22 ottobre 2014

Nick Cave & The Bad Seeds - Push The Sky Away (2013)

di Silvano Bottaro

Nick cave è un Grande musicista, questo va detto subito, ad onor del vero. Va detto soprattutto come riparo da pareri contrastanti e come salvaguardia di un "patrimonio" musicale tra i più interessanti degli ultimi trent'anni. Bisogna ricordare infatti che il nostro Nick, tra "Boys Next Door", "Bad Seeds", "Grinderman", "Warren Ellis" e alcune colonne sonore, ha inciso ventisei dischi, quasi uno all'anno, mica bazzecole.

Quindicesimo con i Bad Seeds, a cinque anni dall'ottimo Dig!!! Lazarus, Dig!!! (2008), Push the Sky Away è un disco tranquillo e riflessivo con una manciata di brani di ottimo livello. Se per certi aspetti (personalmente) mi ricorda quel capolavoro mai superato di The Good Son (1990), l'album vive di propria luce, di personale autonomia. Nelle nove canzoni che compongono il disco, Cave, indossando i panni del songwriter, riesce a trasmettere sensazioni intense, cariche di atmosfere, a volte orchestrali, a volte rarefatte, tutte comunque dettate dalla peculiarità vocale, la sua.
Un disco rilassato quindi, disteso e soprattutto distaccato da quei suoni che ci aveva fatto conoscere con la prima ottima prova dei Grinderman del 2007 e l'ultima meno brillante del 2010 sempre targata Grinderman.
Le melodie dolci e pacate, con alcuni brani quasi folk, "confine" sonoro a cui Cave non si è mai particolarmente legato, non piacerà molto, senz'altro, agli amanti del Cave "elettrico" dove rabbia, energia e furore prevalgono nei padiglioni auricolari. Questo è un Cave ordinato e sereno, dove la liricità ha il sopravvento... un disco "fratello" di Murder Ballads, di Nocturama e del sopracitato The Good Son.
Bisogna ascoltarlo diverse volte per farsi coinvolgere dalle tonalità oniriche, commoventi e intense, di cui Cave è maestro, solo così ci si renderà conto della profondità di questo lavoro. 4/5

21 ottobre 2014

The Rain Song - Led Zeppelin



E’ la primavera del mio affetto
La seconda stagione che sto conoscendo
Sei la luce del sole nel mio crescendo
Sentivo cosi poco calore prima
Non é difficile farmi sentire ardente
Ho guardato il fuoco crescere lentamente
E’ l’estate dei miei sorrisi
Fuggite da me Guardiani del Buio
Parlami solo con I tuoi occhi
Per te porto questa melodia
Non é difficile da riconoscere
Queste cose sono chiare per tutti
Da sempre


Parla, parla
Ho sentito il freddo del mio inverno
Non ho mai pensato che se ne sarebbe andato
Ho maledetto l’oscurità scesa sopra noi
Ma io so che ti amo cosi
Ma lo so che ti amo cosi


Queste sono le stagioni delle emozioni
E come il vento salgono e scendono
Questa é la meraviglia della preghiera
Vedo la torcia che tutti dobbiamo tenere
E' il mistero del quoziente
Sopra tutti noi una pioggia leggera deve cadere

Arbouretum - Coming Out Of The Fog (2013)

di Silvano Bottaro

"Il classico non tramonta mai", questo è il sottotito che più calza a questo "Coming Out Of The Fog", quinto lavoro dei Arbouretum, band di quattro elementi provenienti da Baltimora. La struttura del disco infatti, è di un classico "suono" rock degli anni '70, nulla di avanguardistico, rivoluzionario quindi, ma solo blues, folk, rock e psichedelia, niente di più, semplicemente. Un "semplicemente" però di classe, suonato con stile e coraggio, con un occhio rivolto al passato e uno al futuro. Un perfetto equilibrio che genera un "gioco" sonoro particolarmente autentico.
Gli otto brani che si succedono nel disco creano una atmosera intensa e, a parte qualche momento di noia, nel complesso l'album risulta piacevole. Se il suono delle ballate portano inevitabilmente a un "parallelo" con Neil Young e i suoi Crazy Horse, ascolto dopo ascolto gli Arbouretum riescono a convincere, ritagliandosi un angolo, una sfumatura originale nel panorama odierno della musica.
Una buona prova quindi, un disco umile suonato con sincerità e con grande amore e rispetto verso quella colonna portante della musica che porta il nome di "rock". 3,5/5

20 ottobre 2014

Toni Childs

Originaria di Orange Country, California, Toni Childs (1958) manifesta la propria inclinazione per una vita irrequieta fuggendo di casa a soli quindici anni. A quell'epoca scrive già canzoni, influenzate dall'ascolto delle grandi voci del blues. Gira a lungo per la California, vive a San Francisco e Los Angeles, dove suona con una blues band e nel 1979 guida un gruppo new wave, Toni & The Movers, che pubblica Bitches And Bastards.

