30 marzo 2015

Guardian - Alanis Morissette



Guardiano

Tu, tu che hai sorriso mentre soffrivi

Tu, che hai perseverato nel profano
Erano distratti e non prestavano ascolto
Allora perché, perché vorresti parlarmi?
Quelle parole erano infamanti e invane
La loro promessa solida come la nebbia
E dov’era il tuo guardiano allora?
Sarò il custode della tua vita come tuo guardiano
Sarò il guerriero della tua custodia, ala tua prima guardia
Sarò il tuo angelo cui appellarti, arriverò su richiesta
L’onore maggiore di tutti, come tuo guardiano
Tu, tu che nel caos ti fingi sano
Tu, che ti sei spinto oltre l’umano
Loro come un rotolacampo spettrale
E dov’era il tuo guardiano allora?
Sarò il custode della tua vita come tuo guardiano
Sarò il guerriero della tua custodia, ala tua prima guardia
Sarò il tuo angelo cui appellarti, arriverò su richiesta
L’onore maggiore di tutti, come tuo guardiano
Adesso basta sorrisi mezzo desolati
Basta gestire l’ingestibile
Basta tener duro sotto la grandinata
Adesso arriva la tua guardiana
Sarò il custode della tua vita come tuo guardiano
Sarò il guerriero della tua custodia, ala tua prima guardia
Sarò il tuo angelo cui appellarti, arriverò su richiesta
L’onore maggiore di tutti, come tuo guardiano.

29 marzo 2015

Cream

I Cream, a posteriori riconosciuti come il primo supergruppo rock, nascono nell'estate del 1966. Il trio, chitarra basso batteria, comprende Eric Clapton, già con i Bluesbreackers di John Mayall e gli Yardbirds, e due membri della Graham Bond Organization: Ginger Baker e Jack Bruce, il quale vanta anche una breve militanza nei Manfred Mann. I tre godono di una notevole reputazione nell'ambito del blues bianco.

Discografia e Wikipedia

28 marzo 2015

Bruce Springsteen


Van Morrison - Hard Nose the Highway (1973)

"Chiudi la porta, abbassa le luci e rilassati", dice un verso di questo disco e questo è il programma di tutta l'opera. L'atmosfera, oltre ad essere rilassata, è malinconca ed autunnale. Torna nell'organico Jeff Labes che cura parte degli arrangiamenti e trova spazio in eleganti assoli di piano. Van disponeva all'epoca di un gran numero di composizioni, tanto da pensare di rilasciare un doppio LP. In realtà nessuna di esse era un capolavoro assoluto, e alla fine non soltanto ci sarà un singolo LP, ma ci saranno due composizioni non sue a cui, evidentemente, Van doveva essere affezionato. Come accade in tutti gli album di Van Morrison gli arrangiamenti non sono mai sovraccarichi, anche qui se vi sono tantissimi accompagnatori. Nella iniziale "Snow in San Anselmo" c'è addirittura un coro sinfonico a dare un effetto inatteso ed affascinante. Nella finale "Purple Heater" c'è un nutrito accompagnamento d'archi che ricrea l'atmosfera di Astral Weeks. Gli stessi archi, uniti ai fiati, danno l'impressione di una orchestra jazz nella spiritosa "Bein' Green", ripresa dal progamma televisivo dei Muppets. "The Great Deception" accusa di ipocrisia John Lennon e Sly Stone. "Autumn Song" è il rovescio della medaglia di "Listen to the Lion". Qui si decantano le piccole gioie della quiete domestica.
Anche se non contiene canzoni di spicco, questo album si fa apprezzare per gli accompagnamenti e le esecuzioni convincenti e riesce appieno nel suo scopo di creare un'atmosfera raccolta e rilassata. Scott Thomas sostiene che la produzione di quest'album sia flaccida. Non posso dire dell'originale, in quanto io possiedo la versione rimasterizzata, che mi sembra fantastica. (3,5/5 voto mio)

27 marzo 2015

Counting Crows - August and Everything After (1993)

1. Round Here // 2. Omaha // 3. Mr. Jones // 4. Perfect Blue Buildings // 5. Anna Begins // 6. Time And Time Again // 7. Rain King // 8. Sullivan Street // 9. Ghost Train // 10. Raining In Baltimore // 11. A Murder Of One

Ti ricordi di quell'agosto, e di tutto quel che è successo dopo… I dischi di Bob Dylan e dei Byrds e della Band, quei vecchi lp (sì, c'era anche Joni Mitchell), con le macchie di caffé sulle copertine, quelli che ti aveva regalato Anna. Ricordi come tremava, quanto era spaventata? E dopo l'agosto, ricordi le piogge autunnali a Baltimora, il freddo pungente di San Francisco, New York luccicante di neve, a Natale, e le nostre facce a congelare davanti alle vetrine, verso l'alba, di fronte a quei palazzi blu? Volevamo solo concederci il lusso di un po' di smemoratezza, volevamo sembrare zingari, romantici e hippie come tutta quella gente a Woodstock, come Picasso, come Gram Parsons, e invece eccoci qui, a ricordare di nuovo. Le canzoni di Alex Chilton e le camminate notturne su Sullivan Street. I pianti di Maria. Ricordi quando stava su quel cornicione, quando diceva di essere "stanca e nauseata dalla vita"? Tutti siamo stanchi di qualcosa. E che band sognavamo di essere. Avremmo messo insieme il folk e il rock, come i gruppi degli anni '70 che ci piacevano da morire, avremmo avuto i pianoforti e le chitarre, l'organo e la fisarmonica, i mandolini e i nostri amici a cantare. Avremmo avuto tutto. Sì, ho sempre il numero di quella ragazza di New York. Tanto lei sta sempre sveglia, così quando proprio non ce la faccio non sono costretto a dormire da solo. Dio, ma in quel maglione ci stai tre volte. Le sigarette sono lì, su tavolo. Un giorno dovrò decidermi a pulire le finestre. Un giorno tutta questa pioggia finirà per annegarci. Un giorno.

