27 luglio 2014

George Ezra - Wanted On Voyage 2014

di Michele Saran

La carriera di George Ezra, nativo della campagnola Hertford, dintorni di Bristol, ha avuto una velocità che la rende virtualmente inesistente. Ancora quasi ragazzino, dopo essersi diplomato in un istituto di “modern music” di Bristol, impressiona tutti con la sua scioltezza alla chitarra e soprattutto la voce possente. L’ascesa è fulminea: live, partecipazioni, passaggi in radio e social network delle sue prime canzoni.
Tratta dal suo primo Ep “Did You Hear The Rain?” (2013) è la sua maggiore hit, la “Budapest” ululata e gorgheggiata che ha avuto l’indubbio merito di riportare la canzone d’autore semi-acustica alle vette della classifica di vendita nell’era di Pitbull, David Guetta e Skrillex. Questo nuovo enfant prodige rimane, comunque, anni luce da obblighi contrattuali di sorta. Ezra dimostra, alla prova dell’album lungo “Wanted On Voyage”, di avere una sporta d’idee efficaci e pure affascinanti, e una coerenza di ferro nell’imporle.

La produzione elettronica aiuta a modellare una prima parata di brani impeccabili, dalle vibranti danze campestri con battimani gospel di “Cassy O’” e “Blame It On Me” ai bubblegum country-pop dell’ormai arcinota “Budapest”, i cocktail-lounge di “Barcelona” (echi della “Wild Side” di Lou Reed) e i corali di “Leaving It Up To You”, passando per la dinamica stornellata folk di “Listen To The Man”. Sono tutti gioielli dal refrain da brivido, migliorato dal suo innato baritono caldo, profondo, ma anche elastico, in grado di passare dalla pompa Bruce Springsteen-iana al tono confidenziale e rurale del Bob Dylan di “Desire” al falsetto soul effemminato.

La seconda parte è già più imperfetta, solo “Drawing Board” e la serenata solitaria accompagnata da miasmi elettronici di “Breakaway” sono nel segno delle prime canzoni. L’autore cerca comunque qualche vago esperimento canoro nell’introduzione a cappella di “Did You Hear The Rain?”, un blues delle piantagioni cantato nel vuoto, e soprattutto nel registro bassissimo e fatalista di “Spectacular Rival”, dei Crash Test Dummies impiantati in un clima western-noir da Morricone, che chiude l’album in una non banale nota grave.

Primo album del giovanissimo cantautore (classe '93) - disco di platino nel 2014 per “Budapest” -, un radicale campionamento di stili del passato rielaborati con disinvolta confidenza, indiscutibile classe, scrittura facile. Diverse canzoni memorabili, immediatamente cantabili, tutte radunate nella prima parte capolavoro. La stampa specializzata dice che non rivela alcunché della sua giovane età: soprattutto non ci sono tracce della sua "inglesità". Ci sono pulsanti fiotti d’America, la sua America, ma ha pure uno sguardo sottilmente cosmopolita. L’edizione deluxe aggiunge quattro (minori) canzoni. Ottimo successo in Italia. (3,5/5voto mio)

The Clash - Sandinista (1980)

di Silvano Bottaro

Un monumento: tre dischi, trentasei titoli, due ore e un quarto abbondanti di musica. Ogni musica immaginabile dentro il perimetro del rock e nelle zone ad esso limitrofe e oltre ancora: reggae innanzitutto e poi funky, disco, soul, jazz, calipso, gospel, country. E rockbilly e ombre o poco più, di quel punk deragliante da cui i Clash erano partiti nel 1977 per approdare due anni dopo all'enciclopedismo di London Calling, riassunto magistrale in due LP di un quarto di secolo di rock'n'roll. Quest'ultimo triplo segnò il passo successivo, e quale passo, un balzo in avanti mozzafiato che lasciò a bocca aperta, il respiro affannoso, per la meraviglia e l'ammirazione. Sandinista è un'opera di fusione superba, un lavoro in cui il rock si rivitalizza risalendo alle sue radici più ataviche, confrontandosi e amalgamandosi con le musiche terzomondiste.
Un monumento, si è detto, e come tutti i monumenti forse un po' ingombrante. Avrebbe giovato una maggiore concisione. Fossero stati due i dischi (il terzo parte alla grande ma poi si perde per strada, è dispersivo e sostanzialmente superfluo) sarebbe stato il capolavoro degli anni Ottanta. Resta comunque uno degli album più grandi della storia della musica rock. 4,5/5

26 luglio 2014

White Fence - For The Recently Found Innocent (2014)

di Ruben Gavilli

Tim Presley, aka White Fence, giunge con “For The Recently Found Innocent “ al sesto album in quattro anni di carriera e sembra aver rinforzato sempre di più la venatura cantautoriale del suo pop lo-fi psichedelico: si è fatto più preciso, il Nostro, meno rude, più limpido e meno confusionario. Perciò via i suoni stravaganti e i mille pedali che hanno caratterizzato per anni il suono della sua chitarra, ma solo strumenti che servono al jangle- psych californiano: chitarra acustica, chitarra elettrica, basso e batteria. C’è meno urgenza in For The Recently Found Innocent e si percepisce di più la forza crescente della composizione di White Fence. Rispetto agli stessi due dischi precedenti, “Family Perfume Vol. 2“ (2012) e “Cyclops Reap” (2013) c’è più chiarezza e sicurezza nello scrivere canzoni, che inevitabilmente predispone all’ascolto. Detto questo, non che l’immaginario di riferimento cambi, siamo sempre in odore di Byrds, folk-rock, Syd Barrett, il Bob Dylan di “Bringing All Back Home”, John Lennon.
White-Fence-like-that-to-the-recently-found-streamLa novità (paradossalmente) è che questa volta White Fence rispolvera anche un certo Lou Reed.
Come non avvertirne le vibrazioni in canzoni come Hard Water, Afraid Of What It’s Worth, Fear, dove la musica dà spazio ad un gusto certamente californiano, inebriante, molle, accaldato per la psichedelia. Altrimenti White Fence mette in scena dei piccoli rock’n’roll (Raven On White Cadillac, Like That, Arrow Man), costruisce ballate dal sapore anni ’60 (Goodbye Law, Wolf Gets Red Faced, Actor o The Light). Il talento di Tim emerge in questo disco sottoforma di una mente compositiva cristallina, limpida, non più dispersiva: tuttavia non si può fare a meno di notare l’azione nostalgica che Presley mette in atto ad ogni sua canzone. Così come gli amici Woods, la difficoltà di liberarsi di una precisa eredità musicale diventa gigantesca e il revival da due soldi è pronto in agguato dietro l’angolo. Piacevole ascolto, ma la pratica musicale del rock’n’roll è un'altra cosa. (3,5/5 voto mio)

