22 maggio 2015

Neil Young - Harvest (1972)

1. Out On The Weekend // 2. Harvest // 3. A Man Needs A Maid // 4. Heart Of Gold // 5. Are You Ready For The Country // 6. Old Man // 7. There's A World // 8. Alabama // 9. The Needle And The Damage Done // 10. Words (Between The Lines Of Age)

Forse non è casuale che Jonathan Demme abbia intitolato Heart of Gold il suo film-concerto dedicato a Neil Young. L'album da cui proviene questo brano - Harvest appunto- pur collocandosi esattamente tra due pezzi da novanta come After the Goldrush e On the Beach, li stacca in volata. Che si tratti di uno special one nella discografia del nostro bisonte preferito lo dimostra, tra l'altro, il ricorso ad una backing band inusuale, gli Stray Gators, che per una volta rubano la scena agli istituzionali Crazy Horse. Che dire di Harvest se non che è stato un bildungsroman per la mia generazione, quella, per intenderci, che aveva quindicianni quando uscì? Chiedete alla mia paziente Epiphone quante volte in quarantanni ha dovuto sopportare tentativi di riproduzione di The Needle and the Damage Done, cui mancava sempre qualche nota. Harvest ha orientato senza scampo i nostri gusti musicali verso quel genere che allora chiamavamo semplicemente West Coast, un luogo dell'anima più che una regione geografica. Ci ha traspostati dall'ipnosi del vinile rotante sui Lesa alla magia di Laurel Canyon, grazie anche alle additional vocals di James Taylor, Linda Ronstadt e C.S.&N. Al punto da poter dire che, senza l'accordo in FM7 che introduce Old Man, il nostro destino di musicofili sarebbe stato diverso. Al punto da osare affermare che questa ballata è tanto bella nel suo languore steel guitar, da piacerci anche nella versione hip hop di Redlight King, con voce campionata dello stesso Neil. Il quale del resto, lo sappiamo, ci avrebbe abituati negli anni a venire a una metronomica, bipolare alternanza di meraviglie e stranezze. (Mia valutazione:  Capolavoro)
(Donata Ricci)

21 maggio 2015

Eric Dolphy


The Beatles - Revolver (1966)

Non hanno ancora chiuso con i concerti dal vivo, ma stanno per farlo. L'anno prima, in Norwegian Wood, hanno introdotto il sitar, un tocco di India dentro al pop piú occidentale che c'è. Qualcosa va stretto, al gruppo piú venerato del pianeta. Sempre nel '65, Bob Dylan è diventato elettrico, e ha reso ancora piú evidente l'esigenza, condivisa da un'intera generazione, di raccontare qualcosa di piú autentico delle solite storie di ragazzi che si amano e che vogliono tenersi per mano. I Beatles sentono forte l'esigenza di trattare l'unico processo che li interessa davvero, quello della registrazione delle canzoni come un atto creativo in sé concluso, di sperimentare con tecnologie del tutto nuove e molto promettenti. L'orchestra, i nastri fatti girare al contrario, tecniche innovative che permettono di sovrapporre due parti vocali sulla medesima traccia: Revolver è il volume due, il lato B «elettrico» e orchestrale del folleggiante Rubber Soul ed è l'album piú sperimentale che un gruppo pop abbia mai registrato finora. Naturalmente il gruppo che lo registra è all'apice dell'ispirazione. John Lennon scrive I'm Only Sleeping e Tomorrow Never Knows, i due pezzi piú psichedelici e complessi; Paul McCartney Flere There And Everyvhere, che rimarrà una delle sue preferite di ogni tempo, e Yellow Submarine, nata come canzoncina per bambini; George Harrison firma Taxman, Love You TO e I Want TO Tell You, scoprendo cosí doti d'autore fino ad allora sconosciute anche a lui stesso. Eleanor Rigby passerà alla storia come un caso unico di collaborazione tra i quattro Beatles nella stesura del testo: l'idea è di Paul, ma si racconta che ciascuno degli altri abbia dato un contributo. Certo, quando esce è il singolo piú sorprendente tra quelli fino a quel momento pubblicati dai quattro di Liverpool: parla di solitudine, morte, vecchiaia... L'idea generale, dal punto di vista produttivo, è che nulla suoni come deve, che il pianoforte non sembri un pianoforte, che le voci vengano tutte trattate, lievemente distorte. Nessuna delle canzoni di Revolver («Tutte ottime», dirà un giorno McCartney) sarà mai suonata dal vivo dai Beatles, un po' perché sono tutte molto prodotte, difficili da replicare sul palco, mola to perché i Beatles sono ormai diventati un gruppo da studio, un gruppo maturo. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

20 maggio 2015

Michael Jackson, Vanity Fair, 1989


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Surfer Blood - 1000 Palms (2015)

di Daniele Russo

Molto probabilmente, se fossi nato in Florida, in particolare a Palm Beach, in questo momento non sarei qui a scrivere né tantomeno passerei il mio tempo a recensire album o a fare musica. Rifacendomi a quell’immaginario collettivo che avvolge quasi tutti noi quando pensiamo alla Florida, a quest’ora sarei uno di quegli studenti dei college americani che abbiamo imparato ad apprezzare nei telefilm: perennemente in costume, con una lattina in mano e sempre pronto a fare surf. Per questo motivo apprezzo molto i Surfer Blood, ma solo per questo. Tre album in cinque anni non sono una cosa da tutti, soprattutto se si è giovani e si viene da Palm Beach! Per non parlare poi del fatto di aver cambiato tre etichette per altrettanti album, insomma: i ragazzi l’impegno ce lo mettono. Solo che, come direbbe la mia professoressa del liceo, “l’impegno non è tutto, ci vuole anche altro”.

