5 luglio 2015

Significato del termine musica #1/7

La musica (dal sostantivo greco μουσική) è l'arte dell'organizzazione dei suoni e rumori nel corso del tempo e nello spazio.
Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche adatte a conseguire determinati effetti sonori, che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo che produce la musica e dell'ascoltatore; si tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura della musica. Il generare suoni avviene mediante il canto o mediante strumenti musicali che, attraverso i principi dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista.
Il significato del termine musica non è comunque univoco ed è molto dibattuto tra gli studiosi per via delle diverse accezioni utilizzate nei vari periodi storici. Etimologicamente il termine musica deriva dall'aggettivo greco μουσικός/mousikos, relativo alle Muse, figure della mitologia greca e romana, riferito in modo sottinteso a tecnica, anch'esso derivante dal greco τέχνη/techne. In origine il termine non indicava una particolare arte, bensì tutte le arti delle Muse, e si riferiva a qualcosa di "perfetto". (Wikipedia)

4 luglio 2015

3 luglio 2015

Evil - Interpol



Male


Rosemary

il paradiso ti rende la vita
cominciando con me
tra l'invecchiamento, la paura e la lotta
é il sorriso sul pacco
é la faccia nella sabbia
é il pensiero che ti afferra verso l'alto
abbracciandomi con due mani
scrivi, noi prenderemo il tuo posto
yeah, forse verso la spiaggia
quando i tuoi amici gridando
dicono come il tuo piacere é impostato sul lento-rilascio

Hey aspetta

grande sorriso
sensibile a non fidarmi
diniego
ma hey chi é sotto processo?

Ha preso una vita esausta

senza unione di cellule
la lunga via alle spalle
dicendo nel frattempo che non possiamo vedere un'altra strada?
sei senza peso, sei esotico
hai bisogno di qualcosa per preoccuparti
dicendo nel frattempo che non possiamo vedere un'altra strada?

Persi alcuni ciocchi sotto la pancia

posato un po' di grasso sulla mia mano
é una sentimentale giuria
e le creazioni di un buon piano
sei venuto per amarmi ogni notte
yeah, sei venuto a tenermi saldamente
é questo un eterno movimento
o la chiusura del passaggio nella notte?

Rosemary

Oh il paradiso ti rende la vita
ho esaurito la misura della vita senza unione di cellule
la lunga via alle spalle
dicendo nel frattempo che non possiamo vedere un'altra strada?
sei senza peso, semi-erotico
hai bisogno di qualcosa da prenderti qui
dicendo nel frattempo che non possiamo vedere un'altra strada?
Perché non possiamo giocare ad un altro gioco?
Perché non possiamo vedere un'altra strada?

2 luglio 2015

Van Morrison - Days Like This (1995)

[...] L'irlandese autore di capolavori come "Astral Weeks" o "Into the Music", dopo una parentesi autocelebrativa ("A night in San Francisco" è sostanzialmente una celebrazione quasi maniacale di sè stesso e della propria musica), ritorna in sala d'incisione con idee scintillanti e qualche tocco di mestiere. Ne esce "Days Like This", un disco molto interessante, piacevolmente godibile, a cui però manca il vero colpo di genio, quello che trasforma un buon album in un capolavoro.
"Days Like This" appare da subito meno genuino ed effervescente rispetto a dischi, non perfetti ma migliori, come "Beautiful Vision", e il tutto sembra una discreta lezioncina su come si debba concepire la musica nell'epoca del computerismo sofisticato e dell'arte a buon mercato. Insomma, quasi un lavoro di routine, se non fosse per un pugno di brani incisivi e coi fiocchi: "Perfect Fit", "Songwriter", "Raincheck".

Molto r&b, delucidazioni ritmiche niente male, e forse il brano più rappresentativo del Morrison anni Novanta: "Ancient Highway", lunga ballata, quasi epocale, in cui Van Morrison dà sfogo per quasi 9 minuti alla propria incontenibile forza poetica e musicale. Ottimo, come sempre, il contorno musicale: belle ritmiche, suoni eleganti, effervescenti sezioni di fiati arrangiate benissimo (d'altronde, sotto l'occhio esperto di Pee Wee Ellis, non ci si poteva aspettare altro che un buon lavoro). E come sempre, generoso come pochi, Morrison dà spazio a Shana, e la fa duettare con papà in un paio di cover blues/jazz, "I'll never be free" e "You don't know me".
Indubbiamente il disco potrebbe far storcere il naso a tutti quei fans che andavano in delirio ascoltando "Caravan" o "Come Running", ma aspettarsi oggi da Morrison un capolavoro è pressochè impossibile. Assestatosi su un livello decoroso ma non certo epocale, l'artista irlandese cerca, qualche volta riuscendoci, di imbrigliare il proprio pubblico seducendolo con armonie gentili e deliziose, facendo ampio uso di quella furbizia e di quel mestiere che, come ovvio, non gli mancano.

Ma è ammirevole, al di là dei molti difetti riscontrabili in album come appunto "Days Like This", come Van Morrison non cerchi mai di sviare e inseguire le mode, adeguandosi pochissimo (anzi, non adeguandosi mai) ai falsi miti di successo della musica moderna (dance, passaggi radiofonici continui, slang giovanile) e continui, con forza, a ribadire il suo concetto di musica seria e impostata. Magari rischiando di registrare qualche brano un pò inutile, ma ostentando sempre, con forza e sicurezza, la propria inossidabile voglia di non conformizzarsi e non seguire le regole del mercato: gli va sicuramente riconosciuta una coerenza di fondo e una buona dose di coraggio. E non è poco. (Mia valutazione: Distinto) 


1 luglio 2015

Died Pretty

Formazione rock australiana nata nel 1983, i Died Pretty sono tra i primi gruppi del Nuovo Continente a conquistare risonanza mondiale e ad aprire le porte ad altre valide formazioni. Ronald Peno suona sin dal 1977 con Hellcats e 31st, Brett Myers coi The End a Sydney, Frank Brunetti con i Super K.

