Nap Eyes – I’m Bad Now (2018)

di Fabio Cerbone

Semplice e complessa allo stesso tempo, la musica dei canadesi Nap Eyes completa un'ideale trilogia discografica che pone la band in una posizione del tutto appartata e originale rispetto al linguaggio indie rock contemporaneo. Le radici affondano in un rock minimalista e sghembo che non potrà non richiamare ancora una volta il Lou Reed più introverso e maturo (e le somiglianze della timbrica vocale di Nigel Chapman non faranno che aumentarne il fascino), i Modern Lovers di Jonathan Richman e qualche loro discepolo di uguale culto, The Feelies in prima battuta. Questo per circoscrivere una volta di più uno stile e un'ambientazione sonora che anche I'm Bad Now non riesce proprio a nascondere, quasi orgogliosamente costruito sulle stesse dinamiche che hanno reso incantevoli e fuori tempo Whine of the Mystic, esordio del 2014 in casa Paradise of Bachelors, e Thought Rock Fish Scale.

La differenza questa volta la fanno le canzoni stesse, più rotonde e trasparenti, senza perdere un briciolo dell'essenzialità tanto cara al gruppo originario di Halifax, Nuova Scozia. In verità il solo Chapman è rimasto a vivere da quelle parti, con Brad Loughead (chitarre) Josh Salter (basso) e Seamus Dalton (batteria) trasferitisi in blocco a Montreal, dove il disco in questione è stato limato nei dettagli e prodotto con maggiore disciplina rispetto al passato. La distanza non ha spezzato l'intesa musicale del quartetto, semmai concedendo a Chapman più tempo per rifinire le sue liriche così letterarie, dal taglio persino filosofico, una sequenza di interrogazioni esistenziali e di risposte elusive che indagano il giorno dopo giorno della vita accompagnandosi a quella voce un po' indolente, sempre pronta a uscire "stonata" dai binari, eppure capace di indovinare una melodia in modo naturale. Come i suoi maestri insomma, Lou Reed in prima fila come padre putativo nel rock brillante di Hearing the Bass e Everytime the Feeling, quest'ultima che ha l'onere di aprire la raccolta rammentando certe ballate elettriche del periodo di Coney Island baby.

Rifacimento o parodia? Niente affatto: c'è una profondità di scrittura in Chapman e un'intesa sonora degli stessi Nap Eyes che depone a favore dell'assoluto equilibrio raggiunto dalla band, qui sospinta dai taglienti accordi e feedback dell'impeccabile Brad Loughead, commenti sonori che aumentano il fascino scheletrico e basilare di questo rock'n'roll, spesso nella forma della ballata un poco imbambolata (come capita nella stessa I'm Bad Now o fra la nenia a tempo di walzer di Follow me Down), altre nel caracollare elettrico di Judgment e Roses, frammenti di un indie rock a cui servono poche pennellate di basso batteria e chitarra per sostenere il discorso ambizioso delle liriche di Nigel Chapman. E poi, d'improvviso, quei "disvelamenti" melodici che emergono in episodi quali You Like to Joke Around with Me, quella pigrizia pop degna di un Stephen Malkmus (Pavement) ridotta se possibile ancora più all'osso, o quello stralunato rock di natura "velvettiana" che sussulta in Dull Me Line.

Nel finale due lunghe ballate, White Disciple e Boats Appear (quest'ultima solo nell'edizione in cd e digitale dell'album), procedono sornione e vulnerabili, rendendo ancora più lucida l'espressività della musica dei Nap Eyes, una rock'n'roll band da conservare con tanta cura quanta ne mettono loro stessi in queste canzoni.

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