Pere Ubu - Lady From Shangai (2013)


di Silvano Bottaro

Lady From Shangai titolo di un famoso film di Orson Welles del 1947 è l'ultima fatica dei Pere Ubu. Numero quindici della loro discografia, esce a trentacinque anni di distanza da quello che rimane il loro capolavoro, fondamentale, primo disco pubblicato "The Moder Dance", targato 1978.
Un'altra opera difficile e complessa uscita da quell'eclettico creativo sessantenne David Thomas, mente e voce del gruppo, unico membro originale della band che, in questi trent'anni ha "danzato" su un tappeto musicalmente tecnologico, "moderno" e rumoreggiante di un suono d'avanguardia.
Asciutto, astringente, essiccato, spoglio, sono gli aggettivi che più si sprecano nel cercar di dare una connotazione "scritta" a questo album che Thomas dichiara come "musica da ballo". Sia chiaro, qui di suoni ballabili non c'è n'è nemmeno l'ombra. Sono undici brani di rock sperimentale dove "deformazione & disarmonia" vanno per la maggiore. Un intreccio di suoni elettronici che si inerpicano in un percorso sinuoso e dissonante che difficilmente l'"orecchio" non abituato e preparato riesce ad affrontare. 
Un disco di intricata comunicabilità ma che a differenza di altri da loro incisi, è possibile individuare la sottile linea di demarcazione, e nel contempo di unione, esistente tra musica colta (o ritenuta tale) e quella maggiormente popolare ed in ciò dinamica, più facilmente godibile e allo stesso tempo attraente.
Il coraggio di mantenere intatto il carattere di una non falsa avanguardia e di non dare nulla per ovvio e scontato, è la peculiarità di quel geniaccio di David Thomas e i suoi Pere Ubu. 3,5/5

19 ottobre 2014

Miles Davis, Rolling Stone, 1969


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Yo La Tengo - Fade (2013)

di Silvano Bottaro

Di tanto in tanto capita di ascoltare un album di cui non si ha voglia di parlare temendo un confronto tra di esso e le proprie parole. Questo succede quando un disco comunica qualcosa non appena comincia a suonare e subito uno si sente partecipe delle emozioni dell'artista e gli regala candidamente le proprie, e anche dopo aver ascoltato un solo brano hai la certezza che tutto il resto sarà buono. Questo è uno di questi.

Vicini al trentesimo anno di attività (si sono formati nel 1984), i Yo La tengo pubblicano il loro sedicesimo album in studio che porta il bel titolo di Fade ovvero "dissolvenza".
Il trio composto da Ira Kaplan (chitarra, piano, voce), Georgia Hubley (batteria, pianoforte, voce) e James McNew (basso, voce), non ha mai amato la luce dei riflettori dello show business e proprio per questo non hanno mai avuto un grande successo commerciale diventando quindi una band di culto.
Tra le band più interessanti degli ultimi vent'anni, i Yo La Tengo hanno la peculiarità di avere creato un "sound" personale frutto di vari stili. Una sommatoria sonora intensa e colorita, carica di riffs strumentali e vocali. Una musica che appare spazializzata in seno ad un discorso netto e curato con particolare abilità specialmente nel fondere l'acustico con l'elettrico. Relegate in parte le chitarre in favore ad una sezione di archi e fiati, il suono è più omogeneo, delicato e romantico. I brani, in tutto dieci, sono sempre piuttosto centrati in questa ottica e l'assenza di "pecore nere" è un altro punto a favore del collaudato e acquisito professionismo della band.
Un album fluido, piacevole, coeso, ricco di dettagli, tra i più completi e riusciti che la band abbia registrato. 4/5

18 ottobre 2014

Lou Reed - New York (1989)

1. Romeo Had Juliette // 2. Halloween Parade // 3. Dirty Blvd. // 4. Endless Cycle // 5. There Is No Time // 6. Last Great American Whale // 7. Beginning Of A Great Adventure // 8. Busload Of Faith // 9. Sick Of You // 10. Hold On // 11. Good Evening Mr. Waldheim // 12. Xmas In February // 13. Strawman // 14. Dime Store Mystery

Era così logico che ci aveva messo più di quindici anni per capirlo. Il punto di (ri)partenza di una carriera non poteva che essere New York, la sua New York. Non quella degli intellettuali che filosofeggiano battute in Central Park disegnata da Woody Allen, ma neppure quella degli artisti che si rinchiudono nella perdizione della Factory di Warhol a coltivare il proprio ego nelle droghe e nel sesso. Quella del Lou Reed di fine anni ottanta è la New York delle strade, della gente comune. Già le liriche del bistrattato album precedente (Mistrial), ultimo maldestro tentativo di cercare una modernità che non gli apparteneva, erano improntate non più sulla sua rinnovata sfera privata, quanto su quella dei suoi vicini di casa. Reduci del Vietnam, drogati senza speranza, malati di AIDS, politici corrotti, venditori di speranze e uomini di paglia, New York è la più completa galleria di personaggi della Grande Mela, descritta con un piglio letterario ben poco da rock-writer. Nasce il suono del Lou Reed moderno, e finiscono anche i suoi tentativi di cantare normalmente come un pop-singer in favore di un nuovo stile parlato e declamatorio. Nei tour successivi, quando questa metamorfosi verrà portata all'estreme conseguenze con Songs For Drella e Magic And Loss, si presenterà in pubblico con occhialini e leggio, zittendo le urla e invitando tutti ad ascoltare suoni e parole come se fosse un reading di poesia. Eppure il sound di New York è quanto di più selvaggiamente e puramente rock sia mai emerso dalla sua discografia. E in questa contraddizione sta la ragione dell'amore incondizionato che si prova per questo disco.