Bruce Springsteen - Wrecking Ball (2012)

di Silvano Bottaro

Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E' molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel "niente di nuovo", "album inutile", "ormai finito" ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia "oscurato" dal classico velo affettivo che, per carità non è "pietoso", ma senz'altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne "The Boss" riesce a dirci ancora molto!

Un gradino al di sotto di Magic del 2007 e un gradino sopra di Working On a Dream del 2009, "Wrecking Ball" si colloca nella "via di mezzo". Certo, siamo lontani dal suo ultimo capolavoro "The Rising" del 2002, escludendo quei due lavori leggermente atipici che sono l'acustico "Devils & Dust" del 2005 e quel folkloristico "We Shall Overcome: The Seeger Sessions" del 2006.
Gli album di Springsteen e di conseguenza i suoi testi rispecchiano sempre il periodo attuale e anche questo diciassettesimo album in studio "Wrecking Ball" ossia "palla demolitrice" non fa differenza. Se "Working On A Dream" portava un vento di speranza legata soprattutto all'ascesa di Obama alla presidenza Americana, "Wrecking Ball" riflette la società e il pensiero odierno ossia la recessione, la consapevolezza di vivere un periodo critico e difficile dovuto alla crisi economica che esaspera milioni di persone.
Un album per certi versi amaro quindi, dove non si risparmia nessuno, dai politici agli economisti, dagli amministratori ai banchieri, ma che al contempo, invita a non arrendersi, a continuare ad usare la rabbia, il motore che crea la forza per vincere. I temi sociali sempre in prima linea, ma non solo, anche storie di vita quotidiana, un "personale e politico" che si fondano in un tutt'uno. Un album che sottolinea alcuni aspetti negativi della vita come l'amarezza e la delusione ma che, come quasi sempre avviene, lancia un "messaggio" positivo e ottimista: sogno e speranza è ancora una volta il consiglio Springstiniano. Prendersi cura di noi per creare un futuro migliore per i nostri figli è il suo slogan preferito.
Le musiche ben amalgamate (come sempre) con il "senso" dei testi, creano tredici brani strutturalmente buoni. Si va da "We Take Care of Our Own" brano allegro e coinvolgente a "This Depression", bellissima canzone lenta, probabilmente dedicata alla moglie Patti Scialfa, tra le più belle del disco. Da "Easy Money", brano countrygheggiante a "Wrecking ball" altro ottimo brano con un riff tra i più orecchiabili. Dalla entusiasmante "Shackled and Drawn" a "Death to My Hometown", un misto di celtico e gospel, terzo brano più bello del disco. Da "Swallowed Up", brano testuale a "Land of Hope and Dreams" il brano più "springstiniano” dell’intero album. Se "Jack of All Trades" è un altro brano lento e riflessivo, "Rocky Ground" è un brano anomalo, una strana campionatura e una voce femminile lo rende il più innovativo del disco. "American Land" è una ballata energica mentre le ultime due: "You’ve got it" e "We are Alive" si mantengono nel "genere springstiniano" senza particolari emozioni.
Se la fisarmonica e il violino fanno riecheggiare il sound irlandese e il banjo è una reminescenza "seegeriana", non bastano a far di questo Wrecking Ball un disco marcatamente folk anzi, è ancora il rock a fare da padrone. Il suono è energico, senza eccessi e, ancora una volta, chitarra, basso e batteria, riportano il Boss al stile classico a noi più caro.
Non entrerà tra i Top della discografia Springstiniana questo "Wrecking Ball" ma resta comunque un buonissimo disco, per nulla scontato ne tantomeno noioso e banale e anzi, quello che più conta, non lascia trasparire il senso di "vuoto musicale" che, a dire il vero, colpisce molti musicisti non più in tenera età. 4/5

The Band - The Band (1969)

di Silvano Bottaro

Se il primo album della Band "Music from Big Pink" (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.
Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l'unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L'unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.
Più dell'esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell'America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm'n'blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente "da soli", con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.  
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin' Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi di quei prodigiosi figli americani ne restano tre: Manuel s'è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson pare ormai stanco di musica, mentre Helm e Hudson vivono rintanati sugli Appalachi, nel cuore remoto di un'America ancora troppo grande per loro.
Questa è musica senza tempo. 4,5/5

Help Save the Youth of America - Billy Bragg


Che il cielo salvi la gioventù d'America

Che il cielo li salvi da loro stessi
Che il cielo salvi i ragazzi abbronzati che fanno surf
E le ragazze della California

Quando le luci si spengono nel resto del mondo
Che cosa dicono i nostri cugini
Giocano al sole e si divertono tanto tanto tanto
Sino a che il papà mette via la pistola
Dalla Grande Chiesa al Grande Fiume
E fuori fino al Mare Splendente
Questa è la terra dell'Opportunità
E c'è Monkey Trial alla televisione
Una nazione dai freezer sempre pieni
Sta ballando in poltrona
Mentre fuori un'altra nazione
Sta dormendo nelle strade
Non raccontatemi la solita vecchia storia
Ditemi la verità questa volta
L'uomo Mascherato o l'Indiano
E' un nemico o un amico

