25 maggio 2016

Hallelujah - Jeff Buckley

Hallelujah

Beh, ho sentito che c'era un accordo musicale segreto
che David suonò e che piacque al Signore
Ma tu non ti interessi veramente di musica, vero?
Beh, funziona così:
La quarta, la quinta, la minore cala e la maggiore cresce
Il re perplesso compose l'Hallelujah
Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah ...

Beh, la tua fede era forte ma avevi bisogno di prove
L'Avevi vista fare il bagno sul tetto
La sua bellezza e la luce della luna tutto intorno
E lei ti ha legato alla sua sedia della cucina
Ha rotto il tuo trono e ti ha tagliato i capelli
E dalle tue labbra ti strappo l'Hallelujah
Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah ...

(Sì, ma) Baby sono già stato qui prima
Ho visto questa stanza e ho camminato su questo pavimento, (lo sai)
Ero abituato a vivere da solo prima di conoscerti
Ed ho visto la tua bandiera sull'arco di marmo
e l'amore non è una marcia di vittoria
È un freddo ed un stonato Hallelujah
Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah ...

Beh, c'è stato un momento in cui mi ha detto
Che cosa succede realmente sotto
Ma ora non me lo mostrerai, o no?
Ma ricordo quando mi sono trasferito da te
Ed anche la santa colomba si spostava
Ed ogni respiro che facevamo era un Hallelujah
Hallelujah Hallelujah Hallelujah

Forse c'è un Dio lassù
Ma tutto quello che ho imparato dall'amore
è stato come colpire qualcuno prima che estragga le armi
E non è un grido che puoi sentire di notte
Non è qualcuno che ha visto la luce
È un freddo ed uno stonato Hallelujah
Hallelujah Hallelujah Hallelujah hallelû ...
Hallelujah Hallelujah Hallelujah hallelû ...
Hallelujah Hallelujah Hallelujah

24 maggio 2016

Stan Getz


Accadde oggi...

1941: "Alcuni artisti parlano per sé. Altri parlano per un'intera generazione". Questo è Bob Dylan, nato il 24 maggio 1941 a Duluth, Minnesota, nelle parole con cui Jack Nicholson lo presenta al Live Aid.

1955: Nasce Rosanne Cash, cantautrice figlia del Man in Black Johnny Cash.

1963: Muore a Chicago per un attacco di cuore il 45enne bluesman Elmore James.

1969: Nasce Rich Robinson, chitarra dei sudisti Black Crowes.

1974: Muore Duke Ellington, forse il più grande artista uscito dalla prima generazione di jazzisti.

1991: Muore Gene Clark, fondatore degli indimenticabili Byrds. Aveva solamente 46 anni.

23 maggio 2016

Stevie Wonder - Innervisions (1973)

Nel 1971, il giorno del suo ventunesimo compleanno, Stevie Wonder lascia la Motown, la casa discografica per cui lavora da quando ha 12 anni. Ora che non è piú «Little», Stevie vuole libertà creativa, vuole fare tutto, scrivere, suonare, cantare, vuole poter decidere dove andare e come. Berry Gordy, il boss della Motown, lo vede come un nuovo Sammy Davis jr, un intrattenitore. Lui vuole crescere come musicista, e non si pone limiti. Un giorno va a trovare in studio Robert Margouleff e Malcolm Cecil, pionieri nell'uso del sintetizzatore di suoni: come Tonto's Expanding Head Band hanno pubblicato un album (Zero Time, uscito da poco), che con quella sua elettronica «calda» ha aperto loro porte che nemmeno immaginavano esistere. Stevie chiede di imparare a suonare il Moog (modificato e personalizzato, loro lo chiamano Tonto, una sigla che sta per «Nuova orchestra di timbri originali»), una vera impresa per un cieco, con tutti quei tasti e quelle leve. «Ma la mia voglia di imparare era nettamente superiore alle difficolà», commenterà poi Stevie. Insieme, i tre sintetizzano suoni e incidono basi che permetteranno a Wonder di registrare praticamente da solo cinque album e di percorrere gli anni Settanta, quello che verrà considerato il suo periodo «classico», sulla spinta di una singola, grandiosa, idea di musica: Music Of My Mind, Talking Book, Innervisions, Fulfillingness' First Finale e l'apoteosi di Songs In The Key Of Life. L'idea è appunto quella di un suono sintetico che — contrariamente al luogo comune — aggiunga e non tolga calore alla musica. Una sorta di nuovo soul, una musica dell'anima che si sforzi di raccontare il proprio tempo in album concepiti come tali, e non piú — in stile Motown - come una raccolta di singoli. A ben pensarci è il compimento del disegno artistico della casa discografica di Detroit («Il suono della giovane America», era il suo celebre slogan), che infatti su queste nuove basi, concedendogli libertà quasi illimitata, riconquista Stevie e lo accompagna nel suo migliore momento. Al centro del quale sta Innervisions, che a sua volta ha al centro due canzoni «sociali» come Living For The City e Higher Ground, eccellenti esempi di come Stevie Wonder intenda curare il male del mondo: con la fede, e se la fede non basta, con la reincarnazione. (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

