27 marzo 2017

You're My Woman - Van Morrison

You're my woman
And you're my woman
You bore my child, Lord
You bore my child, Lord
I want to thank you
I want to thank you
And no one else will do
And no one else will do
And no one else will do
Baby, you, you are my sunshine
I am your guiding light
To like a ship out in the night
Returning for a light
una luce alla quale tornare
I love you
I really love you
My heart is for you
My heart is for you
I long to feel you
I long to feel you
And every time I do
And every time I do
And every time I do
Baby, it's you, you are my sunshine
I am your guiding light
Just like a ship out in the night
Returning for a light, oh yeah
And it's really real
The way I feel
It's really real
Lord have mercy
Look into my eyes
Look into my eyes
And you realize
And you realize
Is really, really, really real
In Kingston town now
In Kingston town now
Walked up and down now
Looked at the ground now
You went in labor
You went in labor
And all our friends came through
And all our friends came through
And all out friends came through
Baby, it's you, you are my sunshine
I am your guiding light
Just like a ship out in the night
Returning for a light, oo-we
And it's really real
The way I feel
It's really real
Look into my eyes
Look into my eyes
And you realize
And you realize
It's really, really, really real, oh yeah
And you're my woman
And you're my woman
And you're my woman
And you're my woman...

...

Tu sei la mia donna
Tu sei la mia donna
tu sei la mia donna
tu mi hai dato un figlio, oh Signore
tu mi hai dato un figlio, oh Signore
voglio ringraziarti
voglio ringraziarti
e nessun altro potrà fare (lo stesso per me)
e nessun altro potrà fare (lo stesso per me)
e nessun altro potrà fare (lo stesso per me)
Tesoro, tu sei la luce del sole
io sono la tua luce pilota
per guidarti come (se tu fossi) una nave, fuori nella notte
una luce alla quale tornare
Ti amo
Ti amo sinceramente
Il mio cuore è per te
Il mio cuore è per te
io desidero ardentemente di sentirti (mia)
ed ogni volta che (sei mia)
tesoro, sei tu, tu sei la mia luce del sole
io sono la tua luce pilota
proprio come (se tu fossi) una nave, fuori nella notte
una luce alla quale tornare
ed è veramente reale
quello che sento
è veramente reale
Oh Signore, fammi la grazia
guarda dentro i miei occhi
guarda dentro i miei occhi
e capirai
e capirai
che è reale, veramente reale
nella città di Kingston, ora
nella città di Kingston, ora
ho camminato avanti e indietro, ora
ho rivolto gli occhi al suolo, ora
tu ti sei messo all'opera
tu ti sei messo all'opera
e tutti i nostri amici sono diventati reali
e tutti i nostri amici sono diventati reali
e tutti i nostri amici sono diventati reali
Tesoro, sei tu, tu sei la mia luce del sole
io sono la tua luce pilota
proprio come (se tu fossi) una nave, fuori nella notte
una luce alla quale tornare
ed è veramente reale
quello che sento
è veramente reale
Oh Signore, fammi la grazia
guarda dentro i miei occhi
e capirai
che è reale, veramente reale
tu sei la mia donna
tu sei la mia donna
tu sei la mia donna...

The Brian Jonestown Massacre – Don’t Get Lost (2017)