(Gianfranco Callieri)

25 marzo 2015

24 marzo 2015

Privateering - Mark Knopfler




Nave corsara

Laggiù c’è la mia nave corsara

Guarda come è snella
Una mano fortunata per ogni uomo
E un premio per ogni uomo
Vivo per solcare l’Oceano
Il poderoso mondo intorno
Per prendere un bottino
E ascoltare il suono del cannoneGiacere con belle donne
Bere vino Madeira
Ascoltare il rullo del tuono
Su una costa che non è la mia
Nave corsara, andremo
Nave corsara, Yoh! oh! ho!
Nave corsara, andremo
Yeah! oh! oh! ho!La gente nella vostra vecchia guerra da Uomini
È trattata peggio della feccia
Non sono un Capitano da frustate
Mio Dio, sono salpato con alcuni di loro
Vieni con me a Barbary
Commerceremo di qua e di là
Non esattamente
Al servizio della CoronaGiacere con belle donne
Bere vino Madeira
Ascoltare il rullo del tuono
Su una costa che non è la mia
Nave corsara, andremo
Nave corsara, Yoh! oh! ho!
Nave corsara, andremo
Yeah! oh! oh! ho!
Guarda, ecco la mia nave corsara
È piccola ma può far male
Ha la licenza per prendere tesori
Grazie a una lettera del Re
Amo le strade e le taverne
Di una bella città straniera
Mi tocco il cappello per le signore dagli occhi scuri
Mentre viaggiamo in lungo e in largo

Giacere con belle donne

Bere vino Madeira
Ascoltare il rullo del tuono
Su una costa che non è la mia
Nave corsara, andremo
Nave corsara, Yoh! oh! ho!
Nave corsara, andremo
Yeah! oh! oh! ho!

La Gran Bretagna ha bisogno delle sue Navi corsare

Ogni volta che va in guerra
Morte a tutti i suoi nemici
Nessun tesoro ha più importanza
Vieni con me a Barbary
Commerceremo di qua e di là
Non esattamente
Al servizio della Corona

Giaccio con belle donne

Bere vino Madeira
Ascoltare il rullo del tuono
Su una costa che non è la mia
Nave corsara, andremo
Nave corsara, Yoh! oh! ho!
Nave corsara, andremo
Yeah! oh! oh! ho!

Van Morrison - Duets: Re-Working The Catalogue (2015)

di Fausto Gori

Non è un mistero che i dischi del nuovo millennio, comunque sempre dignitosi, di “Van the Man”, oltre ad un paio di compilations, albums di covers e il nostalgico, storico live di Astral Weeks, siano scivolati progressivamente verso una stanchezza creativa che è andata di pari passo a quella fisica, palesata nei concerti degli ultimi anni (ridotti nei tempi per problemi di voce) e nelle dichiarazioni delle ultime interviste (non riesco più a fare tour, mi stanco troppo). Quindi con queste premesse, arrivato l`annuncio del progetto dei duetti (chiaramente con un occhio rivolto al mercato), pur rappresentando una delle figure più ammirate e rispettate del mondo della musica, il rischio di flop artistico non era poi un`ipotesi così remota. Ma andiamo in ordine. In concomitanza dei suoi settant`anni, in Van Morrison ha prevalso l`esigenza di fermarsi, di tirare le somme, di chiamare a se, dopo aver cullato le precedenti e intense esperienze (su tutti i duetti con John Lee Hooker), tanti amici per condividere e rivivere una serie di pezzi della sua immensa discografia, da suonare e cantare assieme, quasi nelle sembianze di un concerto tributo.

Gli aspetti che sigillano la validità del disco non mancano: innanzitutto, la rinfrescata e rimodernata produzione (un bagliore di luce rispetto alle prevedibili sonorità degli ultimi albums), curata dallo stesso Van con il supporto decisivo di Don Was e Bob Rock, va ad esaltare le qualità certosine degli arrangiamenti, rinnovati e diversificati in modo ottimale. Non di secondo piano l` aspetto espressivo, emozionale e creativo del canto di Van che sembra ancora catturare lo spirito originario dei pezzi, con il solito approccio“live”, un canto forse più misurato rispetto al passato ma di conseguenza anche meno sforzato. Il timbro vocale, di contro, è come il miglior vino rosso. Per finire, si fa apprezzare la selezione mirata di brani poco conosciuti ma di gran valore e la lista significativamente scelta, dallo stesso Morrison, degli ospiti cantanti. Paradossalmente questo celebrativo ma non certo passivo progetto musicale, basato su pezzi già editi e ospiti di rilievo, riporta l`autore, dopo diversi anni, alla miglior “forma”, al suo talento innato di musicista, arrangiatore e cantante passionale.

Ascoltando i sedici brani della selezione è veramente difficile trovare pezzi poco riusciti, si potrebbe citare una Carrying a Torch eccessivamente similare al passato o il perchè di un`altra Get On With The Show, ma ci si deve davvero sforzare, nemmeno Real Real Gone con Bublè riesce a deludere. Per dare motivo sufficiente al nostro portafoglio di salutare qualche misera banconota destinata all`acquisto di questo disco basterebbe, da sola, la bellezza incantatoria di Wild Honey con Joss Stone, grazia musicale senza fine proveniente da Common One, o l`intenso spirito gospel tra compassione e redenzione della lontanissima If I Ever Needed Someone con Mavis Staples. Non sono da meno la favolosa Streets of Arklow con Mick Hucknall avvolta in raffinate strumentazioni dai toni pastello, Fire in the Belly spolverata e rilucidata insieme a Steve Winwood, il superbo bluesaccio How Can a Poorboy con Taj Mahal o il groove contagioso di Higher Then The World con George Benson, ma si finirebbe, in positivo, per citarli tutti.

Nel remake complessivo i duetti, che in generale non possono certo suscitare (nell`animo) le emozioni di un disco solista di inediti, emergono nella loro coesione, i nomi che ne fanno parte si calano benissimo nei pezzi scelti contribuendo ad un disco pieno di energia ritrovata e di vitalità che scopre, appunto, nella condivisione, una ragione plausibile per affermarsi. Duets:Re -Working The Catalogue sarà anche, per i motivi già citati, un disco abbastanza prescindibile della discografia morrisoniana ma certamente ci mostra una qualità musicale e formale abbagliante.

Ad oggi, chiaramente il suo disco più godibile del nuovo millennio. (voto mio 4/5)

23 marzo 2015

Robert Cray

Robert Cray (1953) il bluesman di maggior successo negli anni '80, forse il principale traghettatore moderno della musica del diavolo presso il grande pubblico bianco, nasce a Columbus, Georgia, e cresce seguendo il padre, militare di carriera a Tacoma, Washington, in California e in Germania, dove impara a suonare il piano. Tornato a Tacoma imbraccia la sa prima chitarra nel 1965 e tre più tardi, in Virginia, debutta come chitarrista.

