21 giugno 2017

Accadde oggi...

1951: Nasce a Chicago, Illinois, USA, Nils Lofgren, chitarrista dei Crazy Horse e dei Grin, ma soprattutto della E Street Band di Bruce Springsteen.

1961: Nasce a Parigi José-Manuel Thomas Arthur "Manu" Chao, cantautore, leader dei Mano Negra e poi solista.

2001: Muore John Lee Hooker, autentica leggenda del blues. Era nato a Clarksdale, Mississippi, USA, il 22 agosto 1917. Autore, cantante e chitarrista, è considerato l'inventore del cosiddetto 'talking blues'.

Hurray For The Riff Raff – The Navigator (2017)

di Fabio Cerbone

Descritta come una delle voci più promettenti dell'ultima generazione folk americana, Alynda Segarra, anima del progetto Hurray for the Riff Raff, scombinerà non poco le certezze di chi l'aveva già incasellata nella grande famiglia della tradizione, ambasciatrice di umori country, hillbilly e blues, di quella roots music che aveva ispirato la sua opera dopo anni di convivenza con la città adottiva di New Orleans. E non faccio fatica a confessare la mia stessa perplessità per un'artista che in passato non era mai riuscita a convicermi del tutto, talentuosa ricamatrice di un'Americana molto nostalgica, alla ricerca dei suoni più polverosi e antichi che passavano da Bessie Smith a Woody Guthrie. The Navigator è un'altra storia, in tutti i sensi, e soprattutto un album ambizioso, spiazzante e variegato, in una parola l'opera più convincente della sua produzione (quattro album dal passaggio dall'indipendenza alla prestigiosa Ato).

Questa volta l'inclinazione della giovane Alynda per i concept album, per cicli di canzoni che sono tenuti insieme da un tema narrativo forte (era avvenuto anche con Small Town Heroes) ha generato qualcosa di assai personale, un vissuto autobiografico che racconta le vicende di una giovane donna (è lei che incarna The Navigator) cresciuta nel Bronx, fra palazzi abitati da immigrati portoricani, così come è capitato ad Alynda stessa, bambina allevata dalla zia Nereida al quattordicesimo piano (la confessione per piano e voce di Forteen Floors) di uno stabile invaso dai suoni, dai colori e dagli odori di gente che approdava lì da lontano, a strappare un lembo del sogno americano. Con un nuovo chitarrista in formazione, Jordan Hyde, e soprattutto con la regia musicale accorta di Paul Butler (lo abbiamo apprezzato nel recente lavoro di Micheal Kiwanuka), Hurray for the Riff Raff vira verso un folk rock urbano, pulsante, che ingloba percussioni latine (nella stessa The Navigator, nella palpitante fiesta di Rican Beach), ritmi bomba e salsa, voci doo wop (quelle che introducono il viaggio nel Bronx con l'iniziale Entrance), chitarre spanish e crescendo d'archi (la confessione di Nothing's Gonna Change that Girl, il romanticismo urbano di Settle, tra Ben E King e Mink Deville) e ritmi rock che si lasciano avvolgere dal clima newyorkese (la freddezza ritmica new wave di Hungry Ghost).

Sorprendente per chi l'aveva eletta alla carica di ambasciatrice del sound rurale, molto interessante invece per chi pensa che il concetto di radici debba essere aperto al mondo, a maggior ragione in una sequenza di canzoni che vogliono cogliere gli accenti di un quartiere difficile, dove acquisire la propria identità di cittadina americana. Alynda Segarra ne racconta la battaglia quotidiana attraverso la dylaniana Living in the City, volteggiante folk rock che si accoppia con il crescendo della successiva Life to Save, in fondo niente affatto distanti dallo stile passato, ma con una consapevolezza elettrica che non può non riflettere l'ambientazione newyorkese. Una coscienza della propria condizione (osservate Alynda indossare la sua t-shirt con la scritta "Puerto Rico" nel video di Hungry Ghost) che acquisisce orgoglio strada facendo, approdando alla sequenza finale di The Navigator, dalla citata Rican Beach all'invocazione di Pa'lante (parola in slang portoricano che incita ad andare avanti, a credere in se stessi), all'intreccio di voci latine e roboanti percussioni che animano Finale.