(Nicola Gervasini)

Lucinda Williams - Where The Spirit Meets The Bone (2014)

di Paolo Carù

Era da parecchio che attendevo il nuovo disco della Williams, da tre anni almeno, da Blessed, un signor disco. Blessed, a sua volta, veniva dopo due dischi, a mio parere, meno riusciti: West e, sopratutto, Little Honey.
Down When The Spirit Meets The Bone è invece un bel disco, anzi un grande disco.
Prima di tutto è doppio, ed è la prima volta che la Williams mette sul piatto 20 canzoni nuove, non lo aveva mai fatto. 20 canzoni, anzi 19, composte da lei. Di doppi ne aveva pubblicati due: il Live @ The Fillmore e l’edizione speciale di Blessed. Ma questa è la prima volta che la cantautrice pubblica 20 canzoni nuove di zecca. Una proposta ricca, piena di musica, gonfia di chitarre. Questo è un disco di chitarre in primo luogo perchè, oltre ai fidi Val McCallum, Greg Leisz e (in una sola canzone) Doug Pettibone, Lucinda ha chiamato a sé Tony Joe White, Bill Frisell, Jonathan Wilson e Stuart Mathis (chitarra nei Wallflowers di Jakob Dylan).
E questo perchè le canzoni sono totalmente basate sul suono delle chitarre, sulle jam tra chitarre, sulle code strumentali a base di chitarre che ci sono in diverse canzoni. Si vede che ci ha preso gusto, che ha registrato in assoluta libertà, lasciando andare gli strumenti anche quando la canzone si poteva considerare terminata.
Prendete Magnolia, proprio il brano di JJ Cale, la canzone che chiude il disco: è una jam di dieci minuti e, quando termina il cantato, Lucinda e la sua band (qui c’è Bill Frisell alla solista), lasciano andare la musica.
E il disco ci guadagna, alla grande. Due CD, cento minuti di musica. Una offerta ricca, sapida, con almeno sette / otto canzoni splendide ed una qualità media molto alta. Il suono è classico ma, sopratutto nel secondo CD, c’è una tendenza ad andare verso ballate roots oriented, sempre elettriche. Lucinda è una che ama il suo mestiere, che ci mette l’anima, che quando scrive è cocciuta e tosta e quando suona lo è ancora di più.
Ma i dischi le danno ragione: oggi non ci sono molte rocker in grado di fare musica a questi livelli, di offrire un piatto così ricco, senza cadere nel ripetitivo.
Down Where The Spirit Meets The Bone è un album solido, una vera roccia, e lo potete smussare lentamente, canzone dopo canzone: dategli tempo e starà nel vostro lettore per mesi e mesi. E’ quello che sta succedendo a me, sono ormai tre settimane che non riesco a toglierlo e, sono sicuro, ci resterà ancora per molto.
Compassion, che apre il doppio album, è l’unico brano voce e chitarra: si tratta di un poema di Miller Williams, il padre di Lucinda, che lei ha musicato, aggiungendo anche delle parole. Una canzone amara, molto triste, dove appaiono le parole Where The Spirit Meets The Bone, che poi danno il titolo all’opera.
Il disco reale inizia con Protection, una ballad secca e desertica dai sapori quasi sudisti: Greg Leisz e Val McCallum duettano con le chitarre, quasi fossimo in una southern band.
Burning Bridges è discorsiva, fluida, scorrevole. Oltre a Leisz, uno dei protagonisti indiscussi del disco, qui c’è la chitarra di Jonathan Wilson. Bello il ritornello (Burning Bridges, Burn ‘em Down) che dà sapore al brano. East Side of Town è più lenta, piana, morbida: qui alla chitarra c’è il Wallflower Stuart Mathis (oltre a Leisz), mentre Ian McLagan si muove sulle tastiere.
Bella ballata dal sapore roots, tipico racconto di confine, che scivola sulla voce triste della Williams.
West Memphis, dedicata ai West Memphis Three, vede Tony Joe White mettere in gioco la sua chitarra: si nota subito il suo tocco, anche il tempo della canzone viene condizionato dal suono di White. West Memphis ha un vago sapore swamp, si perde nei meandri della paludi della Louisiana e racconta una storia molto triste: ma il gioco tra Leisz e White è già una delle cose da ricordare di questo splendido album (Tony Joe lascia il segno anche con l’armonica).
Cold Day in Hell è invece una ballatona coi profumi del west nei solchi. Intro lento, chitarre subito in evidenza (McCallum e Leisz), voce perfetta: ed il racconto prosegue, desertico e spoglio, ma con una atmosfera da brividi. Una canzone destinata a colpire profondamente la nostra memoria: brani di questa qualità non ne sentiamo molti, in capo ad un anno.
Foolishness vede di nuovo McLagan al piano, con Leisz e Mathis. Buon brano, teso e diretto. Preferisco però Wrong Number, ritmo lento, andamento classico: il piano di Patrick Warren la condiziona, mentre la Williams domina con la voce strascicata e lamentosa
Stand Right By Each Other ha un inizio quasi country con Val McCallum che la punteggia molto bene: Lucinda canta la ballata in modo disincantato e la canzone, che ha ritmo ed un refrain piacevolissimo, scorre via in un baleno. Tra le mie preferite.
Chiude il primo CD la triste It’s Gonna Rain con Leisz che duetta questa volta con Bill Frisell.
Jakob Dylan presta la sua voce al duetto con la Williams, ma si sente appena appena.
Lei domina con la sua timbrica quasi nasale e con quella dicotomia lamentosa che è il suo marchio di fabbrica.
Se il primo CD è bello, il secondo è ancora meglio.
Something Wicked This Way Comes ci regala ancora la presenza di Tony Joe White.
E la canzone è ancora southern, con le sue atmosfere ruvide, il cantato tosto e il suono secco della band. Splendida la coda finale, solo strumentale.
Big Mess, che alla fine si allunga pure lei in una bella jam strumentale, è un’altra delle gemme del disco. Lenta, maestosa, fluida nel suo incidere, è cantata con grande personalità, con Leisz e McCallum che si alternano alla solista. Una classica story song, un racconto triste, tragico, costruito su una melodia roots, ma non country. La parte chitarristica è tutta da godere.
When I Look To The World è una classica ballata, con Pettibone alla solista, è una melodia tra rock e country, molto nostalgica.
Walk On è invece l’essenza della canzone rock. Dal ritornello (Walk On, Come on Girl, Walk On) al suo sviluppo, la canzone è decisamente bella e coinvolgente. Altro brano guida, uno dei quelli che risentirei senza smettere mai. Leisz solo alla chitarra senza nessuno a fare da spalla, se la cava egregiamente.
Anche Temporaray Nature (Of Any precious Thing) è una delle canzoni da mettere in bacheca.
Grande ballata, dal timbro nostalgico e dal tempo cadenzato, vive sulla voce della protagonista, sul piano di Mc Lagan e sulla coesione del gruppo.
Everything But The Truth ha una atmosfera quasi bluesata, la voce roca, sempre belle chitarre e mantiene alta la qualità del disco.
This Old Heartache è invece una ballata country, a tutti gli effetti. Dal tempo classico alla voce di Lucinda, più morbida, meno tragica, alla steel guitar, magnifica, nelle mani di Leisz. Al tipico ritornello che non lascia dubbi: country classico.
Stowaway in Your Heart torna invece al rock, alle chitarre elettriche (Leisz e Mathis) ed è un’altra canzone da portare in palmo di mano. Una ballata elettrica di grande spessore che entra subito in curcuito e si ascolta e riascolta sino alla nausea. Notevole anche la lenta One More Day, in cui, oltre ai soliti, citiamo la sezione ritmica di Costello, Pete Thomas e Davey Faragher, presente in quasi tutte le canzoni.
C’è l’uso di fiati (unica in tutto il disco), ma la ballata piace di per sé stessa, per la sua atmosfera languida, per la voce della Williams, per il suono in generale. Chiude il doppio album Magnolia. Si tratta del classico di JJ Cale che la La Williams interpreta alla sua maniera. Splendida versione, portata avanti per dieci minuti, con le chitarre (Frisell e Leisz) che la fanno da padrone, mentre la ritmica è quella della road band della Williams (Butch Norton e Davis Sutton)
Versione personale, cantata con voce languida, intessuta sulle chitarra che jammano in continuazione, anche quando Lucinda canta, per poi lasciarsi andare alla fine. Grande, grandissima versione che chiude un disco, a dire poco, magnifico.
Tra i più belli di quest’anno. Forse anche il più bello. (4/5 voto mio)