Discografia e Wikipedia

22 marzo 2015

David Bowie


Billie Holiday

I giovani mi domandano sempre da dove viene il mio stile, come si è formato e tutto quanto; cosa posso dire? Se scopri un pezzo che ha qualcosa a che fare con te, non devi costruirci niente. Semplicemente ti procura emozione, e quando lo canti anche altra gente proverà qualcosa.

Billie nacque da una notte d'amore tra il sedicenne Clarence Holiday, un suonatore di banjo, e la tredicenne Sadie Fagan, ballerina di fila. Il padre non si occupò quasi mai di lei: lasciò presto la figlia per seguire le orchestre itineranti con cui suonava.
Billie ebbe un'infanzia travagliata e dolorosa. Trascorse i primi anni a Baltimora (spesso indicata come città di nascita, ma recenti ricerche hanno indicato che era nata in realtà a Filadelfia, dove sua madre Sadie lavorava come domestica.) trattata duramente dalla cugina della madre alla quale quest'ultima l'aveva affidata mentre lavorava come domestica a New York. Subì uno stupro a dieci anni e in seguito dovette evitare diversi altri tentativi di violenza. Ancora bambina, raggiunse la madre a New York, e cominciò a procurarsi da vivere prostituendosi in un bordello clandestino di Harlem. Guadagnava qualche soldo in più lavando gli ingressi delle case del quartiere: non si faceva pagare solo dalla tenutaria del bordello, che in cambio le lasciava ascoltare i dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong sul fonografo del salotto. Quando la polizia scoprì il bordello, Billie venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere. Rimessa in libertà, decise, per evitare di tornare a prostituirsi, di cercare lavoro come ballerina in un locale notturno. Non sapeva ballare, ma venne assunta immediatamente quando la fecero cantare e, ad appena quindici anni iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem. (Wikipedia)

Tutti dobbiamo essere differenti. Non si può copiare un altro, e nello stesso tempo pretendere di arrivare a qualcosa. Se tu copi, ciò inoltre è perché il tuo lavoro non ha un sentimento sincero, e senza sentimento nessuna delle cose che fai avrà realmente valore. Come non ci sono al mondo due persone uguali, così dev'essere anche con la musica, altrimenti non è musica.

Il padre, Clarence Holiday, abbandona la famiglia molto presto mentre la madre non è certamente una persona, e tantomeno una madre, convenzionale. A causa di questo desolante quadro familiare, quindi, Billie cresce sostanzialmente sola e con notevoli problemi caratteriali.

Una delle tante leggende e dicerie che circolano sul suo conto (questa però, purtroppo, con solidi e non peregrini elementi di verità), le attribuiscono addirittura un passato di prostituzione, esercitata in giovanissima età per guadagnarsi da vivere e sollevarsi dal regime di miseria in cui versava la sua famiglia.

La sua vita ha una svolta quando, trasferitasi a New York, viene scoperta da John Hammond, un artista che cantava in un Club di Harlem e che disponeva di notevoli agganci e conoscenze. Nel 1933 Hammond arrangia per lei, con Benny Goodman (ossia uno dei massimi clarinettisti, sia classici che jazz, della storia), un paio di pezzi che segnano l'inizio della sua carriera. Nello stesso anno apparve nel film di Duke Ellington "Symphony in black".

In seguito entra a far parte di una delle orchestre più in voga del momento, quella di Count Basie e incide una canzone con l'orchestra di Artie Shaw. Ormai nel "giro", sembra che la sua carriera stia per decollare, tant'è che le collaborazioni e le richieste di incisioni si susseguono. Ad esempio, sul fronte delle produzioni più importanti, sono da segnalare diversi dischi con il pianista Teddy Wilson e il sassofonista Lester Young, altri nomi storici del jazz. Quest'ultimo le attribuirà il celebre soprannome di "Lady Day" e, nel 1939, diventa la stella del Cafe Society.

Sull'onda del successo, ormai riconosciuta come una delle voci più intense della musica, incide la splendida "Strange Fruit", un capolavoro di interpretazione e un inno contro il razzismo di cui lei stessa in fondo è vittima. Il brano, per reazione di alcuni ambienti conservatori, viene vietato in diversi paesi.

Negli anni Quaranta e Cinquanta Billie Holiday si esibisce, con grande successo, in locali di tutti gli Stati Uniti e nel 1946 recita nel film "New Orleans" con Louis Armstrong, ma sfortunatamente è proprio in questo periodo che comincia a fare uso di eroina. Lo sregolato e dissoluto regime di vita a cui si sottopone interferisce pesantemente con la sua carriera rovinandole fra l'altro la preziosa voce.

A questo riguardo Tony Scott, un suo musicista collaboratore, ha detto di lei: "... Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell'american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Per la società bianca tutto questo voleva dire essere l'ultima ruota del carro. Questo insieme di shock e traumi la spinse a cercare un qualcosa che l'aiutasse ad annebbiare il dolore spirituale e mentale. Appena si presentò l'opportunità, cominciò subito a far uso di stupefacenti.

Nel 1956 scrive "La Signora canta il blues", la sua autobiografia, da cui fu tratto un film con Diana Ross nel 1973.

Nel 1959 dopo la sua ultima incisione, subisce un attacco di epatite e viene ricoverata in ospedale a New York. Anche il suo cuore ne risente. Muore il 17 luglio, all'età di 44 anni, con la polizia attorno al suo letto. Il suo grande amico, Lester Young, era morto il 15 marzo dello stesso anno.

Sempre dalle parole di Tony Scott, riportiamo una toccante immagine della cantante: "[...] Solo due donne nella mia vita non mi hanno mai offeso: mia madre e Billie Holiday. Tutti ascoltano i dischi di Billie, tutti conoscono il suo nome. rappresenta la "vittima". La sua voce tocca chiunque, anche chi non capisce le parole, perché il suo canto nasce direttamente dall'anima. L'anima di un essere umano molto profondo, che capisce la tristezza, la felicità, la solitudine, il successo e che fu sempre destinata ad avere un no good man a fianco, un buono a nulla".

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

1933 Billie Holiday: The Legacy Box 1933-1958
1933 Billie Holiday (1933-1937)
1936 The Quintessential Billie Holiday, Vols. 1-9
1937 The Billie Holiday and Her Orchestra...
1950 Billie Holiday Sings
1955 All or Nothing at All
1958 Blues Are Brewin'
1991 Billie Holiday Live
1995 Fine & Mellow (Indigo)
1995 Lady Sings the Blues: The Billie Holiday...
1999 The Essential Billie Holiday
2000 Billie, Ella, Lena, Sarah!