A cinque anni dal loro debutto, i Surfer tornano con 1000 Palms: un album che cerca di ritrovare lo spirito e l’entusiasmo di quei periodi , ma non ci riesce. Se, infatti, abbandonare una major come la Warner per ritornare nel circuito indipendente è stata una scelta volta alla “ possibilità di potersi esprimere liberamente e senza alcun tipo di freno, proprio come agli esordi ”, a conti fatti la differenza non è che sia così elevata, anzi. Se eliminiamo il fatto che le registrazioni sono state fatte nel salotto di casa del batterista Tyler Schwarz – questo sì che vuol dire non avere freni ed essere davvero indie! – non c’è nulla di diverso o di innovativo rispetto al passato. Forse solo qualche synth in più e qualche riff di chitarra in meno. Fatta eccezione per Dorian, gli undici brani di 1000 Palms sono tutti abbastanza brevi e scorrevoli, ma nessuno vi resterà impresso nella testa per giorni. La tracklist sembra essere stata buttata lì a caso e i brani – a dirla tutta – non hanno una grande incisività. L’abbondanza di tracce mid-tempo e vagamente allegre – vedi Point of No Return e Island -, unite a testi che non spiccano certo per profondità, rendono l’album un po’ monotono. Ogni canzone rispetta lo stesso registro: chitarrina iniziale, strofa leggera, ritornello e infine assolo. Canzone successiva? Idem. E dopo ancora? Uguale. Purtroppo non si trova mai una variazione né tantomeno un leggero cambio di atmosfera tra una traccia e l’altra. Uniche eccezioni: I Cant’t Explain (il brano più riuscito dell’album) e la delicata e semi-acustica NW Passage, che adirittura, in chiusura di album, ci regala una coda di trenta secondi di uccellini che cinguettano (idea abbastanza carina se non fosse che per tutti i due minuti precedenti il testo del brano non ha fatto altro che ripetere la frase “We have found a North West passage”).

Insomma, tornando a quanto diceva la mia prof., devo amaramente darle ragione. L’impegno non basta. Eh sì, ci vuole anche qualcos’altro. Se fossero degli studenti, i Surfer Blood forse non meriterebbero di essere bocciati – perché in fin dei conti il loro lavoro non è né migliore né peggiore dei precedenti – ma di sicuro non possono pensare di guadagnarsi una promozione a pieni voti con un album del genere. Date le premesse era forse il momento giusto per il salto di qualità, e invece ci troviamo di fronte all’ennesima sorta di raccolta indie-pop. Perciò, miei cari Surfer, facciamo come si faceva un tempo: siete rimandati a settembre. Studiate e recuperate quelle due o tre materie nelle quali siete carenti. Ci rivediamo il prossimo anno con un nuovo album e una nuova etichetta. E se nemmeno questa dovrebbe funzionare beh, vi restano sempre le spiagge della Florida e il surf! (Mia Valutazione: Buono)

19 maggio 2015

Clementine - Neil Young & Crazy Horse



In una cava, in una gola
Scavando alla ricerca di una miniera
Dimoravano un minatore della generazione del ’49*
E sua figlia Clementine.Lei era la luce e simile a una fata
E le sue scarpe erano numero 9
Scatole di aringhe senza i coperchi
Erano sandali per Clementine.Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine.Guidava gli anatroccoli all’acqua
Ogni mattina alle 9 in punto
Ha battuto il piede contro una scheggia
È caduta nell’acqua spumeggiante
Labbra di rubino sopra l’acqua
Soffiavano bolle, dolci e fini
Ma, ahimè, non era una nuotatrice
Così ho perso la mia Clementine.

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine.

Allora il minatore, della generazione del ’49
Ha cominciato a struggersi
Pensava di doversi ricongiungere a sua figlia
Adesso dorme insieme a Clementine.

Nei miei sogni lei mi ossessiona ancora
Vestita di bianco, fradicia di spuma
Anche se in vita la abbracciavo
Adesso è morta, tiro una riga

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine.

Quanto mi è mancata, quanto mi è mancata
Quanto mi è mancata la mia Clementine
Così ho baciato sua sorella minore
E ho dimenticato la mia Clementine.

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine.

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine..

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine, Clementine.

Clementine, Clementine
Oh mia cara, Clementine.

Clementine, Clementine
Sei perduta, andata via, Clementine.