Discografia e Wikipedia

30 giugno 2015

Sufjan Stevens

Biografia

Sufjan Stevens (Detroit, Michigan, 1 luglio 1975) è un cantante e musicista statunitense. Caratterizzata da uno stile minimalista e folk, con temi riguardanti la famiglia, la fede o le piccole storie di tutti i giorni, la musica di Stevens utilizza, tra gli altri, strumenti tradizionali come il banjo o arrangiamenti orchestrali che mischiano jazz, musical, swing e cori tradizionali.

Nato e cresciuto nel Michigan, Stevens inizia la carriera musicale come componente dei Marzuki, una folk band di Holland, per poi passare ai Danielson Famile, dove ha suonato diversi strumenti musicali. Nel 2000 avviene il suo debutto solista, con l’album A sun came. Successivamente, per motivi di studio, si trasferisce a New York, dove nel 2001 pubblica il suo secondo disco Enjoy your rabbit, dedicato agli animali dell’oroscopo cinese. Nel 2003 è la volta di Greetings from Michigan: The Great Lake State, dedicato al suo paese natale e primo disco di un progetto ambizioso, quello di pubblicare un album per ognuno dei 50 Stati che compongono gli Usa.

Nel 2004 Stevens, forte del successo ottenuto con Michigan, pubblica Seven swans, una raccolta di vecchi pezzi folk acustici da lui composti durante l’adolescenza, dedicati a tematiche cristiane. Mentre nel 2005 continua il suo tributo agli States con Come on Feel the Illinoise, dedicato all’Illinois, a cui fa seguito l’anno dopo The Avalanche, raccolta di versioni alternative e outtakes del disco precedente.

Il 2006 vede anche la pubblicazione di “Songs for Christmas”, un cofanetto nel quale il menestrello di Detroit raccoglie 5 ep di canzoni natalizie, registrate tra il 2001 ed il 2006 con numerosi amici musicisti. L’opera si distingue per la ricchezza di arrangiamenti che rendono omogenea l’originale commistione di brani classici della tradizione natalizia (Silent Night, Jingle Bells, O come o come Emmanuel … ) con brani composti per l’occasione dallo stesso Stevens (Sister Winter, Star of Wonder, Get Behind Me, Santa!).

29 giugno 2015

The Rolling Stones - Sticky Fingers (1971)

1. Brown Sugar // 2. Sway // 3. Wild Horses // 4. Can't You Hear Me Knocking // 5. You Gotta Move // 6. Bitch // 7. I Got The Blues // 8. Sister Morphine // 9. Dead Flowers // 10. Moonlight Mile

In mezzo ad altri 2 capolavori come Let It Bleed e Exile On Main St., troviamo l'opera più completa degli Stones: Sticky Fingers, l'album dalla famosa zip apribile (realizzata da Andy Warhol). Anche se le sessioni di registrazioni dell'album iniziarono un anno prima della pubblicazione, le Pietre Rotolanti avevano già registrato parte del materiale nei famosi Muscle Shoals Studios, ad eccezione della narcotica Sister Morphine che risaliva alle session di Let It Bleed. Dopo aver finalmente sciolto il contratto con la Decca (la London per gli USA) che li aveva tenuti legati dal '63, gli Stones si sentirono finalmente liberi di esprimersi senza condizionamenti con la loro musica, senza la necessità di confrontarsi con i Beatles ormai sciolti. E' anche il primo album dove trova pianta stabile Mick Taylor e il primo senza Brian Jones, con sessionmen di primo piano quali Ian Stewart, Bobby Keys, Pete Townshend e Ry Cooder. Sticky Fingers ha tutto quello che si chiede a un album rock: l'essenza del blues sanguigno di You Gotta Move (di Fred Mc Dowell), il rock classico di Brown Sugar (uno dei più grandi opener di sempre), melodie country dell'indimenticabile Wild Horses (forse il brano più memorabile), il R'n'B di I got The Blues, il funky di Can't Your Hear Me Knocking, le ballate memorabili di Dead Flowers e Sway fino al rock orchestrato della finale Moonlight Mile. La bellezza dell'album risiede nella sua grande varietà, possedendo allo stesso tempo la classicità del predecessore insieme alla spregiudicatezza del successivo Exile. Attraverso jam spontanee, solos e semplici melodie, Sticky Fingers rimane "forse" la loro migliore raccolta. (Mia valutazione: Ottimo)

(Emilio Mera)

28 giugno 2015

Bob Dylan - Bringing It All Back Home (1965)

Bob Dylan ha incontrato i Beatles. Insieme, si saprà poi, hanno fumato erba e discusso su quale sia il senso vero della vita. McCartney si convince di averlo capito e chiede foglio e matita per appuntarselo. Il giorno dopo quando lo legge trova scritto semplicemente: «Ci sono sette livelli». Dylan dirà: «L'America dovrebbe essere grata ai Beatles. Hanno aiutato il Paese a ritrovare il suo orgoglio». E a «riportare tutto a casa», come vuole il titolo del suo nuovo album. Ora Bob vive praticamente sempre a Woodstock, dove il manager Albert Grossman ha una casa e dove lo raggiunge spesso Joan Baez. Ha cambiato modo di scrivere. Non solo per quanto riguarda le canzoni: anche le sue lettere ora sono una sequenza spesso confusa di immagini e frasi paradossali, trovate geniali, illuminazioni improvvise. C'è poi quell'idea di riportare tutto a casa, esplorare il patrimonio infinito della cultura musicale americana: un disegno piú interessante della nuova ortodossia del folk rock, un progetto che va al di là della figura di menestrello che gli hanno appiccicato addosso e che lui veste senza convinzione. Cosí, per chiarire a tutti le idee, nel nuovo album, registrato in tre giorni, la prima canzone (Subterranean Homesick Blues) è una specie di rock'n'roll acido che deve tanto a Chuck Berry quanto a Jack Kerouac. «Non c'è bisogno di un meteorologo per sapere dove tira il vento», canta lui. Tutto il primo lato dell'album è elettrico: rabbioso in Maggie's Farm, sognante Limit. Lo mette su nastro in Love Minus Zero/N0 quasi sempre al primo o al secondo tentativo con una band che si sforza di interpretare enigmatico Dylan, con tutta probabilità i desideri del già semplicemente nelle vesti di direttore d'orchestra. Il momento a disagio è di transizione, lo dimostra il lato B, interamente composto di canzoni imbraccia la chitarra acustica. Si tratta, però, di quattro maestosi capolavori: Mr. Tambourine Man, Gates Of Eden, It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding) e It's All Over Now, Baby Blue. Dylan è pronto a chiudere una porta e ad aprirne mille altre, ma intanto compie la missione. Riporta tutto a casa, e i Beatles  gli rendono il favore accogliendolo a Londra, dove suona alla Royal Albert Hall con gli onori riservati a un maestro. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