17 ottobre 2014

Iggy Pop


Lewis & Clarke - Triumvirate (2014)

di Lorenzo Righetto

Arrangiamenti tenui ma di rara intensità avviluppano come colorati tentacoli fumosi le interpretazioni flebilmente accurate di “Triumvirate”, terzo Lp di Lewis & Clarke, progetto dietro al quale si cela la figura di Lou Rogai, americano della Pennsylvania, e che prende il nome dai carteggi avvenuti tra i due autori di letteratura fantastica/fantascientifica.
Un disco imponente per lunghezza (circa 75 minuti di musica per dodici canzoni) ma anche per l’intensità emotiva delle sensazioni evocate, sposando le suggestioni di un folk d’avanguardia a un forte dinamismo, che anima le riflessioni di Rogai in quadri a tinte uggiose quanto forti di una realtà interiore trasfigurata dall’arte.

Una tensione al sublime che rimane la caratteristica più pregnante di “Triumvirate”, le corde vocali di Rogai che vibrano in un caldo crooning Eitzel-iano, gli strumenti che volteggiano nel sogno bucolico di un’anima lussureggiante (la title track).
Nonostante il passo sempre cadenzato dei brani del disco, forti della solennità di uno spirito attivo e in alcuni momenti affini al neofolk psichedelico degli Hexvessel (lo splendido arrangiamento per archi della struggente e misteriosa “Eve’s Wing”), “Triumvirate” rimane un disco dal forte dinamismo, dagli improvvisi cambi di tono, in questo reminiscente dei primi Other Lives, anche se decisamente più maturo e consapevole, complice il lirismo Sylvian-iano delle interpretazioni di Rogai (“Sojourn Sam”, “The Reach & The Grasp”). La stratificazione e la ricchezza degli arrangiamenti sembrano il prodotto di ben più che una sola mente, e infatti “Triumvirate” annovera ben dieci collaboratori.