Clementine.



*Venivano chiamati forty niner i minatori che presero parte alla corsa all’oro californiana del 1849

18 maggio 2015

Deep Purple

Tra i padri fondatori dell'heavy metal, gli inglesi Deep Purple nascono nel 1968 dalle ceneri dei Roundabout, per volontà di Jon Lord (1941-2012) Ritchie Blackmore (1945) e Nick Simper (1946). Lord viene dagli Artwoods e, con Simper, dai Flower Men, gruppo inventato per promuovere Let's Go To San Francisco. Ai tre si uniscono Ian Paice (1848) e Rod Evans (1945).

Discografia e Wikipedia

17 maggio 2015

In The Garden - Van Morrison

The streets are always wet with rain
After a summer shower when I saw you standin'
In the garden in the garden wet with rain
You wiped the teardrops from your eye in sorrow
As we watched the petals fall down to the ground
And as I sat beside you I felt the
Great sadness that day in the garden
And then one day you came back home
You were a creature all in rapture
You had the key to your soul
And you did open that day you came back to the garden
The olden summer breeze was blowin' on your face
The light of God was shinin' on your countenance divine
And you were a violet colour as you
Sat beside your father and your mother in the garden
The summer breeze was blowin' on your face
Within your violet you treasure your summery words
And as the shiver from my neck down to my spine
Ignited me in daylight and nature in the garden
And you went into a trance
Your childlike vision became so fine
And we heard the bells inside the church
We loved so much
And felt the presence of the youth of
Eternal summers in the garden
And as it touched your cheeks so lightly
Born again you were and blushed and we touched each other lightly
And we felt the presence of the Christ
And I turned to you and I said
No Guru, no method, no teacher
Just you and I and nature
And the father in the garden
No Guru, no method, no teacher
Just you and I and nature
And the Father and the
Son and the Holy Ghost
In the garden wet with rain
No Guru, no method, no teacher
Just you and I and nature and the holy ghost
In the garden, in the garden, wet with rain
No Guru, no method, no teacher
Just you and I and nature
And the Father in the garden

...

Le strade erano sempre bagnate dalla pioggia
Dopo un acquazzone estivo, quando ti guardavo
Ferma nel giardino umido di pioggia
Tu asciugavi le lacrime dai tuoi occhi tristi
Mentre guardavamo i petali cadere sul terreno
E appena io mi sedevo al tuo fianco potevo sentire
La grande tristezza di quel giorno nel giardino
E un giorno tu sei tornata a casa
Tu eri una creatura in completa beatitudine
Tu avevi la chiave della tua anima
E la avevi aperta quel giorno che eri tornata nel giardino
Il vento leggero di fine estate soffiava sui nostri visi
La luce del Signore splendeva sulla nostra espressione divina
E tu eri di un colore di viola mentre sedevi
Accanto a tuo padre e a tua madre, nel giardino
Il vento leggero d’estate soffiava sui nostri visi
Assieme al tuo colore di viola, al tuo tesoro, alle tue parole profumate di estate
E proprio allora un brivido mi scese dal collo lungo la schiena
Facendomi bruciare nella luce del giorno e nella (pienezza della) natura, nel giardino
E tu sei caduta in trance
La tua visione di bambina divenne così bella
E noi udimmo le campane suonare nella chiesa
Noi ci amavamo così tanto
E sentivamo la presenza della gioventù
Della eterna estate, nel giardino
E quando ho sfiorato le tue guancie
Tu eri come nata di nuovo e arrossivi e noi ci toccavamo l’un l’altro appena
E noi sentimmo la presenza di Cristo
E io mi voltai verso di te e dissi
“Non esiste nessun guru, nessun sistema, nessun maestro
solo io e te e la natura
e il Padre, nel giardino”
“Nessun guru, nessun sistema, nessun maestro
Solo io e te e la natura
E il Padre,
E il Figlio, e lo Spirito Santo,
Nel giardino, umido di pioggia
Nessun guru, nessun sistema, nessun maestro
Solo io e te e la natura e lo Spirito Santo
Nel giardino, nel giardino, umido di pioggia
Nessun guru, nessun sistema, nessun maestro
Solo io e te e la natura
E il Padre, nel giardino

16 maggio 2015

U2 - The Joshua Tree (1987)

1. Where The Streets Have No Name // 2. I Still Haven't Found What I'm Looking For // 3. With Or Without You // 4. Bullet The Blue Sky // 5. Running To Stand Still // 6. Red Hill Mining Town // 7. In God's Country // 8. Trip Through Your Wires // 9. One Tree Hill // 10. Exit // 11. Mothers Of The Disappeared