26 giugno 2015

Fuzzy - Grant Lee Buffalo



Confuso

Portami a casa
A questa casa di molti giorni
Lasciami sul pavimento
Duro e freddo come il marmo
Sai che mi piace sempre di più
Rispetto a prima che io scappassi via
Scatena così tanto rancore
Parole taglienti e piatti rotti

Sono stato ingannato
ora sono confuso
Sono stato ingannato

Tutto sommato
il mondo è abbastanza piccolo
da farci incontrare su un'autostrada
aspettando un treno
e proprio quando quelle grandi braccia si alzeranno
innamorarsi senza nemmeno il tempo per dirlo

E mi sarebbe piaciuto
Ora sono confuso
Mi sarebbe piaciuto
Ora sono confuso
Confuso ora

Eccoci qui
nella nostra macchina
guidando lungo la strada
cerchiamo un posto dove fermarci
a mangiare un boccone
Siamo affamati di un po' di fede
che sostituisca la paura
Perdiamo acqua come un bouquet appassito
Non serve a niente vero cara?

E sono stato ingannato
Ora sono confuso
Siamo stati ingannati
Ora siamo confusi
Confusi ora
Ingannati

25 giugno 2015

Bo Diddley

Mitica figura di chitarrista e autore, fra i principali ispiratori della scena inglese rock blues anni '60, Bo Diddley (1928 - 2008) vero nome Ellas Bates, nasce a McComb, Mississipi, una cittadina a nord di New Orleans. Poco tempo dopo la nascita viene adottato e cambia il cognome in McDaniel. Diventa Bo Diddley verso il 1935 a Chicago: si tratta di un soprannome affibbiatogli alla Foster Vocational School.

Discografia e Wikipedia

24 giugno 2015

Van Morrison - A Night in San Francisco (1994)

A night in San Francisco è un piccolo gioiello, registrato dal vivo al Masonic Auditorium di San Francisco. Un piccolo gioiello perchè Van Morrison con questo disco raccoglie tutta la sua arte e la mette in scena con un energia, ed una creatività, che pochissimi altri artisti al giorno d'oggi sono in grado di esprimere. E lo fa in maniera tranquilla, senza troppe tecnologie e trucchi, solamente cantando alcune delle sue più belle canzoni ed un pugno di classici senza tempo della musica popolare, scelte dal suo infinito canzoniere dell'anima. Sì, perchè di musica dell'anima si tratta, di soul music nell'accezione più ampia del termine, una soul music che mescola blues, rock, gospel, tradizioni irlandesi ed americane, in un unico, grande insieme musicale, che sfugge alle categorizzazioni più semplici dei generi. A night in San Francisco è la fedele riproduzione su disco di due straordinari concerti, registrati il 12 ed il 18 dicembre 1993, da Morrison e dalla sua band, animata sempre con magnifica eleganza dal grandissimo Georgie Fame e diretta da Ronnie Johnson, una band arricchita dalla partecipazione di ospiti di riguardo come la sassofonista Candy Dulfer e di tre vere e proprie leggende del blues come John Lee Hooker, Jimmy Whiterspoon e Junior Wells, che mettono a disposizione del leader le loro personalissime "visioni" musicali, per dar vita ad una serie di esecuzioni che riescono ad essere fedeli agli originali ed al tempo stesso nuovissime e moderne. Musica fuori dal tempo, quella di Morrison, che lega senza difficoltà canzoni scritte trenta anni fa e nuove composizioni, in un gioco affascinante di richiami tra passato e presente, che permette al musicista irlandese di muoversi con la stessa sicurezza tra brani recenti e classici che non risentono minimamente le ingiurie degli anni, come Gloria o Tupelo Honey, che dal vivo trovano ancora una loro straordinaria attualità. In concerto Van Morrison dirige le esecuzioni in perfetta libertà, dà spazio alla sua inventiva, alla sua creatività, in maniera completa, mescolando intuizioni diverse, permettendosi di cantare Moondance e di farla diventare pian piano My funny Valentine, recitando preghiere e poesie cariche di passione, lasciando spazio alla band per contrappunti, dialoghi, interventi che non sembrano mai casuali ed al tempo stesso sono sempre sorprendenti. Oltre due ore di musica sono raccolte nei due cd che compongono A night in San Francisco, di musica meravigliosa e coinvolgente, scritta e cantata con irriducibile passione da uno dei più grandi artisti della musica popolare. (Mia Valutazione: Ottimo)


23 giugno 2015

John Lee Hooker


Sebastian Kruger, John Lee Hooker, 2008

Daughn Gibson - Carnation (2015)

di Dafne D'Angelo

Daughn Gibson è un artista di quel genere che fa sempre piacere ascoltare. Innovativo, naive e appartenente a un mondo quasi magico, per qualche aspetto riconducibile a David Bowie. Le prime note del brano d'apertura “Bled to Death” rivelano un'eleganza pacata che si riflette per l'intero ascolto di “Carnation”, album dall'impronta mistica a partire già dal titolo. Anni ottanta e una spruzzatina di “Depeche Mode” anche nella terza traccia del cd, “Shatter you through”, incredibilmente suggestiva e ricca. La timbrica calda e profonda ricorda il miglior Valo Ville di “Razorblade Romance” e l'elettrica elettronica proposta in una chiave pop-chic si rende adatta a qualsiasi tipo di ascolto. E' una grazia che non stanca mai quella di Gibson e che nel brano numero 4 dal titolo “For every bite” assume una raffinatezza leggermente inquietante che renderebbe la traccia indicatissima per la colonna sonora di una pellicola cinematografica, magari sui vampiri, come il titolo suggerisce (la traduzione è “per ogni morso” ndr). Dietro il volto rude e fascinoso, scrutabile nelle immagini di Gibson si nasconde un'anima inquieta e tormentata, ma anche dolcissima. Nei testi ricorre la presenza di termini quali “padre”, “madre” e “famiglia” che ci lasciano intuire una vita difficile, quasi come la musica di Gibson avesse una funzione catartica e servisse a cicatrizzare le ferite di un passato doloroso. “Back with my family”, scelto come traccia finale, rivela un profondo desiderio di riconciliazione e voglia di ritornare alle origini.