Che il cielo salvi la gioventù d'America
Che il cielo salvi la gioventù del mondo
Che il cielo salvi i ragazzi in uniforme
Le loro madri e le loro fedeli ragazze

Ascolta la voce del soldato
Giù nella zona di combattimento
Si parla del costo della vita
E del prezzo di portarlo a casa
Stanno già spendendo sacchi pieni di cadaveri
Giù sotto il Rio Grande
Ma potete combattere per la democrazia a casa vostra
E non in qualche paese straniero
E il destino dei grandi Stati Uniti
E' intrecciato con il destino di noi tutti
E l'incidente di Chernobyl dimostra


25 luglio 2014

Ray Charles, Jazz Magazine, 1961


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Eddie Vedder - Ukulele Songs (2011)


di Silvano Bottaro

Vedder è un grande musicista, una grande voce, un grande leader (I Pearl Jam sono uno dei gruppi più importanti e più amati degli ultimi decenni), ci ha regalato la splendida colonna sonora del film “Into the wild” ma questo secondo album; ‘Ukulele Songs’, non convince del tutto.

Nei trentacinque minuti del disco ci sono brani prevalentemente già pubblicati dai Pearl Jam e altri già sentiti perché sono cover o presentati in’ tournèe’ con il gruppo, solo alcuni sono originali.
Sedici canzoni sedici di solo voce e ukulele.
Ecco, capisco che Vedder abbia una grande simpatia per le Hawaii e l’Ukulele appunto, però è assai difficile arrivare alla fine del disco senza avere almeno una volta sbadigliato o ancor peggio sbuffato per "la noia del diciassettesimo minuto" che inevitabilmente arriva.

E’ solo da sottolineare il fatto che il disco non è per niente banale o superficiale, anzi, a Vedder va il merito di aver saputo creare un’atmosfera carica di melodia, un suono semplice e riflessivo con dei testi intimi e romantici, un disco maturo quindi, sereno e rilassato…
Forse un pò troppo rilassato. 3/5 

24 luglio 2014

Allman Brothers Band - At Fillmore East (1971)

di Silvano Bottaro

Alle radici del cosi detto southern rock, ma soprattutto di una serie di incursioni strumentali che hanno reso la Allman Brothers Band una delle compagini più affiatate e propense alla jam di tutti i tempi. Giocoforza scegliere dalla sua discografia la performance indimenticabile al Fillmore East di New York del '71, dove i fratelli Duane (chitarra) e Gregg (tastiere) Allman duettano con l'elettrica di Dickey Betts, si fanno sostenere da una grandissima sezione ritmica composta da due batterie (Jay Johanny Johanson e Butch Trucks) e basso (Raymond Berry Oakley) e inventarono , in generale, un modo nuovo di concepire il rock dal vivo, raffinato e legato a forme improvvisative vicine ai sapori jazz dell'epoca.
Memori delle fantasie psichedeliche a cavallo dei decenni, gli Allman reinterpretarono espansivamente classici blues (Statesboro Blues, Stormy Monday) come pure originali estenuanti ma avvincenti (su tutte gli oltre venti minuti di Whipping Post).
E' questa la loro dimensione ideale, come conferma il successivo Eat A Peach, uscito quando Duane è già scomparso in un incidente motociclistico lasciando un'eredità impressionante - ampiamente documentata negli anni succesivi - come turnista e performer.
At Fillmore East è uno dei più bei dischi dal vivo della musica rock, un documento sonoro degli anni '70 obbligato per un appassionato di musica, un  album che bisogna avere in ogni discografia che si rispetti. 4,5/5 


(info: rock 500 dischi fondamentali)

Doors


23 luglio 2014

Okkervil River - I Am Very Far (2011)


di Silvano Bottaro

A parte la collaborazione con Roky Erickson nel suo bellissimo True Love Cast All, gli Okkervil River mancavano dalla scena musicale da tre anni e questo nuovo album si preannunciava come un album ‘difficile’.
"Voglio fare un disco di suoni per me stesso e non per la massa" disse a suo tempo Will Sheff, compositore e cantante del gruppo, e così è stato. Il termine ‘difficile’ in questo caso non è da intendersi come poco accessibile, ma soprattutto come ‘spiazzante’.
I Am Very Far, settimo album della band Texana si allontana dalla sua matrice prevalentemente Folk - rock, da quel sound personale e pulito che li ha caratterizzati e approda a suoni più arrangiati ed orchestrali, infatti molte delle canzoni sono eseguite da due batterie, due bassi, due tastiere e ben sette chitarre.
La prima cosa che risalta di questo ‘I Am Very Far’ è il suo ‘umore’, difficile da raccontare, non semplice da assorbire. Viene da chiedersi se il disco è frutto di un progetto musicale che li vede in parte cambiar rotta, allontanandosi così dalla matrice che li ha fin d’ora caratterizzati o se invece, cosa assai meno probabile, è la conseguenza di un vuoto creativo. Personalmente quello che conta è che l’album suona bene, per il resto, solo il futuro prossimo darà una risposta.
Nelle undici canzoni si respira una libertà espressiva mai sentita fin’ora; il filo conduttore del disco è infatti il desiderio di voler suonare quello che piace, senza vincoli o particolari ostacoli. Un suono più ‘sensazionale’ che ‘celebrale’ rende questo ‘I Am Very Far’ probabilmente uno dei loro migliori lavori. Voler creare un nuovo sound, allontanandosi così da quel ’canale’ che li ha fin d’ora caratterizzati è ciò che risalta fin dal primo ascolto. Man mano che si prende confidenza, meglio viene evidenziata la profondità del suono, che penetrando nei padiglioni auricolari, riesce a trasformarsi in belle emozioni.
Un ottimo disco quindi, che sottolinea la grandezza di questo gruppo. 4/5 

