22 ottobre 2017

I vecchi Cowboy Junkies #2/9

Powderfinger
(The caution horses, 1990)

Questa invece era di Neil Young, e anche a lei toccò lo stesso trattamento. Da grande pezzo rock divenne una ballata lentissima e lamentosa e commovente. Forse a sottolineare il rischio sonnolenza, nell’attacco formidabile sostituirono “look out mama…” con “wake up mama there’s a white boat coming up the river”.

21 ottobre 2017

Hüsker Dü

Influente band americana protagonista nell'evoluzione del rock dei '90, del quale anticipa la commistione di punk e pop, gli Hùsker Dù si formano nel 1978 a Minneapolis, Minnesota, per opera di due giovani proletari, il chitarrista Bob Mould (1960) e il batterista Grant Hart (1961).

Discografia e Wikipedia

20 ottobre 2017

Courtney Barnett & Kurt Vile – Lotta Sea Lice (2017)

di Giovanna Taverni

Sulla carta c’è tutto.
Quei due nomi ricorrenti – Kurt e Courtney, che ci riportano alla mente le gesta dei Novanta e la sua epica in disuso. L’amicizia fraterna che lega la Barnett e Vile, tanto che da qualche parte si sussurra che questo disco sia solo un pretesto per due cantautori affini e distanti di trascorrere un po’ di tempo insieme, divertirsi e fare musica. E poi quell’attitudine slacker, che un po’ vien fuori già a guardarli – quei due, coi capelli lunghi e liberi. Una sensibilità musicale affine, la chitarra, l’amore per la Fender. Insomma sulla carta è tutto pronto per il lancio.

Lotta Sea Lice è un prodotto commerciale, come ogni disco. Ma c’è una componente di divertissement che arriva diritta sin dalla sua prima traccia. Si capisce che tra i due c’è del feeling, c’è una visione comune, c’è voglia di comporre musica insieme, improvvisare quando è il caso. Ci ricorda gli appuntamenti che ci davamo a casa di amici per suonare insieme e vedere se da qualche jamming usciva fuori buona musica. Kurt Vile e Courtney Barnett hanno fatto del loro appuntamento in casa un album, ma musicisti come loro due possono concederselo. Sono belli insieme in copertina in B/N, con le loro chitarre e i loro stivaletti. E il tono confidenziale dei pezzi funziona.

È tutto chiaro sin dalla opening track Over Everything. Kurt Vile e la Barnett vogliono raccontarsi, aprirsi, farci confidenze, dirci come scrivono le canzoni che scrivono, qual è il privato processo creativo che guida il loro songwriting. A noi, di qui, non resta che raccogliere queste confidenze, collezionare le parole e la musica che le guida, e lasciar andare il disco come un sussurro nel cuore della notte.

Intendiamoci, non stiamo parlando di un capolavoro. È un disco che scorre leggero, a un livello emotivo, e con quel suono di chitarra che si fa stilema a cui ci ha abituato soprattutto Kurt Vile. È l’incontro generazionale di chi ancora ama suonarla, quella chitarra, e pensa che ci sia ancora da scrivere e suonare componendo con la sei corde. Tuttavia la stessa Over Everything soffre dell’effetto di “già sentito”, ma non è certo la sperimentazione quella che Vile e la Barnett cercano, semmai quello che provano a fare è mischiare voci, pensieri e chitarre e vedere cosa esce fuori.

Si parla molto di amicizia in questo disco (Continental Breakfast), si gioca molto con il suono (Fear is Like a Forest), e si batte la strada dell’intercontinental country duo. C’erano una volta un’australiana e un americano che suonavano la chitarra, si incontrarono a metà strada, e decisero fosse tempo di fare un album. I loro lunghi capelli non sarebbero stati d’impaccio, le loro voci si sarebbero unite per raccontare un percorso: il comune percorso di chi fa musica, va in tour spesso, viaggia, non ha radici e cerca nella musica quella casa, ovunque essa sia.

Tra echi blues e alt-country, c’è spazio per uno scambio creativo vero e proprio. Courtney Barnett reinterpreta quella Peepin’ Tomboy che fu uno dei successi dell’album forse più kurtvileiano di tutti (Smoke Ring for my Halo), e lo fa a suo modo, tanto che nel titolo stavolta diventa Peepin’ Tom. Kurt Vile dal canto suo ci regala la reinterpretazione di un pezzo della Barnett, Outta the Woodwork. Non stupisce che proprio da questa continua comunicazione sia nato un brano come Let It Go, che invece è una collezione di scambi epistolari di nuova generazione (cfr. email) tra i due.