E' da pazzi pensare che per suonare o cantare ci voglia la droga. Perché la droga può sistemarvi in una maniera tale che non ce la farete più, né a cantare né a suonare.

21 marzo 2015

Neil Young - After the Gold Rush (1970)

1. Tell Me Why // 2. After The Gold Rush // 3. Only Love Can Break Your Heart // 4. Southern Man// 5. Till The Morning Comes // 6. Oh Lonesome Me // 7. Don't Let It Bring You Down // 8. Birds // 9. When You Dance, I Can Really Love // 10. I Believe In You // 11. Cripple Creek Ferry

Cosa scegliere? L'elettricità epilettica di Everybody Knows This is Nowhere o l'ingannevole tranquillità agreste di Harvest? L'elegia notturna di Tonight's the Night o le canzoni da spiaggia deturpata (dell'anima) di On the Beach? Naturalmente il consiglio è di prendere tutto: ma se si decide di portarne a casa solo uno, tra i dischi del periodo "classico" del canadese, allora che sia After the Goldrush. Perché è il più equilibrato (almeno fino a Rust Never Sleeps, che però divide le due anime del nostro - acustica ed elettrica - in due facciate distinte); perché testimonia un periodo cruciale e irripetibile dell'ispirazione e della vita di Neil Young (giusto a ridosso del tour di CSN&Y); perché arricchisce il suono spigoloso dei Crazy Horse (vedi Southern Man) con i ricami di pianoforte di un diciassettenne Nils Lofgren. Perché Young lo canta portando al massimo dell'espressività la sua vocalità limitata e sofferta (da dove esce quel filo di voce strozzato con cui ti si piantano in cuore le prime strofe di Don't Let It Bring You Down?). Non ultimo, perché ci ricorda, con la naturalezza e l'abbandono di una confessione, che l'amore può spezzarci il cuore. Solo Ian Curtis, qualche anno dopo, lo saprà dire con altrettanta convinzione.

(Yuri Susanna)

James McMurtry - Complicated Game (2015)

di Blackswan

La carriera di James McMurtry è un implicito elogio alla lentezza. In circolazione dal lontano 1989, il chitarrista e songwriter texano ha messo in cantiere solo otto album in studio, compreso quest'ultimo. Otto dischi in ventisei anni, una media di uno ogni tre anni. In un mondo dominato da una frenesia ipertecnologica, McMurtry ha sempre tenuto la barra del timone della qualità, poche cose ma fatte bene, con cura artigianale e intelligenza, e una coerenza artistica che l'ha sempre tenuto distante dai grandi circuiti del rock a stelle e strisce. Complicated Game racchiude in sè tutta la premessa di cui sopra: uscito a distanza di ben 7 anni dal suo predecessore (l'ottimo Just Us Kids del 2008), questo nuovo full lenght è un disco sincero, ben suonato, essenziale ma estremamente curato nella produzione. E poi ci sono le canzoni, dodici per la precisione, tutte di gran livello, alcune delle quali davvero eccezionali. Frutto, è proprio il caso di dirlo, di un songwriting che non si è mai piegato alle logiche del mercato, che ha sempre guardato al suono americano come a un patrimonio da conservare con cura, e non come a uno spunto per creare canzoni buone a scalare le charts. McMurtry ha coinvolto ne progetto un gruppo di musicisti di grande spessore (Benmont Tench, Ivan Neville, Curtis McMurtry e Derek Truck, che regala un cameo su Forgotten Coast) e messo a punto il suo classico sound: ballate desertiche e scarne in equilibrata commistione fra rock e folk, strumenti tradizionali in bell'evidenza (il banjo del fratello Curtis), Dylan che osserva da dietro l'angolo e qualche soluzione inconsueta, come l'uso delle cornamuse in Long Island Sound, che suona inaspettatamente irlandese. Il risultato è un album non certo semplice e che va assimilato con la stessa calma che ci mette Mc Murtry a scrivere le sue canzoni. Dopo qualche ascolto, però, la soddisfazione è piena, il disco dispiega una variegata ricchezza di sfumature e alcune composizioni emergono in tutta la loro cristallina bellezza: You Got To Me, Cutter e Deaver's Crossing sono senza dubbio tra le canzoni più belle che abbia ascoltato in questo inizio 2015. Complicated Game segna dunque il ritorno sulle scene di un grandissimo artista, la cui coerenza artistica (e politica) finisce inevitabilmente per dargli una visibilità solo parziale, di gran lunga inferiore a quella che meriterebbe. Consigliatissimo a tutti coloro che amano l'Americana, quella più sinceramente roots. (voto mio 3,5/5)

20 marzo 2015

Brian Eno


Van Morrison - Saint Dominic's Preview (1972)