22 luglio 2014

Ani DiFranco – ¿Which Side Are You On? (2012)


di Silvano Bottaro

Dopo una pausa di quasi quattro anni (il suo ultimo lavoro "Red Letter Year" è del 2008) dovuti al matrimonio e alla maternità, la quarantunenne Ani DiFranco ritorna con un nuovo disco, il diciannovesimo: ¿Which Side Are You On?
Sono presenti alla realizzazione di questo album Pete Seeger, i Neville Brothers, il compagno e produttore del disco Mike Napolitano e molti altri musicisti di New Orleans, città di residenza della DiFranco.
Il "marchio" che ha sempre contraddistinto la folksinger americana è l'impegno politico, la libertà e l'autonomia di pensiero e di azione, proprio per questo non ha mai accettato compromessi con le major, pagando di persona l'esclusione dalle radio e dai riflettori mass-mediatici.
Combattente, idealista e coerente è da più di vent'anni sulla scena folk, dimostrando sempre un marcato talento, una coscienza sociale, uno stile e una voce evoluti e fuori dal coro.
Abbandonate le raffiche furiose, i riff energici di chitarra dei vecchi tempi, l'atmosfera generale è tranquilla, il "suono" è più tenero e riflessivo ma non per questo meno forte. I testi dei brani parlano di temi sociali e politici e gli argomenti non mancano: aborto, situazione economica, tensioni razziali e diritti delle donne. Le sue canzoni infatti, altro non sono che riflessioni personali su quello che gli accade attorno e, con sorprendente ironia e chiarezza, riesce a trasmettere in maniera semplice e diretta.
Nonostante i temi ricorrenti, considerando l'attuale clima politico e una sua dichiarazione: "Mi sento frustrata, politicamente disperata. Dopo aver scritto centinaia di canzoni, mi chiedo, oggi quanto posso spingermi oltre? Credo di aver superato una volta ancora i miei limiti nella politica e nell'arte, per vedere cosa la gente è pronta a sentire", la DiFranco non dispera e lascia intravedere qualche spiraglio di cambiamento. I suoi testi e la sua musica sono più attuali che mai. Nel caos della protesta globale, la voce sincera, toccante e determinata della DiFranco riesce a farsi sentire, ed è certamente una che vale la pena ascoltare. 3,5/5

Nick Cave

Conclusa l'esperienza dei Birthday Party nell'estate 1983, Nick Cave (1957) dà l'avvio alla carriera solista in quel di Berlino. Con il batterista Mick Harvey forma i Bad Seeds, sorta di super-gruppo che comprende Barry Adamson al basso e il berlinese Blixa Bargeld alla chitarra.


21 luglio 2014

Mikal Cronin - MCII (2013)

di Michele Passavanti

A Mikal Cronin sono bastati un album di debutto del 2011, varie collaborazioni con svariate formazioni (Okie Dokie, Epsilons, Party Fowl e Moonhearts) e alcuni lavori al fianco di Ty Segall (che appare tra gli ospiti di questo nuovo lavoro), tra cui lo strepitoso “Slaughterhouse” (2012, In The Red R.) e l’ultimo “Reverse Shark Attack”, (2013, In The Red ) per diventare subito un artista di culto. Ora possiamo dirlo tranquillamente: in Mikal Cronin ci avevamo creduto sin dall’inizio. Fin dalle prime note del suo album di esordio si percepiva che il giovane musicista americano, nato alla metà degli anni 80, aveva tutte le qualità per confermarsi tra gli artisti più interessanti di questa nuova decade. “MCII” è stato registrato alla fine del 2012 a San Francisco, città divenuta la location ideale per Mikal Cronin, sin dall’uscita del suo primo album, dai suoi tours con Ty Segall e con la sua band.

I dieci brani poco si discostano dalle sonorità del precedente album confermando le grandi qualità compositive del musicista californiano, capace di creare una raccolta di brani dalle mille sfumature, e che tra l’altro suona tutti gli strumenti che si possono ascoltare nel corso del lavoro. Una miscela abbagliante di 'fun' misto a tensione, che spazia senza limiti tra country e paisley underground, tra garage e surf music, tra il pop ed il folk più peculiare, il tutto amalgamato in un impasto psichedelico semplice e sempre gradevole. Una varietà musicale davvero spiazzante che quasi sempre risulta ben equilibrata finalizzata ad un suono compatto e sempre melodico. Un inizio folgorante questo di “MCII” con la splendida Weight, brano di sicuro impatto, a cui seguono la dolce Shout it Out e l’accattivante Am I Wrong, che suona come dei Beach Boys innamorati persi delle fuzz guitars.

mikal-croninCi sono poi in sequenza See It My Way, brano che trasuda pura psichedelia, Peace Of Mind (con tanto di suadente violino) che suona serenamente country, Change che aggredisce con chitarre fuzz nonostante una meravigliosa nostalgica vena melodica ed una azzeccatissima performance al violino, che così riappare. I’m Done Running From You scorre veloce lasciando però poche emozioni, Don’t Let Me Go è Mikal Cronin in chiave acustica, intimista e lirico, Turn Away, il brano più lungo dell’intero album con i suoi cinque minuti abbondanti, accattivante e sfuggente, e infine la lenta Piano Mantra, un finale che proprio non ci si aspetta: l'interpretazione di Cronin dolente, l'atmosfera decadente, ma nel finale il brano acquista velocità e diventa maestoso. Se il precedente album mostrava un sound molto più tagliente e minimale MCII è un lavoro dolce e sferzante, stratificato e pieno di energia positiva. Da ascoltare tutto d’un fiato. (4/5 voto mio)

Vinicio Capossela - Marinai, Profeti e Balene (2011)


di iSimone

Bisogna resistere. Resistere alla tentazione di iniziare la recensione di capitan Capossela usando parole abusate, mai come ora, come abissi, profondità, leviatani... Tutte parole estranee al mondo della musica. Tutte parole inusuali per una recensione musicale che tuttavia scorrono a fiumi, come rum per marinai, in questi ultimi giorni. E sicuramente questo è uno dei tanti pregi dell’ultima fatica di Capossela.

