In The Road? // 16. I Will // 17. Julia // [Disc 2] 1. Birthday // 2. Yer Blues // 3. Mother Nature's Son // 4. Everybody's Got Something To Hide Except Me And My Monkey // 5. Sexy Sadie // 6. Helter Skelter // 7. Long, Long, Long // 8. Revolution 1 // 9. Honey Pie // 10. Savoy Truffle // 11. Cry Baby Cry // 12. Revolution 9 // 13. Good Night

Una copertina immacolata, bianca e misteriosa: dopo la grande confusione iconografica di Sgt. Pepper i Fab Four della fine del 1968 sono semplicemente The Beatles. Il disco passerà però alla storia come 'The White Album', doppia raccolta che schizza verso poli distanti e attrae nel suo caleidoscopio di stili e umori fuori controllo. Frutto di sessioni interminabili, registrando più brani e più parti nello stesso giorno ma in studi differenti, il doppio bianco è al tempo stesso il disco della disgregazione e della piena sbocciatura dei singoli. Impossibile non cogliere nel suo cammino le diversità di intenti, gli stimoli di ciascun autore, anticipazione di quell'isolamento e incomunicabilità che farà divergere entro poco tempo le strade di John, Paul, George e Ringo. In questi solchi però tutto si tiene magicamente insieme proprio nella contraddizione degli opposti, risultando opera visionaria e totalizzante, che anticipa e ancora oggi supera molti temi del pop contemporaneo. Nel calderone finiscono gli zampilli psichedelici di Glass Onion, gli strali di Yer Blues, la frenesia rock'n'roll di Birthday e Back in USSR e il punk ante litteram di Helter Skelter, per non dire di una collezione di filastrocche folk e pop eterei. Lennon lascia alla memoria due della sue ballate più intense personali (Dear Prudence e Julia), McCartney risponde con la dolcezza acustica di Blackbird e Rocky Racoon e il gusto retrò di Honey Pie, Harrison indovina un altro capolavoro grazie alla lacrimante While My Guitar Gently Weeps, marchiata dalla partecipazione della solista di Eric Clapton. Il singolo prescelto è Revolution, dove il sarcasmo politico di Lennon anticipa la sua carriera solista.

(Fabio Cerbone)

Mount Eerie - Sauna (2015)

di Gianluca Marian

Parlare di Phil Elverum è come parlare del Papa, la sua musica è diventata talmente personale che è impossibile sbagliarsi durante l’ascolto di uno dei suoi dischi: disco dopo disco, è giunto ad essere uno dei cantautori americani più importanti della sua generazione. Le alte vette raggiunte con The Glow Pt.2 e Mount Eerie, quando era sotto il moniker The Microphones, sono un bel ricordo ormai cronologicamente distante. Il cambio di nome, avvenuto proprio successivamente a Mount Eerie, molto probabilmente, è stato un sintomo di rinascita artistica. Elverum doveva distaccarsi dal successo che aveva ottenuto, consapevole di non poter mai più raggiungere quei picchi.
Il progetto Mount Eerie nasce dunque sotto quest’ala di timore ma, per sua fortuna, non si è ridotto ad una semplice comparsa nel panorama musicale, mantenendosi anzi a livelli alti, elevando Phil a maestro nell’utilizzo di droni in ambienti lo-fi.

Sauna è una liturgia di debolezze e paure composta da sintetizzatori mastodontici, funerei e cherubini allo stesso tempo. La violenza tellurica dei precedenti dischi Wind’s Poem e Ocean Roar, sembra totalmente levigata e si percepisce nella traccia: Boat, e in altri pochi sprazzi isolati. Rimane viva quell’ambientazione sospesa nel vuoto, viva ma mai tonante, in Clear Moon; molto meno fugaci del solito, invece, sono quei suoni e strutture che lo hanno reso celebre come The Microphones.
Per la prima volta, sotto lo pseudonimo Mount Eerie, realizza due suite poste al principio e alla fine del disco, l’ampio minutaggio aiuta il senso di apatia e di ansia, risultando dopo alcuni ascolti due tra le tracce più riuscite. Come in ogni suo album c’è spazio per lo sfogo di sperimentazioni che non intaccano la continuità del disco: (something) è un mantra psichedelico a xilophono, Books è un lungo assolo free, tra un piano e un non definito strumento a corde pizzicato, con un outro che ritorna nei canoni sentiti in precedenza.

Il lavoro da mestierante si sente e, sebbene non si parli più di capolavoro da tempo immemore, la qualità dei suoni e della musica rimane sempre elevata. Le poche sperimentazioni non si allontanano molto dal fulcro concettuale dell’opera e dall’essenza dell’artista stesso. L’aver raggiunto un proprio sound ben riconoscibile può però diventare il punto debole di Mount Eerie, “riducendo” Sauna a uno dei suoi “tanti bei dischi”, già dopo pochi ascolti. Possiamo dire in definitiva che Sauna non regala niente di più e niente di meno rispetto alla già fruttuosa carriera del musicista americano. (3,5/5 voto mio)