di Tommaso Iannini

Dopo le giravolte infinite, i concept citazionisti, le infatuazioni country e raga più o meno passeggere, questa nuova sortita dei Brian Jonestown Massacre rimane nei binari di uno psych rock variamente rimaneggiato che non sorprende particolarmente ma regge bene all’ascolto molto più di quanto non ceda, occasionalmente, a qualche manierismo di troppo. L’orizzonte gravitazionale è sempre un’idea di psichedelia che intreccia virtualmente i geni di diverse epoche storiche (dai sixties agli eighties ai Novanta del post shoegaze) in maniera fluida e sovente azzeccata. Del resto, per il buon Anton Newcombe e i suoi sodali il tempo è un nastro che gira avanti e indietro e si riavvolge continuamente. Il trance rock dell’iniziale Open Minds Now Close è molto esplicito da questo punto di vita, quasi lapalissiano, con il suo interminabile groove psychonoisemotorik – come dei Neu! reincarnati nei Loop e trasmigrati nella band californiana – che allunga i suoi tentacoli per otto minuti e non molla un attimo la presa. Ottimo inizio.
Per fortuna la psichedelia è un ombrello abbastanza capiente da contenere tante possibilità e permette di spaziare tra stili e atmosfere diverse; Newcombe questo lo sa bene. Tanto che lo psych rock di Don’t Get Lost è sempre tale ma ugualmente molto vario, anche se l’aspetto che ci piace sottolineare è quello sornione, acido, sporco, pure dark come certi giri di basso profondi (che fanno pensare, perché no, anche a fattanze in stile dub). Il trip-hop con chitarre twang di Melodys Actual Echo Chamber, la progressione non si sa se più folk o rock ma riverberata bene dalle distorsioni in sottofondo di Resist Much Obey Little, le eruzioni di rumore chitarristico in Groove Is in the Heart sono i momenti che alzano l’indice di gradimento. Seguiti nelle preferenze da una tesa e morbosissima Throbbing Gristle, in cui a Genesis P-Orridge vanno incontro dei Velvet Underground sincopati e strafatti di estasi, e poi dalle atmosfere pastorali un po’ alla Mercury Rev di Dropping Bombs on the Sun e dal jazz strambo quasi post-rock di Geldenes Herz Menz.
Di contro la catatonia di One Slow Breath, il più fiacco dei pezzi lunghi, e la house di Acid 2 Me Is No Worse Than War ci convincono decisamente meno, insieme a qualche brano più interlocutorio. Ce n’è abbastanza comunque per vedere il bicchiere mezzo pieno e anche qualcosina di più.

25 marzo 2017

Stephen Young & The Union

PJ Harvey

Originaria di Dorset in Inghilterra, Polly Jean Harvey (1969) fin da piccola risulta particolarmente attratta dalla musica grazie all'influenza esercitata dai genitori che negli anni '60 aderiscono al movimento hippie. Ancora adolescente si interessa a vari strumenti, in particolare il sassofono, che suona nei rimi gruppi di cui fa parte, i Bologna e gli Automatic Dlamini.

Discografia e Wikipedia

24 marzo 2017

Conor Oberst – Salutations (2017)

di Carmine Vitale

Lo avevamo lasciato immerso nel candore della neve di Omaha e lo ritroviamo, alle porte della primavera, galleggiare a faccia in giù in una piscina (come suggerisce l’artwork). Un modo per comunicare a tutti che i fantasmi della malattia e del suicidio sono ormai alle spalle? Forse, eppure l’impressione è che allo stesso Oberst interessi davvero poco (o nulla) questa sfumatura. Molto più semplicemente potremmo considerare Salutations come un album spin-off del precedente Ruminations, ma con una veste sonora molto più articolata e cesellata da artisti del calibro di Jim James, Blake Mills, Maria Taylor, M Ward, Gillian Welch, Gus Seyffert, Pearl Charles, Nathaniel Walcott e Jonathan Wilson.
Dieci brani riarrangiati più sette inediti, per l’ennesima miscela di grazia e malinconia. E non potevano certo mutare gli umori umbratili ed estremamente seducenti intercettati nella prova precedente, che vengono ora riletti sotto una luce meno fioca. Una voglia irrefrenabile di scandagliare la tradizione country-folk, accettando la sfida sul ring con il Dylan di Blood on The Tracks (You All Loved Him Once), sparigliando le carte à la Sturgill Simpson (Till St.Dymphna Kikcks Us Out), ma senza mai perdere quella capacità intrinseca di essere incredibilmente diretto. Molti meno grigi e finalmente tonalità ben definite: colori/suoni che ti sbattono in faccia, nitidi, il proprio intento. Impossibile non essere empatici con un Oberst che alterna brani da nodo in gola come Tachycardia / The Rain Followsthe Plow a prove d’incredibile leggerezza (A Little Uncanny/AnytimeSoon), riuscendo addirittura a far sbandare l’album nei territori indie-rock battuti da Kurt Vile.
Tutti elementi che rendono chiara una caratteristica inconfutabile: la materia pulsante avvertita in Ruminations era reale, incandescente e pronta a trasformarsi in fuoco. Può essere questo, allora, il messaggio intrinseco lanciato da Salutations, ma che forse non è ancora chiaro a tanti musicisti contemporanei: centinaia di trovate commerciali e canzoncine radio-friendly non riusciranno mai a tener testa a litri di sangue e sudore spesi su chilometri di fogli bianchi poi tradotti in musica. Il consiglio è di fare vostre entrambe le prove, godendovi sia il gelo disarmante (Ruminations) che la polvere rovente (Salutations).