Dopo il successo di The Unforgettable Fire, per gli U2 è tempo di alzare il tiro, di assurgere definitivamente a band del decennio. Per farlo Bono, The Edge, Clayton e Mullen capiscono che l’Irlanda non basta più, bisogna allargare i confini, magari guardando proprio a quell’America che è stata terra promessa per una moltitudine di loro connazionali. E così il loro rock si fa più levigato e globale, apre al country e al blues, strizza l’occhio alla frontiera pur conservando l’immediatezza, il pathos, la genuinità dei dischi precedenti. Nasce così The Joshua Tree, non necessariamente il più bel disco dei quattro di Dublino, ma senza dubbio quello più famoso, il loro best seller (28 milioni di copie), il loro passaporto per l’Olimpo. C’è tutto l’U2-pensiero: brani epici che diventano degli istant classic (le iniziali Where the Streets Have No Name, ispirata a Bono da un viaggio in Etiopia e I Still Haven’t Found Ahat I’m Looking For), i temi sociali tanto cari al frontman (i minatori di Red Hill Mining Town, i desaparecidos di Mothers of the Disappeared, la dipendenza da eroina di Running to Stand Still), le pennellate naif tanto care a The Edge (In God’s country, uno dei vertici assoluti dell'album e non solo), la ballata spezzacuori (With or Without You), il colpo a sorpresa (il noir-rock di Exit). Missione compiuta: gli anni 80 finiscono con gli U2 ben saldi sul trono del rock mondiale. (Mia valutazione:  Capolavoro)

(Gianuario Rivelli)

Tom Waits suona un commovente inedito per l’addio del David Letterman Show

Questo è uno di quegli eventi unici che fanno la storia della tv. Sul piccolo schermo (che ormai tanto piccolo non è viste le dimensioni delle tv casalinghe) si piange spesso e a sproposito, invece capita assai di rado che qualcosa tocchi genuinamente le corde emotive dei telespettatori.

Bene, ormai lo sanno anche i sassi che mercoledì 20 maggio David Letterman condurrà l’ultima puntata del suo Late Show, di cui è alla guida dal 1980. La prima volta in cui Tom Waits è stato ospite di Letterman è stata nel 1983.

Per l’occasione, Tom ha scritto una canzone dal titolo “Take One Last Look” e l’ha dedicata al celebre presentatore. Durante l’intervista, Tom ha scherzato “Non lo so quando rivedrò Dave. Dopo giovedì sera ci accontenteremo di trovarci a caso a fare pilates.”

Tom Waits: "Take One Last Look" - David Letterman



15 maggio 2015

Got to go back - Van Morrison

When I was a young boy
Back in Orangefield
I used to gaze out
My classroom window and dream
And then go home and listen to Ray sing
"I believe to my soul" after school,
Oh that love that was within me
You know it carried me through
Well it lifted me up and it filled me
Meditation contemplation too

Chorus:

Oh we've got to go back
Got to go back
Got to go back
Got to go back

For the healing go on with the dreaming
Well there's people in the street
And the summer's almost here
We've got to go outside in the fresh air
And breathe while it's still clear
Breathe it in all the way down
To your stomach too
And breathe it out with a radiance
into the nightime air
We've got to go back ...
Got my ticket at the airport
Well I guess I've been marking time
I've been living in another country
That operates along entirely different lines
Keep me away from porter or whiskey
Don't play anything sentimental it'll make me cry
I've got to go back my friend
Is there really any need to ask why
We've got to go back ...

. . .

Dobbiamo tornare indietro

Quando ero un ragazzo
Laggiù a Orangefield
Ero solito fissare
La finestra della mia aula e sognare
E poi andare a casa ed ascoltare Ray che cantava
“Io credo nella mia anima” dopo finita la scuola
Oh, tutto quell’amore che era dentro di me
Tu sai che me lo sono portato dentro
Bene, (l’amore) mi ha elevato e mi ha completato
Come anche la meditazione e la riflessione

Coro:

Oh, dobbiamo tornare indietro
tornare indietro
tornare indietro
tornare indietro

Per la guarigione, continua a sognare
Bene, c’era gente nella strada
E l’estate era quasi arrivata
Noi uscivamo fuori nell’aria fresca
E aspiravamo (quell’aria) fino a quando era sera
Aspirala tutta e falla arrivare giù
Fino al tuo stomaco
Ed espirala in piena gioia
Nell’aria della sera
Dobbiamo tornare indietro ...
Ho il mio biglietto e sono all’aeroporto
Bene, immagino che ho lasciato un segno nel mio tempo
Ho vissuto in un’altro paese
Che segue regole del tutto diverse
Mi ha tenuto lontano dalla birra scura o dal whiskey
Non mettere nessuna musica sentimentale che mi potrebbe fare piangere
Ho bisogno di tornare indietro amico mio
Non c’è davvero nessun bisogno di chiedere perché.
Dobbiamo tornare indietro ...