Van è stato estremamente geloso della sua vita privata. Si sà che in quest'anno il suo matrimonio entrò in crisi e presto giunse al divorzio. Come tutti i libri su Van raccontano, i dolori d'amore lo fecero tornare quello di Astral Weeks. D'altronde certe composizioni e certe esecuzioni non le puoi costruire a tavolino, devono venire da sole. Dal '72 al '74 Van calerà sul mercato un poker di capolavori, di cui questo è il primo.
Tre lunghe composizioni, reminescenti quelle di Astral Weeks, dominano l'album. Rispetto a quel disco, il suono qui è più spoglio, poggiando su chitarre acustiche e piano. Questo ne diminuisce il carattere onirico e ne sottolinea quello drammatico. Il testo di "Listen to the Lion" è chiarissimo: l'autore, distrutto dalle pene d'amore, deve guardare nel profondo della sua anima, per ascoltare il leone che vi è racchiuso. Il leone gli dice che i suoi antenati lasciarono la Danimarca per incominciare una nuova vita in "Caledonia" e che lui, quale loro discendente, ha dentro di sè la forza per non lasciarsi abbattere dalle difficoltà della vita. Quanto ci impieghereste per dire queste quattro frasi? Van le centellina in ben dieci minuti. La performance vocale è letteralmente... ruggente! Con questa canzone Van smette di comporre con l'inconscio e smette di emulare Dylan. C'è sempre lo stream-of-consciousness, ma è diverso da prima. Prima erano i ricordi ad affiorare da soli, ora è la volontà che, lucidamente, esplora e guida la mente. Questo stile non sarà mi abbandonato, ed avremo tanti seguiti a questa canzone. Più spesso, al posto della storia dei progenitori, vi sarà la propria infanzia.
Nel brano "Saint Dominic's Preview" c'è un lunghissimo giro di parole e immagini prima di dire di aver visto, davanti ad una chiesa, la gente che marciava per la pace in Irlanda del Nord. Che io sappia, è l'unico brano da lui dedicato all'argomento. In "Almost Indipendent Day" si racconta invece di una serata felice passata in giro con la moglie. Se qualcuno legge il testo senza ascoltare il brano pensa che si tratti di una canzone serena e felice, perchè il racconto si svolge nel presente. Solo la musica e l'interpretazione fanno capire che si tratta del ricordo di un passato che non tornerà più. E' illuminante sapere come nacque la canzone. Squillò il telefono in casa Morrison e la centralinista disse che c'era una chiamata dall'Oregon da parte di un suo ex-compagno dei Them. Quando la telefonata fu passata, dall'altra parte non rispondeva nessuno. A Van vennero in mente i versi: "I can hear Them calling way from Oregon/ And it's almost Independence Day". Vien da ridere pensando al tempo perso da qualcuno nel tentativo di scoprire il significato nascosto delle canzoni!
Questo disco è l'esatto contrario del concept-album. E' una raccolta di canzoni eterogenee, registrate in momenti diversi, con stili e con musicisti diversi. Le capacità canore di Van danno prova di essersi affinate con passaggi di canto "scat" ultrarapido.
C'è da dire, a proposito della Caledonia, antico denominazione della Scozia, che Van dà questo nome alla sua orchestra accompagnatrice del periodo ed al suo nuovo studio di registrazione privato. Caledonia è anche il secondo nome della figlia Shana, del negozio di dischi dei genitori di Van... (4/5 voto mio)

19 marzo 2015

18 marzo 2015

Crash Test Dummies

Guidati dal colto e pacato Brad Roberts, alla fine degli anni '80, i canadesi Crash Test Dummies bazzicano il Blue Note di Winnipeg con un certo successo, ma ancora indecisi se fare dell'attività di musicisti un lavoro stabile. Vengono notati da Margo Timmins dei Cowboy Junkies (che li cita durante un'intervista a "Rolling Stones") e da Steve Berlin. Quest'ultimo produce l'esordio "The Ghost That Haunt Me".

Discografia e Wikipedia

Bob Dylan - The Freembeelin' Bob Dylan (1963)

Il primo album è uscito da poco, ma lui l'ha già disconosciuto. Da quando ha cambiato nome e cognome (ora anche sui documenti è Bob Dylan, non piú Robert Alleo Zimmerman), forse si sente più sicuro di sé. E il secondo album, registrato in varie riprese tra il 1962 e il 1963, lo dimostra. Tutte le canzoni, eccetto due (un brano folk tradizionale e una canzone ascoltata una volta in Texas, completa. mente riscritta), sono opera sua. Dicono che Giri From The North Country sia stata scritta a Roma, nei primi giorni del 1963, quando Dylan è in Italia per incontrare la cantante Odetta e per rintracciare l'amata Suze Rotolo, che da mesi gira l'Europa per studiare arte. Dylan registra e scrive, e scarta i brani folk già incisi in favore delle composizioni originali. Non che le fonti siano cambiate, quasi tutti i pezzi hanno un precedente tradizionale, canti di protesta che lui adatta, cambia, stravolge con un'ispirazione non sempre chiara, agli altri. Blowin' in The Wind passa per essere una canzone pacifista, mentre lui la vede come una serie di domande (in tutto nove) dal sapore biblico, quasi messianico. A Hard Raht'S A-Gonna Fall sembra un commento sulla crisi dei missili a Cuba, mentre lui la descrive come un'espressione di terrore per l'Apocalisse imminente. Non mancano le canzoni d'amore: Girl From The North Country, appunto, che racconta la nostalgia per una ragazza lontana che si teme di non poter mai piú incontrare, e Don't Think Twice lt's Alright, che lui considera una canzone «da cantare a se stessi». Per tenersi su, evidentemente, e per rendere meno duro il momento del distacco. C'è insomma Suze Rotolo - oltre che i missili a Cuba, l'integrazione razziale nelle università americane, il futuro del mondo - nella mente di Bob Dylan in quel 1962 in cui é uscito il suo primo album (venduto in poche migliaia di copie), mentre lui scrive e registra. Tanto che Suze, con lui, finisce sulla copertina dell'album. Poi l'album esce, e tutto cambia. Lentamente, però. Si comincia a capire che cosa ha visto in quel ragazzo il grande produttore John Hammond; tutti lo vogliono conoscere e molti vogliono cantare i suoi pezzi, Joan Baez vuole duettare con lui, e lo farà, sul palco e non solo. Un giorno, a Monterey, lei presenta Don't Think Twice It's Alright dicendo che è una canzone di protesta, «nel senso che protesta contro un rappotto che è andato avanti troppo a lungo». Suze è tra il pubblico, capisce e se ne va. (Mia valutazione: Capolavoro)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

17 marzo 2015

John Mellencamp - The Lonesome Jubilee (1987)

1. Paper In Fire // 2. Down And Out In Paradise // 3. Check It Out // 4. The Real Life // 5. Cherry Bomb // 6. We Are The People // 7. Empty Hands // 8. Hard Times For An Honest Man // 9. Hotdogs And Hamburgers // 10. Rooty Toot Toot // 11. Blues From The Front Porch

Dopo anni passati a rincorrere un effimero successo, fra produzioni pacchiane e magniloquenti e cambi di pseudonimo, era prevedibile che prima o poi John Mellencamp, non a caso soprannominato "Piccolo Bastardo", ne avrebbe avuto le palle piene e avrebbe finalmente deciso di fare di testa sua. Così, dopo tre ottimi dischi di blue collar rock della migliore specie e complice un produttore finalmente lungimirante come Don Gehman, Mellencamp ha l'intuizione geniale che avrebbe cambiato la propria carriera e aperto la strada ad una scena di impronta puramente roots: al suono classico ed elettrico delle chitarre e della sezione ritmica aggiunge un turbinio di strumenti "tradizionali" come violino, fisarmonica e banjo. Il risultato è una festa di suoni, un disco seminale che getta le basi del roots-rock che sarebbe venuto di lì in poi. Ma gran parte del merito di Mellencamp e della forza del disco sta nella grandezza delle canzoni, potenti ed al contempo gioiose ed incazzate, ricche di memorie personali e familiari e di istanze sociali. E, miracolosamente, arrivò anche il successo (ovviamente americano) grazie anche alla trascinante forza dei singoli Paper on Fire, Cherry Bomb e Check it Out, tutte e tre a lungo in top ten dei brani più venduti. Ovviamente, mai successo fu più meritato per un disco che rientra nella categoria degli album seminali.