Difficile dire se nascerà da tutto questo una futura collaborazione o un sodalizio musicale vero. La cantautrice australiana è appena agli inizi dopo quel disco fulminante d’esordio Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, del 2015. Kurt Vile è ormai un veterano nel panorama musicale, andato via dai The War On Drugs proprio prima che la band venisse consacrata a un successo di pubblico più largo, e portandosi appresso quel suo sound riconoscibilissimo, che chissà se avrebbe potuto arricchire gli album dei War on Drugs oppure suona semplicemente meglio da solo. Proprio qui arriva il dubbio: la chitarra di Vile, anche insieme a quella della Barnett, ruba la scena. È preponderante. Vile è il tipico caso di chitarrista che si fa sentire, e rende kurtvileiano tutto ciò che tocca. Forse di questo Adam Granduciel ne era consapevole.

Pero ora ci godiamo con leggerezza Lotta Sea Lice, l’autunno è il momento perfetto per metterlo su. E allora che le chitarre di Kurt e Courtney vi accompagnino.

19 ottobre 2017

Deep Purple, guida per principianti

Nato come gruppo musicale hard rock a Hertford nel 1968, oggi i Deep Purple, insieme a gruppi come Led Zeppelin e Black Sabbath, sono considerati fra i principali pionieri dell’heavy metal. Ma la prima cosa da sapere è che questa definizione non è mai piaciuta ai suoi componenti, come ha spiegato il cantante Ian Gillan: “Ciò che più mi dispiace è vedere oggi il nostro nome associato esclusivamente all’ambiente metal; noi in realtà ci muovevamo in un campo senza confini precisi, la nostra musica andava dai Black Sabbath a Marc Bolan, e nel mezzo ci mettevamo di tutto.”

La band si formò attorno all’organista Jon Lord e al chitarrista Ritchie Blackmore, entrambi con una formazione di stampo classico e la passione per il rhythm & blues americano, condivisa con gli altri componenti: Ian Paice alla batteria, Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso. Ma i loro primi due dischi Shades of Deep Purple e The Book of Taliesyn non riuscirono a sfondare.



La prima vera formazione arrivò solo dopo l’uscita del disco omonimo Deep Purple nel 1969, quando Lord e Blackmore intuirono che per migliorare la band, avrebbero dovuto cambiare qualcosa. Estromessi Simper ed Evans, entrarono nel gruppo Roger Glover e Ian Gillan. Nel 1970 venne così pubblicato il disco Deep Purple in rock, considerato il loro capolavoro. Furono anni sereni per la band, almeno fino all’uscita del live Made in Japan, risultato della loro tournée in Giappone. Poi arrivarono l’abbandono di Blackmore e i problemi legati alla droga. I Deep Purple si sciolsero, per poi riunirsi nel 1984.



Da quell’anno fino a oggi, la band ha continuato ad avere un grande seguito. Nonostante nel 2012 sia purtroppo morto il componente storico Jon Lord, l’anno successivo è stato pubblicato il loro 19esimo album: Now What?! Nell’arco della loro carriera hanno venduto più di 100 milioni di dischi. Senza contare che sono stati inseriti come la band più rumorosa del mondo nei Guinness dei primati per aver fatto svenire a seguito di un concerto al Rainbow Theater di Londra tre spettatori, a causa dei 117 dB raggiunti.



18 ottobre 2017

Lucinda Williams – This Sweet Old World (2017)

di Fabio Cerbone

Chiedersi le ragioni di una rivisitazione discografica è legittimo, e ci sia concesso anche un principio di sospetto. Poi sarà la musia, come sempre, a scacciare ogni dubbio. Stiamo parlando dell'idea di Lucinda Williams e del suo compagno e produttore Tom Overby di incidere una seconda volta l'album Sweet Old World del 1992, oggi ribatezzato This Sweet Old World. Operazione non priva di implicazioni quella di una artista che ritorna su suoi passi, pensando addirittura di reinterpretare un intero album: o qualcosa non ha funzionato ai tempi, ed è rimasto una sorta di conto in sospeso, oppure si è di fronte ad una tale mancanza di ispirazione da dover ricorrere alla retromania più assoluta. Sperando che non sia l'annuncio di una pericolosa moda per gli anni a venire e per la sopravvivenza del rock'n'roll, la prima delle due tesi sembra quella più adatta a Lucinda Williams.