Si sviluppa così un vero e proprio mondo inesplorato, da scoprire passo passo, ogni canzone che alza il velo su paesaggi interiori nuovi e selvaggi, scossi dalla variabilità del tempo o dall’apparenza immota dei ricordi (“The Turning Sky”). I testi di Rogai acuiscono il senso di un’opera di profondità grandiosa, di quelle che sembrano racchiudere una vita, dispiegandone i contenuti infiniti ma rimanendo una sintesi digeribile nel suo insieme.
Il “triumvirato” sembra rappresentare infatti tre diverse personificazioni del Sé, mutualmente complementari e in opposizione, e con questo la trama del proprio racconto interiore, la sua incessante evoluzione, come racconta Lou per descrivere il suo disco: “If you equate the act of climbing a mountain as solving a puzzle, the album name is also a metaphor for solving a moving puzzle and moving forward”. (3,5/5 voto mio)

16 ottobre 2014

Marlene Kuntz - Canzoni per un figlio (2012)


The Wallflowers - Glad All Over (2012)


di Silvano Bottaro

A sette anni dall' ultima loro pubblicazione "Rebel, Sweetheart", i Wallflowers tornano con una nuovo lavoro chiamato "Glad All Over", loro sesto album che segna una decade di esistenza o meglio, di permanenza, nel pianeta musicale.
I Wallflowers sono caratterizzati dalla presenza di Jakob Dylan, uno che di canzoni ne "mastica" qualcosa visto che, molto probabilmente, il DNA  gioca a suo favore. Ovviamente, l'essere un "songwriting" è nel sangue, i testi ne sono la testimonianza.
Due brani del CD; "Misfits and Lovers" e il singolo "Reboot the Mission" sono caratterizzati dalla presenza di Mick Jones, una presenza determinante soprattutto nel secondo brano citato, dove il suono è praticamente riconoscibilissimo e riconducibile ad un grande e unico gruppo: i Clash.
Il resto delle canzoni riportano il disco a un suono più familiare ai Wallflowers, un suono non certamente originalissimo ma comunque non mancante di energia e sentimento. Undici brani originali ti buona fattura senza (a parte il singolo sopra detto) particolari colpi di fulmine ma non per questo noiosi e privi di emozione.
Jakob Dylan è uno dei pochi figli di padri famosi che è riuscito a crearsi una sua personale carriera senza rimanere all'ombra della figura paterna. Si è ritagliato un suo personale stile di scrittura e canto, ed è soprattutto per questo che i Wallflowers hanno ancora motivo di esistere.
Un buon disco quindi, ed anche se, non scalerà le classifiche di opinione per gli "esperti" musicali, avrà sicuramente un buon successo di vendita visto che il singolo viene trasmesso in continuazione dalle radio. 3,5/5

15 ottobre 2014

New Morning - Bob Dylan




Nuovo Giorno
Senti quel gallo che canta
Un coniglio corre attraverso la strada
Sotto il ponte
Dove l'acqua scorre e passa
Così contento solo nel vederti sorridere
Sotto questo cielo blu
In questo mattino blu
In questo nuovo mattino
In questo nuovo mattino con te
Senti quel motore girare
Un'automobile passa lo steccato
Scende lungo la strada
Per un paio di miglia di campagna
Così contento solo nel vederti sorridere
Sotto questo cielo blu
In questo mattino blu
In questo nuovo mattino
In questo nuovo mattino con te
La notte è passata così in fretta
E' sempre così quando tu sei con me
Senti il sole come brilla
Una marmotta corre vicino al ruscello cosmico
Questo deve essere il giorno
Quando tutti i miei sogni si avverano
Così contento soltanto di vivere
Sotto il cielo blu
In questo nuovo mattino
In questo nuovo mattino con te

Grizzly Bear - Shields (2012)


di Silvano Bottaro

Quarto album per questi "Orsi grigi", giovane band americana attiva dal 2004.
Dopo "Veckatimest", uscito nel 2009, album che ha avuto notevole successo di critica e di pubblico, i Grizzly si sono presi una pausa, un periodo non proprio di riposo visto che, nel frattempo, hanno avuto esperienze personali, "momenti" utili per capire cosa fare del proprio futuro o meglio cosa fare dei Grizzly Bear. Il risultato è questo Shields, una costola del precedente "Veckatimest", meno incisivo, ma più equilibrato.
Dieci sono i brani presenti; scritti, suonati e cantati da tutti e quattro i musicisti del gruppo. Le sonorità si aggirano in territori indie-folk (come i precedenti) con qualche strizzatina d'occhio alla psichedelia e soprattutto al pop, senza però guastare.
I brani registrati in presa diretta dimostrano una raggiunta maturità stilistica e sonora. Abbandonato un certo "sperimentalismo" presente nei dischi precedenti, l'ascolto risulta assai piacevole senza sconfinare nell'"easy" e, pur mantenendosi su atmosfere "leggere", il disco è ricco di melodia e di buoni spunti sonori. Shields è sicuramente la dimostrazione di un cambiamento avvenuto nei Grizzly, il disco è più solare, più diretto e maturo.
Credo che il i Grizzly Bear avranno ancora molto da dire sempre che il "pop" non gli da troppo alla testa e si facciano mangiare dal "music business". Insomma possono riservarci ancora buone cose. 3,5/5

14 ottobre 2014

The Chieftains

Fra le più famose istituzioni musicali irlandesi, i Chieftains vantano una carriera discografica che inizia nella prima parte degli anni '60, sempre nel nome della folk music variamente declinata. Anima e indiscusso leader del gruppo è Paddy Moloney (1938) già nei Ceoltoiri Cualann di Sean O'Riada, virtuoso delle "Uillean pipes" (cornamuse irlandesi) quanto profondo conoscitore della tradizione jig e reed d'Irlanda. La prima line-up del gruppo, fondato nel 1963 a Dublino, comprende oltre a Moloney, Sean Potts, Martin Fay, David Fallon, Mick Tubridy e Sean O'Riada.