23 marzo 2017

Accade oggi...

Franco Battiato: la musica leggera diventa "colta"

Nasce a Jonia, in provincia di Catania, Franco Battiato. Attraversando molti stili musicali, dagli inizi romantici, alla musica sperimentale, Battiato passa per l'avanguardia colta, l'opera lirica, la musica etnica, il rock progressivo e la musica leggera. Anche i testi di Battiato riflettono i suoi molteplici interessi, tra i quali l'esoterismo, la filosofia e la meditazione orientale.

Weezer - Island In The Sun



Vedo che salgo a rubare il sole
per non aver più notti,
perché non cada in reti di tramonti,
l'ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.

Fabrizio De André

22 marzo 2017

Omar Sosa & Seckou Keita – Transparent Water (2017)

di Silvano Bottaro

Sin dalle prime note la musica trasporta istantaneamente gli ascoltatori in un viaggio all'interno del proprio spirito e allo stesso tempo in un viaggio nel mondo reale. Un'esplorazione della musica afro-cubana in tutte le sue forme, una intensa meditazione sui cicli della vita e dell'esistenza. 
Il "piano" di Sosa non è uno strumento musicale, ma un condotto di consapevolezza spirituale e la "kora" di Keita una elegante dichiarazione di gioia.
La foto di copertina sintetizza perfettamente il mood dell'album; due musicisti provenienti da angoli lontani del globo, faccia a faccia, ognuno con il proprio carico di esperienza ed ispirazione: unico limite il cielo. E questo lavoro non è solo un semplice incontro tra artisti diversi e complementari, nel quale il pianismo del cubano Sosa si limita ad accompagnare le evoluzioni della straordinaria kora del senegalese Keita. Transparent Water è uno dei viaggi più complessi mai intrapresi nell'ambito della world music; nel disco sono presenti strumenti e musicisti provenienti da ogni angolo del Mondo. Ne risulta un disco meticcio e multiforme carico di caldi accenti sudamericani, struggenti melodie africane ma anche di sinuosi ritmi e fascinazioni provenienti dalla tradizione dell'estremo oriente, con profumi jazz e blues. Merito dei due protagonisti e della messe di ospiti che popolano il disco: le percussioni del venezuelano Gustavo Ovalles, il koto della giapponese Mieko Miyazaki, il nagadi di Mohsin Kahn Kawa e il geomungo della coreana E' Joung-Ju. Un disco senza confini, nel quale la vastità degli orizzonti musicali contribuisce a trasportare l'ascoltatore attraverso un percorso sonoro estremamente affascinante.


21 marzo 2017

Accadde oggi...

1947: Nasce a Milano Franco Mussida, chitarrista della PFM dagli inizi fino al 14 marzo 2015.

1952: Nasce a Novara Riccardo Bertoncelli, decano dei critici musicali italiani.

1961: I Beatles - con Pete Best ancora alla batteria - suonano per la seconda volta - la prima per un concerto serale - al Cavern Club di Liverpool

1994: Bruce Springsteen vince un Oscar per la canzone "Streets Of Philadelphia", inserita nel film interpretato da Tom Hanks "Philadelphia".