Un concept-album di rara qualità, un po' duro da digerire per la nota malinconica delle tracce, ma incredibilmente stupefacente per la sua carezzevole delicatezza, che si presta a un ascolto in auto così come in casa, magari chiudendo le persiane sul mondo fuori, intenti a gustarne il gusto rarefatto come si fosse avvolti da un caldo abbraccio interiore. (Mia Valutazione:  Buono)

22 giugno 2015

The Rolling Stones

Biografia

I Rolling Stones sono stati e sono tuttora un’autentica pietra miliare nell’evoluzione della musica pop del novecento o più semplicemente la più grande e duratura Rock N’ Roll Band della storia.
Il gruppo si forma nei pressi di Londra nell’Aprile del 1962 dall’incontro di Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones ai quali ben presto si aggiunsero Charlie Watts, Bill Wyman e Ian Stewart. Da più di venti anni la band è composta dai già citati Mick Jagger,Keith Richards, Charlie Watts e dall’ex Faces Ronnie Wood membro fisso dal 1976 dopo l’uscita dal gruppo di Mick Taylor.

I cinque ragazzi che un giorno sarebbero diventati le mitiche pietre rotolanti erano molto diversi tra loro per provenienza ed estrazione sociale. Lewis Brian Hopkin Jones, nato il 28 febbraio 1942 a Cheltenham nel Glouchestershire, è di origini gallesi e figlio di due insegnanti; Michael Philip Jagger, nato il 26 luglio 1943 a Dartford nel Kent, con il padre insegnante e la madre parrucchiera; Keith Richards nato a Dartford il 18 dicembre 1943, anche lui di origini gallesi, viene da una famiglia operaia; William George Perks, nato il 24 ottobre 1936 a Londra, con padre muratore e mamma che fa la donna di servizio; Charles Robert Watts nato a Londra il 2 giugno 1941, il cui padre dopo il congedo dalla RAF è assunto come macchinista alla British Railways. In aggiunta a questo che è il nucleo storico del gruppo c’era poi Ian Stewart, nato il 18 luglio 1938 a Sutton.

Tutti quanti da bambini sono stati toccati dalla guerra anche se erano troppo piccoli per capire cosa stava accadendo e, quando il conflitto finisce, sono sui banchi di scuola e tutti tranne Brian Jones vivono a Londra. La musica diventa sempre più importante nelle loro vite, provano diversi strumenti e iniziano a cullare l’idea di formare un gruppo. Bill Wyman a 18 anni, mentre gli altri ancora vanno a scuola, è chiamato nell’esercito. Anche Ian Stewart viene chiamato nell’esercito ma dopo una settimana lo congedano.

Nel 1956 Mick fa amicizia con un ragazzo che frequenta la sua stessa scuola, Dick Taylor, e con altri due compagni iniziano a suonare insieme senza mai però esibirsi in pubblico. Nell’estate del 1960 Jagger suona con gli amici nel salone parrocchiale della chiesa di Dartford e canta una canzone di Buddy Holly.

Lavora part-time vendendo gelati fuori dalla biblioteca comunale e un giorno un ragazzo con le orecchie a sventola, Keith Richards, ne compra uno: è il loro primo incontro. Keith si ricordava le canzoni dopo aver ascoltato un disco o la radio, non gli piaceva andare a scuola e già allora non lasciava mai le sigarette. Nel 1960 a scuola conosce Dick Taylor, amico e compagno di banda di Mick. Ricorda Keith: “Dick Taylor fu il primo ragazzo con cui suonai”.

Nel 1957 Brian Jones ascolta per la prima volta una canzone di Charlie Parker e ne rimane così entusiasta che obbliga i suoi genitori a comprargli un sassofono che rimane la sua ossessione finché non gli regalano una chitarra acustica. Nel 1959 nasce il suo primo figlio illegittimo, da Valeria, una ragazzina quattordicenne di Cheltenham e nello stesso periodo abbandona gli studi. Nel 1958 Bill Wyman è congedato dall’Airforce e trova lavoro come magazziniere e impiegato in un’officina a Londra.

L’Inghilterra degli anni Cinquanta non è solo rock’n’roll in quanto si sta affermando lo skiffle un tipo di jazz, suonato con chitarre e strumenti a percussione improvvisati, impregnato di blues che influenzerà anche i futuri Stones. Quando a Bill arriva la cartolina militare, nel 1955, è in classifica Bill Haley con “Rock Around the Clock” e “Finger of Suspicion” di Dickie Valentine è al numero uno. Questo è anche il periodo dell’inizio della favola di Elvis Presley, dei successi di Chuck Berry e di Little Richard. Nel 1960 Charlie Watts lascia la scuola, diventa grafico pubblicitario e scrive un libro su Charlie Parker che verrà poi pubblicato nel 1965. Nel 1962 inizia a suonare con il trio del pianista e attore Dudley Moore, mentre Mick Jagger un giorno, con sottobraccio molti dischi di rock&blues, incontra Keith Richard e prendono il treno insieme. Parlano di musica e scoprono di avere un amico in comune, Dick Taylor, così decidono di rivedersi per suonare insieme.

Loro tre con altri amici decidono di chiamarsi “Blue Boys” e nel loro repertorio c’era praticamente solo Chuck Berry. Il 25 maggio 1995 un nastro dei Blue Boys è stato messo all’asta da Christie’s e venduto per 52.250 sterline.