Jackson Browne - Standing In The Breach (2014)

di Andrea Mariano

Raffinato, delicato, un po' retrò.

Raffinato perché Jackson Browne è abile nel cesellare strutture semplici e ad impreziosirle con tocchi di classe tutt'altro che ampollosi o meramente manieristici, ma che anzi contribuiscono a tessere un'atmosfera avvolgente, appagante, in grado di far percepire come tutto, anche il più flebile accenno di bending, contribuisca e sia necessario per la perfetta riuscita di ogni singolo brano.

Delicato, perché anche nei movimenti più "coincitati" ("Leaving Winslow") non si viene scossi, ma invitati ed accompagnati ad aumentaree gentilmente il ritmo, o a tenere il tempo con un po' più di enfasi (la beatlesiana "If I Could Be Anywhere"), ma si ha sempre la sensazione di essere in un ambiene accogliente, familiare, ma non per questo monotono o sonnolento.

Un po' retrò perché Jackson Browne proviene da un ambiente completamente distaccato da quello odierno, dagli anni sessanta e settanta dei Genesis e di Tim Buckley, dalle influenze del quartetto di Liverpool; tuttavia il retrò non sfocia mai nell'anacronismo, quanto piuttosto in una bellissima tela dalle pennellate creanti un paesaggio ormai quasi completamente scomparso dai panorami odierni, che suscita non melanconica nostalgia, ma consapevole serenità di una bellezza non più così comune, non più così facilmente da trovare o scovare.

"Standing In The Breach" ammalia. A prescindere dal genere musicale predominante nell'animo dell'ascoltatore. Un disco non fuori tempo, ma fuori dal tempo. Occhio alla sottile ma immensa differenza. (4/5 voto mio)

13 ottobre 2014

Scopertine #13


301. Brian Eno – Here Come the Warm Jets - 302. Bad Company – Bad Company (1st Album) - 303. Genesis – Lamb Lies Down on Broadway - 304. Shuggie Otis – Inspiration Information - 305. Stevie Wonder – Fullfillingness’ First Finale - 306. Eric Clapton – 461 Ocean Boulevard - 307. Kraftwerk – Autobahn - 308. Van Morrison – It’s Too Late to Stop Now - 309. Joni Mitchell – Court & Spark - 310. Queen – II - 311. Roxy Music – Country Life - 312. Tangerine Dream – Phaedra - 313. Sparks – Kimono My House - 14. Supertramp – Crime of the Century - 315. Richard Thompson & Linda – I Want to See the Bright Lights Tonight - 316. Scott-Heron, Gil & Brian Jackson – Winter in America - 317. Queen – Sheer Heart Attack - 318. 10cc – Sheet Music - 319. Neil Young – On the Beach - 320. George Jones – Grand Tour - 321. Gene Clark – No Other - 322. Steely Dan – Pretzel Logic - 323. Randy Newman – Good Old Boys - 324. Bob Marley & the Wailers – Natty Dread - 325. Robert Wyatt – Rock Bottom

Ani DiFranco - Allergic To Water (2014)

di Max Sannella

Da poco mamma, l’eterna ribelle di Buffalo, Ani DiFranco torna a far sentire la sua stupenda smania di essere contro, magari lo fa con un po di tacche in meno, un “anti” pensiero che in questo suo Allergic To Water è molto più ammorbidito dei precedenti lavori, ma questo non significa arrendevolezza solamente che l’artista americana si concede una riflessione interiore, See see see see, uno scandaglio nella sua interiorità soul, Tr’w, e un interesse per una bellezza quasi primitiva della vita, Genie, cose e terreni di gioco in cui DiFranco riversa poesia e viaggi mentali molto lontani dai frenetismi in cui l’abbiamo conosciuta, ora per lei la cosa preponderante è arrivare dentro gli ascolti in maniera confidenziale e col cuore in mano.
Da sempre eroina femminista e portavoce delle battaglie contro il music business, la folk singer immagina un mondo a portata di donna semplice, di madre affascinatrice di consigli e forze quasi familiari, una tracklist ispirata e viaggiante – a tratti minimalista, Careless words, a tratti disillusa Woe be gone – che vive in un modo nuovo di vedere le cose, quasi un tirare una riga su esperienze e rimasugli di esistenza dopo appunto questa su maternità che – se non altro – l’ha portata non a revisionare idee piuttosto rincorrerle di nuovo ma con efficacia differente, con una marcia convulsa in meno ma con più sentimentalismo.
Il pianoforte e gli arpeggi magnificenti che abbelliscono la titletrack – ametista a se stante – e la ninnananna coi campanellini Rainy parade sono i parametri artistici di una “rivoluzionaria” che ha cambiato il modo di fare cantautorato ma non il proprio animo indomito, ora è pura madre, ma comunque sempre dietro a barricate a vendere cara la propria carica detonante, la propria pellaccia anarchica. Stupendo! (3,5/5 voto mio)