(Gabriele Gatto)

Mark Knopfler - Tracker Released (2015)

di Paolo Carù

Tracker è l’ottavo album solista di Mark Knopfler. Ottavo, ma in una discografia abbastanza ampia che comprende, oltre ai dischi dei Dire Straits, almeno nove colonne sonore (e sta lavorando alla decima, per il film Altamira), collaborazioni con Emmylou Harris, Chet Atkins, Notting Hillbillies e varie produzioni. Un uomo tranquillo Mark, parla poco, ma agisce. Fa un disco ogni tot anni, quando ha le canzoni, non si scompone mai e la sua musica ha il marchio di fabbrica della sua voce quieta e della sua chitarra: infatti lui è uno dei pochi musicisti riconoscibili, sia attraverso il modo di cantare che quello di suonare. Tracker è in parte ispirato ai viaggi che ha fatto, ai posti dove è andato a suonare, con canzoni come Lights of Taormina o Silver Eagle, oppure anche a scrittori, come Beryl Bainbridge o Basil Bunting, con due canzoni che prendono il titolo dai nomi dei due scrittori. Un disco colto, intenso, lirico, profondo, che lentamente cresce dentro di noi, facendoci entrare, ascolto dopo ascolto, in ogni canzone.
Inciso a Londra, negli studios British Grove, l’album vede Mark affiancato dal fido Guy Fletcher alle tastiere, quindi da John McCusker (violino), Mike McGoldrick (flauto), Glenn Worf (basso) e Ian Thomas (batteria). Tra i musicisti aggiunti troviamo la voce di Ruth Moody (delle Wailin’ Jennys) in Wherever I Go, quindi Nigel Hitchcock al sax e Phil Cunningham alla fisarmonica. Le tracce registrate per il disco regolare sono undici, ma poi Tracker viene anche edito in versione De Luxe (con 4 canzoni in più) ed in cofanetto limited edition (che avrà ben sei tracce in più, le quattro della De Luxe + altre due). Privateering, il disco precedente, era l’album più bello di Mark, da vari anni a questa parte. Meno noioso, meno ripetitivo, addirittura con vari accenni blues, ed è anche stato uno dei suoi più venduti. Tracker torna ad essere una priorità anche in Usa (al contrario di Privateering), ed è comunque un signor disco. C’è sempre una forte influenza irlandese, con il lirismo folk che permea alcune canzoni, mentre il nostro privilegia le sonorità acustiche o elettro-acustiche, lasciando da parte quelle più rock.
Laughs and Jokes and Drinks and Smokes apre il disco nel migliore dei modi. E’ una rilassata ballad in puro irish style, cantata con molta intensità e suonata in punta di dita. Un brano che Knopfler ci ha già dato, che abbiamo già sentito, ma è bello, caldo, profondo: la melodia è suggestiva e richiama isole lontane, paesaggi quasi fiabeschi, con quella melodia irlandese che la avvolge di continuo, quando il leader lascia lo spazio agli strumenti. Basil,dedicata al poeta Basil Bunting, è un racconto dal tono epico, coinvolgente, sempre su una base abbastanza lenta ma dotato di una melodia che si arricchisce ascolto dopo ascolto. River Towns non è da meno: intro lento, canzone morbida che si sviluppa in modo classico, aprendosi lentamente, dopo l’entrata del leader. Non ci sono influenze Irish, ma il brano tiene sia dal punto di vista melodico che per la parte lirica, grazie anche all’intervento del sax, suonato da Nigel Hitchcock. Skydiver è più rock, anche se non è particolarmente originale. Meglio Mighty Man dove si respira ancora l’aria d’Irlanda. La chitarra del nostro apre la canzone con un un arpeggio molto bello e chiude subito il brano in un alveo melodico difficilmente dimenticabile, che lo rende ancora più suggestivo. Broken Bones è più rock, si stacca decisamente dalle altre ed è parzialmente influenzata dal suono dell’amico JJ Cale: un brano ben costruito che non brilla però per originalità, ma che si lascia comunque ascoltare. Long Cool Girl è invece lenta, meditata. Molto classica: dall’intro strumentale al cantato di Mark.
Lights of Taormina è invece, a mio parere, la migliore del disco. Il lungo intro strumentale, guidato dalla magica chitarra di Mark, l’apertura vocale, tra folk e rock, il proseguimento coinvolgente, fanno di questa turgida composizione la più riuscita del lavoro. Ha ancora voglia di fare musica Mark, ed a ottimi livelli, visto quello che propone in questo disco: basterebbe una canzone di questo spessore a fare di Tracker un disco imperdibile. Ma poi non è l’unica e l’album, oltretutto, cresce ascolto dopo ascolto. All’inizio ero tiepido, ma poi l’ho sentito a fondo e ne sono rimasto conquistato. La parte strumentale che conclude Lights of Taormina è il suggello giusto ad una canzone pressoché perfetta.
Silver Eagle, sempre lenta, è suggestiva, intensa e profonda e, come buona parte del disco, si gusta appieno sulla lunga distanza. L’uso del piano, discreto ma continuo in tutto il disco, è una delle armi vincenti a livello di suono. Siamo ormai alla fine. Beryl,dedicata alla scrittrice Beryl Bianbridge, ha il classico train alla Dire Straits, elettrico e morbido al tempo stesso. E’ una canzone normale, ma molto ben costruita, con un base melodica adeguata e uno sviluppo ben costruito. Chiude il disco Wherever I Go, dove il nostro duetta con una delle Wailin’ Jennys, Ruth Moody (autrice per altro di alcuni dischi a suo nome, tra i quali mi piace ricordare These Wilder Things, in cui appaiono Mark Knopfler, Jerry Douglas, Aoife O’Donovan delle Crooked Still, The Wailin’ Jennys, Mike McGoldrick e John McCusker due noti musici celti, che suonano anche in Tracker). Wherever I Go è una splendida ballata, notturna, evocativa, molto ben costruita, con le due voci che duettano in perfetta armonia. Degna conclusione di un signor disco.
Tracker, come ho già detto, cresce lentamente, ma cresce. Dategli un ascolto adeguato, lasciatelo crescere e diventerà parte di Voi. (voto mio 3,5/5)