RIP


Van Morrison - Beautiful Vision (1982)

Nei primi anni ottanta la musica era pesantemente plastificata ed anche Van non fu immune dalla moda del momento. Ciononostante riuscì a sfornare un capolavoro che non è affatto invecchiato a venti anni di distanza. Il suono è diverso da qualsiasi cosa egli abbia fatto prima, nonchè personalissimo. C'è la rinuncia all'intero bagaglio di trucchi vocali, eppure la voce rimane espressiva, bella ed emozionante come sempre. I sintetizzatori dominano fra gli strumenti, con apprezzabili contributi di fiati e, soprattutto, chitarra elettrica. Il giovane Mark Isham passa sempre più dalla tromba al sintetizzatore ed acquista un ruolo di primo piano, anche come arrangiatore e, verosimilmente, come contagiatore nei confronti del leader. Il brano "Scandinavia", in coda all'album, è il primo pezzo strumentale della carriera di Van, che nell'occasione si cimenta al pianoforte. I testi sono estremamente semplici, con descrizioni di scale che salgono in paradiso ed illuminazioni simili. La copertina rende bene l'idea. Nelle note dell'album è spiegato che un paio di liriche sono state ispirate da un racconto di Alice Bailey e ben tre sono state scritte in collaborazione con un vecchio amico di nome Hugh Murphy. Le cose saranno ancora più chiare sulla copertina dell'album successivo, che recherà una dedica al fondatore di Scientology, Ron Hubbard. Le composizioni su "Beautiful Vision" sono fra le migliori dell' intero repertorio morrisoniano ed intonate al sound del disco. Un paio di esse raffigurano con efficacia i ricordi dell'infanzia a Belfast. Nell'allegra "Cleaning Windows" si racconta di uno dei pochi mestieri che Van ha fatto al di fuori dell'ambito musicale. (Mia valutazione: Ottimo) 

13 maggio 2015

Michael Jackson, Rolling Stone, 1987


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Torres - Sprinter (2015)

di Simone Zagari

Mackenzie Scott, Torres per gli amici, ha 24 anni, ma sulle spalle già un sontuosissimo debut (l’eponimo Torres) con cui ha contemporaneamente sfiorato il cuore e preso a pugni lo stomaco di molti, me compreso. Una chitarra, la leggenda vuole comprata dai genitori dopo molti sacrifici, e tante cose da dire con una voce tutt’altro che anonima. A distanza di due anni Torres si tinge i capelli di biondo ma la ricetta non cambia, e anzi si conferma pienamente in questo Sprinter grazie anche al contributo di personaggi quali Rob Ellis alla produzione e una band di supporto formata da Ian Oliver (già con PJ Harvey) e Adrian Utley (Portishead).

Si parte con Strange Hellos, un inizio che potrebbe richiamare tranquillamente i lavori pregressi, ma che subito svolta in territori più grezzi e schietti: le chitarre sature creano climax, la voce emerge, la batteria si fa metronomo di stop and go che mozzano il fiato; fiato che alla Scott non manca date le grida strazianti in chiusura del pezzo. New Skin e A Proper Polish Welcome sono lì a farci capire che il passato più dolce non è assolutamente ripudiato, anzi. Tranquillità rock con un vecchio sentore country (che comunque in New Skin devia verso il noise sul finale) ma con una nuova produzione e una maturità conquistata sulle spalle; e il risultato non può che essere delizioso. Son, You Are No Island è il primo segnale di sperimentazione. Droni oscuri, voce aliena (con tanto di controcanti e gorgheggi in sottofondo), e a fare da collante un arpeggio di chitarra. È tutto un crescere che sfocia in un climax subito troncato, in pochissimi secondi. In Cowboy Guilt le intenzioni diventano invece palesi, in una traccia che deve molto, moltissimo, a St. Vincent: batteria elettronica, voci che paiono pitchate, e quel riff di chitarra. Anche qui un centro pieno.
La titletrack e The Harshest Light iniziano e procedono per un po’ come classiche canzoni rock, ma si arricchiscono di una produzione intelligentissima che agisce quanto basta sulle chitarre, su rumori pannati a destra e a sinistra, su break vocali che donano dinamismo al tutto. E se la prima si chiude in un sussurro, la seconda culmina in un coro che spiana la strada per la chiusura, The Exchanger. Se la precedente “traccia lunga”, Ferris Wheel, è senza giri di parole una lagna evitabile, i quasi otto minuti di The Exchange toccano nel profondo facendo perno sulla semplicità, proprio come ha recentemente fatto Angel Olsen: chitarra acustica, voce soave e di poco riverberata, dita che frusciano sulle corde, rumori ambientali. Non serve altro per farci capire chi è Torres, oggi.

Amore e odio, lacrime e rabbia, depressione e rivalsa. Se l’eponimo disco era il diario di una Torres adolescente, Sprinter è l’analisi matura (testuale e musicale) della sua vita sul lettino di uno psicanalista, ma nell’esatto momento in cui l’ancora giovane Mackenzie si rende conto di avere il coraggio e la forza interiore per poter andare là fuori a prendersi le proprie rivincite. E noi non possiamo che gioire per la sua meritata vittoria, nella vita e in musica, aspettando la successiva. (Mia valutazione: Distinto)