12 ottobre 2014

Neil Young & Crazy Horse - Rust Never Sleeps (1979)

1. My My, Hey Hey (Out Of The Blue) // 2. Thrasher // 3. Ride My Llama // 4. Pocahontas // 5. Sail Away // 6. Powderfinger // 7. Welfare Mothers // 8. Sedan Delivery // 9. Hey Hey, My My

Il grande momento artistico di Neil Young era finito nel 1975 con Zuma, ma nel cassetto del canadese era rimasta una tale mole di materiale di scarto e album lasciati a metà che la sua discografia non finirà mai di vivere di rendita. Rust Never Sleeps uscì quando lui già aveva la testa immersa nei problemi di famiglia, e di fatto non si prese neanche la briga di registrarlo, visto che per l'occasione ripulì alcune registrazioni live. E sebbene fosse composto da avanzi provenienti da almeno altri tre progetti abortiti, Rust Never Sleeps è probabilmente l'unico album della sua discografia che lo rappresenta a 360 gradi, dove sono presenti tutte le sue anime, espresse in cavalcate southern-rock pensate per gli amici/nemici Lynyrd Skynyrd, inni rock che presteranno aforismi buoni per tutte le presenti e future stagioni rock (da Johnny Rotten a Kurt Cobain), indimenticabili ballate rurali, nuovi omaggi alle idealizzate civiltà perdute del Sud America e persino qualche ammiccamento alla nuova veemenza punk. Alle spalle c'erano i fidi Crazy Horse, che proprio nella tournee che seguì (immortalata nell'album Live Rust, ideale compendio all'album) raggiungeranno lo status di backing-band perfetta, veri e propri silenziosi ma insostituibili comprimari di una storia che dura ancora nei giorni nostri. Dietro l'angolo c'erano gli anni 80 e un artista che avrebbe avuto bisogno di una lunga pausa, e che invece si dannò insuccesso dopo insuccesso alla ricerca di un nuovo Neil Young, quando con Rust Never Sleeps aveva già trovato l'unico esistente.

(Nicola Gervasini)

Lou Reed - Rock N'Roll Animal (1974)


di M. Zambellini

Dopo l'incisione del concept album Berlin nel '73, una delle opere più impegnative e contraddittorie della sua carriera, Lou Reed pubblica Rock N'Roll Animal, primo album dal vivo nato dopo varie vicissitudini con il manager e produttore Dennis Katz.Disco spettacolare e strepitoso, la testimonianza di un periodo creativo che ha fatto sognare molti ma ha lasciato molte vittime sul campo, Rock N'Roll Animal è uno dei migliori live della storia del rock ed è una delle pietre milari degli anni '70 con quel sound duro e metallico, devastante nel ritmo, oscuro e trasgressivo nelle liriche.
In scena c'è un Lou Reed quasi rasato a zero che gioca con mosse androgine e nervose a fare il cattivo maestro ed il principe dei bassifondi mentre la band suona col coltello tra i denti, sferragliando un rock newyorchese di grande potenza e feroci assoli di chitarre.
Il set è incredibile, canzoni rese celebri dai Velvet Underground come Heroin, White Light/White Heat, Sweet Jane e Rock N'Roll vengono ridefinite con le lunghezze del live e con un suono ad alto tasso energetico. Un disco epocale, appunto, base di svolgimento per quanti in futuro "rockeranno" la città e l'oscurità di New York come i Cult, Patti Smith, Television, David Johansen e via dicendo.
Heroin è una lancinante e selvaggia cavalcata su e giù nelle vene, Sweet Jane con il suo famoso intro chitarristico al calor bianco e Rock N'Roll sono l'apoteosi dell'estetica rock anni '70 con quei riff "torcibudella" e quei refrain che ti bucano il cervello, White Light/White Heat come sugli impulsi di una musica tossica e pericolosa, Lady Day, almeno nella versione originale dell'album, è l'unico estratto dallo straziante ed immorale cabaret di Berlin. Cinque tracce, quanto basta a spedire Rock N'Roll Animal nella mitologia del rock.
La nuova edizione del 2000, vede l'aggiunta di due brani Caroline Saysl e How Do You Think It Feels, entrambe provenientei da Berlin. 4,5/5

11 ottobre 2014

Sonic Youth


Bob Dylan - Tempest (2012)