Se esiste una risposta fatta di meticciato musicale, multiforme e fiero del suo miscuglio di pronunce, a quest'epoca americana di rifuito dell'altro è proprio The Navigator. Un album politico, nel senso migliore del termine.


19 giugno 2017

Hav – Inver (2017)

di Gianfranco Marmoro

Un libro, un film, un disco o una favola a volte hanno bisogno di evocare sentimenti ancestrali per poter lasciare un segno. Una parola, un suono, un'immagine possono trasportare il lettore, l'ascoltatore o lo spettatore in un mondo ricco di suggestioni, di profumi e di sensazioni, ed è quello che accade durante l'ascolto di "Inver".

L'esordio degli Hav non è un disco qualsiasi, è una finestra che si apre su un luogo abbandonato, dove alla lentezza e alla quotidianità corrisponde una dimensione vitale più naturale ed etica. Il polistrumentista Alex Ross, il chitarrista e sound designer Jonathan Bidgood e il bassista Ian "Dodge" Paterson sono i tre membri della band scozzese, un trio alle prese con un viaggio immaginifico, sottolineato dalla poesia dei canti marinari e da quella vibrazione naturale che è legata alla quotidianità della vita rurale.

I quasi sette minuti introduttivi di "Ffald Y Brenin" identificano il luogo di partenza, un rifugio nel Galles dove albergano malinconia e dolcezza, dando vita a un unico linguaggio poetico, il richiamo dei gabbiani e il rumore delle onde si adagiano con grazia su violini, fisarmoniche, field recording, piano, basso e chitarra, agitando ricordi e suggestioni. Ed è un susseguirsi di photo-frame sonori che conducono con mestizia all'estatico finale di "Goodbye (This Time Forever)", una ballata empia di tristezza, cullata da cornamuse e tamburi rullanti che iniettano la giusta dose di serenità e speranza.

Tra traditional e brani inediti, gli Hav tratteggiano un mondo lirico fatto di ricordi e di riflessioni, avvicendando passato e presente con accordi frugali e quasi ingenui di violino: perfetta colonna sonora per un racconto di vita marinara ("Cullen Bay").
Ed è ancora il mare (Hav in danese significa mare) protagonista dell'intenso folk acustico a due voci di "Loch Tay Boat Song", un brano tradizionale già oggetto di altre interessanti riletture (come quella di Will Oldham "The Ohio River Boat Song").
Accade spesso che la band reinventi la tradizione con piccoli accorgimenti strumentali, come quando basso e chitarra prendono possesso di "Peggy Gordon", una ballata tradizionale resa famosa dai Dubliners, che la band interpreta alla maniera dei Fairport Convention con un rigore e una leggiadria strumentale ammirevole.

La magia di "Inver" è infine tutta racchiusa in quell'incedere mesto che simula le gesta quotidiane di una comunità agreste. La musica procede lentamente raccontando una giornata in una distilleria di whisky ("The Glenglassaugh") o una giornata di festa a suon di danze gaeliche appena contaminate dalle moderne alchimie stile Penguin Café Orchestra - "Lydia's Wedding (King Of The North)" - collocando altresì tra i due estremi un breve interludio per solo voci ("The Young Man's 21st Birthday"), dove lo zio di Alex Ross racconta brevi aneddoti familiari che hanno il compito di sottolineare ancora una volta il legame con il passato, fonte di quelle suggestioni che l'esordio degli Hav ha il merito di resuscitare con un calore e un fascino che non vi lascerà indifferenti.

18 giugno 2017

Accadde oggi...

1942: Nasce a Liverpool (James) Paul McCartney, cantante, autore e bassista nei Beatles e poi cantautore e polistrumentista da solista.

2011: Muore Clarence Anicholas Clemons, Jr., più semplicemente Clarence Clemons, il 'Big Man' della E Street Band. Nato a Norfolk County, Virginia, USA, l'11 gennaio del 1942, era entrato nel gruppo nel 1973.