Nel marzo del 1962 Brian Jones (che ora ha tre figli illegittimi) va all’Ealing Club ad ascoltare i Blues Incorporated del suo amico Alexis Corner, gruppo in cui suona Charlie Watts. La settimana successiva suona con la band, facendosi chiamare Elmo Lewis, ed è la prima volta che Charlie e Brian si parlano. Ad ascoltarli una sera c’erano anche Keith e Mick che terminato lo spettacolo parla per la prima volta a Brian dicendo che vuole formare un gruppo. Anche Brian ormai ha l’idea fissa di formare un gruppo e mette un annuncio su “Jazz News”: il primo a rispondere è Ian Stewart.

Suonano provando altri musicisti ma il nucleo rimangono sempre loro due; a giugno del 1962 a una delle prove va Mick Jagger e passa pochissimo che Mick, Keith e Dick si mettono a provare con Brian e Stewart (detto Stu). Intanto al Marquee di Londra suona Alexis Corner con il suo gruppo e il 12 luglio, dovendo partecipare ad una registrazione televisiva alla BBC, chiede a Brian e al suo gruppo di sostituirlo. Il giorno prima del concerto Brian decide di suonare con il nome di “Rollin’ Stones” e la formazione è composta da: Mick Jagger (voce), Keith Richards ed Elmo Lewis (Brian) (chitarre), Dick Taylor (basso), Ian Stewart (piano) e Mick Ivory (batteria).

L’esordio ufficiale avviene in uno dei templi del rock, il Marquee di Londra, il 12 luglio 1962. Fin dall’inizio costituiscono l’alternativa “sporca e cattiva” ai Beatles con una musica che attinge alle radici del rock’n’roll e del blues.

Il successo fin dalla prime canzoni è grandissimo. Nei primi anni di attività i Rolling Stones si cimentano solo in rivisitazioni di brani del repertorio americano di rock & roll, blues e rhythm’n’blues come nei casi di Buddy Holly (“Not Fade Away”), Chuck Berry (“Carol”) ma anche di Lennon/McCartney (“I Wanna Be Your Man”).

Tra il 1964 ed il 1965 Jagger e Richards cominciano a incidere canzoni loro: “The Last Time” (un cui campionamento è stato riutilizzato più di 30 anni dopo dai The Verve per la loro Bittersweet Symphony), “Get Off of My Cloud” e, soprattutto, “(I Can’t Get No) Satisfaction”. E proprio con “Satisfaction” (1965) che i Rolling Stones si impongono definitivamente.

Nel 1966 arriva il primo disco composto solamente da canzoni loro. È Aftermath, e segna un deciso affinarsi dei gusti musicali.

Brian Jones si rivela, oltre che un gran chitarrista di scuola blues, un vero e proprio strumentista poliedrico: suona anche dulcimer e sitar. Seguono canzoni meno legate al blues: “Lady Jane” (quasi medievaleggiante), “Mother’s Little Helper” (psichedelica), “Under My Thumb” (divenuta poi un classico del r’n’b). Dopo Aftermath segue un biennio di noie giudiziarie e mezzi passi falsi. Between the Buttons e, soprattutto, Their Satanic Majesties Request (entrambi del 1967) vorrebbero essere repliche alla dilagante moda beat e a Sgt. Pepper’s; in particolare, dei due dischi, si ricordano “Ruby Tuesday”, “Yesterday’s Papers” (da Between the Buttons) “She’s a Rainbow” (da Their Satanic…): la psichedelia beat non è nelle corde degli Stones.

E così, il 24 maggio 1968 esce un singolo che rimette le cose al loro posto: “Jumping Jack Flash” / “Child of the Moon”. Nuovamente un r’n’b sulfureo dominato da un riff immortale la cui paternità, inizialmente attribuita a Keith Richards, in realtà pare essere del bassista Bill Wyman. Segue poi un filotto di dischi che assicurano a Jagger e compagni il titolo di Greatest rock’n’roll band in the world.

Beggars Banquet (con la celebre canzone Sympathy for the Devil), Let It Bleed, Get Yer Ya-Ya’s Out! Sticky Fingers e Exile on Main Street: ciascuno di questi viene citato in qualsiasi classifica di migliori dischi rock di sempre. Ma la fama ed il successo mondiale vogliono un loro prezzo. Ed è pesantissimo.

Nel 1969 Brian Jones viene estromesso e pochi mesi dopo annegherà nella sua piscina durante un party, in circostanze mai del tutto chiarite, e viene sostituito da Mick Taylor, il quale poi abbandonerà il gruppo nel 1974. Nel successivo tour americano del 1975 al suo posto subentra Ron Wood, già al fianco di Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces.

Durante gli anni Ottanta il gruppo attraversa un periodo di profonda crisi, sia creativa sia personale e nel 1986, all’indomani dell’uscita di Dirty Work (non supportato da alcun tour), si parla apertamente di separazione a causa di notevoli dissapori tra Jagger e Richards.

Seguono quindi progetti individuali dei due capibanda: Jagger con She’s the Boss, Primitive Cool e Wandering Spirit e Richards si segnala con i suoi Expensive Winos e con gli album Talk Is Cheap e Main Offender. Sia Richards che Jagger fanno anche concerti solisti. Jagger arruola Jeff Beck come chitarra solista nella sua tournée.

Nel 1990, visto che i Glimmer Twins non hanno riscosso un particolare successo con i loro progetti solisti, si torna all’ovile e con Steel Wheels si riaprono i battenti della premiata ditta Stones. Segue immancabile tournée mondiale e album live. Ecco fino al 1997 si procede così: album ogni tre anni tour e poi, inesorabile, disco dal vivo. Dal 1997 con Bridges to Babylon nulla più, se non qualche traccia inedita nell’ennesima antologia (40 Licks) che celebra il quarantennale della Band.

Per strada si è perso Bill Wyman che dai primi anni ‘90, annoiato dalla pantomima, ha mollato il colpo e ora si diverte con una nuova band “The Rhythm Kings” deputata solamente ad una musica energetica e di puro divertissement; è stato sostituito da Darryl Jones, però come collaboratore non come membro ufficiale della band.