22 maggio 2016

Marvin Gaye

Marvin Gaye (1939 - 1984) vero nome Marvin Pentz Gaye Jr., riconosceva quattro fondamentali ispiratori; Clyde McPhatter, Rudy West, Little Willie John e Ray Charles, pur manifestando un forte apprezzamento anche nei confronti di Nat King Cole. Figlio di un predicatore, suona l'organo e canta in chiesa, e quando intorno ai quindici anni si unisce ai Rainbows, viene osteggiato dal padre che lo vede allontanarsi dai canti religiosi.


21 maggio 2016

23 grandi canzoni di Neil Young #7

Birds

(After the gold rush, 1970)

“Birds” è nello stesso disco di “Af
ter the gold rush”, e le somiglia. Dolce, lenta, solo pianoforte e voci. Ma questa è una bellissima can
zone d’amore, anche se di un amo
re finito.

20 maggio 2016

40 copertine di dischi censurate #23


Pink Floyd - Wish You Were Here (1975)

Realizzata da Storm Thorgerson, fu ritirata da molti negozi perché considerata "violenta".

Accadde oggi...

1944: Nasce Joe Cocker. Il mondo lo scopre mentre a Woodstock canta a pieni polmoni "With a little help from my friends". Dopo un periodo difficile dovuto a droga ed alcool, torna gradualmente a essere una star - grazie anche allo spogliarello di Kim Basinger ("You can leave your hat on"). Muore il 22 dicembre 2014.

1954: Esce negli Stati Uniti la canzone di Bill Haley 'Rock around the clock'.

2013: muore all'età di 74 anni Ray Manzarek, tastierista e fondatore dei Doors. Nato a Chicago, Manzarek si era trasferito a Los Angeles per studiare e lì aveva formato i Doors nel 1965 dopo avere incontrato Jim Morrison a Venice Beach - il suo suono di tastiera sarebbe diventato altrettanto iconico quanto la voce di Morrison - per esempio come dimostra l'intro del brano simbolo della band, "Light my fire" - tanto da essere considerato uno dei tastieristi più importanti della storia del rock.

Trent’anni fa uscì So

Ovvero il più famoso disco di Peter Gabriel, quello con cui si inventò ancora delle ulteriori cose rispetto a tutte quelle che aveva inventato fino ad allora.

Peter Gabriel durante un concerto nel 1986 (AP Photo/Fred Jewell)

Il 18 maggio 1986 uscì in tutto il mondo So, il quinto disco di Peter Gabriel. Sarebbe diventato uno dei dischi più belli e apprezzati degli anni Ottanta, e il più innovativo per la carriera di Gabriel.
Fino ad allora Peter Gabriel era stato prima il leader e cantante della band progressive rock dei Genesis – rimpianto in eterno dai loro fans – e poi l’autore di quattro dischi propri originali ed eccellenti, noti anche per non avere titolo (si chiamavano tutti “Peter Gabriel”, o convenzionalmente da I a IV, o con nomi derivati dalle immagini in copertina). L’ultimo era uscito quattro anni prima, quello con “Shock the monkey” (che aveva cantato anche al Festival di Sanremo, esibizione di cui si ricorda un maldestro e rischioso dondolare su una fune). Ma nel frattempo il mondo e la musica stavano cambiando, e Peter Gabriel è sempre stato uno che teneva d’occhio il mondo. Quindi il suo nuovo disco ebbe non solo un titolo, ma anche suoni e inclinazioni nuove, molto distanti dal Peter Gabriel dei Genesis: più pop, più collaborazioni, più world music, più accessibilità, premiata da uno straordinario successo, a cominciare dal primo singolo “Sledgehammer“, persino ballabile. Tutto con la collaborazione di uno dei più importanti produttori di quegli anni, Daniel Lanois (famoso soprattutto per le cose con gli U2). Nelle sessioni di registrazione di quel disco, tra l’altro si creò un gruppo di lavoro di musicisti che avrebbe partecipato a molta musica di Peter Gabriel degli anni successivi (Tony Levin, David Rhodes, Jerry Marotta, Manu Katché).


