Cat Stevens - Tea For The Tillerman (1970)

Un ragazzo, di padre greco e di madre svedese, cresce in un quartiere londinese ascoltando musica in una stanzetta proprio sopra il piccolo ristorante dei genitori, ascoltando le voci e la musica popolare greca che spesso veniva suonata al ristorante, rumori, sentendo gli odori della cucina e della strada. Sembra la trama di un romanzo di Dickens, ma è la storia di uno dei cantautori folk più famosi della musica inglese. Steven Georgiou a quella musica greca popolare aggiunge i suoni della scena inglese beat e dei dischi americani che inizia a comprare. Decide di provare a diventare un artista. Cambia nome in Cat Stevens dopo che una sua amica gli fa notare che ha gli occhi di un gatto. A metà degli anni 60 pubblica i primi lavori con la Deram, Matthew and Son e New Masters (entrambi 1967). C’è già un bagliore di ciò che sarà nella famosa Matthew and Son (che arriverà al numero 2 in classifica), I Love My Dog, I’m Gonna Get Me A Gun. Due brani dal primo disco, The First Cut Is The Deepest e Here Comes My Baby diventeranno degli standard e cantati da numerosi artisti, soprattutto il primo con le storiche interpretazione di P.P. Arnold, Rod Steward e poi Sheryl Crow in anni più recenti, garantendo a Stevens il primo successo. Tuttavia la scelta dei produttori di seppellire la sua sensibilità sotto tonnellate di arrangiamenti orchestrali portano Stevens alla clamorosa idea di uno stop. Si prende due anni, dove addirittura deve curare la tubercolosi. Ne esce cambiato ed inizia a pensare alla sua musica, fatta di delicati acquerelli musicali e da un cantato profondo e vibrante che lo renderanno un’icona degli anni ‘70. Con un nuovo contratto con la neonata Island di Chris Blackwell, un nuovo produttore, Paul Samwell-Smith (ex Yardbirds), nel 1970 esce Mona Bone Jakon. Godendo di una maggiore libertà artistica Stevens scrive un disco di tutt’altro spessore artistico e melodico, puntellato da il suo primo grande successo, Lady D’Arbanville, che si unisce ai primi gioielli nascosti: Katmandu, con un giovanissimo Peter Gabriel al flauto e Trouble. Nello stesso anno esce il disco di oggi, Tea For The Tillerman. Stevens disegna la deliziosa copertina, molto fiabesca. E trasferisce alle composizioni la stessa dolcezza. Gli undici pezzi diventeranno tutti famosissimi, anche grazie al fatto che 4 di essi verranno usati nella colonna sonora di quel capolavoro della commedia nera che fu Harold & Maude del 1971. Si apre con Where The Children Play?, canzone sottile sulle paure del futuro per le nuove generazioni; poi Hard Headed Woman, e il primo colpo da KO, Wild World, che diventerà una sorta di standard tra i cantanti, con riprese in ogni stile (da ricordare la storica versione reggae di Jimmy Cliff). Sad Lisa, bellissima, con piano e leggero sottofondo di archi, Miles From Nowhere (Miles from nowhere \ I guess I’ll take my time \Oh yeah, to reach there), But I Might Die Tonight, Longer Boats sono impreziosite dalla chitarra di Alun Davies, che diventerà suo fido collaboratore. Into White verrà ricantata da Mia Martini nel 1971 con il titolo In Rosa. Ma la canzone di gran lunga più bella e conosciuta è la storica Father And Son: un ritratto dolcissimo di una passaggio generazionale tra un padre e un figlio, e sulla differenza di desideri e aspettative. Scritta all’inizio per un musical mai completato sulla rivoluzione russa, la canzone, primo singolo del disco, diventerà la sua canzone icona, con la particolarità dei cori di Davies. A pochi mesi dall’uscita di Tea For The Tillerman, Teaser And The Firecat aggiunge alla collana di canzoni preziose altre pietre lucenti come Moonshadow, Morning Has Broken, How Can I Tell You, Peace Train, e Don’t Be Shy e If You Want To Sing Out Sing Out faranno parte della colonna sonora di Harold and Maude, insieme ai 4 dal precedente. Tutta questa attenzione si traduce nel suo primo disco numero uno sia in Gran Breatagna che negli Stati Uniti, Catch Bull At Four, che musicalmente non lascia però i segni dei precedenti. Dopo una ricerca di suoni nelle musiche popolari mondiali (greca, caraibica), un periodo in Brasile e una ricerca spirituale sempre più pressante, nel 1979 si converte alla religione musulmana e cambia nome in Yussuf Islam. Nel periodo di più alta tensione religiosa, nel 2004, fu addirittura espulso dagli Stati Uniti per presunti legami con il terrorismo religioso islamico. Da qualche anno è tornato a pieno tempo alla musica, con risultati che riportano a quella delicata atmosfera, così calorosa, dell’album di oggi, da ascoltare sorseggiando un the e fantasticando davanti al camino.

Commenti

Etichette

Mostra di più

Post popolari in questo blog

Wayne Shorter: 6 album per amare un genio del jazz

Aldous Harding – Designer (2019)

Banks – III (2019)