Nell’agosto del 2005 ripartono per una nuova tournèe, mondiale ovviamente e il 2 settembre 2005 ha visto la luce A Bigger Bang un disco di canzoni nuove che dopo circa 8 anni dà un seguito a Bridges to Babylon. Pare che ci sia anche una canzone velatamente dedicata a Condoleezza Rice (“Sweet Neocon”). Al loro concerto a Rio de Janeiro hanno partecipato oltre 1.500.000 persone.

21 giugno 2015

Van Morrison - Astral Weeks (1968)

1. Astral Weeks // 2. Beside You // 3. Sweet Thing // 4. Cyprus Avenue // 5. The Way Young Lovers Do // 6. Madame George // 7. Ballerina // 8. Slim Slow Slider

Da Belfast a New York. Lo stream of consciousness di W.B. Yeats e l'Elvis Presley di All Shook Up. Van Morrison è diventato grande di botto e si è preso qualche settimana di vacanza tra le stelle, dove ha trascinato con sé la sua musa scontrosa, avventurandosi ("If I ventured in the slipstream"…) sulla scia di ricordi di infanzia vissuti dal lato sbagliato della strada (Cyprus Avenue), raffigurazioni di loci amoeni bagnati dalla pioggia (Sweet Thing), storie di presunti travestiti (Madame George), immagini di ballerine intraviste in un tour di qualche anno prima… E' blues (ma non nella forma), è folk (nell'anima), è jazz (la sezione ritmica, le improvvisazioni strumentali), è musica da camera (le sovraincisioni di un quartetto d'archi). E', ancora e nonostante le apparenze, rock & roll, almeno nello spirito. Anzi, il momento di massima trascendenza raggiunto nel rock & roll (fino a quel momento e, molto probabilmente, anche dopo): una trance mistica indotta da quella voce inarrivabile, strumento selvatico e sciamanico. Chiedete a Lester Bangs, se avete dei dubbi. (Mia valutazione: Capolavoro)

(Yuri Susanna)

20 giugno 2015

Sam Cooke - Ain't That Good News (1964)

Nel 1964 il mondo è ai piedi di Sam Cooke. Lo è pure il Copacabana, il Copa, il locale di New York dove anni prima aveva conosciuto il piú bruciante dei fallimenti: quando lo riconquista, il suo manager gli fa trovare una Rolls Royce nuova alla porta. E' l'anno del primo provino da attore con la Twentieth Century Fox, l'anno dei progetti per uno sbarco in grande stile in Europa, a cominciare dalla Gran Bretagna. L' 11 dicembre 1964, la proprietaria di un motel di Los Angeles provvederà a chiudere per sempre - in un solo inspiegato istante - tutte queste storie, sparandogli. Ma Sam Cooke avrà fatto in tempo a lasciare numerose tracce della propria grandezza. L'ultima (penultima, se si contano le serate al Copacabana, immortalate nello strepitoso disco dal vivo At The Copa) è questo album, registrato a fine 1963 nello studio della Rca a Hollywood, California, prodotto da Hugo Peretti e Luigi Creatore, due italiani che lavorano in coppia e che si firmano solo con i nomi di battesimo. «Su questo LP ci sono entrambi i lati della personalità di Sam Cooke», scrivono i due nelle note, intendendo che la prima metà del disco privilegia i brani ritmati, la seconda le ballate. E vero, ma c'è anche di piú: il senso stesso dell'avventura musicale di Sam Cooke, racchiuso nella canzone che dà il titolo all'album. Si tratta di un vecchio brano gospel, reso laico e sexy con un semplice intervento nel testo: invece che il ritorno del Messia, ciò che rende felice colui che canta è il ritorno della donna, lontana ma sulla via di casa. E dal 1956, da quando lasciò i Soul Stirrers per la carriera solista, che Cooke lavora a questa idea. La musica della chiesa, quella in cui è cresciuto, lui l'ha portata in strada, l'ha laicizzata, conservando un afflato mistico che ha poco di spirituale, ed è anzi del tutto carnale. E il soul, un genere, meglio, un linguaggio, che Cooke ha inventato quasi da solo, e che comunque interpreta con una classe superiore. Tanto superiore che lui stesso si sente pronto ad alzare la posta: ispirato da Blowin' In The Wind (che infatti canta al Copa) dice la sua sui tempi che cambiano, sulle umiliazioni subite dalla sua gente, e su un futuro diverso che ora lui e gli altri neri d'America si sentono in grado di immaginare e che anzi sentono vicino. E A Change Is Gonna Come, «un cambiamento sta per arrivare». Come capiterà ad altri leader neri, non vivrà abbastanza per vedere avverarsi la sua profezia. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

19 giugno 2015

18 giugno 2015

Overture - Patrick Wolf



Overture

E' meraviglioso ciò che può nascondere un sorriso
Se i denti brillano ed è ampio e bello
È così magico tutto ciò che si può tenere dentro di sé
E se si seppellisce a fondo, nessuno potrà mai scoprire nulla, no
\Allora forza, adesso spalancati, apriti ora,
Non pensi sia arrivato il momento?
Ripensare a quel ragazzo sulla strada verso scuola
Il cuore pesante, nasconde un gioiello così pesante
Ma adesso, se nessuno lo mostra, nessuno dirà nulla, no

Allora forza, amore, spalancati, apriti ora,
Non pensi sia arrivato il momento?

Adesso dopo tutti questi anni finalmente ti stai aprendo
Valeva la pena combattere tanto soltanto per averla vinta?
Così intrappolata nella velocità dei giorni, nel tuo peccato
Non dimenticare come comincia la storia, no
Non dimenticarlo ora

Ora vedo tutti i tuoi amanti e i tuoi nemici
Girano le chiavi, così pieni di bisogni
Tutti che cercano di vedere ciò che tieni al sicuro
Ciò che lo fa risplendere, ciò che lo rende mio
Ma non mi importa, no

Allora forza, amore, spalancati, apriti ora
C’è così tanto amore per quello che troverai
Ma cosa troverai?

Adesso dopo tutti questi anni finalmente ti stai aprendo
Valeva la pena combattere tanto soltanto per averla vinta?