16 marzo 2015

The Doors


Steven Wilson - Hand. Cannot. Erase. (2015)

di Matteo Meda e Michele Palozzo

Per certi artisti è già abbastanza difficile trovare la propria voce, una forma espressiva che permetta di trasferire liberamente il proprio sentire all'altro. Non che la vena creativa di Steven Wilson fosse sacrificata all'interno dei Porcupine Tree, ma quella voce, che solo in certi sparuti episodi in studio emergeva con assoluta limpidezza, non poteva più rimanere confinata. Tra gli evocativi scenari post-seventies (ma ultimamente neanche troppo) dello storico progetto si celava un anelito molto più profondo: il desiderio di liberare quella "nostalgia factory" dagli schemi che il lavoro in gruppo inevitabilmente generava. Nell'ambizioso progetto di "The Raven That Refused To Sing" ciò si concretizzava nella direzione di un revival progressive completo e senza pari, tanto dal punto di vista narrativo quanto nel sound, tecnicamente straordinario e strabordante. Un solo episodio, la lirica "Drive Home", tracciava il filo rosso tra "Grace For Drowning" e quello che sarebbe stato ed è oggi "Hand. Cannot. Erase.".

Quello a cui siamo di fronte è l'approdo più maturo per la poetica del Wilson solista, nonché forse il suo primo vero disco da songwriter rock. Non c'è più quella sensazione di ricamo sul ricamo, quel barocco chiamato secondo taluni a mascherare carenze creative, quella forma così perfetta e ridondante da sovrastare il contenuto. C'è un passaggio di consegne tra presente e passato che prende forma in “3 Years Older”, l'ultimo omaggio ai Genesis prima del tramonto, introdotto in “First Regret” da un tappeto di piano ed elettronica soffusa. L'arrivo del mattino creativo è per certi versi sconvolgente: a inaugurarlo la title track, una pop song sincopata in cui emergono con forza radici british – e non è un caso che qui si trovi uno dei numerosi assoli memori dei Camel di Andrew Latimer. Bastano poche parole a celebrare la resistenza di un legame autentico che, tra sensi di colpa e reciproche solitudini, non cede comunque al peso degli anni.

Il tempo, la sua inerzia e l'impotenza dell'individuo nei suoi confronti: questo in definitiva è il tema che, in varie vesti testuali e musicali, con insistenza si manifesta “Hand. Cannot. Erase.”. Lo sforzo di Wilson è quello di cercare di esprimerlo da una prospettiva femminile, trasfigurando all'occorrenza il caso di Joyce Vincent, ritrovata morta dopo tre anni da dispersa durante i quali nessuno si era reso conto della sua assenza. Il placebo dell'abitudine eretto a principale responsabile, ma al tempo stesso scomodo (e finto) alleato nella lunga analisi di “Routine” (Routine keeps me in line / Helps me pass the time / Concentrate my mind / Helps me to sleep), tra mille cambi di scenografia il cui comun denominatore sta nella meticcia trasfigurazione prog di Steve Hackett. Nel turbinio di immagini e suoni in salsa trip-hop di “Perfect Life” è la stessa Joyce a raccontare dettagli della sua storia, tramite la voce narrativa di Katherine Jenkins.

Rimane salda, in tutto ciò, la libertà di seguire i propri flussi di coscienza e memoria musicale: la matrice prog sopravvive nello spirito e nell'ossatura dell'insieme, ma le singole sequenze vanno a toccare una gamma assai più ampia di influenze e sfumature. Merito anche della band, la stessa di "The Raven..." qui confermatissima seppur in un contesto totalmente diverso. Chiare reminiscenze prendono dunque forma nella parte centrale dell'album: la prima alla furia di “Insurgentes” rievocata con classe su “Home Invasion”, la seconda all'era psichedelica, nello spettacolare assolo di Moog di “Regret #9”. Altre sono sparpagliate nel quarto d'ora scarso di “Ancestral”, dallo scenario marziale dei primi minuti alle esplosioni ripetute della seconda metà, con tanto di travolgente assolo di chitarra.

La natura silenziosamente autobiografica dei testi, celata dietro la metafora narrativa, rivela la sua portata in “Transience”: un episodio coerentemente breve, l'istante che sfugge di mano a Wilson bambino ("It's only the start", ripete incessante), in viaggio sulle rotaie di un treno e sui sentieri di un folk melanconico, da annoverare tra i frammenti più intimi che egli abbia mai scritto. Il culmine di questa è raggiunto nello straziante pre-finale di “Happy Returns”, ipotetica lettera al fratello che sa di appendice a “Time Flies” - probabilmente il testamento dei Porcupine Tree (Hey brother, I’d love to tell you I’ve been busy/ but that would be a lie/ 'cos the truth is the years just pass like trains/ I wave but they don’t slow down). Un'epoca, quella delle band e dei tanti progetti meticci, che si chiude forse definitivamente, per dare spazio alla definitiva consacrazione di Steven Wilson. Musicista, songwriter e prima ancora artista e uomo, (finalmente) libero di far sentire la sua voce. (voto mio 3,5/5)

15 marzo 2015

Cher, Interview, 1982


Le 101 copertine di musica più importanti di sempre

Peter Gabriel

La musica, al di là di ogni barriera linguistica, è il più formidabile mezzo di comunicazione tra gli uomini.

Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo progressive rock dei Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso la carriera solista, imponendosi come musicista capace di coniugare brillantemente sperimentazione e successo commerciale.[1] Recentemente è stato impegnato nella promozione della world music, nella ricerca di moderne tecniche di incisione e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario. (Wikipedia)

Sono uno che crede fermamente nell'educazione, perché penso che trasformi la gente e che le dia potere.

Peter Brian Gabriel, l'artista multimediale più discusso del pianeta, è nato a Cobham nel Surrey, Inghilterra, il 13 febbraio 1950. Malgrado la sua immagine di uomo rotto a tutte le diavolerie e uso a maneggiare tutti i marchingegni offerti dalla tecnologia contemporanea, è nato e cresciuto in campagna, andava a scuola in bicicletta e giocava nei campi insieme ai figli dei contadini.

Non che non fosse un visionario già da piccolo. Chi lo ha conosciuto bambino, sa bene che il piccolo Peter era dotato di una tale fervida immaginazione da essere addirittura autonomo nei giochi, arrivando ad visualizzare con facilità scene di battaglie in miniatura nei campi adiacenti l'abitazione dei suoi genitori. Qualcuno ha poi visto un nesso fra questi primi giochi infantili e lo stampo autobiografico che presentano alcune canzoni, come la grande suite, dal titolo "Supper's Ready", dell'album "Foxtrot", della durata di un'intera facciata di Long Playing.