2013: Muore Claudio Rocchi, cantante, bassista e co-autore degli Stormy Six per l'album di debutto della formazione, "Le idee di oggi per la musica di domani" del 1968, poi cantautore, autore e conduttore radiofonico. Era nato a Milano l'8 gennaio del 1951.

Born to Run

Essere nati con uno strumento e la capacità istintiva di usarlo è una vera fortuna. Ancora oggi invidio Rod Stewart, Bob Seger, Sam Moore e tanti altri che hanno voci eccezionali e sanno cosa farne. I miei difetti vocali mi portarono a concentrarmi sulla scrittura, la conduzione della band, la performance e il modo di cantare. Imparai a brillare in quei settori, come forse non avrei fatto se fossi stato un cantante nato. La mia capacità di reggere tre ore e rotte di spettacolo per quarant’anni come un purosangue – di per sé una dimostrazione del mio timore patologico di non riuscire a fare abbastanza – nasce dalla consapevolezza che, per avere successo, bisogna dare tutto. Spesso l’approvazione del pubblico è inseparabile dalle critiche. Pensa a tutte le voci rock fuori dagli schemi che hanno pubblicato dischi storici e cantano ancora oggi. Poi pensa di rafforzare le altre doti perché non sai mai cosa ti può uscire dal cuore e dalla bocca.

— Bruce Springsteen, Born to Run

17 giugno 2017

Robyn Hitchcock

Robyn Hitchcock (1953) vero nome Neal Williams, debutta con i Soft Boys, gruppo pop melodico nato in piena era punk, mostrando già un songwriting forgiato sul folk rock, con suggestioni a metà strada tra Beatles e Syd Barrett. Esaurita l'esperienza Soft Boys, nel 1981 pubblica The Man Who Invented Him self e successivamente, a distanza di pochi mesi, i due album Black Snake e Groovy Decay.

16 giugno 2017

The Rolling Stones - Let It Bleed (1969)

Dopo l'uscita di Sgt.Pepper's nel 1967 i baronetti di Liverpool, stremati dalla pressione dei media si ritirarono dai grandi e massacranti tour per creare in studio le loro complesse opere, portando al termine la loro parabola, mentre i Rolling Stones, anch'essi fagocitati nel complesso mediatico del periodo, non erano mai stati dei diligenti topi da studio, bensì anarchici animali da palcoscenico. Let It Bleed è uno dei capolavori riconosciuti degli Stones, perfetto punto d'incontro tra la pigra ballata e l'alcolica cavalcata blues. Mick Taylor prende il posto dello scomparso Brian Jones, e la sua chitarra, blues, acida e virtuosa è come una spinta creativa per Keith Richards, che mai prima di adesso è stato libero di graffiare la sua sei corde senza l'ansia di sbagliare nota. Creativo e diabolico, efficace songwriter insieme al suo gemello Mick Jagger, che sguazza divinamente nelle paludi del Delta e nel fango della campagna statunitense. Gimme Shelter è un calice di vino rosso di pregiata fattura, Midnight Rambler è un boogie ipnotico, perfetto, Let it Bleed e Live with Me seguono le tracce di Beggar's Banquet, incastrandosi a dovere tra le rurali e nere Love In Vain, You Got The Silver e Country Honk. Le gemme del disco sono Monkey Man, tesa e acida come il periodo che gli Stones vivono, e la strepitosa You Can't Always Get What You Want, ballatona da due accordi, ricca di fraseggi tra chitarra, piano ed Hammond e caratterizzata da un epico coro di apertura, un invito degli dei a banchettare con loro, il diavolo in paradiso. (Mia valutazione:  Ottimo)


(Silvio Vinci)

15 giugno 2017

La grande Ella Fitzgerald

Muore Ella Fitzgerald, regina della musica jazz. Rimasta orfana a quattordici anni, Ella passa la sua infanzia tra orfanotrofi e quartieri malfamati di New York. Debutta giovanissima, nel 1934 all'Apollo Theater di Harlem, e da allora non smette mai di cantare. Nel 1941, Ella inizia la carriera solista, abbracciando i più svariati generi musicali: swing, bebop, blues, samba, gospel, calypso.

Link al video su raistoria