12 maggio 2015

Before We Run - Yo La Tengo



Prima di scappare

Stringilo tra le braccia
Resta immobile, resta lì
Io ti stringerò tra le mie
Prima di scappare, possiamo iniziare a cantare
So che è difficile credere a tutto questo
E allora scappiamo, scappiamo via dalla fine
Scappiamo via dalla fine, scappiamo per restare
Nuvole arancioni prima che cada il cielo
Prima di perdere la nostra terra
Prima di fuggire, attraversiamo la linea tratteggiata
Troppo in fretta e con saggezza
Lentamente come la tempesta
Resta immobile, resta lìScappiamo via da lì
Scappiamo via da lì
Scappiamo finché siamo lì

Portami in quel luogo, il luogo solitario
Portami fuori, lontano dallo stress
Parlami con parole che non possiamo cancellare
Portami lì, siamo solo noi

11 maggio 2015

Dead Can Dance

Formazione new wave australiana, centrata sul polistrumentista Brendan Perry e sulla cantante Lisa Gerrard, i Dead Can Dance si formano nell'agosto 1981 a Melbourne ed esordiscono col brano The Fatal Impact, incluso nella rivista sonora "Fast Forward". Lo scarso successo ottenuto in patria li spinge a Londra dove, nel 1983, un loro demo attira l'attenzione dell'etichetta 4AD che li scrittura pubblicando Dead Can Dance.

Discografia e Wikipedia

John Mayall - Blues Breakers With Eric Clapton (1966)

Nella storia di Eric Clapton è solo un passaggio, una fase di transizione, un momento. Ma, molti dicono, è il suo momento migliore. Fino all'anno prima è stato chitarrista degli Yardbirds, ma lui vuole di piú. Incontra John Mayall, un vecchio (ha 32 anni, 12 piú di lui) appassionato di blues, Robert Johnson, Freddie King, Otis Rush, Buddy Guy. Figlio di un musicista jazz, Mayall è cresciuto con il mito della musica dei neri americani. Non solo: ha una band, i Blues Breakers, e una ricca collezione di dischi. La leggenda vuole che Clapton si trasferisca a casa sua, gli saccheggi la collezione e ne esca trasformato. Per la seconda metà del 1965, i Blues Breakers fanno furore a Londra, soprattutto grazie al nuovo chitarrista, velocissimo — anche se già lo chiamano Slowhand, «Manolenta» — e dal timbro caldo. Modernissimo. Mayall canta e suona l'armonica, ma è lui, è Eric, è Manolenta, a conquistare la gente. Alla stazione della metropolitana di Islington qualcuno scrive sul muro «Clapton is God», qualcun altro fotografa la scritta, si comincia ad alimentare il mito. Il mito dice anche che i Blues Breakers con Eric Clapton abbiano registrato il loro unico album in un solo giorno, nell'aprile del 1966: il senso è che si sta cercando di replicare su disco l'atmosfera delle loro esibizioni live. I pezzi sono quasi tutti blues americani, ai quali si aggiungono tre composizioni di Mayall e una di Mayall-Clapton. Non c'è stata una grande scelta, è quello che suonano quasi ogni sera dal vivo. Eric canta per la prima volta, su insistenza di Mayall, e interpreta Ramblin' On My Mind, un classico di Robert Johnson. Suona una Gibson Les Paul collegata a un amplificatore Marshall, un' accoppiata che cambierà per sempre il suono della chitarra elettrica. La tiene insolitamente alta, amplificata al massimo. L'album ha subito successo e appare chiaro a molti che rimarrà nella storia. Documenta quel revival del blues che indirizzerà la storia del rock in Europa e, con uno strano effetto feedback, nella stessa America, dove molti ragazzi riscopriranno cosí le proprie radici. Creerà il primo mito della chitarra, presto imitato e soppiantato da quello nuovo, guarda caso americano, guarda caso nero, guarda caso passato da Londra per arrivare alla fama: Jimi Hendrix. Per Clapton sarà so10 un momento di passaggio, probabilmente il suo migliore. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

10 maggio 2015

Led Zeppelin - Physical Graffiti (1975)


The Weather Station - Loyalty (2015)

di Gianfranco Marmoro

Che il profilo artistico di Tamara Lindeman fosse pregevole lo si capiva gia dalle buone frequentazioni della musicista canadese, le sue apparizioni negli album di Will Stratton e Barzin avevano stimolato l’attenzione di critica e pubblico, mettendo in luce un talento maturo e una ispirazione cristallina. The Weather Station sono la sua creatura discografica, dove si alternano amici e collaboratori diversi. Per il terzo capitolo, “Loyalty”, l’artista ha chiamato al suo fianco Afie Jurvanen e Robbie Lackritz (produttore gia di Feist), e ha scelto gli studi francesi La Frette per realizzare il suo album più intenso e ambizioso.