Sweet Old World è il disco-testimonianza di un passaggio tormentato, da una parte schiacciato dal primo capolavoro omonimo del 1988, dall'altra dalla rivelazione di Car Wheels on a Gravel Road, il masterpiece riconosciuto all'unanimità della cantautrice della Louisiana. Già questo basterebbe a renderlo un album da rivalutare, anche perché foriero di alcuni piccoli classici del suo catalogo. La complicata convivenza della Williams con questo lavoro nasce inoltre dal suo "fallimento": al tempo non venne notato se non dalla critica, senza neppure affacciarsi in classifica, generò da incisioni in parte insoddisfacenti con musicisti come Dusty Wakeman e Gurf Morlix, finì soprattutto stritolato dai soliti cambi societari fra etichette, senza promozione alcuna. Venticinque anni dopo This Sweet Old World omaggia quelle canzoni ma al tempo stesso cerca di offrirne una diversa visione, come altrimenti non potrebbe essere per una voce nel frattempo maturata, più scura, senza la baldanza degli esordi.

Una scaletta ripensata ad hoc, nuovi arrangiamenti con la touring band della Williams, che vede al centro le chitarre di Stuart Mathis e Greg Leisz (anche pedal steel) e il cambio di passo è garantito: Six Blocks Away è ancora l'apripista, ma riecheggia un folk rock più elettrico, mentre Prove My Love lascia le chitarre libere di scorazzare e He Never Got Enough Love trova un altro titolo e un testo riscritto, che diventa Drivin' Down a Dead End Street. Il sound è quello swamp, grasso e sudista, delle più recenti produzioni, in particolare di Down Where The Spirit Meets the Bone, un gogoglio che oscilla fra ballate country crepuscolari e sonnecchiose come Memphis Pearl, la stessa Sweet Old World e Little Angel Little Brother, e pencolanti blues rock da terra sudista come Pineola, Lines Aroud Your Eyes e Hot Blood, con il mugugno delle voce a spandere storie di amore straziato e perdita, vaganbondaggi e noir da profonda provincia americana. Il materiale di partenza non è stravolto, ma a tratti rallentato, se possibile ancora più indolente, altre invece rinvigorito dall'approccio live della band, fangosa come si conviene alle origini della Williams stessa.

Non è una scoperta improvvisa e il disco di riferimento merita ancora di essere ascoltato nella sua purezza giovanile, certo è che This Sweet Old World suona per forza di cose più vicino alla carica sensuale ed elettrica mostrata da Lucinda Williams in questi anni. Le quattro tracce aggiunte, da una parte il traditional Factory Blues e la What You Don't Know a firma Jim Lauderdale, entrambe insozzate di fanghiglia blues, e dall'altra il docile dondolare country di Wild and Blue e Dark Side of Life, aggiungono curiosità e passione al progetto. Che serva alla Williams a riscoiprire se stessa, il suo passato, per lanciarsi in un nuovo entusiasmante futuro.

17 ottobre 2017

Giorgio Gaslini su Duke Ellington

Roma, studi Rai, 1974: la trasmissione “Adesso Musica” dedica un’ intera puntata al grande direttore d’orchestra, arrangiatore e pianista Duke Ellington, scomparso poco meno di un mese prima. Il pianista e jazzista italiano Giorgio Gaslini ne ricorda la grande personalità espressiva come pianista a prescindere dalle sue doti tecniche di strumentista, di certo non impostate accademicamente.

Video al video della teca rai


16 ottobre 2017

Accadde oggi...

1938: Nasce Christa Paffgen, in arte Nico, attrice, cantante con i Velvet Underground poi solista. Morirà il 18 luglio 1988.

1947: Nasce a San Francisco, California, USA, Bob Weir, voce e chitarra dei Grateful Dead.

1960: Nasce a Malone, New York, USA, Bob Mould, cantante e chitarrista degli Husker Du e dei Sugar.

1977: Nasce a Bridgeport, Connecticut, USA, John Mayer, cantautore e chitarrista.

David Crosby – Sky Trails (2017)

di Maurizio Pupi Bracali

Sono passati quarantasette anni dall’inarrivabile capolavoro “If I Could Remember My Name” del 1971, album tra i più belli della storia del rock nella sua miracolosa sinergia tra le migliori menti della west coast californiana coordinate e dirette da un immenso David Crosby. Oggi non è più tempo di miracoli, ma di ottimi dischi sicuramente sì. Dopo l’eccellenza citata, Crosby, oltre a vicissitudini personali che l’hanno duramente provato, non è stato più all’altezza di avvicinarsi neppure lontanamente a quell’opera epocale, ed è solo da poco tempo a questa parte e dall’ultimo terzetto di album che le cose sembrano cambiare in positivo per l’ormai settantacinquenne musicista che ancora una volta dà una sterzata alla sua produzione con questo nuovo album in pochi anni. La svolta è quella di abbandonare parzialmente la costa californiana (musicalmente parlando) per muoversi in territori dalle atmosfere più jazzy piuttosto che folk o country come in passato.