Se così fosse, puoi riportarmi al punto in cui tutto è cominciato?
Portami al punto in cui tutto è cominciato
Portami al punto in cui tutto è cominciato
Forza, spalancati e lascia entrare la luce

Facci entrare
Facci entrare

17 giugno 2015

Neil Diamond

Celebre cantante e autore, particolarmente attivo negli anni '60 e '70, originario di Coney Island, Neil Diamond (1941) nel 1962 entra come compositore al famoso Brill Building, l'edificio che ospita le più note case di edizioni musicali a New York. Lavora per la Sunbeam Music e per la Aldon Music di Don Kirshner.

Discografia e Wikipedia

16 giugno 2015

Van Morrison - Poetic Champions Compose (1987)

Un'espressione dura, tagliente, tremendamente essenziale rivela - già a partire dalla copertina - un uomo fisicamente maturo ma ancora in preda a infiniti dubbi esistenziali.
Il volto di Van, in bella mostra in quasi tutte le 'sleeves' della sua produzione, non può che esserci familiare: a partire dall'estasi mistico-psichedelica di "Astral Weeks", passando per lo sguardo intenso di "Moondance", il rapimento di "St. Dominic's Preview", la struggente nostalgia di "Veedon Fleece", il taglio deciso e perfetto di "Into The Music" - ogni tassello melodico di questo grande cuore irlandese è sempre stato accostato, suggellato, completato da immagini di incredibile comunicatività.
Sembra quasi di sapere in anticipo cosa ci attende, di intuire con un solo sguardo quale fase della interminata ricerca interiore del Nostro stiamo per approcciare. Motivo per cui un certo timore accompagna il primo contatto con questo disco poco conosciuto e, al consueto, potenzialmente ostile: mai Van The Man aveva sfoggiato uno sguardo così secco, impenetrabile, spietato come in "Poetic Champions Compose" (1987).
Siamo a un momento decisivo della carriera del bardo celtico: la fase Irish, ricca a modo suo di speranze e aspettative, prodiga di momenti liricamente felicissimi (una su tutte: "Cleaning Windows"), ha da poco trovato il suo apogeo e contestuale declino nella nuova esplorazione mistico-esistenziale dello straordinario "No Guru, No Method, No Teacher" (1986) - di cui "Poetic Champions Compose" è sconsolata, amara prosecuzione. Ci troviamo di fronte a un uomo ormai consapevole del fatto che ogni verità, ogni punto fermo è sempre passibile di discussione e contestazione. E queste pagine, dal titolo intensamente esplicativo (sottile, dolente ironia sulle presunte verità che bagnano la penna dei "campioni di poesia") sono una tremenda accusa di ingenuità che Van si autoinfligge e al contempo uno spietato monumento al dubbio esistenziale.
L'apertura strumentale di "Spanish Steps", straordinaria jazz song d'atmosfera, è la cosa più struggente che Van ci regala dai tempi di "Fairplay", con l'unica differenza che qui le parole, alla stregua di concetti ormai vuoti, vengono sostituite dal pianto vibrante e drammaticamente romantico di un sax alto. Se vana è stata la ricerca d'amore, perché allora non "lasciarsi andare al mistero", affidarsi alla consolazione propria di ogni dimensione indeterminata, ci suggerisce il Nostro in "The Mistery" ? Salvo poi sprofondare nuovamente nella lancinante consapevolezza di quello che manca e che dovrebbe essere presente: "Sometimes I Feel Like A Motherless Child" è l'agghiacciante titolo di uno splendido lamento d'amore in cui l'artista smette addirittura di analizzare e si limita a invocare soccorso. Proprio come invece la straordinaria "I Forgot That Love Existed" non ha eguali nello scandagliare le motivazioni che hanno condotto a questa assurda atrofia del cuore, a questa paralisi della vita stessa. Se la dolce "Queen Of The Slipstream" è un altro momento di stacco, di speranza e rinnovato sogno di realizzazione affettiva, il pezzo più incredibile è sicuramente quella "Someone Like You" su cui si potrebbe tranquillamente scrivere un libro. In apparenza solo una buona jazz-pop song calda e fumosa (come quasi tutto il disco, uno dei più vicini al jazz dell'artista), è proprio lei forse il fulcro di questa fase di Van, la sintesi perfetta di un romanticismo disincantato che non cerca più risposte nella realtà, ma scivola tranquillamente nella richiesta di mero appagamento dell'immaginazione; un'immaginazione a cui basta l'idea di "aver cercato per tutta la vita qualcuno come te", intendendo con "te" non la concretezza di una figura femminile, ma il ritratto che l'uomo-artista ne ha sempre avuto.
"Poetic Champions Compose" è un disco musicalmente dolce, vario, amico del jazz d'atmosfera come del folk celtico, ma tematicamente arduo ed intensissimo, ritratto di un uomo perennemente ai confini dell'alienazione, consumato dalla malattia d'amore, sempre incerto se volerne o no guarire ("Did Ye Get Healed?"). (Mia valutazione: Distinto)

14 giugno 2015

Creedence Clearwater Revival

Biografia

Il trio originario, The Blue Velvets, costituito da John Fogerty, Cook e Clifford, si forma nel 1959 a El Cerrito, California. Reclutato Tom Fogerty, a metà degli anni ‘60 la band firma per la Fantasy Records, che cambia il nome del gruppo in The Golliwogs, con riferimento a Golliwog, un pupazzo-menestrello di un libro per bambini. Vengono pubblicati sette singoli, tra cui Brown Eyed Girl, che tuttavia non ricevono alcuna attenzione da parte del pubblico.

Nel 1967 la band cambia nome in Creedence Clearwater Revival. John Fogerty diventa il vero leader del gruppo, scrivendo la maggior parte delle musiche e dei testi. L’album omonimo d’esordio, in cui spiccano Susie Q e la ben nota I Put a Spell on You riceve un’ottima risposta commerciale. Nel 1969 esce “Bayou Country”, che delinea l’originale genere dei Creedence: un solido swamp rock che affonda le radici nel country e nel blues.