Ispirato dall’arte di Mary Pratt, celebre per i suoi dettagliati e iper-realistici quadri di vita domestica, il nuovo progetto mette insieme una serie di canzoni simili a cristalli di ghiaccio che si sciolgono lentamente col tepore della voce di Tamara, sempre più simile a un sussurro o a un respiro, smuovendo i pensieri più reconditi della mente.
La Lindeman mette insieme arpeggi e accordi ricchi di capacità descrittiva, sempre fluidi e leggiadri, abili nel duettare con folk, blues e jazz, evocando l’introspettiva bellezza dei Cowboy Junkies, il rigore poetico di Leonard Cohen, l’intuizione creativa di Joni Mitchell e lo spessore emotivo di Bill Callahan.
Arrangiamenti sempre essenziali accolgono con stupore brevi intrusioni strumentali, che mai ne modificano la natura introversa, un dualismo impercettibile alimenta le undici tracce, che raramente sconfinano nell’indolenza.

Come l’acqua incontra il fuoco, il vento la sabbia e la neve la terra, così chitarra e voce s’incrociano dando vita a canzoni superbe che sono il lasciapassare definitivo per introdurre The Weather Station tra i protagonisti della musica dell’ultimo decennio.
Sono impercettibili dissonanze quelle che danno origine alle melodie di “Loyalty”, partendo da quella intensa e verbosa ballata che apre l’album “Way It Is, Way It Could Be”, dove fragili accordi di chitarra acustica e voce, si alternano in un’avvolgente scorribanda lirica, che tra rullanti, tastiere e strappi di chitarra elettrica si candida subito come una delle canzoni più belle di quest’anno.

Più complesso e articolato, l’album offre un campionario di canzoni di superba fattura, sia che dialoghino con le regole base del country più acustico e malinconico (“Personal Eclipse”) sia che si confrontino con la tradizione del songwriting di scuola canadese, mettendo insieme Neil Young e Joni Mitchell sullo stesso palco (“Floodplain”).
Non c’è spazio per la mediocrità in “Loyalty”: il fluire quasi sognante e umido di “Life’s Work” sconfina nei territori dei CocteauTwins-meet-Cowboy Junkies, il tono criptico di “Tapes” mette in ginocchio lo-fi e alternative country con un candore e una semplicità che incantano e seducono, e il romanticismo toccante di “I Mined” certifica lo stato di grazia di Tamara Lindeman, che sembra aver trovato un equilibrio prezioso tra la sua introversa poesia e la forza comunicativa della sua musica.

Anche i testi sono tra i più ispirati e intensi del suo reperorio, il delicato fingerpicking di “Like Sisters” incornicia storie di amicizia e fiducia con raffinate armonie, mentre la title track elabora accordi complessi ed essenziali mettendo a nudo sentimenti inconfessabili e fragili.
Anche il jazz fa capolino nella scrittura delle canzoni, regalandoci un altro piccolo gioiellino lirico dall’ampio respiro ritmico, ovvero quella “Shy Women” che è stata scelta come secondo singolo dell’album.

“Loyalty” non è un semplice album di canzoni, ma una narrazione articolata che, tra introspezioni psicologiche e racconti di amici, amanti e familiari, inietta di soul e blues le trame del cantautorato, con una sensualità che mette in equilibrio piani sonori paralleli e rimette in moto il concetto di musica senza tempo e luogo, che è la vera rivoluzione artistica che fece seguito alla musica di Nick Drake il quale, almeno per una volta, non è citato al solo scopo di incuriosire i più distratti, ma per certificare il valore di un album come “Loyalty”, dove anche i silenzi e le pause sono pura armonia. (Mia valutazione: Buono)

9 maggio 2015

John Mellencamp - Scarecrow 1985)

1. Rain On The Scarecrow // 2. Grandma's Theme // 3. Small Town // 4. Minutes To Memories // 5. Lonely Ol' Night // 6. The Face Of The Nation // 7. Justice And Independence '85 // 8. Between A Laugh And A Tear // 9. Rumbleseat // 10. You've Got To Stand For Somethin' // 11. R.O.C.K. In The U.S.A. (A Salute To '60s Rock) // 12. The Kind Of Fella I Am

Dismessi gli abiti dell'american fool che nel 1982 scalò le classifiche americane con la zuccherosa ballata Jack & Diane, John "Cougar" Mellencamp, dopo la svolta rock di Uh-Huh, raggiunge nel 1985 con Scarecrow la maturità artistica (ed umana) riscoprendo le proprie radici, ovvero quel Midwest agricolo fatto di piccole comunità rurali piene di gente semplice, un tempo cuore pulsante del paese ed ora luogo depresso e dimenticato dalle politiche liberiste dell'amministrazione repubblicana. Coadiuvato da una band che è l'essenza del rock di strada americano (Larry Crane e Mike Wanic alle chitarra, Toby Myers al basso e soprattutto Kenny Aronoff al drumming), Little Bastard canta di piccole città dimenticate (Small Town), di territori agricoli ridotti sul lastrico (Rain on the Scarecrow), di disoccupazione e miseria (Face of the Nation), di ricordi d'infanzia (Minutes of Memories) senza alcuna commiserazione o resa. Scarecrow è infatti un disco politico, un rock'n roll ruvido, energico e vitale che viene direttamente dal cuore per dare voce e dignità ad un'America rurale che non si riconosce nella proprie istituzioni e vuole un cambiamento. Riascoltare Scarecrow oggi non è solo un piacere per le nostre orecchie e la nostra anima, ma è soprattutto un dovere per ogni vero appassionato di rock'n roll, perché al di la dell'evidente attualità delle tematiche narrate, ci rimanda ad un epoca meravigliosa e ormai purtroppo svanita in un cui la musica rock era ancora un mezzo di coinvolgimento e di autoaffermazione sociale con cui esprimere le proprie idee e cercare di cambiare le cose.  (Mia valutazione:  Buono)
(Gianluca Serra)