She’s Got To Be Somewhere che apre l’album è sintomatica di questa deviazione, nelle sembianze di un ottimo brano che sembra uscito dalla penna di Donald Fagen. Questi suoni levigati e raffinati li ritroviamo in Sell Me A Diamond, nonostante una steel guitar miagolosa come Santa West Coast comanda, in Here It’s Almost Sunset dominata dal sax soprano di Steve Tavaglione, nei sette minuti di Capitol (un pò Sting-oriented) e soprattutto nella meravigliosa ballad da crooner anni ’40 Before Tomorrow Falls On Love per sola (splendida) voce, pianoforte e un evanescente basso elettrico.
Un accenno, peraltro magnifico, di west coast lo ritroviamo però nella title track cantata a due voci con la Mitchelliana (nel senso di Joni) Becca Stevens, anche coautrice del brano, mentre la vera Joni Mitchell si disvela nella stupenda cover di Amelia (dall’album “Hejira” del 1976) anche questa solo per (quasi) voce e piano. C’è spazio ancora per la flamencata (ma non troppo, per fortuna) Curved Air, l’intimistica, bellissima e raffinatacrtoz Somebody Home e la conclusiva, rarefatta e splendida, Home Free che chiude un album elegante, sofisticato e di altissimo livello come il cantautore californiano non faceva dai tempi del capolavoro del ’71, che pur rimanendo ovviamente irraggiungibile, viene tallonato degnamente da questa riuscitissima nuova opera, che possiamo annoverare almeno al secondo posto nella ristretta discografia di David Crosby.

15 ottobre 2017

The Cure: Guida per principianti

Fra i gruppi rock che hanno segnato la storia degli anni Ottanta, e di tutta quella corrente new wave che ha condizionato in modo incisivo lo sviluppo della musica contemporanea, ci sono sicuramente i Cure: la band post punk inglese che, insieme ai Joy Division, ha segnato un’epoca.

Quando si parla dei Cure, si potrebbe far riferimento direttamente a Robert Smith, il leader indiscusso della band, e unico membro che ha sempre fatto parte del gruppo in oltre 40 anni di attività.

Fu proprio dalle ceneri del primo gruppo giovanile di Smith, gli Obelisk, che nel 1976 nacquero i Cure: che si proposero fin da subito per un concorso indetto dalla Hansa Records, e vinsero il contratto di produzione in palio. La prima pubblicazione fu il singolo Killing an Arab, che testimoniò fin da subito il minimalismo strutturale—che si contrapponeva alla psichedelia dei primi esprimenti—che negli anni rese famosa la band.



L’album d’esordio, invece, fu pubblicato nel 1979: Three Imaginary Boys. Un lavoro in cui si sentono distintamente le prime influenze che segnarono la band, il punk e la musica di David Bowie. La canzone più rappresentativa dell’album è sicuramente la title-track. Ma in un’edizione riveduta fu inserito anche il secondo singolo pubblicato, Boys Don’t Cry, che divenne uno dei più famosi e fortunati.



A questo punto la band visse una serie di avvicendamenti di componenti, e fasi alterne di ispirazione artistica: entrò cioè nella “fase dark”, che porterà al secondo album, Seventeen Seconds. E ai tre successivi: Faith, Pornography, The Top e The Head on the Door.

Questi lavori segnarono un periodo particolare degli anni Ottanta: dopo la morte di Ian Curtis, leader dei Joy Divison, i Cure diventarono i maggiori esponenti della new wave e si prepararono a lanciare l’album che li farà conoscere in tutto il mondo, Kiss Me Kiss Me Kiss Me, pubblicato nel 1987. Un lavoro che è stato definito “il White Album del post punk“



Il lancio dell’album segnò anche l’inizio di un tour mondiale enorme, e il conseguente aumento di componenti: la formazione salì fino a sei elementi. Lo stress dovuto al grande successo, ai continui viaggi, e alla pressione per il futuro creò una serie di problemi interni. L’album successivo, Disintegration, tradì così le aspettative.

A questo, poi, si aggiunse il generale decadimento della new wave nei primi anni Novanta, che fece pian piano dimenticare il genere. Nei successivi 20 anni la band realizzò altri cinque album, cambiando continuamente componenti, ma il successo era stato troppo legato alla corrente new wave e questi lavori non ottennero mai l’attenzione della critica e del grande pubblico come era stato precedentemente.

Ma il più era stato fatto: l’apporto che dettero al rock degli anni Ottanta aveva contribuito a rendere i Cure uno dei gruppi più importanti degli ultimi 40 anni.