Riconosco in “Marinai, profeti e balene” lo stesso soffio di grandezza che pervade “Ovunque Proteggi”, quell’album che fino ad ora consideravo il migliore nella mia personale bacheca delle eccellenze. Il testimone passa a questo ultimo lavoro che consolida l’esperienza dell’artista e la condensa rendendolo ancora più stupefacente. Le storie che si susseguono traccia dopo traccia hanno il sapore del già noto, quasi dell’ovvio. Chi non conosce Achab, Moby Dick, Ulisse, Polifemo o la Bibbia… Chi non conosce le sirene, i marinai, il mare… Tutte cose sotto gli occhi di tutti. Ciò nonostante ci si trova pervasi da una sensazione di novità, addirittura ci assale un iniziale smarrimento accompagnato da un crescente conforto. È come attingere ad una fonte quasi spirituale, un’ascesi. Un viaggio di andata e ritorno per la fantasia che gravita da tempo immemorabile attorno a quel mare che ha visto l’umanità, e la cultura dell’umanità, spopolare nei secoli dei secoli.
Lo spessore dei cori, delle grida, i tintinnii di campanelle ad ossigenare l’acqua, lo stridere delle seghe, lo sbuffare delle onde. Tutto si incastra magnificamente e ci proietta a bordo di un veliero mentre la spuma si infrange nel bastimento di Capossela e bagna con argentei spruzzi la nostra voglia di fantasia. Lo svago musicale viene portato ad una nuova dimensione: più teatrale, più visionaria, più fine al trasporto concettuale che unicamente musicale. La musica e la voce diventano solo strumenti per arrivare al fine ultimo, non sono il fine ultimo, non servono a confezionare una canzone ma un’esperienza. Questo è un trucco a cui Capossela ci ha già iniziato e che ora sembra padroneggiare come non mai. È diventato un suo modo di intendere la comunicazione, la musica, l’arte. A guardarsi intorno, sembra quasi essere l’unico a rischiare questa strada.

Alcuni pezzi stridono. Per esempio “Polpo d’amor”, un po’ fuori posto ancorché ottimo, eredità dell’avventura negli Stati Uniti d’America durante la preparazione dell’album “Da Solo”, in cui si può godere dell’abilità dei Calexico. Il brano non rappresenta un inedito e l’avrei visto sostituito volentieri da “When Ship Comes In”, cover dell’originale di Bob Dylan, allegata ad uno speciale uscito per XL. Pure “Le Sirene” mi ha lasciato un po’ deluso perché mi sarei aspettato maggior phatos dal brano conclusivo.
In ogni caso, delle piccolissime delusioni (ma stiamo comunque parlando di brani ottimi), si fanno perdonare dalle rimanenti tracce di una perfezione sublime, ancorché eccellentemente amalgamate.
Chi conosce Capossela, apprezzerà il ritorno del Maestro al canto delle canzoni di porto, così impeccabilmente raccontate nelle “canzonette” a manovella di ormai dieci anni fa. Come sarà facile seguire la rotta di Mastro Vinicio attraverso i reading letterari a soggetto proprio marinaresco, passando attraverso la SS. dei Naufragati (che se vogliamo rappresenta le prove generali del presente lavoro), fino ai giorni nostri.
Nessuna sorpresa quindi, solo grandi conferme.

Il brano di apertura è un capolavoro assoluto. I cori di voci assurgono ad una maestosità spirituale che denota subito l’universo di tutto il lavoro. Vale da solo il prezzo del biglietto.
Seguono brani più leggeri e divertenti, ormai un must anche per i miei piccoli bimbi che girano per casa con un occhio bendato gridando “oilalà” o ballando al ritmo di “Pryntil” che, anche se non ci azzecca, nel loro immaginario equivale alla “in fondo al mar” de “La Sirenetta” di Walt Disney (Capossela mi ammazzerà per questo accostamento o se non lo farà sarà “solo per potervelo raccontare”).
Ma sono moltissimi i brani degni di nota. La splendida “I fuochi fatui” si fa apprezzare per l’inafferrabilità sonora, come anche la poetica lettura de “La bianchezza della balena”. Collaborazioni eccellenti rendono magnifiche tracce come “Billy Bud”, musicata da Ribot; oppure “Aedo”, sulle corde di un’arpa magica registrata sulle coste Cretesi.
Veramente, dopo qualche ascolto, non si sa più quale lasciare fuori.

Tutto il lavoro è assolutamente imperdibile e, per chi non conoscesse ancora Capossela, da ascoltare almeno quattro, cinque volte prima di sentenziare. Perché prima di imparare a respirare sott’acqua è necessario almeno imparare a nuotare.
Chi ha apprezzato “Ovunque proteggi” adorerà questo lavoro.
Chi ha amato “Canzoni a manovella” dovrà remare un poco per rimanere in scia.
Per chi si era fermato a prima, buonanotte e sogni tranquilli. (3,5/5 voto mio)

20 luglio 2014

Kurt Vile - Wakin On A Pretty Daze (2013)

di Lorenzo Righetto

Se “Smoke Ring For My Halo” era il tuffo dalla rupe (per vari motivi), “Wakin’ On A Pretty Daze” si svolge interamente, e per settanta minuti, nei pochi secondi che passano dall’entrata in acqua al riaffioramento. In questo breve e dilatatissimo lasso di tempo, i raggi di sole rifratti illuminano un universo subacqueo imperturbabile, una pletora di meduse e filamenti d’alghe ondeggianti con la corrente.
Il nuovo disco di Kurt Vile non è certamente il disco prepotente che era il precedente, ma lo supera probabilmente in fascino col suo andamento rallentato, post-sbornia appunto, come sembra suggerire il titolo.