di Silvano Bottaro

Ed eccolo ancora qui l'ultrasettantenne Bob Dylan, con il suo nuovo disco "Tempest", il trentacinquesimo, in uscita a cinquant'anni giusti dal suo primo album "Omonimo" datato 1962. Difficile poter valutare con precisione la portata dell'influenza che ha avuto il Dylan di quegli anni. I suoi pezzi divennero inni al di là della sua volontà. Blowin' in the wind, A hard rain, The times they are a changin', Mr. Tambourine man, furono i pezzi giusti al momento giusto. Quei  brani fecero più o meno l'effetto di un'esplosione di consapevolezza. Musicalmente ha spazzato via ogni stereotipo, cambiando continuamente direzione, affermando con determinazione di sentirsi soprattutto un artista libero di scrivere quello che più gli piaceva, sminuendo di molto l'aspetto rigorosamente militante della sua prima produzione. La sua storia si svolge tutta all'insegna di un continuo ciclo di morti e rinascite nel tempo. E' il personaggio più contestato, indagato, amato e odiato di tutta la storia del rock, sempre aspramente contraddittorio, scomodo, di quelli che mettono a disagio l'interlocutore.
Il Dylan di oggi, giustamente, è più riflessivo sui temi della vita. I testi infatti parlano soprattutto della vecchiaia e della morte. Se musicalmente non vincerà il premio per l'originalità anche in questo il disco dividerà il pubblico tra chi lo loderà come un capolavoro e chi invece lo rilegherà tra la solita "solfa".
Personalmente l'aggettivo che più incarna tutto il lavoro è: affascinante, affascinante e tutti i suoi sinonimi. Affascinante come un panorama, suggestivo come un tramonto, piacevole come un profumo. Ecco, in questi aggettivi è racchiuso il valore dell'album.
Le dieci canzoni che lo compongono sono un continuo cambiamento di umore, naturalmente dettati dalle sonorità influenzate dai testi.
Ottima apertura con "Duquesne Whistle" considerando il suo precedente Together Through Life del 2009, che mancava di po' di "sostanza" questo brano mette già subito quell'energia che i suoi fan aspettavano. "Soon After Midnight" è una piacevole passeggiata con un testo dolce e sussurrato al contrario di "Narrow Way" che ha delle belle sonorità blues...ate. "Long and Wasted Years" con un accattivante riff chitarristico mette in luce la sua intensa voce corposa. Il successivo trio: "Pay In Blood" rispecchia i suoi classici, canta e suona a briglia sciolta con un testo diretto e spietato e un "suono" Dylan...iato, "Scarlet Town" ricorda il suono di Modern Times e "Early Roman Kings" con la fisarmonica di David Hidalgo, ci riportano a un Dylan "conosciuto" ma per nulla scontato. Le ultime tre canzoni di Tempest concludono ottimamente l'album. "Tin Angel" è un racconto narrativo di un triangolo amoroso che fornisce ottimo materiale per gli analisti dei testi di Dylan, simboli e significati nascosti abbondano inverosimilmente. La title track "Tempest" è una metafora sulla vita, su come siamo tutti inconsapevolmente (o consapevolmente n.d.r.) responsabili del nostro destino. Chiude l'album "Roll On John", una contemplazione sulla morte del suo vecchio amico John Lennon, virando tra i suoi elementi biografici e frammenti dei suoi testi.
Tempest è un ottimo album e ci mostra ancora una volta un Dylan presente, riflessivo e per niente stanco. Le sue tipiche intuizioni e la sua destrezza sono ancora attive, e, ancora una volta, riescono a capovolgere tutte le aspettative, regalandoci dieci brani senza tempo. Sorprendendo e affascinando allo stesso tempo. 4/5

10 ottobre 2014

Grace Slick (Jefferson Airplane), Teenset, 1969


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Soft Machine - Third (1970)

di Silvano Bottaro

Con i primi due album, in cui l'influenza "situazionista" di Robert Wyatt era determinante, la formazione era giunta a rappresentare il movimento "underground" inglese alla pari con i Pink Floyd di Syd Barrett.
Nelle uscite successive, sotto la guida del tastierista Mike Ratledge, la musica viaggerà con decisione sempre maggiore verso lidi jazz-rock, sino a che il gruppo perderà ogni contatto con le proprie origini.
"Third" è dunque l'attimo in cui le due anime della formazione, quella improvvisativa e psichedelica di Wyatt e quella da partiture scritte da Ratledge riescono per l'ultima volta a convincere.
Al trio formato da Wyatt, Ratledge e dal bassista Hugh Hopper, genio dello strumento, si uniscono il sassofonista Elton Dean, i fiati di Lyn Dobson, Nick Evans e Jimmy Hastings ed il violino elettrico di Rab Spall.

La struttura dell'album, che usci doppio (vinile), è molto semplice: un brano per facciata.
"Facelit" di Hopper è un "collage" di nastri da varie esecuzioni dal vivo dello stesso brano, ed è un'ottima introduzione al clima dilatato ed ipnotico dell'incisione.
"Slightly all the time" di Ratledge è un gioiello. Uno scorrevole tema jazzato viene esposto, ripreso, rallentato, accelerato in un gioco senza fine. Nella sezione centrale, il piano elettrico crea un "pattern" ripetitivo su cui i fiati tessono meraviglie, ed il finale guidato dal saxello di Dean è lirico sino allo spasimo.
"The moon in June" è la facciata di Robert Wyatt. Suonato, cantato (unico brano cantato del disco) ed inciso in quasi completa solitudine, con un piccolo aiuto da Hugh Hopper al basso e da Ratledge per un assolo di organo. L'elemento ribelle ed anarchico del gruppo qui sfodera una composizione notturna, ubriaca e profondissima, in cui il canto raggiunge vette sublimi. Per molti "The moon..." rappresenta il momento più alto non solo dei Soft, ma dell'intero movimento di Canterbury.
"Out-bloody-rageous" di Ratledge, giocata sull'intervallarsi di "loops" rileyani di organo e di serrati episodi strumentali, dà invece chiari indizi della direzione che il gruppo prenderà dopo il licenziamento in tronco di Wyatt.

L'incrocio tra il clima "naif" degli esordi e l'attrazione di Ratledge per i lidi del "Miles Davis elettrico" produce un frutto strano e delizioso, da portare sulla classica isola deserta subito dopo lo spazzolino da denti.
Third è un messaggio al cielo. 4,5/5