I genitori, ad ogni modo, tenevano particolarmente al fatto che Peter avesse un'educazione completa su tutti i fronti, ed ecco che lo spediscono a prendere lezioni di pianoforte, nella speranza che quello strumento, così carico di storia e di composizioni sublimi, potesse indirizzarlo verso i più alti lidi della musica occidentale. Ma il piccolo ha altre inclinazioni. Non sembra tanto portato a pigiare tasti e a studiare scale, ma è attratto verso la batteria, strumento decisamente più fisico e immediato. Il ritmo è un aspetto della musica che ha sempre affascinato Gabriel, una costante che si è portato dietro anche nella successiva e pionieristica esplorazione della musica etnica.

I suoi artisti preferiti del periodo? Semplice, il meglio del meglio della musica internazionale: Otis Redding, James Brown, Nina Simone la musica soul in generale, e poi i Beatles (l'album di debutto dei Beatles fu il primo album acquistato da Peter), e poi ancora i Bluesbreakers di John Mayall (il primo concerto visto da Gabriel) e ancora il beat dei Kinks, Yardbirds e Rolling Stones e così via.

La scuola dell'obbligo è invece rappresentata per il musicista da un classico college privato, un'esperienza che ancora oggi, qualora qualcuno osi ricordargliela, non manca di inorridire l'artista. In effetti, i college di allora non erano certo pensati per sviluppare la creatività degli alunni di talento, ma semmai di reprimerla ed indirizzarla verso forme rassicuranti e accademiche. Solo la sua passione per la musica alleviò l'opprimente e disciplinata vita del college.

Durante le vacanze estive andava quasi sempre nella casa vittoriana del nonno, ripresa poi nella canzone "Musical Box", dove insieme alla sorella Anna amava rovistare nel solaio, in un baule ricco e incredibilmente pieno di vecchi costumi, che Gabriel non mancava di indossare, attratto dalle possibilità offerta dall'idea di cambiamento o disvelamento della propria personalità che la maschera teatrale offre.

Da quelle prime esperienze prende corpo appunto la sua passione per la rappresentazione teatrale, una forma che gli permette di esprimersi attraverso mille travestimenti; gli stessi, si può dire, che quando diventerà un artista a tutto tondo saranno una peculiarità inconfondibile del suo fare musica, o meglio del suo modo di "rappresentare" la musica. Un modo che si estrinsecò al suo massimo grado nei Genesis, un gruppo inizialmente chiamato, quando Peter Gabriel era già incluso nella "line-up", Garden Wall.

Dopo altri cambiamenti di nome, nel 1967 (ancora studenti e minorenni!), i Genesis firmano un contratto con la Decca.

Nel 1968 esce il primo singolo, "Silent Sun", il quale non sollevare alcun tipo di clamore e viene tuttalpiù osservato con benevolenza solo dagli addetti ai lavori o dagli appassionati più attenti e curiosi di novità. Il problema, a giudicare con il senno di poi, è che il gruppo non aveva ancora sviluppato una fisionomia riconoscibile. Nel marzo 1969 esce infatti, ancora sotto l'egida della Decca, "From Genesis to revelation", un album ispirato ai più conosciuti Moody Blues, Nice, al folk rock di Cat Stevens e ai Family, dal quale fra l'altro Gabriel s'ispirò in seguito moltissimo per il modo di cantare ed usare la voce.

Nell'ottobre 1970 esce l'album "Trespass" con un pezzo in esso contenuto, dal titolo "The Knife", ben costruito e veramente originale per l'epoca. Rappresentato dal vivo, arriva a toccare ben diciannove minuti, mostrando finalmente il volto inedito di un Gabriel camaleontico. Nella storia incalzante di "un rivoluzionario in preda ad un delirio di potere", l'artista trasforma il personaggio della canzone in un aggressivo animale da palcoscenico che sprigiona tonalità gutturali e selvatici vibrati alla Roger Chapman, il leader dei sopracitati Family.

I Genesis, dunque, divengono grazie a Peter Gabriel un caso unico nel panorama turbolento e variopinto del rock dell'epoca, pur nelle difficoltà materiali rappresentate dall'instabilità professionale dei componenti. La formazione classica, andatasi faticosamente costruendosi per un decennio, si formò infatti solo nel 1972 con l'uscita dell'album "Nursery Cryme" (un album che rappresenta anche uno degli apici della carriera trasformistica di Gabriel), cessando però di esistere già nel 1975, con la fuoriuscita di Gabriel stesso, desideroso di intraprendere nuove e solitarie strade. Il carismatico Gabriel verrà sostituito dal più "corretto" Phil Collins.

Ad ogni modo, dopo un lungo periodo in cui il musicista sperimenta varie soluzioni nell'ambito del Pop, qualche tempo dopo insieme all'ex-Genesis nasce la "world music". Gabriel è fra i primi a dedicarsi a quel filone, il cui termine, oggi tanto di moda, suole definire una musica che tenta di uscire dalle secche della tradizione occidentale per innervarla di ritmi e sapori tratti dalle altre culture.

Per fare ciò, Peter Gabriel ha anche creato una sua propria casa discografica, dedita a raffinate quanto esoteriche produzioni, denominata significativamente "Real World. Un'etichetta che ha avuto il coraggio di pubblicare, in nome della rivalutazione delle tradizioni locali che l'attenzione alla musica etnica porta con sé, dischi di artisti dei paesi più negletti dalla normale attività discografica, fra i quali si può anche annoverare, per dirne una, anche la Sardegna con i suoi "Tenores de Bitti" (un gruppo che canta canzoni popolari senza l'ausilio di strumenti).

Come si vede, un repertorio tutt'altro che facile o commerciale e che anzi alcune volte sfiora l'atteggiamento auto-punitivo.

Per questo motivo, quando si ascolta un'opera di Gabriel, vien fatto di pensare di trovarsi di fronte a qualcuno che ha il desiderio di scardinare i soliti luoghi comuni, un artista che ha voglia di confrontarsi con altre tradizioni e altri ritmi. (Fonte)

Le cose che più mi terrorizzano sono il conto alla rovescia verso l’uso di armi nucleari, il terrorismo, le guerre di religione, le pulizie etniche, il riscaldamento globale.