Il drawl scazzato di Kurt è centrale nell’interpretare le molli divagazioni elettriche, Young-iane di “KV Crimes” e “Shame Chambers”, nel riscoprire l’esistenza di cose e persone quando ci si sveglia dopo una lunga notte, con la bocca impastata e gli occhi semiaperti (“Wakin’ On A Pretty Day”). Un momento di confusione totale, di perdita completa dell’identità, uno dei pochi momenti in cui si ha l’illusione dell’innocenza una volta diventati adulti, che Kurt ha il merito di descrivere e portare all’estremo, spingendo sempre più in là le canzoni, fino a farle diventare poltiglia, oppure esaltandole in un sublime formicolio.
Si passa così da un fingerpicking sordo (“Girl Called Alex”) a più acute impressioni arrotate in punta di plettro (“Pure Pain”, pezzo straordinario e mutante, da mostro bifronte a contemplazione desertica), mantenendo i sensi accesi coi vagheggiamenti motorizzati e semi-sintetici di “Air Bud” e “Was All Talk”.

Ci si aggira tra attimi di stordimento e altri di incredibile lucidità, mettendo da parte quasi del tutto le canzoni di “Smoke Ring For My Halo” (eccetto che per “Never Run Away” e “Snowflakes Are Dancing”). Terapeutico e suggestivo (e ottimamente suonato) – ma, a un certo punto, la memoria ritornerà... (4,5/5 voto mio)

Little Richard, Hit Parade, 1959


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

John Hiatt - The Open Road (2010)


di Silvano Bottaro

Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road. Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville, The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione.

Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l'irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e questo The open Road.
Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po' alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possibile "caduta” che, visto l'età, poteva diventare definitiva.
Le undici canzoni che compongono questo album esaltano le doti artistiche del musicista e mettono in evidenza le sue qualità brillanti e romantiche. Una manciata di loro: la title track The Open Road, Haulin’, Like a Freight Train, Homeland e Carry You Back Home, sono tra i brani più vibranti e belli dell’album, le restanti sei canzoni, pur non della stessa lunghezza sonora meritano comunque la sufficienza.
Ascolto dopo ascolto il disco entra nella sfera dei suoni che più affascinano le mie "corde" uditive e anche con la consapevolezza che non diventerà tra capolavori della sua discografia, alcune canzoni entreranno di sicuro tra la playlist dei suoi brani migliori. 3,5/5

19 luglio 2014

Foals - Holy Fire (2013)

di Francesco Giordani

I Foals sono senza dubbio, tra tutti i giovani gruppi inglesi emersi nell'ultimo decennio, una delle realtà più caratteristiche e naturalmente dotate di estro. Il quintetto capeggiato dal visionario Yannis Philippakis ha tradito sin dai singolarissimi esordi una spiccata personalità e un gusto tutto suo, quasi sempre encomiabile, per una sperimentazione aperta e completamente libera nelle intenzioni, “a tutto campo”, per così dire. Dopo il fulminante minimalismo di “Antidotes”, tutto sincopi math e ipnotiche dissimetrie avant-pop, la band oxfordiana è approdata alla definizione “classica” dell'opus magnum “Total Life Forever”, un lavoro di notevole impegno realizzativo, volutamente monumentale e atteggiato nelle sue movenze, spesso all'insegna di un sofisticatissimo “tropical-prog” (auto-definizione coniata dalla stessa band), innervato di complesse trame architettoniche e vertiginosi slanci neo-romantici.

L'ombra lunga del vecchio (e comunque bellissimo) disco si distende fino a lambire il nuovo “Holy Fire”, terzo capitolo costato agli inglesi una gestazione lunga e molto composita, maturata tra Australia (dove il gruppo ha lavorato per un certo periodo al fianco degli amici The Lost Valentinos), passando poi per la natia Oxford e infine Londra, al fianco di produttori di gran risma come Flood e Alan Moulder. Malgrado le peripezie geografiche, “Holy Fire” si presenta all'ascolto come un album compatto e coeso, dominato soprattutto dalla volontà della band di imprimere alla propria vena magmatica una misura, una nitidezza e una lievità ancora più sottili, a tratti assolute.

Dopo la sontuosa apertura strumentale del “Prelude”, le sventagliate math-funk rifluiscono gradualmente e si dispongono nella perfetta sintassi di “Inhaler”, singolo di razza, da grande band, con artigliata quasi Jane's Addiction nel ritornello, che mette bene in evidenza la sottilissima perizia tecnica (apprezzabile soprattutto dal vivo) del gruppo, spesso ai limiti del preziosismo strumentale, così come la sua grande maestria nell'intessere arazzi ritmici di labirintica complessità (da seguire la coda del pezzo, quasi mutant-disco). Per le contigue “My Number”, “Out Of The Woods”, la suprema “Providence” (piccolo arabesco crimsoniano) ed “Everytime” (tra le cose migliori) valgono le medesime osservazioni: dinamiche fluide, cromature scintillanti, melodie sinuose, ben tornite, al servizio di organismi ritmici che respirano nella loro ordinatissima circolarità, a cavallo tra paradossi wyattiani, intellettualismo a-là Talk Talk e fisime prog-funk obliquamente danzerecce.

A scalfire in parte la compiutezza e la perfezione stilistica del lavoro, ad ogni modo riuscito nel suo complesso, sono probabilmente le troppe ballate d'atmosfera, i pezzi mid-tempo, che cercano di riproporre (senza tuttavia mai replicare qualitativamente) i fasti delle vecchie “Spanish Sahara” o “This Orient”. Lo strenuo acquerellismo di “Bad Habit”, “Late Night” e “Stepson” finisce così con il diluire oltre il dovuto la tensione esecutiva, smorzando gli equilibri dell'insieme. Curioso comunque l'esperimento simil-ambient dell'impalpabile “Moon”, vera e propria camera di decompressione finale.