8 maggio 2015

Armstrong, Newman and Ellington


Louis Armstrong, Paul Newman and Duke Ellington on the Set of Martin Ritt’s “Paris Blues,” Paris 1960 (foto Herman Leonard)

Van Morrison - Common One (1980)

Ci vuole davvero coraggio per fare uscire, dopo il successo di "Into the Music", un disco tanto anti-commerciale. Siamo di nuovo fuori dal rock, per approdare ad un improbabile tipo di sperimentazione, prossima alla musica leggera in quanto a strumentazione ed arrangiamenti, eppure opposta nello spirito. Al posto dell'unico violino del disco precedente, qui c'è una orchestra intera, condotta dal vecchio compare Jeff Labes. La registrazione fu eseguita in pochi giorni, con largo spazio per l'improvvisazione. Il pezzo forte, "Summertime in England", durava mezz'ora, ma la Polygram pensò bene di rieditarlo in metà tempo. Le liriche sembrano l'indice di un testo di letteratura inglese, in quanto citano a raffica nomi di poeti e di luoghi. E' un lungo momento di meditazione filosofica, come tutto il disco, d'altronde. Il verso finale "Can you feel the Silence?" sarà ripreso, undici anni dopo, nel momento culminante di "Hymns to the Silence". Qui non sarebbe fuori luogo la parafrasi: "Riesci ad ascoltare questo disco fino al termine?". La musica, infatti, per quanto impeccabile, sembra stiracchiata oltre i giusti limiti. "When Heart is Open", altri quindici minuti di meditazione senza sviluppo e senza melodia, è posta opportunamente in fondo. Se non riuscite a spegnere il giradischi vuol dire che vi siete addormentati. Se ascoltato un pezzo per volta, e con la giusta predisposizione d'animo, Common One diventa un disco a dir poco stupendo. Buona parte del merito và a Pee Wee Ellis, arrangiatore ed artefice di ispirati assoli. (Mia valutazione: Distinto)

7 maggio 2015

Irlandese, capelli rossi, grassoccio...

Irlandese, capelli rossi, grassoccio, carattere terribile, musicista formidabile. Questo è Van Morrison, da più di venti anni una bandiera per la musica d'autore. Su di lui si sono scritti fiumi di parole, ma pochi hanno saputo, o meglio potuto, avvicinarlo: Morrison ha una sota di idiosincrasia per i giornalisti e cerca dio evitare qualunque tipo di intervista. Non ha nulla da dire alla stampa, per lui parla la sua musica: "Io sono un musicista e faccio musica, questo è il pensiero dell'uomo Morrison. E, difatti, lui parla attraverso la sua musica. Ha inciso moltissimi dischi, più o meno uno all'anno dal 1968 ad oggi, e vi sfido a trovarne uno brutto: in ogni album c'è almeno una canzone strepitosa, anche più di una, ed una serie di composizioni d alto livello come cornice. Sa scrivere ballate, brani blues e folk, soul, jazz e rock: la sua musica non ha frontiere e non può venire etichettata. Morrison è un musicista totale. Ha creato, con "Astral weeks" e "Moondance" due dei dischi più belli di ogni epoca: ma poi, non contento, ne ha gettati sul piatto altri splendidi, come "Tupelo honey", "Saint Dominic's preview", "Veedon fleece", "Into the music", "Common one", "Beautiful vision", "No guru, no method, no teacher", "Avalon sunset", "Enlightenment", "Irish heartbeat", "Hymns to the silence", "Too long in exile", fino alla recentissima autocelebrazione in concerto di "A night in San Francisco". E solo per nominare i più famosi. Musica totale: come dimostra nel recente disco dal vivo, l'irlandese sa mischiare con estrema disinvoltura e grande cultura qualunque tipo di musica, ed usa liriche intense e poetiche, personali e letterarie, che danno uno spessore inusuale al suo script. Bardo celtico, cantante soul, musicista estatico, mistico e visionario Morrison è in grado di raggiungere le vette più alte della musica contemporanea: ed inoltre, da vero artista, muta, nelle esecuzioni dal vivo, di continuo le sue composizioni, modellandole e rimodellandole a suo piacimento. Disco dopo disco il suo seguito cresce, cresce e cresce. E non vedo un termine a questa sua ascesa: per lui la musica è un lavoro, e questo "mestiere" lo affronta con estrema serietà ed assoluto rigore morale e stilistico, e, con la voce che si ritrova, unita ad un raro talento compositivo, non può fare altro che migliorarsi.

Paolo Carù (settembre 1994)