In So poi c’erano altre quattro canzoni che uscirono come singoli: “Don’t give up” con Kate Bush, “Red rain” con Stewart Copeland dei Police, “In your eyes” con Youssou N’Dour, “Big time”. L’ultima canzone – che non fu inclusa inizialmente nel disco in vinile – “This is the picture” ha dentro Laurie Anderson e Nile Rodgers. “Sledgehammer” fu prima nelle classifiche americane (So secondo, e primo nel Regno unito e in Italia), e il suo video mise Gabriel anche al passo coi tempi – anzi un po’ più avanti – di MTV e dei videoclip. Nel 2012 Gabriel portò in giro per il mondo un concerto in cui rifaceva tutto il disco dall’inizio alla fine: e ancora oggi è uno dei migliori dischi rock della seconda epoca del rock, pieno di ritmi, pieno di ritmo.

19 maggio 2016

Accadde oggi...

1945: Nasce Pete Townshend, chitarrista e leader degli Who. La musica gli è debitrice per le opere-rock ("Tommy", "Quadrophenia"), per le chitarre sfasciate con rabbia, le ironie su Woodstock ("Baba O'Riley" e "Won't get fooled again"), e soprattutto per "My generation".

1952: Nasce Grace Jones. Dopo aver fatto la modella, si propone come aggressivo sex symbol femminile interpretando "La vie en rose". Nel 1984 tenta di esaltarla come cantante Trevor Horn, con "Slave to the rhythm" - che però resta il suo ultimo successo.

1958: Nei Gold Stars Studios di Hollywood il diciassettenne Ritchie Valens registra "Come on, let's go".

Iggy And The Stooges - Raw Power (1973)

Dopo tre album che pochi davvero hanno capito e pochissimi hanno acquistato, l'ex batterista James Osterberg, da tempo trasformatosi in Iggy Pop, e i suoi Stooges sono senza contratto discografico. A questo punto le strade si dividono: gli Stooges restano a Detroit e per sopravvivere si inventano concorsi pubblici in cui chiunque può salire sul palco ed essere — per tre minuti - il nuovo Iggy Pop; lui invece va a New York in cerca di nuove possibilità. Ha ragione lui: una sera, mentre è in casa davanti alla tv (danno Mr. Smith va a Washington con Jimmy Stewart, e lui non vuole perderselo), lo chiamano per dirgli che David Bowie e il suo manager sono in città in cerca di contatti e idee. Quando finalmente riesce ad alzarsi dal divano, li incontra: i due gli piacciono, e ben presto si ritrova a Londra con un chitarrista che ha scelto lui (è James Williamson, viene da Detroit), al centro di un progetto che neppure troppo misteriosamente punta a fare di lui il nuovo Lou Reed, ripescato da Bowie in un momento di difficoltà e rilanciato alla grande. Il punto è che neppure nella nebbia dell'eroina che consuma con regolarità Iggy ha smarrito un'idea artistica chiara, per quanto ai piú risulti incomprensibile, o addirittura indigesta. Riesce a far arrivare a Londra i fratelli Asheton, la sezione ritmica degli Stooges, e con gli altri tre entra in studio per dare voce a questa formazione che è nei fatti la nuova versione del vecchio gruppo. In una decina di giorni registra Raw Power, con qualche trucchetto sperimentale (i suoni di spade — vere — che duellano in Search And Destroy, la tastiera ottocentesca «celesta» in Penetration) e soprattutto con un suono distorto e compresso che gli garantirà il consueto insuccesso. «L'album sembra abbaiarti contro come un cane arrabbiato», commenterà anni dopo, orgoglioso. Interviene Bowie, che lo remixa a Los Angeles, ma neppure dopo questo trattamento il risultato finale cambia per davvero: pochi acquisteranno il disco, ma chi lo farà troverà in queste otto tracce tutto il necessario per immaginare un suono «primitivo» (parola di Bowie), arrabbiato, indomito, selvaggio che qualcuno chiamerà punk. Un aggettivo, guarda caso, che pare sia stato usato per la prima volta (da Lenny Kaye, poi chitarrista di Patti Smith) nella recensione di un album degli Stooges. (Mia valutazione: Buono)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

18 maggio 2016

Tom Waits - Rain Dogs Full Album Stream (1985)

Accadde oggi...