Al netto delle ultime considerazioni, “Holy Fire” rimane comunque un disco rotondo e pieno, al tempo stesso aereo e vigoroso, impreziosito da una lussuosa produzione che sa esaltarsi in un gesto elegante e deciso e che riconferma, se ce n'era il bisogno, tutta la bontà dei Foals, rilanciandone le ambizioni per i giorni ancora a venire. (4/5 voto mio)

Steve Earle - I'll Never Get Out of This World Alive (2011)

di Silvano Bottaro


Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.
In base al suddetto teorema, ‘I'll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!
Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I'll Never Get… un disco godibile e affascinante.
Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli. 4/5 

18 luglio 2014

Alt-J - An Awesome Wave (2012)

di Franz Bungaro

Personalmente credo che una delle soddisfazioni più grandi per chi ama scoprire ed ascoltare musica nuova, sia ritrovarsi con l’imbarazzante bisogno di comunicare al “magico cerchio” di amici “music addicted” l’entusiasmante scoperta. L’alienante mondo dei social network ha oggi potenziato tale possibilità, ma al contempo ne ha deturpato l’aurea missione, costringendoci a condividere con Chicchessia musica che il signor Chicchessia potrebbe non apprezzare mai. Spesso si usa aggiungere la raccomandazione che si tratta di qualcosa che scotta, che devi assolutamente ascoltare perché le tue corde stanno vibrando e sei sicuro di far vibrare pure quelle dei destinatari della tua favolosa (o presunta tale) scoperta. Altre volte, senza troppi preamboli, basta dire: senti un po' qua. Questo, molto semplicemente, vi inviterei oggi a fare. Sentite un po' qua.

Dopo giorni di ininterrotti ascolti e continui tentativi di provare a classificare la musica degli Alt-J, mi trovo a leggere una loro intervista e scopro che loro stessi hanno soddisfatto questa mia maniacale esigenza, definendo la propria musica come “trip folk”. Non poteva esserci una definizione migliore. An Awesome Wave è infatti una speciale quanto semplice mistura di un classico trip hop stile Portishead o Tricky con un folk tradizionale di estrazione nord europea (i cori sembrano quelli tipici di certe ballate celtiche). Ecco quindi che i riferimenti naturali sono presto rivelati ovvero la folktronica di Four Tet, specie quello dell’incommensurabile Rounds del 2003 (davvero molto ricordato, specie nel brano Tassellate) o l’alt folk/rock dei giorni nostri (in particolare, The Maccabees e Django Django). Siamo a Leeds, nel 2007, 4 ragazzi compagni di università, Joe Newman (voce e chitarra), Gwil Sainsbury (basso), Gus Unger-Hamilton (tastiere) e Thom Green (batteria), decidono di metter su una band che prende forme e sembianze in modo graduale, in modo casuale. Si fanno chiamare prima Daljit Dhaliwal, poi The Film. Quindi una decisione di spostarsi a Cambridge, e per un così importante cambiamento (per loro) mutuano dalla simbologia Mac l’espressione stessa del cambiamento: ALT –J, (delta).

An Awesome Wave è un disco potente, malizioso e fresco, meditativo (Intro, Interlude I, Interlude II, Matilda) ed effervescente (Breezblocks, Something Good, Dissolve Me). Enciclopedico per la capacità di contenere innumerevoli riferimenti a certa musica pop/rock (ancora, Radiohead, The xx, Wild Beasts, dei quali ultimi apriranno vari concerti), senza però mai riuscire a pieno ad inserirsi in un genere esistente ben preciso. Al primo approccio al disco, si è rapiti dalla travolgente Breezebloks, primo singolo dell’album. Macinando ascolti, è Fitzpleasure a telefonare e chiedere un altissimo riscatto.

In definitiva, se l’esordio è di tale fattura, non possiamo cha attenderci seguiti e proseliti degni del valore di questo esordio “awesome”. ALT-J, una fantastica onda. E non è una mera traduzione del titolo dell’album. (4,5/5 voto mio)

That Ain't My America - Lynyrd Skynyrd

Quella non è la mia America

Qualche volta voglio mettermi a fumare sotto il cartello 'non fumare'
Qualche volta vorrei che mi dicessero, come la giustizia sia così cieca
Vorrei che mi lasciassero solo perché mi sto comportando bene
Puoi effettuare il tuo cambio laggiù in strada e lasciami qui col mio

Perché quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quello non siamo noi
Quella non è la mia America

Me ne stavo lì, a Dallas
Aspettavo su un aereo
Ho ascoltato involontariamente un vecchio uomo
Dire ad un giovane soldato 'grazie'
Il giovane soldato vergognandosi disse è difficile da credere
Che tu sei l'unico che si è preso la briga di dirmi una parola?
E il vecchio uomo disse:

Quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quello non siamo noi
Quella non è la mia America

E' per le donne e gli uomini che nelle loro mani stringono la Bibbia e un fucile
E non sono spaventati di niente, quando, quando stringendo l'uno o l'altro

Ora ci sono ragazzini che non possono pregare a scuola
100 dollari di taniche di benzina
E posso dirti proprio adesso che questo paese non è
NON DEVE ESSERE RITENUTO COSI?!

NO!

Perché quella non è la mia America
Quelle non sono le radici di questo paese
Vorresti fare a pezzi il vecchio Zio Sam
Ma non ti sto mollando
Sono pazzo come l'inferno e sai che sanguino ancora Rosso, Bianco e Blu
Quelli non siamo noi
Quella non è la mia
Quella non è la mia America
Quella non è la mia America
Quella non è la mia America

17 luglio 2014

Paul Simon – So Beautiful Or So What (2011)

di Silvano Bottaro

E’ un buon ritorno questo di Paul Simon che, dopo diverse pubblicazioni di non grande valore, ritorna finalmente con un disco sopra la media, anche se lontano dall’ultimo suo capolavoro solista che è Graceland.

So Beautiful Or So What è il dodicesimo lavoro in studio del settantenne cantautore americano famoso anche per il duo con Art Garfunkel.