Con i due album successivi, “Green River” e “Willy and the Poorboys” (Bad Moon Rising, Down on the Corner, Lodi, Fortunate Son), la band lascia definitivamente il segno nella storia del rock americano, soprattutto grazie alla vena compositiva e alla voce aggressiva di John Fogerty. Ad agosto i Creedence si esibiscono al festival di Woodstock. “Cosmo’s Factory”, immediatamente successivo al primo tour europeo, risulta il loro album più venduto, e contiene le celeberrime Who’ll Stop the Rain, Run through the Jungle e la cover di I Heard It through the Grapevine di Marvin Gaye. Nel 1971 esce “Pendulum”, album meno convincente e ultimo a formazione completa. Pochi mesi dopo infatti Tom Fogerty abbandona la band e intraprende una carriera solista di scarso successo.

Nonostante la perdita di Tom, esce ‘Mardi Gras (1972), un album più “democratico”, lasciando spazio alla composizione e alle voci di Cook e Clifford. A ottobre i CCR si sciolgono ufficialmente. L’unica riunione avverrà nel 1980, in occasione del matrimonio di Tom. Quest’ultimo, dopo aver contratto l’AIDS da una trasfusione di sangue, morirà nel 1990. Tre anni dopo i Creedence sono ammessi alla Rock and Roll Hall of Fame.

Nel 1995 Cook e Clifford fondano i Creedence Clearwater Revisited, riproponendo in tour i vecchi successi.

13 giugno 2015

Jimi Hendrix Experience - Electric Ladyland (1968)

1. ...And The Gods Made Love // 2. Have You Ever Been (To Electric Ladyland) // 3. Crosstown Traffic // 4. Voodoo Chile // 5. Little Miss Strange // 6. Long Hot Summer Night // 7. Come On (Let The Good Times Roll) // 8. Gypsy Eyes // 9. Burning Of The Midnight Lamp // 10. Rainy Day, Dream Away // 11. ..(A Merman I Should Turn To Be) // 12. Moon, Turn The Tides...gently gently away // 13. Still Raining, Still Dreaming // 14. House Burning Down // 15. All Along The Watchtower // 16. Voodoo Child (Slight Return)

Dopo quasi quarantacinque anni dalla sua pubblicazione, un album come Electric Ladyland suona ancora attuale, oggi più di allora. Jimi Hendrix apriva ai suoni un altro universo da esplorare, esperimento probabilmente riuscito solo a geni come Cecil Taylor, Ornette Coleman e John Coltrane. Riferimento insuperabile di limiti mai valicati, denso e ambizioso, oscuro e solare. "Intorno a me esplodevano bombe atomiche, e missili teleguidati volavano da tutte le parti: non so nemmeno spiegare quali suoni riuscisse a tirare fuori dal suo strumento", questa l'incredulità di Mike Bloomfield dopo aver visto Hendrix. Electric Ladyland suscitò grande fragore per i suoi contenuti musicali, per la sua controversa copertina originale con venti donne nude e per i testi, surreali e messianici nel contenuto, ingredienti per una vera rivoluzione non capita da tutti. Il blues astrale rappresentato da Voodoo Chile resta l'espressione piena di questo grande lavoro e in cui suonano Steve Winwood e Jack Casady. Il blues come esperienza vissuta non solo riconducibile ad una sequenza di note. Occorre menzionare l'innovazione psichedelica di Burning Of The Midnight Lamp, la geniale 1883… e la nota All Along The Watchtower di Dylan. Questo album è la sintesi del suono hendrixiano, termine utilizzato per definire tuttora plagiatori e musicisti a lui devoti. "…mostrarti emozioni diverse, cavalcare tra suoni e movimenti. La signora elettrica ci aspetta…", dal blues di Have You Ever Been, il secondo brano di questo doppio album che resterà nella storia della musica. (Mia valutazione:  Capolavoro)
(Antonio Avalle)

12 giugno 2015

Frank Sinatra - Song For Swingin' Lovers! (1956)

I 40 anni colgono il vecchio Frank nel momento dell'inattesa rinascita, nel bel mezzo di uno spettacolare ritorno al centro delle scene sancito dall'Oscar per Da qui all'eternità (1953, vinta la statuetta, Sinatra cancella gli appuntamenti già presi con l'analista), proprio quando la tormentata separazione da Ava Gardner, una serie di ruoli sbagliati al cinema, la nascita del rock'n'roll sembrano averlo relegato tra le leggende del passato. Nel cruciale 1953, l'anno dell'Oscar, della separazione e, appunto, dell'approdo alla Capitol, cambia casa discografica: la fiducia nelle sue possibilità è limitata, il contratto è di un anno, con opzioni per sei possibili rinnovi, tutti annuali. Un po' per caso, un po' per un'intuizione di quelli della nuova etichetta, finisce a lavorare con Nelson Riddle, un trombonista che ha arrangiato per Tommy Dorsey e Nat King Cole. I've Got The World On A String, il primo prodotto della nuova collaborazione, diventa subito un successo, e Sinatra si dedica, alternandoli, al canto elegiaco dell'esaltazione amorosa e allo swing, celebrazione ritmica del piacere dei sensi. In The Wee Small Hours del 1955 è il primo album in formato 12 pollici, a 33 giri al minuto, quello che chiamano LP: canzoni degli anni Trenta e Quaranta che trasudano nostalgia e malinconico rimpianto. Songs For Swingin' Lovers, dell'anno dopo, è, come da titolo, un trionfo dello swing, ovvero -- come spiegherà lo stesso Riddle — del ritmo del sesso e del cuore umano. Riddle dice di ispirarsi al Bolero di Ravel, concepisce i suoi arrangiamenti come un crescendo che deve avere un climax intorno ai tre quarti della canzone, per chiudersi con un finale in tono minore. E l'approccio perfetto per un cantante straordinario come Sinatra, che impara a trarre il meglio dalle nuove tecniche di registrazione, concedendosi anche lievi imperfezioni vocali in nome dello swing e del coinvolgimento emotivo. L'album, come tutti quelli del periodo d'oro alla Capitol, è la sua risposta a chi gli fa del male, e insieme al rock'n'roll, che disprezza (lo chiamerà «degenerato», ma duetterà con Elvis, decenni dopo), e ai tempi nuovi che avanzano. Il bello è che, cosí facendo, inventa l'idea di 33 giri e, registrando il primo album a tema, compie il gesto piú rock'n'roll di tutta la sua interminabile attività. (Mia valutazione: Buono)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)