1911: Nasce Big Joe Turner cantante rhythm & blues, muore il 24 novembre 1985.

1949: Nasce Rick Wakeman, tastierista degli Yes.

1963: Alla prima edizione del Monterey Folk Festival Bob Dylan duetta con Joan Baez sulle note della sua "God on our side".

1980: Muore suicida a 24 anni Ian Curtis, inquieto cantante dei Joy Division. Diventa immediatamente e inevitabilmente figura di culto del rock britannico.

Peter Wolf - A Cure for Loneliness (2016)

di Fabio Cerbone

A ideale chiusura di una trilogia della saggezza, A Cure for Loneliness (bellissimo titolo) segue il percorso solista di rinascita che Peter Wolf inaugurò nel 2002 con Sleepless. Settant'anni lo scorso marzo, mai particolarmente prolifico come altri suoi "ingombranti" colleghi, Wolf è un musicista che si concede quando ha qualcosa da dire. Ha vissuto intensamente, saggiando il sapore della vittoria insieme alla J Geils Band, ha macinato miglia e concerti, in un'educazione in pubblico che è stata la quintessenza della sua formazione da animale da palco. Da qualche anno però sembra avere raggiunto una maturità persino inedita. La sue ballate rock tinteggiate di carezze soul e radici country, la classicità immediata delle melodie e il richiamo alla tradizione sono la dimostrazione di un inteprete che non ha più nulla da dimostrare, solo godersi uno splendido tramonto, dove contano l'amore per questa musica e i ricordi.

Nostalgico quanto basta, si veda anche la copertina in atteggiamento da "resistenza vinilica", ma per nulla anacronistico, A Cure for Loneliness riparte da dove era terminato Midnight Souvenirs, fortunato album del 2010 impreziosito con ospiti e duetti. Questa volta più dimesso nei toni e soprattutto senza prime donne tra i piedi, il disco pesca fra materiale originale, in parte firmato con il collaboratore storico Will Jennings, e cover da intenditore, indugiando più che in passato sul volto languido e romantico della sua scrittura. Sarà la produzione e il tocco limpido di un pianista come Kenny White, ma il suono di A Cure for Loneliness e della band di supporto (The Midnight Travelers, con i chitarristi Kevin Barry e Duke Levine in evidenza, oltre alla partecipazione di Larry Campbell) possiede il portamento di gente come Willy DeVille, nonché il mood strascicato e sereno dell'amico Keith Richards nei suoi momenti più intimi, sorta di anime gemelle di Peter Wolf. Il quale sfodera subito due ganci da ko e segna il destino dell'intero album: Rolling On è un distillato di classe cristallina, effluvio di piano e soffusa ritmica, ballata che scalda il cuore, seguita dai sussulti roots di It Was Always So Easy (To Find An Unhappy Woman), brano portato al successo negli anni Settanta dal dimenticato country singer Moe Bandy.

L'incrocio fra le strade di Memphis e quelle di Nashville, fra accenti country e languori soul (It's Raining, scritta con Don Covay) è la semplice chiave di lettura di questo lavoro, che sciorina una prima parte tra le più convincenti della produzione di Wolf: Peace Of Mind è un'altra lezione di bravura, contenuta nei toni, crogiolata nei cori, prima di virare blues e sudaticci dentro l'atmosfera da juke joint di How Do You Know. Fun For Awhile ciondola fra pedal steel e accordion con toni country da crepuscolo sul confine messicano e Some Other Time, Some Other Place riprende la via agreste con violino e armonica da abbraccio sotto un portico. Forse meno vivace dei suoi predecessori, A Cure for Loneliness è in parte anche più incoerente, per esempio quando suona retrò nel ripescaggio di Tragedy, dimenticata hit del '59, o abbozza un cenno di ballata acustica nel finale di Stranger, e ancora quando utilizza, strana scelta, due brani registrati dal vivo in scaletta… Ma all'attacco soul rock di Wastin' Time e soprattutto alla piccante versione bluegrass del vecchio cavallo di battaglia Love Stinks si può cedere tranquillamente, perdonando qualche peccato da navigato mestierante. Ancora una grande lezione di stile, Mr. Wolf. (Mia valutazione: Buono)