Nei testi è la spiritualità l’elemento predominante, ecco infatti cosa dice in una sua intervista: “Spiritualità sì, tanta, anche se in senso non religioso. Credo sia connessa con i tempi, con i problemi economici in America; c'è tanta gente che ha perso e perde il lavoro. Quel che capita nel mondo, e anche nella mia vita, finisce sempre nelle canzoni. Ma direi che sarebbe troppo appioppargli il titolo "Now i sing God"; il soggetto Dio appare in 4 o 5 canzoni, non l'ho fatto intenzionalmente”, un disco quindi, che approfondisce il significato della vita.

Pur non avendo uno stile musicale dominante, in una manciata delle dieci canzoni dell’album si respira il ritmo, il sound africano, che riporta alla mente “Graceland”, nelle restanti, l’armonia e la melodia hanno il sopravvento sul ritmo e si allontanano perciò da “mamma africa” e approdano a suoni più standardizzati.

L’inizio del disco è la parte migliore e i primi quattro brani, Getting Ready For Christmas Day, The Afterlife, Dazzling Blue e Rewrite, sono probabilmente i più belli e già da soli meritano l’ascolto del disco. Love And Hard Times, Amulet (poco più di un minuto) e Questions For The Angels invece sono la parte meno felice.

Se nella prima quartina si viene “presi” da un vortice sonoro carico di ritmo, piacevole all’udito e soprattutto ben amalgamato strumentalmente parlando, nella terzina sopradetta la melodia fin troppo scontata e a volte noiosa, abbassa un po' il livello sonoro dell’album.

Le restanti tre canzoni Love And Hard Times, Love And Blessings e So Beautiful or So What, aggirandosi tra il primo “Simon & Garfunkel” e riecheggiando il "Paul Simon" solista dei tempi migliori, mediano la qualità  musicale dell'album. 

In conclusione So Beautiful Or So What è un buon album, una sommatoria di molteplici suoni e interessi realizzati da un grande musicista, coerente e maturo non solo anagraficamente parlando. Dopo quel capolavoro di “Graceland” è senz’altro l’opera più interessante che abbia pubblicato.
Dopo un quarto di secolo non è poco. 4/5 

16 luglio 2014

Morrissey - World Peace Is None of Your Business (2014)

di Chiara Felice

Il decimo lavoro in studio di Morrissey, “World Peace Is None Of Your Business”, segna il passaggio dell’artista all’etichetta Harvest e vede Joe Chiccarelli (U2, Beck, White Stripes) alla produzione. L’album arriva a poco più di nove mesi di distanza dalla pubblicazione della sua “Autobiography” uscita per la casa editrice Penguin, la quale aveva immediatamente inserito il libro nella collana “Classics” attirando qualche polemica.

La figura di Morrissey ha da sempre diviso pubblico e critica: a partire dai suoi Smiths, un’intera generazione cresciuta durante gli anni ottanta – che in Inghilterra vedevano la Thatcher al comando – si è rispecchiata nell‘anticonformismo di una band che solo nel nome si allineava con la maggioranza. La poetica di Morrissey e gli arrangiamenti di Johnny Marr sono stati da subito una simbiosi perfetta e gli album che ne derivarono avrebbero contribuito a plasmare parte della cultura britannica. Non è un caso che ancora oggi si trovino continuamente approfondimenti sulla band, ulteriore testimonianza della forte impronta lasciata dagli Smiths.

C’era quindi molta attesa per il nuovo lavoro da solista di Morrissey, album che fin dal titolo mette in chiaro la situazione: “World Peace Is None Of Your Business”. Steven Patrick Morrissey da buon inglese (con sangue irlandese nelle vene) ha sempre saputo fare ottimo uso della raffinata arte della dialettica, senza risparmiarsi lucide stoccate là dove le situazioni lo richiedevano.

Il titolo dell’album sembrerebbe non lasciare spazio a fraintendimenti, eppure al suo interno si sviluppano diversi filoni tematici e altrettante varietà di arrangiamenti. La title-track che apre il disco è un pugno in pieno stomaco dal primo all’ultimo verso, con un messaggio crudo cristallino: “Each time you vote, you support the process”; non c’è via di scampo, nessuna assoluzione e siamo tutti (o quasi) allo stesso modo coinvolti, noi “poor little fool”. E poi con la sua consueta perfezione narrativa, in “Mountjoy”, quasi mosso da un moto di compassione chiude il cerchio portando nuovamente a galla un’elementare verità: “We all lose, rich or poor”.

I temi affrontati da Morrissey sono diversi: da vegetariano intransigente – in una recente dichiarazione affermava che non vedeva differenze tra il mangiare carne e la pedofilia, in quanto erano entrambi stupro, violenza e assassinio – riprende la sua battaglia in “Bullfighter Dies”; mentre con “Neil Cassady Drops Dead” ci spedisce un piccolo squarcio di epoca beat. In “Staircase At The University” punta il dito contro genitori la cui fame di competizione porterà al suicidio della propria figlia; poi si cambia registro per arrivare ad un padre che cerca il proprio figlio lungo le strade di “Istanbul”.

La varietà dei temi cantati porta accanto a se un’altrettanta diversità di arrangiamenti che non manca di avere leggere cadute di stile, come nel caso di “Earth Is The Loneliest Planet” dove il richiamo a le più inflazionate sonorità spagnoleggianti non creano un contrasto positivo, facendo cadere il pezzo in un’affollatissima area kitsch. Diverso e molto migliore è invece l’utilizzo della chitarra classica in “Smiler With Knife” uno dei brani migliori del disco, con un passaggio di accordi discendenti che lasciano scivolare la memoria dentro uno di quegli abissi tanto cari a Tom Yorke. “The Billfighter Dies” ha il perfetto riff alla “Smiths” e lo stesso vale per “Istanbul”.

Il disco si chiude con la solenne “Oboe Concerto”, dove Morrissey regala il suo ultimo ed eccellente colpo di penna: “The older generation have tried, sighed and died/ Which pushes me to their place in the queue”. (3/5 voto mio)

Francesco De Gregori - Amore nel pomeriggio (2001)